
Il beato Carlo I d'Asburgo
"Lei sposerà l'erede al trono. Vi do volentieri la mia benedizione!". Meravigliata, la diciottenne principessa Zita di Borbone-Parma fissò il volto, allo stesso tempo paterno e solenne, di Papa San Pio X. Si trattava sicuramente di un lapsus, giacché lei era la fidanzata del giovane arciduca Carlo e non del principe ereditario. Sbozzando un lieve sorriso, tentò di replicare: "Ma, Santità, l'erede al trono è l'arciduca Francesco Ferdinando e non mio fidanzato..." Papa Sarto insistette: "Io ne sono profondamente compiaciuto. Carlo è la ricompensa che Dio ha riservato all'Austria per tutto ciò che essa ha fatto per la Chiesa". Uscendo dall'udienza, la principessa commentò con sua madre: "Meno male che il Papa non è infallibile in materia politica!" Era il 24 giugno 1911.
Tre anni dopo, l'attentato di Sarajevo, nel quale persero la vita l'arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie, conferiva un carattere profetico alle parole di Papa Sarto: Carlo di Asburgo-Lorena era diventato ipso facto l'erede al trono austro-ungarico. Aveva appena ventotto anni.
La "pietas austriaca"
Gli storici hanno coniato l'espressione pietas austriaca per designare la virtù religiosa che fungeva da fondamento all'impero asburgico. Non si tratta propriamente della pietà, intesa come devozione, ma di un principio religioso che orientava il governo della res pubblica, conferendo all'Impero una sacralità che ne era la nota caratteristica.
Il fondamento di questa pietas è l'idea che il diritto del potere politico proviene da Dio. Si governa, cioè, per la grazia di Dio. Il bene del Paese dipende dalla fedeltà del Sovrano a Dio nonché alla Chiesa che Dio Figlio ha fondato sulla terra. La religiosità personale degli imperatori in rapporto con gli interessi pubblici dello Stato, ecco l'essenza della pietas austriaca, vera chiave di lettura per capire l'Impero.
Descrivendo questa realtà, lo storico di corte Johann Ludwig Schönleben annotava nel 1680: "La felicità terrena del regno è sorretta dalle tre colonne austriache: lo zelo per la Fede cattolica, l'adorazione all'Eucaristia e la lotta in favore dell'Immacolata Concezione. Ecco le fondamenta sui quali si è edificato e si è sviluppato l'Impero austriaco-asburgico".
Nei documenti pubblici Ferdinando II (1578-1637) chiamava la Madonna "Vincitrice di tutte le battaglie di Dio", "Generalissima", "Arci-Stratega e Conduttrice degli eserciti cristiani", "Difensora della causa giusta". Suo figlio, Ferdinando III, consacrò l'Impero all'Immacolata Concezione, stabilendone la festa l'8 dicembre. La Madonna di Zell (Mariazell), che non è altra che l'Immacolata Concezione, fu proclamata Magna Mater Austriae. La sovranità della Madonna sull'Impero fu ulteriormente consolidata da Leopoldo I che La proclamò "Imperatrice e Regina di Austria".
Questa identità cattolica dell'Impero asburgico si affermò nella lotta prima contro i turchi e poi contro il protestantesimo. Nel secolo XVII, l'Austria era la roccaforte del cattolicesimo in Europa. Dalla Rivoluzione francese, in contrasto con l'effervescenza liberale, l'Austria divenne il bastione del legittimismo, la potenza cattolica e contro-rivoluzionaria per eccellenza, una "monarchia papista" per usare le parole non certo elogiative del giacobino Clemenceau. Agli inizi del XX secolo, l'Impero Austro-Ungarico rappresentava ancora un vestigio di Cristianità, una continuazione del Sacro Romano Impero.
Una coppia devota
Il beato Carlo I (1887-1922) si inserisce perfettamente nella tradizione della pietas austriaca. Il giorno prima del suo matrimonio con Zita di Borbone-Parma, egli scrisse alla fidanzata: "Stiamo unendo le nostre vite per meglio santificarci e per aiutarci a vicenda ad andare in cielo". Sulle fedi matrimoniali, la coppia fece incidere: "Karl von Österreich - Zita von Bourbon-Parma. Sub tuum praesidium confugimus Sancta Dei Genitrix (Noi ci rifugiamo sotto la tua protezione, Santa Madre di Dio)".
La religiosità di Carlo era così palese, che gli ambienti liberali di Vienna subito gli affibbiarono epiteti quali "bigotto", "clericale" e "ultramontano". Era l'eredità della mamma, l'arciduchessa Maria Josefa, della quale Papa Benedetto XV disse: "È una santa".
Il primo atto pubblico della coppia imperiale fu un pellegrinaggio al Santuario di Mariazell, dove venerarono la Patrona d'Austria, consacrandoLe le loro vite. Il loro primogenito, Otto, fu battezzato con acque del Giordano, a simboleggiare l'intima filiazione spirituale della dinastia con Nostro Signore Gesù Cristo. Carlo e Zita assistevano quotidianamente alla Santa Messa, facendo frequentemente la Comunione. In famiglia si pregava ogni giorno il Rosario. Zita insegnava il Catechismo ai bambini, i quali fecero la Prima Comunione all'età di quattro anni. L'ultimo atto pubblico dell'Imperatore, prima di partire per l'esilio nel 1919, fu una Santa Messa che egli stesso servì come chierichetto.
La carità di Carlo I era leggendaria. Egli fece servire ai poveri le pietanze offertegli nel banchetto di incoronazione come Re di Ungheria. Divenuto Imperatore in piena Guerra Mondiale, emanò un decreto proibendo il bombardamento di chiese e monumenti storici. Particolarmente, diede disposizioni affinché Venezia non fosse toccata. Essendo i mezzi di trasporto confiscati per l'uso delle Forze Armate, Carlo mise a disposizione dei cittadini i cavalli e le carrozze della corte.
Questa elevatezza spirituale è andata crescendo fino alla morte, avvenuta nell'esilio e nella miseria a Madeira (Portogallo). Sentendo l'avvicinarsi del tragico esito, Carlo fece chiamare Otto "per mostrarle come un cristiano ritorna dal suo Creatore". Rivolgendosi al suo erede gli disse: "Pensa unicamente al tuo Salvatore. Abbandonati totalmente a Lui". Dopo aver ricevuto la Comunione, esclamò: "Santissimo Salvatore, si è volontà Vostra Vi prego di guarirmi. Santissimo Salvatore Vi prego..."
Prima di entrare in agonia, il beato offrì la sua vita: "Divino Salvatore, proteggete i miei cari bambini Otto, Adelaide, Roberto, Felix, Carlo-Luigi, Rodolfo, Carlotta e anche il piccolino che sta per nascere. Proteggeteli nel corpo e nell'anima. Non permettete che commettano un peccato mortale. Lasciateli morire prima di commettere un solo peccato mortale!". Ormai privo di forze, adorando il Santissimo Sacramento che gli era presentato da padre Zsamboki, egli mormorò: "Gesù, vieni, vieni! Signore, sia fatta la Tua volontà! Gesù mio, sono pronto, vieni!" Alla fine, un rantolo: "Gesù!", e inclinando il capo consegnò l'anima a Dio. Davanti al corpo, ormai privo di vita, l'Imperatrice in lacrime iniziò la recita del Santo Rosario accompagnata dai figli.
Nella Pasqua di 1923 Wilhelm Miklas, futuro presidente di Austria, scrisse a mons. Friederich Piffl, cardinale-arcivescovo di Vienna: "È trascorso appena un anno da quando l'Imperatore è tornato dal Padre, e già si contano a migliaia le persone, non solo in Austria ma in tutto il mondo, che non parlano di lui se non come un santo del cielo".
Nel 1925 era concessa l'approvazione ecclesiastica alla Kaiser Karl Gebetsliga (Gruppo di preghiera dell'Imperatore Carlo), i cui membri si impegnavano a pregare per la beatificazione dell'imperatore. Nel 1948, il Vaticano apriva il processo informativo preliminare. L'11 luglio 1949, il cardinale Theodor Innitzer, di Vienna, firmava il decreto introducendo ufficialmente la causa di Carlo d'Asburgo. Il 1 aprile 1972, una commissione ecclesiastica procedette all'apertura della bara dell'allora Servo di Dio: il suo corpo fu trovato incorrotto. Conclusosi positivamente il processo, il 3 ottobre 2004 Giovanni Paolo II ha proclamato beato Carlo I d'Asburgo-Lorena, ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria.
Santità e nobiltà
Questo accostamento fra santità e nobiltà, addirittura in questo caso maestà imperiale, può forse sorprendere alcuni contemporanei influenzati dai miti egualitari disseminati dalla propaganda rivoluzionaria. Eppure, è un fatto storico che la classe nobile è quella che, proporzionalmente, ha dato più santi alla Chiesa.
Consultando l'imponente Bibliotheca sancturom, diretta dal cardinale Pietro Palazzini, già Prefetto della Congregazione per la Causa dei Santi, si giunge alla conclusione che ben il 21,7% dei santi, il 12% dei beati nonché il 31,8% delle persone con culto confermato appartengono ai ceti nobili (Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe», Marzorati Editore, Milano, 1993, p. 258.). Se consideriamo che, per definizione, la nobiltà costituisce una piccola parte della popolazione, possiamo valutare l'enorme merito di questa classe nel produrre santità.
I dati mostrano che, in ciascuna delle categorie (santi, beati, conferme di culto) la percentuale dei nobili è notevolmente maggiore di quella dell'insieme della popolazione. Questo dimostra l'esatto contrario delle calunnie rivoluzionarie sulla pretesa incompatibilità tra, da un lato, l'appartenenza al ceto nobiliare e, dall'altro, la pratica della virtù.
Delenda est Austria
Nel caso di Carlo I, la santità riesce tanto più antipatica ai rivoluzionari quanto egli era Imperatore dell'Austria–Ungheria, erede del Sacro Romano Impero.
Carlo fu chiamato a regnare nel periodo forse più difficile della millenaria storia degli Asburgo. Baluardo della legittimità cattolica di fronte agli errori della Rivoluzione francese e delle sue sequele, l'Austria aveva visto aizzarglisi contro una delle più impressionanti campagne di odio che la storia abbia mai visto. Campagna che, tra l'altro, prese di mira anche il beato Pio IX. Nulla era stato risparmiato per demolire questo "Stato retrogrado, simbolo dell'oscurantismo", per usare le parole del Presidente del Consiglio francese, Alexandre Ribot.
Alla fine del 1918, con l'Austria ormai moribonda sia sul campo militare che politico, i fautori di questa campagna scorsero l'occasione per sferrare il colpo finale. "Dobbiamo convincere gli Alleati della necessità di distruggere l'Austria", spiegava Thomas Masaryk, creatore della Cecoslovacchia. "Dobbiamo distruggere questa monarchia papista!", urlava a sua volta Georges Clemenceau, Presidente del consiglio francese. Nel documento conclusivo del "Congresso delle nazioni oppresse", tenutosi a Roma nell'aprile 1918, leggiamo: "Dobbiamo inserire fra i punti dell'Armistizio la distruzione dell'Austria-Ungheria".
È ancora tema di accesso dibattito se Carlo avrebbe potuto opporsi a questa furibonda ondata rivoluzionaria, e non sono pochi a rimproverarle la sua debolezza politica, particolarmente nell'episodio della mancata restaurazione in Ungheria. In extremis, egli si appellò al presidente americano Thomas W. Wilson. In vano. Il 27 ottobre 1918 arrivava la risposta definitiva: "I diversi popoli debbono rigettare il giogo dell'impero austro-ungarico". La sorte dell'Impero era segnata...
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