Plinio Corrêa de Oliveira

  • Il Santissimo Nome di Maria e il dovere di zelare per la gloria di Dio “ora e sempre”

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Gli antichi consideravano il nome come una sorta di simbolo della persona, da qui si è sviluppato per lungo tempo l'uso delle iniziali, che sono in qualche modo un simbolo del nome.

    Quindi il nome è il simbolo della realtà psicologica, morale, spirituale, più profonda che c'è nella persona. Per questo motivo, il Santissimo Nome di Maria, come il Santissimo Nome di Gesù, deve essere considerato un nome simbolico dell'eccelsa virtù della Madonna, della sua missione, di ciò che Ella è veramente.

    Il Nome della Madonna è l'affermazione di questa gloria interiore, l'affermazione di questi predicati interiori. E per questo, il Nome di Maria sarebbe la manifestazione - simbolica, naturalmente - di tutto ciò che è eccelso nella Vergine. Celebrando questo Nome, celebriamo la gloria che la Madonna ha avuto, ha e avrà in Cielo, in terra e nell’universo intero.

    Per quanto riguarda la Sua gloria in Cielo, tutto è già stato detto: Ella è Regina di tutti gli Angeli e di tutti i Santi, ed è incomparabilmente, incommensurabilmente al di sopra di tutte le creature. Così, nell'ordine del creato, Lei è il cono verso cui tutto converge ed è, quindi, la nostra mediatrice con Dio Nostro Signore. E la gloria che Ella ha in questo è semplicemente inesprimibile, poiché è una conseguenza della sua condizione di Madre del Salvatore, Nostro Signore Gesù Cristo.

    Anche sulla terra - dobbiamo riflettere molto su questo aspetto - la Madonna deve essere glorificata: Gloria Patri, et Filio et Spiritui Sancto. Poi si risponde: Sicut erat in principio, et nunc et semper, et in secula saeculorum, Amen - Come era in principio, ora e sempre, e nei secoli dei secoli, Amen. La cosa normale è che la Madonna sia venerata sulla terra e che il Santissimo Nome della Madonna sia glorificato in modo inesprimibile.

    Immaginate un mondo come la Cristianità, in cui lo spirito di San Luigi Grignion de Monfort aliti su di esso; immaginate che in tutta quella Cristianità i discepoli di San Luigi Grignion siano il sale della terra e diano veramente il tono della pietà alla Madonna, e capirete quale dovrebbe essere la gloria della Madonna nel mondo. Sarebbe incomparabilmente più di quanto lo sia oggi!

    Noi vediamo la Madonna così glorificata dalla Santa Chiesa, almeno fino al momento in cui è iniziato il "progressismo". Questa gloria ci sembrava immensa, ma non era nulla in confronto alla gloria che Ella avrebbe dovuto avere e che sarebbe stata una gloria nello spirito di San Luigi Grignon. E questa gloria della Madonna dobbiamo amarla ardentemente, perché è insopportabile che la Madonna non abbia tutta la gloria che dovrebbe avere. È semplicemente la cosa più odiosa, più esecrabile, che il vizio, il crimine, la Rivoluzione, la malvagità degli uomini, il diavolo insomma, riescano a diminuire la gloria che Lei dovrebbe ricevere dagli uomini.

    E noi dovremmo, per quanto riguarda la gloria di Nostra Signora, essere zelanti come figli in casa della madre. Immaginate se un figlio può sentirsi a suo agio in casa di sua madre quando vede che le viene rifiutata l'attenzione che le è dovuta... Come possiamo sentirci bene sulla terra, che è soggetta al regno della Madonna, visto che sulla terra vengono rifiutati gli onori e le attenzioni a cui la Madonna ha diritto? Questo deve essere per noi una continua occasione di dolore... molto più che di dolore, di indignazione, di enorme indignazione nel vedere che la Regina non viene riconosciuta da tutti nel ruolo che dovrebbe avere.

    Chiediamo alla Madonna di accettare il nostro dispiacere per gli insulti che Le vengono fatti e che Lei riceve continuamente. E che possa disporre le nostre anime per una completa riparazione. Ma dobbiamo fare un esame di coscienza, chiedendoci se la nostra riparazione è come dovrebbe essere e se non dovremmo anche offrire una riparazione... per la carenza della nostra riparazione.

    E questo è un punto su cui dobbiamo riflettere molto. Perché non possiamo chiedere perdono alla Madonna in modo superficiale per quello che hanno fatto gli altri, senza chiedere perdono per quello che abbiamo fatto anche noi, come se ci avvicinassimo al suo trono senza colpe, come se noi fossimo senza colpe e gli altri carichi di colpe! Così da chiederLe di accettare una riparazione per la misera riparazione dei suoi poveri riparatori.

    Come sarebbe la riparazione perfetta? Verrebbe da un amore pieno, da una piena consapevolezza di tutto ciò che la Madonna rappresenta, da una piena consapevolezza di tutto ciò che Lei è. Perché non è solo una nozione teorica, ma una nozione pratica, viva, una nozione concreta che bisogna avere.

    E poi chiediamoci se durante la giornata - quando lavoriamo, quando guardiamo una rivista, quando leggiamo un libro, per esempio - se lo zelo per la gloria di Dio e per la gloria della Madonna ci divora veramente. O se non ci sono occasioni in cui siamo deboli, in cui i nostri interessi personali, i nostri problemi di amor proprio, i nostri problemi di mille suscettibilità e cose del genere non interferiscono e non soffocano lo zelo che dobbiamo avere per la gloria della Madonna. Perché se interferiscono, si intromettono, e se noi pensiamo troppo a noi stessi e pensiamo troppo poco a Lei, la nostra riparazione non sarà piena come dovrebbe essere.

    E qui si ripresenta l'opportunità di ricorrere ai nostri Angeli custodi e ai nostri Santi protettori, chiedendo loro di unirsi a noi per dare alla nostra riparazione un valore che di per sé non ha, per essere una riparazione adeguata, retta e realmente soddisfacente. Suggerisco, quindi, di pregare affinché la nostra riparazione sia buona e di prepararci a essere perfetti riparatori.

    Ho la più grande speranza che, portando queste disposizioni ai piedi dell'altare della Madonna, ciò avrà come conseguenza che Ella ci dispenserà abbondanti grazie e che il Suo sorriso riceverà, se non la nostra riparazione, almeno la nostra umiltà. E questa umiltà possiamo e dobbiamo portarla ai suoi piedi.

     

    Fonte:www.pliniocorreadeoliveira.info. Brani di una conferenza dell'11 settembre 1964 ai membri della TFP brasiliana. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia senza revisione dell'autore.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • 15 ottobre

    Santa Teresa d’Avila (1515-1582)

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Santa Teresa d’Avila (1515-1582) era al Carmelo di Toledo quando il re del Portogallo, Don Sebastiano (1554-1578), fu ucciso e il suo esercito sconfitto alla grande battaglia contro i Mori ad Alcacer-Quibir, in Marocco, nel 1578. La santa ebbe una rivelazione relativa a questa disfatta. Ne fu grandemente rattristata e pianse, perché si augurava con tutte le sue forze la vittoria della Cristianità e la sconfitta dei suoi nemici.

    Protestò con il Signore: “Mio Dio,come puoi permettere la disfatta del tuo popolo e la vittoria dei tuoi nemici?”. Il Signore le rispose: “Se li ho trovati pronti a comparire alla mia presenza, perché sei triste?”

    Il suo sentimento di tristezza svanì quando considerò la gloria di cui i soldati uccisi in battaglia stavano già godendo in Cielo. Ammirava questi guerrieri che Dio aveva trovato pronti per la felicità eterna, specialmente se considerava i costumi normalmente rilassati dei soldati. Immediatamente le venne il desiderio di estendere la sua riforma carmelitana al Portogallo.

    Pregò ardentemente per conoscere la volontà di Dio, e nel giorno della festa dell’Assunzione la risposta venne. Il Signore le disse: “Figlia mia, non andrai in Portogallo per fondare case della tua riforma. Le tue figlie e figli lo faranno in futuro, quando porrò termine al castigo inflitto al Portogallo e mostrerò la mia misericordia a questo Paese. L’aumento del numero di buoni religiosi mi permetterà di sollevare il Portogallo dalla miseria in cui sarà caduto, di restaurarlo nella felicità di cui aveva goduto in passato, e di promettergli future glorie”.

    Vediamo qui collegarsi due temi: la sconfitta di Alcacer-Quibir nel 1578 e la fondazione di conventi carmelitani in Portogallo. 

    In primo luogo Santa Teresa stava pregando quando Dio le rivelò che il re Don Sebastiano del Portogallo, che regnò dal 1557 al 1578, aveva patito la grande sconfitta di Alcacer-Quibir. La battaglia si rivelò decisiva da diversi punti di vista.

    Se il re Don Sebastiano – un re molto pio e vergine, l’ultimo fiore del vecchio Portogallo – fosse stato vittorioso, avrebbe spezzato il potere dei musulmani. Il Portogallo avrebbe potuto fondare una prospera colonia nell’Africa del Nord, un ponte verso un’Africa interamente cattolica. Questo avrebbe portato un fiero colpo al potere dei musulmani nel mondo intero.

    Gli islamici occupavano allora la penisola balcanica, la Turchia, tutta l’Asia Minore, il Nord Africa e parti dell’Africa sub-sahariana. Pertanto, se l’esercito portoghese avesse conquistato una parte del Nord Africa, altri regni come la Spagna e la Francia avrebbero profittato di questa vittoria. Il Portogallo aveva già la sua testa di ponte a Fez. Ad Alcacer-Quibir tentava di ampliare la sua posizione militare. Per queste ragioni Alcacer-Quibir fu una battaglia decisiva.

    Per questa battaglia d’oltremare il re Don Sebastiano aveva allestito una grande flotta a Lagos con un ampio esercito di nobili e soldati portoghesi. Gli storici dicono che la sua tattica contro i musulmani fu imprudente. Morì in battaglia e il potere portoghese patì un duro colpo. Al contrario, il potere islamico si consolidò e prese forza.

    Questo non fu solo un fatto negativo per la lotta contro l’islam, ma favorì anche i protestanti. In effetti, liberi dalla pressione cattolica in Africa, i musulmani si concentrarono sui Balcani e sull’attacco contro l’Austria-Ungheria. Per questo scopo favorirono gli Stati protestanti che erano anch’essi nemici dell’Impero Austro-Ungarico.

    La catastrofe fu pure disastrosa per l’indipendenza del Portogallo. Don Sebastiano lasciò un solo erede, il cardinale Don Enrico (1512-1580) suo zio, che divenne re del Portogallo. La Santa Sede lo dispensò dal celibato ecclesiastico perché potesse continuare la dinastia degli Avis. Ma regnò solo due anni, dal 1578 al 1580, e non ebbe figli. La corona portoghese passò per diritto di successione al re Filippo II di Spagna (1527-1591). La dinastia degli Avis sparì. Così, la morte del re Don Sebastiano ad Alcacer-Quibir rappresentò un danno gravissimo per il Portogallo.

    Comprendendo tutto questo, Santa Teresa divenne triste e pianse. Chiese al Signore come aveva potuto permettere la disfatta. La risposta fu che quell’esercitò era così ben preparato spiritualmente che Egli portò molti dei soldati in Cielo. Con tutto il rispetto, questa prima parte della risposta del Signore ci sembra un po’ evasiva. Ma la risposta completa viene quando il Signore spiega che la disfatta è stata una punizione e che i buoni religiosi che verranno saranno uno dei modi di sfuggire al castigo.

    Potete vedere come il centro del dialogo fra Santa Teresa e il Signore è essenzialmente una preoccupazione politica e militare che riguarda il Portogallo. Questo si oppone a una certa mentalità sentimentale e dolciastra sulle vite dei santi, che non vorrebbe mai considerare questi aspetti. Tutto dev’essere spirituale nel senso più ristretto del termine. Questa falsa pietà aborre ogni riferimento agl’interessi politici e militari cattolici. Ritiene falsamente che la spiritualità sia una cosa così elevata da escludere questi aspetti. Insinua che il vero santo non si occupa di affari politici e militari. Ma questo episodio che coinvolge Santa Teresa e il Signore testimonia precisamente il contrario.

    Il Signore mostra la sconfitta militare del re Sebastiano in una rivelazione mistica alla grande Santa Teresa perché è questo il tema di cui vuole intrattenersi con lei. Evidentemente Dio aveva un grande interesse per quella battaglia. Quando la causa cattolica è sconfitta in armi, le persone sante dovrebbero essere tristi. E Santa Teresa lo era. Ne segue un dialogo, dove Dio rivela il senso profondo della storia e le ragioni soprannaturali della sconfitta.

    Consideriamo quanto meravigliosi sono i disegni di Dio. La sua Divina Sapienza ha un’infinità di sfaccettature, che l’intelligenza umana non potrà mai riuscire ad abbracciare. Risponde alla domanda di Santa Teresa affermando che molti soldati portoghesi erano ben preparati alla morte e così li ha portati in Cielo. Vedete come anche nel momento in cui Dio sta castigando una nazione, la sua misericordia tiene conto della situazione spirituale dei combattenti. Forse avrebbe rimandato il momento del castigo se quei soldati non fossero stati pronti a una buona morte. Vedete la sua delicatezza, la sua bontà, la sua misericordia.

    In secondo luogo, lasciatemi dire una parola sull’Ordine Carmelitano. Santa Teresa aveva la speciale missione di diffondere la riforma del Carmelo. La missione dei Carmelitani era quelle di attirare tramite la preghiera e la penitenza le grazie di Dio nei Paesi dove fondavano i loro conventi. Una seconda dimensione della loro missione era di guadagnare queste grazie per tutta la Cristianità e – terza dimensione – per il mondo intero, perché tutti potessero convertirsi alla religione cattolica.

    Quando Santa Teresa vide che la nazione portoghese era per molti aspetti fervente, concepì il desiderio di fondarvi un convento. Era un progetto eccellente e gradito a Dio, Ma Dio stesso chiese di rimandarne l’esecuzione. Perché? Solo la Divina Sapienza lo sa.

    Ma una considerazione è che il popolo portoghese aveva bisogno di tempo per accettare la supremazia spagnola dopo che la corona del Portogallo era stata incorporate alla Spagna del re Filippo II, che l’aveva ricevuta in legittima successione dopo la morte del cardinal Don Enrico. Se le carmelitane spagnole fossero andate subito in Portogallo secondo il desiderio di Santa Teresa avrebbero potuto trovarvi una cattiva accoglienza. Un periodo di adattamento sembrava necessario. Forse fu questa una delle ragioni per cui il Signore rimandò l’arrivo delle carmelitane spagnole in Portogallo. Dopo che l’unione dei due regni fu accettata la presenza di carmelitane spagnole in Portogallo seguì naturalmente e produsse immensi frutti spirituali.

    Come conclusione, possiamo vedere quanto è importante seguire gli eventi del nostro tempo nella misura in cui hanno a che fare con la salvezza delle anime, la causa cattolica, la sconfitta della Rivoluzione, la gloria e l’esaltazione della Sante Chiesa. Questo per noi è un atto di amore a Dio caratteristico della nostra vocazione contro-rivoluzionaria, che è attenta ai problemi dell’ora presente.

    Chiediamo a Santa Teresa questa grazia incomparabile.

     

    (Traduzione a cura di Massimo Introvigne)

  • La novena di Cristo Re, Fatima ed il Regno di Maria 

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Domani è la festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re. Dobbiamo farci un'idea delle realtà celesti attraverso quelle terrene, poiché proprio le realtà terrene ci sono state date per considerare quelle celesti. E, per conoscere meglio quelle celesti, dobbiamo immaginare cos'è, sulla Terra, il Regno di Cristo e poi considerare meglio quale sarà il regno glorioso ed eterno di Nostro Signore Gesù Cristo in Cielo.

    D'altra parte, poiché le cose sbagliate sono state permesse da Dio al fine di conoscere quelle giuste, possiamo, per questo, vedere bene cos’è l’opposto del Regno di Nostro Signore Gesù Cristo, e quindi avere un'idea di quale sia il vero regno di Nostro Signore Gesù Cristo sulla terra. In questo modo avremo un'idea di quale sia il regno glorioso di Nostro Signore Gesù Cristo in Cielo.

    Continuamente, come figli della Contro-Rivoluzione, affrontiamo ogni sorta di disordini, capovolgimenti di valori, ignominie e immoralità che fanno parte di questo mondo, già quasi completamente dominato dalla Rivoluzione, che è il mondo occidentale dei nostri giorni.

    Ma non abbiamo ancora – nemmeno lontanamente - la nozione di cosa sia l'opposto del Regno di Nostro Signore Gesù Cristo, cioè il mondo comunista. Cos'è la tristezza, cos'è l'oppressione, cos'è il materialismo, cos'è l'immoralità, cos'è la banalità, cos'è la volgarità del mondo comunista...

    Un piccolo fatto che mi viene in mente qui al momento lo indica bene. Un sacerdote gesuita armeno, Alagiagian, che era stato a lungo imprigionato nelle carceri comuniste, racconta questo episodio: liberato dopo dieci anni di carcere, lui e alcuni altri prigionieri furono scortati in treno da Mosca a Vienna, passando per Budapest. Lungo tutto il tragitto, viaggiavano con le tende abbassate, il che, di per sé, indica già qualcosa del cupo dominio comunista. Trascorso un certo tempo, giunsero a Budapest; scesero, mangiarono qualcosa, risalirono sul treno e proseguirono. Naturalmente, il sacerdote cominciò a chiedersi quando avrebbe attraversato il confine. Anche perché questo corrispondeva a una sua grande aspettativa, perché quella era la fine del pericolo, perché allora c’era la possibilità di entrare in terra libera e sfuggire alle grinfie comuniste.

    Egli raccontò che, pur tuttavia con le tende abbassate, percepirono – con totale certezza – il momento in cui il confine veniva attraversato. Infatti, ad un certo punto, il treno si fermò in una piccola stazione e iniziarono a sentire delle risate. Dalle risate che avevano sentito, capirono di essere entrati nel mondo occidentale. Perché fin lì, durante tutto il tragitto, non avevano incontrato nessuna espressione di gioia, soddisfazione, appagamento o altro! Era quel rigore, quella cosa cupa, accigliata, maligna, un'atmosfera di tormento da campo di concentramento, di tirannia. E tutto ciò fatto a favore dell'inversione dei valori, che caratterizza direttamente l'impero del comunismo.

    Una persona che ha viaggiato pure in Russia – una donna di San Paolo – ha raccontato che avendo preso un aereo cecoslovacco a Monaco, per andare oltre la cortina di ferro, non appena salita sull'apparecchio si rese subito conto d’essere entrata nel mondo comunista: il rivestimento dell'aereo era dozzinale, la tappezzeria anche, il servizio scadente, tutti erano accigliati, infastiditi. Si sentiva come se fosse stata strappata a forza e posta viva all'interno di un campo di concentramento!

    Questo è il mondo verso cui ci stiamo dirigendo. Questi sono gli orrori in cui stiamo entrando...

    Se vogliamo farci un'idea dell'estremo opposto del regno di Nostro Signore Gesù Cristo, possiamo immaginare una città completamente futuristica, “artisticamente” moderna, con tutto organizzato secondo i metodi più tirannici della tecnica moderna: senza felicità, un materialismo completo, immoralità e amore libero totale, nessuna speranza del Cielo, nessun apprezzamento per i valori dello spirito, nessuna compostezza o dignità delle autorità stesse.

    E allora avremo un'idea del mondo verso cui ci stiamo dirigendo e avremo una consapevolezza più chiara che siamo in una situazione intermedia, dove stanno scomparendo gli ultimi resti del regno di Cristo Re e già appaiano chiaramente e apertamente anche affermazioni del regno del diavolo. Mentre uno scompare, l’altro appare...

    Capiamo anche qual è il piacere opposto. Perché se il regno del diavolo è così orribile - e lo vediamo già intorno a noi - comprendiamo anche quale sarà la gioia nel momento benedetto in cui la "Bagarre" (ndt, la “grande confusione”, come il prof. Plinio di solito denominava i castighi previsti dalla Madonna a Fatima, se l'umanità non si fosse convertita e fatto penitenza per i suoi peccati) avrà termine. E che il Regno della Madonna avrà inizio e che tutto cambierà completamente aspetto. La virtù sarà glorificata, l'ortodossia sarà rispettata in tutto il mondo; tutte le leggi, tutte le istituzioni, tutti i costumi rifletteranno lo spirito della Chiesa cattolica; ogni modo di pensare sarà conforme alla dottrina e allo spirito della Chiesa cattolica. Tutto ciò che si ammira sarà il bene e la verità; tutto ciò che si esecra sarà l’errore e il male. Tutti gli uomini, tutti i valori, tutte le cose saranno posti nell’ordine a loro dovuto, dando così gloria a Dio, che è il vero Autore di questo stesso ordine!

    Quando giungeremo alla fine dei nostri giorni, avremo la gioia di essere nati nel regno del diavolo ma di aver operato per l'avvento del Regno di Cristo, considerando quell'ordine restaurato e potendo dire che fu un'opera di Dio fatta con la collaborazione delle nostre mani. Quando chiuderemo gli occhi, avremo un'idea precisa del Regno di Cristo in Cielo.

    La prima alba sarà quando questo periodo terminerà con la “Bagarre” e si entrerà nel Regno di Cristo, “ad Jesum per Maria”. La seconda alba sarà quando chiuderemo gli occhi e per la nostra anima si aprirà il regno di Cristo attraverso la Madonna, in Cielo. Allora, tutto ciò che era simbolo, apparenza, sarà passato. Dio sarà visto faccia a faccia, vedremo la Madonna faccia a faccia. Vedremo faccia a faccia anche la realtà delle anime.

    E si comprenderà anche - in modo indiretto e superlativo - tutto quell'ordine del Cielo, modello di quello che noi amavamo sulla Terra. In questa seconda affermazione del Regno di Cristo, i contro-rivoluzionari riceveranno il premio per aver lottato così duramente per il Regno di Cristo sulla terra.

    Chiediamo alla Madonna che ci conceda queste convinzioni con energie sempre maggiori. Perché - dicevo l'altro giorno - verranno giorni cattivi e pessimi e sarà sempre più questa speranza a incoraggiare i contro-rivoluzionari. Dobbiamo vivere sempre di più di speranza e la nostra grande speranza è l'instaurazione del Regno di Cristo attraverso il Regno di Maria qui in terra e, in questo modo, giungere al Regno di Cristo regnante per mezzo di Maria Santissima, in Cielo. Questa è dunque la considerazione per la festa di Cristo Re.

     

    Fonte: pliniocorreadeoliveira.info, Santo del giorno - 24 ottobre 1964. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

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  • Sant’Ambrogio: Dottore della Chiesa

       7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano (339-397). Confessore e Dottore della Chiesa, difese la libertà della Sposa di Cristo perfino scontrandosi con Teodosio, Imperatore d’Occidente. Grande lottatore contro le eresie, è venerato come caposaldo della Chiesa a Milano che, appunto dal suo nome, è conosciuta come “Ambrosiana”


     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Sant’Ambrogio era un uomo di un enorme talento, famoso in tutta la Cristianità del suo tempo, in tutta l’immensità dell’Impero Romano, per le sue opere, per la sua influenza pubblica, come scrittore prolifico e per tanti altri pregi. Sant’Agostino racconta nelle sue memorie (le «Confessioni») che dovette a lui la propria conversione. Nutriva una vera ammirazione per Sant’Ambrogio:

    “Non t’invocavo ancora con gemiti affinché venissi in mio aiuto. Il mio spirito era piuttosto attratto dalla ricerca e mai sazio di discussioni. Lo stesso Ambrogio era per me un uomo qualsiasi, fortunato secondo il giudizio mondano perché riverito dalle massime autorità; l’unica sua pena mi sembrava fosse il celibato che praticava. Delle speranze invece che coltivava, delle lotte che sosteneva contro le tentazioni della sua stessa grandezza, delle consolazioni che trovava nell’avversità, delle gioie che assaporava nel ruminare il tuo pane entro la bocca nascosta del suo cuore, di tutto ciò non potevo avere né idea né esperienza. Dal canto suo ignorava anch’egli le mie tempeste e la fossa ove rischiavo di cadere. Non mi era infatti possibile interrogarlo su ciò che volevo e come volevo.

    “Caterve di gente indaffarata, che soccorreva nell’angustia, si frapponevano tra me e le sue orecchie, tra me e la sua bocca. I pochi istanti in cui non era occupato con costoro, li impiegava a ristorare il corpo con l’alimento indispensabile, o l’anima con la lettura. Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente.

    “Ci sedevamo in un lungo silenzio: e chi avrebbe osato turbare una concentrazione così intensa? Poi ci allontanavamo, supponendo che aveva piacere di non essere distratto durante il poco tempo che trovava per ricreare il proprio spirito libero dagli affari tumultuosi degli altri. Può darsi che evitasse di leggere ad alta voce per non essere costretto da un uditore curioso e attento a spiegare qualche passaggio eventualmente oscuro dell’autore che leggeva, o a discutere qualche questione troppo complessa: impiegando il tempo a quel modo avrebbe potuto scorrere un numero di volumi inferiore ai suoi desideri. Ma anche la preoccupazione di risparmiare la voce, che gli cadeva con estrema facilità, poteva costituire un motivo più che legittimo per eseguire una lettura mentale. Ad ogni modo, qualunque fosse la sua intenzione nel comportarsi così, non poteva non essere buona in un uomo come quello". («Confessioni», VI, 3).

    In altre parole, per il solo fatto di vedere Sant’Ambrogio al lavoro e di trovarsi nell’atmosfera creata da quel Dottore della Chiesa, Sant’Agostino ricavava un grande beneficio per la propria anima. Si può dunque affermare che, per i vari colloqui occorsi tra loro, per le omelie ascoltate ed anche per la lettura delle sue opere, Sant’Ambrogio ebbe un ruolo centrale in ciò che forse fu l’aspetto più importante della sua vita: la conversione di Sant’Agostino che, di per sé, rappresenta un capitolo cruciale nella storia del mondo e della Chiesa.

    Vediamo in questo episodio due aspetti molto belli di Sant’Ambrogio:

    1) Ciò che possiamo chiamare l’apostolato della presenza. Insistiamo molto sull’importanza di questo apostolato. Infatti, in ambito cattolico molte persone credono di valere qualcosa nella misura in cui parlano, agiscono e lavorano. Ovviamente tutto ciò è molto buono. Ma vi è pure l’apostolato della mera presenza che può rappresentare qualcosa di superiore e di più utile.

    2) Dall’altro lato, la fiducia nella Provvidenza divina. Se Sant’Ambrogio fosse intemperante, egli avrebbe interrotto ogni attività e si sarebbe occupato esclusivamente dell’apostolato con Sant’Agostino, salvo poi riprendere, sempre in modo disordinato, a lavorare. O peggio: avrebbe trascurato i propri scritti, magari pubblicando appena qualche libretto, pur di accudire Sant’Agostino.

    Non così Sant’Ambrogio. Da uomo fiducioso nella Provvidenza, nell’amor di Dio e nella Chiesa, egli realizzava ciò che rientrava nelle sue possibilità. Se era la volontà di Dio che scrivesse un libro, egli lo scriveva, riservando a Sant’Agostino quei brevi minuti di cui poteva disporre. Per il resto Dio avrebbe provveduto… e infatti provvide! Dunque, una fiducia nella Provvidenza nel non voler commettere insensatezze né assurdità, nell’essere temperante anche nel proprio zelo apostolico. Ecco un atteggiamento carico di lezioni.

    Ancor più ricco di lezioni, da un altro punto di vista, fu l’episodio in cui Sant’Ambrogio dovette affrontare l’Imperatore Teodosio. Vi sono eventi nella vita della Chiesa che rimangono impressi come simboli per tutti i secoli. Tale fu il contrasto fra Sant’Ambrogio e Teodosio, a proposito di un suo peccato pubblico.

    La precedente buona intesa fra Sant’Ambrogio e Teodosio, stabilitosi a Milano, si era spezzata in seguito a un atto delittuoso. L’imperatore aveva ordinato un massacro tra la popolazione di Tessalonica, rea di aver linciato il capo del presidio romano della città, che aveva incarcerato un commediante molto amato dalla gente. In tre ore di carneficina erano state assassinate settemila persone, attirate nell’arena con il pretesto di una corsa di cavalli.

    Con tatto, ma anche con molta fermezza, Sant’Ambrogio lo rimproverò, proibendogli di entrare nella cattedrale finché non avesse fatto penitenza pubblica per il peccato commesso. Nel momento in cui Teodosio si apprestava ad entrare nella Basilica di Santa Tecla, incontrò Sant’Ambrogio con tutto il suo clero in piedi sul sagrato, sbarrandogli l’ingresso. Umiliato, l’Imperatore fece atto di pubblica penitenza nella notte di Natale di quel anno.

    Nel discorso funebre per questo imperatore, Sant’Ambrogio narra così l’episodio: “Spogliandosi di ogni regale emblema, egli pianse il proprio peccato pubblicamente, in chiesa. Questa penitenza pubblica, di cui sfuggono i particolari, l’imperatore non si vergognò di farla; e dopo non vi fu un solo giorno in cui non si affliggesse per il proprio errore”.

    Questo atteggiamento del potere spirituale nei confronti del potere temporale ricorda un principio a noi molto caro. Quando una grandezza umana – a prescindere dalla sua natura o titolo, e per quanto esaltata e glorificata possa essere nella società civile – si mette in posizione di sfidare la gloria di Dio, spetta alla Chiesa la missione di umiliarla.

    Quando le potenze umane smarriscono la strada, è missione della Chiesa affrontarle e metterle in riga. È missione della Chiesa il sottolineare come tutte le cose umane, per quanto elevate, dinanzi a Dio non sono niente. Di fronte all’eternità, le grandezze umane si riducono a nulla. In fin dei conti, l’unica cosa che rimane per sempre, come un valore al di sopra di tutto, è la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, cioè la Chiesa di Dio. Bossuet lo affermò con parole magnifiche: “La missione della Chiesa è il contenimento dei poteri della Terra”.

    Queste idee costituiscono capisaldi della dottrina della TFP. Noi siamo a favore della gerarchia sociale e politica. Siamo a favore dell’esaltazione del potere civile in quanto derivante da Dio. Tuttavia, affermiamo che, per quanto grande, il potere civile ha un limite. E questo limite è indicato precisamente dalla severità del potere ecclesiastico.

    Come tutto questo è diverso dal parroco intimorito che trema dinanzi a un potente del luogo!

    Come ci piacerebbe, invece, vedere proprio il contrario: la forza dell’ortodossia, rappresentata dal clero, che fa indietreggiare, con sguardo pastorale e terribile, un potente eterodosso, oppure un plutocrate altezzoso: “Riccone, tieniti i tuoi soldi! Noi non ne abbiamo bisogno. Sono per la tua perdizione! Gettali pure nella fogna, perché davanti alla morale non valgono niente. Su questo punto della tua condotta prevale tale principio, su quell’altro si impone tale regola! E anche se noi dovessimo cadere nell’estrema povertà, nell’estrema persecuzione, Dio schernirà la tua ricchezza e la tua arroganza. Forse resteremo poveri e isolati, ma sarà nell’adempimento del nostro dovere!”

    Vedere la ricchezza umiliata, la forza materiale umiliata, vedere persino il talento umiliato quando si scaglia contro la legge di Dio, ecco il fondamento di ogni grandezza umana! Ecco il ruolo del clero in una società ben costituita.

    Considero importante mettere in risalto tutto questo, perché non è proprio dell’uomo, caduto nel peccato originale, essere talmente esaltato da non avere nessun freno.

    I poteri superiori, però, non vanno limitati dagli inferiori, bensì da quelli superiori. E questi, a loro volta, vanno limitati dalla Chiesa. Così si stabilisce l’equilibrio e si capisce la profonda armonia dell’ordine che noi propugniamo.

    L’esempio di Sant’Ambrogio, dunque,contiene per noi un insegnamento profondo, mostrando l’armonia delle nostre tesi e risultando in una convinzione più forte e più equilibrata.

     

    Riunione per soci e cooperatori della TFP brasiliana del 7 dicembre 1964. Il testo è tratto dalla registrazione magnetofonica, senza revisione dell’autore. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Verso una Chiesa-Nuova

    Nel aprile 1969 la rivista “Catolicismo” di San Paolo del Brasile, portavoce della TFP brasiliana, pubblicò un numero speciale doppio contenente un riassunto analitico di un saggio apparso poco prima sulla rivista “Ecclesia”, di Madrid, che denunciava l’esistenza all’interno della Chiesa di gruppi, autoproclamatisi “profetici”, che tramavano per la sua distruzione [“I piccoli gruppi e la corrente profetica”, “Ecclesia” n° 1423, 11 gennaio 1969]. Riportiamo qui di seguito l’introduzione scritta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Insubordinazione e disalienazione: filo rosso dei misteri “profetici”
    Nell’articolo di presentazione di questo numero di “Catolicismo” (intitolato “Il perché di questo numero doppio”), vengono descritti i rapporti fra l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr] e i cosiddetti “gruppi profetici”. È facile vedere che questi e quello costituiscono, insieme, una immensa macchina semi-segreta, inserita nella Chiesa, per realizzare il disegno malefico di trasformarla nel contrario di ciò che è stata in questi duemila anni di esistenza.

     Vogliamo, adesso, aiutare il lettore nello studio dell’articolo di “Ecclesia” sui “gruppi profetici”, mettendo in speciale rilievo gli aspetti più profondi e chiarificatori di questa specie di società iniziatiche.

     In questo commento non intendiamo approfondire propriamente la dottrina dei “gruppi profetici”, la coerenza interna delle diverse tesi che la integrano, i loro maestri, i loro precursori, le loro analogie o discrepanze con altri sistemi di pensiero. Né pretendiamo analizzare le condizioni culturali, politiche, sociali, economiche o altre, che favoriscono o avversano la genesi e lo sviluppo di questi gruppi.

     Il nostro obbiettivo è più circoscritto e anche di una utilità più immediata. Messi dinanzi alla crescita tangibile dei cosiddetti “gruppi profetici”, alla loro evidente nocività, e quindi alla necessità di sbarrargli il passo, ci domandiamo quale sia il loro programma, se contano con una struttura definita di direzione e di propaganda, com’è questa struttura, come agisce, come vedono le trasformazioni per le quali la Chiesa è passata di recente e continua a passare, quali sono le tecniche di reclutamento, formazione e sovversione usate da questi gruppi, e infine, quali sono i loro rapporti con il comunismo.

    È nell’articolo di “Ecclesia” che cercheremo le risposte a queste domande.

     

    I. Disalienazione: ribellione contro ogni superiorità e ogni disuguaglianza
    Il concetto-chiave della dottrina dei “gruppi profetici” è, a nostro avviso l’alienazione. Quindi, prendiamola come punto di partenza e come filo conduttore di questa esposizione. Il lettore vedrà che, in questo modo, la materia si farà limpida ed accessibile.

    Alienus è un vocabolo latino che equivale alla parola alieno, cioè di un altro.

    Alienato è colui che non appartiene a sé stesso, bensì a un altro.

    Nella prospettiva comunista, ogni autorità, ogni superiorità sociale, economica, religiosa o un’altra qualsiasi, di una classe sull’altra, porta a un’alienazione. Alienante è la classe sociale che esercita l’autorità, o possiede una superiorità, sia attraverso un Re, un Capo di Stato, un Papa, un Vescovo, un Sacerdote, un Generale, un professore o un padrone. Alienata è la classe che presta obbedienza a quella alienante. La classe alienata, per il fatto stesso di essere soggetta a un’altra classe, in misura maggiore o minore, in questa esatta misura non appartiene a sé stessa, ed è alienata a quest’altra.

    Trasferendo il concetto di alienazione ai rapporti tra persona e persona nella sfera religiosa, si può dire che un Papa, un Vescovo o un Sacerdote in quanto partecipa alla classe dirigente, che è il Clero, è alienante nei confronti di un semplice fedele, il quale è membro della classa guidata, cioè, il laicato.

    Ogni alienazione è uno sfruttamento dell’alienato da parte dell’alienante. E siccome ogni sfruttamento è odioso, bisogna che l’evoluzione dell’umanità conduca alla soppressione di tutte le alienazioni, e perciò di tutte le autorità e disuguaglianze, poiché ogni disuguaglianza crea in qualche modo un’autorità. La formula più conosciuta e popolare della totale disalienazione sta nel motto della Rivoluzione francese: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. L’applicazione assolutamente radicale di questo motto condurrebbe a un’anarchia senza caos. La dittatura del proletariato non è altro che una tappa per la realizzazione dell’anarchismo.

    L’egualitarismo radicale è la condizione perché ci sia libertà, ed affinché, cessati gli sfruttamenti e le conseguenti lotte di classi, regni tra gli uomini la fratellanza.

    Ecco la criminale chimera dei comunisti.

     

    II. Il supremo obiettivo “profetico”: una Chiesa non alienante né alienata
    Dall’articolo di “Ecclesia” si deduce che i “gruppi profetici” vogliono trasformare la Chiesa cattolica da alienante ed alienata, come lo sarebbe ai nostri giorni, in una Chiesa-Nuova, senza nessuna forma di alienazione.

    1ª disalienazione della Chiesa: in relazione a Dio

    a. La Chiesa “costantiniana” (la cui era storica, secondo i “gruppi profetici”, inizierebbe con Costantino, l’Imperatore romano che nel 313 liberò la Chiesa dalle persecuzioni, togliendola dalle catacombe, e si estenderebbe sino ai nostri giorni) crede in un Dio trascendente, personale, dotato di intelligenza e di volontà, un Dio perfetto, eterno, creatore, reggente e giudice di tutti gli uomini. Questi sono infinitamente inferiori a Dio e gli devono ogni soggezione. Quindi, credendo in un tale Dio, gli uomini accettano un Dio alienante. Dunque, la Religione è pura alienazione.

    La Chiesa-Nuova non crede in un Dio alienante. Il Dio della Chiesa “costantiniana” corrisponde a una fase già superata dell’evoluzione dell’uomo, cioè l’uomo infantile e alienato. Oggi, l’uomo, reso adulto dall’evoluzione, non accetta un Dio di cui è, in ultima analisi, un servo, e che lo mantiene nella dipendenza del suo potere paterno, o meglio, paternalista, come dicono in modo peggiorativo i “gruppi profetici”. L’uomo adulto respinge ogni alienazione, e vuole per sé un’altra immagine di Dio: quella di un Dio che non è trascendente nei suoi confronti, ma immanente in lui. Un Dio che è impersonale, come un elemento diffusamente sparso in tutta la natura, e pertanto anche in ogni uomo. In una parola, un Dio che non aliena.

    b. Ed è perché non accetta questa nuova figura di Dio, e si ostina nel mantenere la vecchia figura del Dio personale, trascendente e alienante, che la Chiesa “costantiniana” genera l’ateismo. Infatti, l’uomo adulto di oggi, non potendo accettare questa immagine infantile della divinità, si dichiara ateo. Però, se la Chiesa gli presentasse un Dio aggiornato, immanente e non alienante, egli lo accetterebbe. E smetterebbe di essere ateo.

    c. È vero che l’affermazione di un Dio trascendente e alienante si fonda su numerosi passaggi delle Sacre Scritture. Tuttavia, secondo i “gruppi profetici” questi brani non costituiscono realtà storiche precise. Essi sono miti elaborati dall’uomo non adulto, alienato e bramoso di alienazione. Oggi, queste narrative devono essere reinterpretate secondo un concetto non alienante ma adulto, o persino rifiutate. Con ciò si purifica la Religione dai suoi miti. È propriamente ciò che si chiama demitizzazione.

    d. È, per esempio, ciò che si dovrebbe fare per quanto riguarda la spiegazione della triste condizione dell’uomo, soggetto all’errore, al dolore ed alla morte. Per l’uomo adulto, il rimedio per questa situazione non può decorrere da una Redenzione operata dal sacrificio del Dio trascendente incarnato, e completata dalle sofferenze dei fedeli. Il rimedio viene, invece, dall’evoluzione, dalla tecnica e dal progresso. Nel concetto dell’uomo disalienato, non c’è più ragione per le mortificazioni, alquanto masochistiche, che la Chiesa “costantiniana” promuoveva. La Chiesa-Nuova chiama a una vita interamente volta alla felicità terrena. La Redenzione-progresso non ha come scopo condurre gli uomini verso un cielo ultraterreno, ma trasformare la terra in un cielo.

    2ª disalienazione della Chiesa: in relazione al soprannaturale ed al sacro
    La religione cattolica “costantiniana”, coerente con la sua dottrina sulla trascendenza di Dio, ammette il soprannaturale, e con esso il sacrale. Ora, il concetto di un ordine soprannaturale, superiore a quello naturale, di una sfera religiosa e sacra superiore alla sfera temporale, risulta in evidenti disuguaglianze. Da ciò provengono, ipso facto, molteplici alienazioni. Nella Chiesa-Nuova, disalienante e disalienata, si ammette come realtà soltanto il naturale, il temporale, il profano. È una Chiesa desacralizzata. Da qui decorrono numerose conseguenze:

    a. È ovvio, innanzitutto, che la Chiesa-Nuova è tutta posta nell’ordine naturale. Essa esercita la sua missione salvifica inducendo i fedeli a impegnarsi nel promuovere il benessere terreno.

    b. La nozione della Chiesa come società distinta dallo Stato e sovrana nella sfera spirituale perde, quindi, ogni sua ragion d’essere. La Chiesa desacralizzata è, dentro la società temporale, un gruppo privato come un altro qualsiasi, la cui missione consiste nell’essere all’avanguardia delle forze che promuovono l’evoluzione dell’umanità.

    c. La vita sacramentale cambia pure di contenuto. I Sacramenti hanno un senso simbolico meramente naturale. L’Eucaristia, per esempio, è una cena in cui i fratelli familiarizzano intorno a una stessa tavola. E perciò dev’essere ricevuta come un cibo qualsiasi, durante un comune pasto.

    d. La condizione sacerdotale non dev’essere più considerata sacra, posto che la sacralità muore con la morte delle alienazioni. Nel modo di presentarsi, di vestirsi e di vivere, i sacerdoti devono essere come un laico qualsiasi, poiché la sfera del sacro, a cui appartenevano, è sparita, e devono integrarsi senza riserve nella sfera temporale. Così pure devono comportarsi i religiosi, se ci saranno ancora i tre voti di obbedienza, povertà e castità nella Chiesa, ormai disalienante e disalienata.

    e. Non vi è ragione perché esistano edifici destinati solo al culto, visto che è già morto il soprannaturale e il sacro. In questo mondo evoluto, adulto, contrario alle alienazioni, il culto del Dio immanente e diffuso nella natura può essere praticato in qualunque luogo profano. Se esisteranno edifici destinati al culto, siano utilizzati pure per finalità profane, in modo da evitare la distinzione alienante tra lo spirituale e il temporale.

    3ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla fede, alla morale, al Magistero e all’azione evangelizzatrice
    a. La Chiesa-Nuova è una Chiesa povera. Innanzitutto nel senso spirituale del termine. Una delle ricchezze della Chiesa “costantiniana” consiste nell’affermarsi Maestra infallibile. La Chiesa-Nuova invece non si pretende Maestra. Né tratta i fedeli come discepoli, perché ciò sarebbe alienante.

    Ognuno riceve carismi dallo Spirito Santo, che parla direttamente all’anima. Ed è a questa voce interiore, della quale può prendere coscienza, che ognuno deve credere.

    Tutto ciò, che è vero per le materie riguardanti la fede, lo è pure per la morale. Ognuno ha la morale che gli suggerisce la propria coscienza.

    Insomma, l’uomo vive della testimonianza interiore dei carismi, dei quali prende conoscenza. Così, la Chiesa-Nuova non possiede un patrimonio di verità, di cui immaginerebbe avere il privilegio. E in questo risiede il principale aspetto della sua povertà.

    b. Da qui decorre un’altra forma di povertà. La Chiesa-Nuova non ha frontiere. Essa accoglie persone di qualsiasi credo, purché lavorino attivamente per la vera Redenzione, che è il progresso terreno. Essa non è, quindi, come un regno spirituale con frontiere dottrinali definite, bensì qualcosa di etereo, di fluido, che si confonde più o meno con qualsiasi chiesa. In altri termini, la Chiesa-Nuova è super-ecumenica.

    c. Un altro titolo di povertà della Chiesa-Nuova, non essendo Maestra, ed essendo super-ecumenica, è quello di non avere più la necessità di opere di apostolato. Di conseguenza, le università cattoliche, le scuole cattoliche, le opere di assistenza cattoliche mantengono la loro ragion d’essere a patto che non mirino a nessun fine apostolico, né abbiano qualsiasi soggezione alienante e antiecumenica riguardo alla Chiesa: vale a dire, purché rinuncino alla nota cattolica, ed assumano un carattere totalmente profano, secolare e laico.

    d. La povertà della Chiesa-Nuova - essendo la cultura e la civiltà valori dell’ordine temporale e terreno, e non pretendendo esercitare più qualsiasi magistero nel plasmare a sé la società temporale - risiede pure nel fatto che non si può più parlare di cultura né di civiltà cattolica. La cultura e la civiltà dell’uomo evoluto e adulto hanno ricevuto la loro carta di emancipazione: sono desacralizzate e disalienate dalla Religione.

    e. Inoltre, la Chiesa-Nuova è povera nel senso materiale del termine. Essa non solo rifiuta le cattedrali e le basiliche, in cui il sacro ostentava trionfalisticamente la sua superiorità, ma, vivendo nell’era dei poveri, rigetta qualsiasi ricchezza, a qualsiasi titolo possibile.

    f. Infine, la Chiesa-Nuova è povera perché è la Chiesa dei poveri. Da nemica di tutte le alienazioni, si sente anche nemica di tutti gli alienanti, di qualsiasi tipo ed ordine, e invece connaturale alla causa di tutti gli alienati. Perciò, gli sfruttati ed alienati della società attuale hanno nella Chiesa-Nuova il loro posto. Essa è per essenza loro difensore contro i detentori dell’autorità o della superiorità terrena. Per ragioni analoghe in senso inverso, la Chiesa “costantiniana” è complice, per propria natura, di tutte le oligarchie alienanti e sfruttatrici.

    4ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla Gerarchia ecclesiastica
    Dal momento che l’autorità è sempre alienante, è doveroso che non esista. E se esistesse, sarebbe soltanto nella misura in cui compiesse la volontà degli alienati, che in questo modo evaderebbero - almeno in certa misura - dal giogo dell’alienazione.

    Nella Chiesa “costantiniana”, la Gerarchia è investita del triplice potere di ordine, magistero e giurisdizione. La Chiesa-Nuova, svuotando i Sacramenti del loro contenuto soprannaturale, che sono sotto il potere della gerarchia di ordine, col negare il Magistero attenta, a rigore di logica, anche contro la gerarchia di giurisdizione.

    Così, l’esistenza di un Papa, monarca spirituale circondato dal Collegio dei principi ecclesiastici, che sono i vescovi - di cui ognuno, nella rispettiva diocesi, è come un monarca soggetto al Papa - non è compatibile con la Chiesa-Nuova. Come pure non possono sussistere i parroci che reggono, sotto gli ordini dei vescovi, porzioni del gregge diocesano.

    Per disalienarla completamente dalla Gerarchia, occorre democratizzare la Chiesa. È necessario costituire in essa un organo rappresentativo dei fedeli che esprima ciò che i carismi dicono nell’intimo della loro coscienza: chiaramente un organo elettivo che rappresenti la moltitudine. Un organo che imponga decisivamente la propria volontà sui gerarchi della Chiesa, i quali, è ugualmente chiaro, dovranno, da quel momento in poi, essere eletti dal popolo.

    A nostro avviso, questa riforma strutturale della Chiesa auspicata dal movimento “profetico” è solo una tappa verso la piena realizzazione dei suoi obbiettivi. La totale disalienazione comporterebbe, in una tappa ulteriore, l’abolizione di qualsiasi gerarchia.

    Considerando soltanto la riforma che i “gruppi profetici” ora sostengono esplicitamente, si può dire che vogliono trasformare la Chiesa in una monarchia come quella inglese, cioè, un regime in realtà democratico, diretto fondamentalmente da una Camera popolare elettiva e onnipotente, nel quale va conservato pro-forma un re decorativo (nel caso della Chiesa-Nuova, il Papa), dei Lord senza potere effettivo (i vescovi e i parroci), e una Camera alta da apparato (il collegio episcopale). Inoltre, affinché l’analogia tra il regime dell’Inghilterra e la Chiesa-Nuova sia completa, è necessario immaginare un Re e dei Lord elettivi (cioè, Papa e vescovi eletti dai fedeli).

    Per completare il quadro della democratizzazione, bisogna aggiungere che nella Chiesa-Nuova le parrocchie costituirebbero dei gruppi fluidi e instabili, e non delle circoscrizioni territoriali definite come sono oggi. A rigore di logica, questa fluidità si estenderebbe pure alle diocesi. La Gerarchia ormai non sarebbe nella Chiesa altro che un vago nome.

    5ª disalienazione della Chiesa: in relazione al Potere Pubblico
    Questa disalienazione è già inclusa, a diversi titoli, nei punti precedenti. La Chiesa “costantiniana”, che ha un governo proprio e sovrano nella sua sfera, desidera l’unione e la collaborazione con il Potere temporale. Così facendo, in un certo modo si alienerebbe ad esso, e in un certo modo lo alienerebbe a sé.

    Per tutti i motivi sopra esposti, la Chiesa-Nuova dichiara invece di non avere bisogno del Potere pubblico, né di volere con esso relazioni da Potere a Potere. Così, la mutua alienazione sarà cessata.

    Conclusione
    Concludendo, la Chiesa-Nuova sarà interamente disalienata, e smetterà totalmente di essere alienante.

     

    III – Soltanto la lotta di classi produrrà la disalienazione nella Chiesa
    1. La Gerarchia ha aiutato l’esecuzione del programma “profetico” di disalienazione; però, non può fare il passo finale

    Mirando alla disalienazione totale - per mezzo della quale la Chiesa “costantiniana” deve metamorfosizzarsi in una Chiesa-Nuova - potranno i “gruppi profetici” sperarla dalla Gerarchia?

    Considerando che certi membri appartenenti a questa hanno dato il loro sostegno a molte misure disalienanti, si direbbe di sì. Tanto più che i “gruppi profetici” affermano che l’opera del Concilio Vaticano II ha avuto un carattere disalienante, cioè, desacralizzante e ugualitario, che rappresenta un primo passo - benché timido - nel cammino di trasformazioni più radicali.

    Però, senza sdegnare il vantaggio che affermano di ottenere dallo sfruttamento degli atteggiamenti di certi gerarchi e delle decisioni del Concilio Vaticano II, i “gruppi profetici” ritengono che la completa disalienazione potrà venire solo da una lotta di classi tra l’episcopato e il clero da un lato, e i laici dall’altro.

    La ragione di questo, adducono essi, risiede nel fatto che da un gerarca sensibile alla disalienazione si possono sperare concessioni che ne riducano i poteri; ma, per quanto egli possa essere sensibile, non c’è da sperare in una sua completa rinuncia, il che equivarrebbe ad un suicidio.

    2. Il modo per giungere alla vittoria della rivoluzione disalienante nella Chiesa: l’insurrezione del laicato
    Quindi, si deve coscientizzare il laicato affinché, in lotta contro i gerarchi, esiga le riforme di struttura nella Chiesa per democratizzarla. Insomma, il rimedio si trova nella lotta di classi all’interno della Chiesa.

    Tale lotta va fatta a tappe:

    a - campagna di discredito contro la Chiesa “costantiniana”;

    b - istigare il desiderio delle riforme di struttura nella Chiesa;

    c - agitazioni, scioperi;

    d - capitolazione della Gerarchia e applicazione delle riforme.

     

    IV – I “gruppi profetici”, artefici della lotta di classi per la disalienazione della Chiesa

    I nuovi carismi di cui vivrà la Chiesa-Nuova non risiedono nella Gerarchia, bensì nel popolo fedele. Spetta quindi alla Gerarchia, come abbiamo visto, obbedire al popolo.

    A tutto il popolo? In realtà, esso dev’essere, se non governato, per lo meno illuminato e guidato da gruppi “carismatici” e “profetici” che lo Spirito suscita nella Chiesa per dare “testimonianza”. L’insieme di questi gruppi formerà, allora, all’interno della Chiesa invertebrata da essi sognata, una rete d’influenze alla quale spetterà il vero potere.

    Ciò aumenta l’interesse dello studio sulla struttura e sui metodi dei “gruppi profetici”, che più avanti faremo.

    Peraltro è tra i loro membri, come rappresentanti naturali del laicato, che si dovrà reclutare la Camera popolare dentro la Chiesa-Nuova.

    Quali sono i mezzi di cui dispone il movimento “profetico” per promuovere la sovversione riformista nella Chiesa?

    1. L’estensione del movimento “profetico”
    I “gruppi profetici” sono numerosi. Esistono in molti paesi. Essi corrispondono – per il convivio intimo che conferiscono – a profondi aneliti di sociabilità dell’uomo contemporaneo smarrito ed isolato nell’anonimato delle grandi moltitudini. Per questo e per altri motivi, il numero dei gruppi tende a moltiplicarsi indefinitamente.

    2. La struttura segreta del movimento “profetico"
    Questa struttura è flessibile e molto adatta a promuovere la sovversione nella Chiesa.

    I “gruppi profetici” sono vere cellule, con un numero variabile di persone. In ogni caso, tale numero non giunge mai ad essere grande. Di queste persone, non tutte sono al corrente, con la stessa profondità, dei fini, dei metodi e delle connessioni del gruppo. Ognuna delle cellule è in questo modo una minuscola società segreta.

    Ogni cellula ha contatti abituali con altre dello stesso genere, il che fa del movimento un immenso ingranaggio con una miriade di piccoli pezzi.

    A questa unità funzionale si somma un’altra, più preziosa: tutte mirano allo stesso fine, ossia, alla lotta di classi per imporre nella Chiesa una riforma disalienante.

    Si deve menzionare anche l’uniformità con cui utilizzano, sia per il reclutamento sia per la sovversione, gli stessi metodi complessi e sottili. Ne parleremo più avanti.

    Tutti questi fattori rendono i “gruppi profetici”, nel loro insieme, un movimento impressionantemente unitario. Avranno forse, come espressione di questa unità, una direzione centrale suprema? Lo studio di “Ecclesia” non lo dice esplicitamente. Ma i dati forniti dalla rivista spagnola rendono impossibile non rispondere in modo affermativo. Infatti, senza un organo direttivo centrale, non si vede come si può inculcare nei fedeli una dottrina complessa, coordinare nella loro delicata strutturazione interna, nonché nei loro metodi raffinatamente specializzati, una tale miriade di corpuscoli esistenti in paesi diversi e distanti. Quanto maggiore la molteplicità e la varietà di un insieme, tanto maggiore la necessità di un vincolo strutturale forte per mantenerlo unito. Di conseguenza, anche nella loro direzione centrale, i “gruppi profetici” sono - concludiamo noi – un’organizzazione clandestina.

    In quale modo questa direzione centrale mantiene effettivo, benché nascosto, il suo potere sulle cellule? Tutto porta a pensare, rispondiamo, a un compromesso assunto da elementi più influenti che, loro sì, sarebbero messi al corrente dell’esistenza di una direzione centrale.

    Per quale motivo conservare tutto ciò nel mistero? La ragione è semplice. I “gruppi profetici” si presentano come il frutto spontaneo di una pioggia di carismi per animare un laicato che un’evoluzione naturale, anch’essa spontanea, ha reso adulto. Quindi non possono darsi le arie di un movimento organizzato da una piccola cupola, astuta ed efficiente.

    3. I metodi di reclutamento e di formazione: l’iniziazione “profetica”
    Un “gruppo profetico” penetra, vive e si moltiplica sempre in un ambiente o istituzione cattolica, come un batterio penetra e vive nel corpo. Esso nasce, in generale, dall’azione di uno o più agitatori discreti, che tengono riunioni su temi simpatici e molto generici, la pace per esempio. Tra i partecipanti a queste riunioni si recluta la prima manciata di adepti.

    Per non suscitare sospetti, gli agitatori a volte invitano qualche sacerdote o vescovo che – ingenuo o complice, supponiamo – approvi e benedica. Reclutato progressivamente un maggior numero di membri, incomincia l’inoculazione sovversiva.

    Questa inoculazione ha due fasi. Nella prima, si procede alla graduale diffamazione della Chiesa “costantiniana”. Nella seconda, si attizza il fuoco negli animi, facendo desiderare le riforme che trasformeranno la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova.

    Questo lavoro è avviato lentamente, con piccoli sarcasmi lanciati qua e là, con frasi sciolte e con slogan accurati. I membri che risponderanno favorevolmente a questi stimoli sovversivi verranno promossi alla conoscenza di orizzonti rivoluzionari più ampi. Gli altri saranno tenuti a mollo, silenziati e rimossi.

     

    V. Come i “gruppi profetici” attuano la lotta di classi nella Chiesa
    Formata così una rete sufficientemente ampia di “gruppi profetici”, il movimento è atto a uscire dall’ombra ed entrare strepitosamente in azione. È sotto gli occhi di tutti come viene fatta l’agitazione ecclesiastica. Ci limitiamo a riassumere ciò che tutti vedono.

    Aiutati abitualmente da una forte pubblicità, alla quale tutto fa credere che non sia estraneo l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr], certi attivisti cominciano a promuovere l’agitazione dei parrocchiani contro qualche vescovo o sacerdote che non accetta subito certe rivendicazioni scapestrate. Se non è agitazione, saranno cortei, occupazioni di chiese, manifesti di stampa e via dicendo. Insomma, una lotta di classi per indurre il laicato a distruggere le alienazioni di cui il clero sarebbe il beneficiario alienante e sfruttatore.

    La pubblicità che questi atti raggiungono è tale da attrarre all’agitazione nuove reclute impressionabili, o desiderose di protagonismo. Il movimento si ingrossa e così diventa capace di atti di sovversione ancor più audaci.

    Tutto ciò crea un clima di terrorismo pubblicitario contro i refrattari, che li isola dagli amici e persino dai parenti. Così si riduce al silenzio chi vorrebbe invece reagire.

    Questo terrore è preparato, con molta antecedenza, da statistiche ed inchieste sociali tendenziose, elaborate e divulgate dai “gruppi profetici”. In questo modo, riescono a far credere che l’immensa massa dei fedeli desidera le riforme nella Chiesa, che questo è lo spirito inconfutabile dei tempi, e che opporvisi è come voler fermare con le mani una marea montante. Le manifestazioni, reali o manipolate, di tendenze rivoluzionarie nei fedeli sono, secondo loro, “segni dei tempi”, colti con speciale perspicacia da coloro che possiedono “carismi profetici”. Grazie al frastuono dei “gruppi profetici”, la sovversione ecclesiastica, opera di una minoranza, sembra corrispondere così ai desideri mal contenuti di intere moltitudini infuriate nel vedersi alienate.

    Lo spirito del tempo, percepito “profeticamente” nei “segni dei tempi”, è la suprema norma. Resistergli è una follia, un anacronismo ridicolo e spregevole. La Chiesa “costantiniana” aveva la pretesa di modellare i tempi. La Chiesa-Nuova sa che, al contrario, deve lasciarsi modellare da essi.

    Dunque, o la Chiesa accetta le riforme imposte dall’evoluzione e si trasforma in una Chiesa-Nuova, oppure muore.

    A questa pressione, fatta all’interno stesso della Chiesa, in così tanti Paesi, dalla bocca dei membri dei “gruppi profetici” e dalle grandi trombe pubblicitarie dell’IDOC e di altri organismi, è molto difficile resistere. La resistenza è possibile soltanto agli spiriti molto scelti, con una fermezza di principi irremovibile e disposti a subire i più grandi dispiaceri. Ed anche i più inaspettati.

     

    VI – Relazioni tra il movimento “profetico” e il progressismo
    Il pubblico brasiliano conosce bene l’insieme delle aspirazioni, dottrine, trasformazioni e tumulti che caratterizzano, nell’ordine del pensiero e dell’azione, il cosiddetto progressismo cattolico. Ed è tale l’affinità dei “gruppi profetici” - come d’altronde anche dell’IDOC - con il progressismo, che i nostri lettori si saranno domandati con frequenza quale relazione ci sia tra questo e quelli.

    La domanda è pertinente, poiché non si riscontra una sola traccia caratteristica del progressismo che non si trovi, esplicita o implicita, prossimamente o remotamente, relazionata con i “gruppi profetici”.

    L’azione del progressismo è talmente ampia, ed è tanto svariata la gamma delle sue sfumature - che vanno dal “moderato” sino al rivoluzionario comunista - che ci pare esagerato attribuire al movimento “profetico” e al IDOC la causalità della corrente progressista in tutto il mondo. È certo, però, che le minoranze “profetiche” meritino di essere qualificate come progressiste.

    Questa osservazione induce a sollevare un altro quesito inquietante: se il movimento “profetico” ha come fucina un’organizzazione semiclandestina ma nitidamente strutturata, non vi sarà pure un’entità più vasta all’origine del progressismo in tutta la Chiesa? La risposta a questa importante domanda esorbita dai limiti del presente commento.

     

    VII – I “gruppi profetici” sono al servizio del comunismo
    Da ciò che finora è stato esposto, riteniamo gravemente sospettabile che i “gruppi profetici” siano al servizio del comunismo. Al riguardo, basta ponderare che:

    a - i “gruppi profetici” sono affini al comunismo;

    b - essi sono utili al comunismo;

    c - siccome i comunisti sono soliti creare e dirigere movimenti affini, che agiscono a favore della causa comunista, è sommamente probabile che i “gruppi profetici” siano stati creati dai comunisti e siano da loro diretti;

    d - è classica tattica marxista infiltrarsi nei gruppi affini per metterli al servizio della causa comunista; in queste condizioni, anche se i “gruppi profetici” non fossero stati creati dai comunisti, è per lo meno altamente probabile che siano diretti da loro, per l’infiltrazione rossa nella Chiesa;

    e - alcuni fatti significativi, indicati più avanti, confermano fortemente questi sospetti.

    Soffermiamoci un po’ su questo argomento.

    Le analogie tra gli obbiettivi dei “gruppi profetici” e quelli del comunismo sono evidenti: i primi mirano a disalienare, e pertanto a desacralizzare e rendere rigorosamente ugualitaria la società spirituale, che è la Chiesa, incitando i cattolici a favore delle disalienazioni anche nella società temporale; similmente, il comunismo mira a disalienare e rendere rigorosamente ugualitaria la società temporale. Dunque si può affermare che i “gruppi profetici” fanno la rivoluzione comunista dentro la Chiesa.

    Quale vantaggio trae il comunismo da tutto ciò? La Chiesa-Nuova risultante dall’azione del movimento “profetico” non crede in un Dio personale, ma in un Dio diffuso e impersonale, immanente e onnipresente nella natura. La Chiesa-Nuova crede nell’evoluzione, nel progresso e nella tecnica come grandi forze ineluttabili che animano il movimento universale, ponendo rimedio all’infelicità dell’uomo e dando un senso alla storia. A colpo d’occhio è facile vedere che questa dottrina risulta nell’affermare la divinizzazione dell’evoluzione, del progresso e della tecnica. Il che è straordinariamente simile, se non identico, al concetto evoluzionista e materialista di Marx.

    La Chiesa-Nuova non ha, per opporsi al comunismo, gli stessi ed invincibili motivi religiosi che hanno portato la Chiesa “costantiniana” ad opporsi ad esso come suo peggiore avversario. Al contrario, la teologia della Chiesa-Nuova prepara gli animi ad aderire ad esso.

    In altri termini, man mano che fa adepti, la Chiesa-Nuova forma simpatizzanti del comunismo, o persino comunisti militanti.

    Anche di fronte agli aspetti sociali ed economici del marxismo, la posizione della Chiesa-Nuova differisce da quella tradizionale della Chiesa “costantiniana”. Difatti, quest’ultima – in base al 7° e al 10° comandamento – condanna il regime sociale ed economico comunista in quanto immorale, e afferma la legittimità della proprietà individuale, del libero mercato e del salariato, in modo che, anche se un regime rosso riconoscesse alla Chiesa esistenza legale e la libertà di culto, essa resterebbe irriducibilmente anticomunista. Al contrario, la Chiesa-Nuova, avversa ad ogni alienazione, ha solo motivi per vedere di buon occhio la soppressione delle situazioni patrimoniali e delle relazioni di lavoro che il comunismo taccia di alienanti.

    Così, la vittoria della Chiesa-Nuova avrebbe come conseguenza fatale la trasformazione della religione cattolica - anche in materia sociale - da una forza irriducibilmente contraria al comunismo, a una forza ausiliare o persino propulsiva di questo.

    Qual è la portata concreta di questa eventuale trasformazione? Nel mondo vi sono circa 500 milioni di cattolici; trasformarli da nemici inflessibili in ausiliari o militanti del comunismo, che stupenda conquista!

    Ciò che il comunismo non è riuscito a fare fin qui, e che mai riuscirà anche con le più atroci persecuzioni, si otterrebbe, senza nessuna violenza e nessun rischio di suscitare pericolose reazioni, con la semplice metamorfosi incruenta della Chiesa cattolica in una Chiesa-Nuova.

    Dinanzi a questa prospettiva, i gravi sospetti che, basati sullo studio della rivista “Ecclesia”, abbiamo sollevato inizialmente sulla posizione del movimento comunista nei confronti del movimento “profetico”, cambiano di colore. Si trasformano in certezza morale. Chi conosce la grande abilità del comunismo internazionale nell’infiltrare e neutralizzare le forze avversarie, e nel sostenere tutti i movimenti sovversivi a lui favorevoli, non ritiene ammissibile che i dirigenti comunisti siano indifferenti, inerti ed estranei all’incomparabile successo tattico che gli potrà derivare dall’infiltrazione dei “gruppi profetici” presenti tra i 500 milioni di cattolici, dalla neutralizzazione di questa immensa forza e persino dal vantaggio a favore della causa marxista.

    Nessuna persona di buon senso può ammettere che, favorendo una così grande ascensione del comunismo, la Chiesa-Nuova, a sua volta, non sia ampiamente aiutata da esso. Dato, in concreto, il temibile proselitismo e le enormi risorse del comunismo, in questa tematica trova una piena applicazione il ragionamento: poté, volle, dunque fece (“potuit plane et voluit, si igitur voluit, fecit”). Applichiamolo ai fatti:

    - i comunisti possono aiutare in mille modi il trionfo della Chiesa-Nuova, e in essa incontrano solo predisposizione ad accettare questo aiuto;

    - è chiaro che i comunisti vogliono ardentemente un tale trionfo;

    - dunque, favoriscono vigorosamente il movimento “profetico”, artefice della Chiesa-Nuova, utilizzando a tale fine tutti i mezzi per infiltrarvisi e per dirigerlo.

    Nello studio di “Ecclesia” anche un dato concreto parla a favore di questa conclusione: i “gruppi profetici” consigliano loro membri di rifiutare qualsiasi collaborazione con i regimi non comunisti, perché li considerano alienanti. Raccomandano invece che collaborino con i regimi comunisti, perché li considerano disalienanti.

    Un altro fatto è che, secondo “Ecclesia”, i “gruppi profetici” hanno raggiunto un notevole sviluppo nella Germania Orientale, il che non sarebbe mai stato possibile senza il gradimento delle autorità comuniste.

    Non sarebbe troppo ricordare le affinità dell’IDOC con il movimento comunista. Essendo anche l’IDOC affine ai “gruppi profetici”, ne decorre ugualmente un’affinità tra loro e il movimento comunista. Poiché due entità affini, sotto lo stesso titolo, a una terza, sono affini tra loro.

     

    VIII – Possibilità del piano comunista a proposito della Chiesa-Nuova

    Resta ancora da formulare un’ultima domanda, di portata strategica. I “gruppi profetici” e i loro complici marxisti sperano seriamente di ottenere la metamorfosi di tutta la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova? Su questo punto, lo studio di “Ecclesia” ci fornisce dati che permettono di sollevare alcune congetture.

    Nonostante inculchino il loro programma riformista come un imperativo dei tempi, dettato dal clamore indignato delle masse di alienati in rivolta, i capifila del movimento “profetico” devono ammettere che l’applicazione integrale delle riforme da loro auspicate provocherebbe tali dispersioni e apostasie, che la Chiesa-Nuova rischierebbe di rimanere ridotta a un piccolo numero di fedeli.

    Di fronte a questo, ci si chiede quale lucro avrebbe il comunismo in tal caso.

    Immaginiamo che si siano avverate le speranze dei riformatori. Alcuni vescovi e sacerdoti complici, e altrettanti deboli o intimoriti, cederebbero progressivamente alle pressioni, sempre più violente, dei “gruppi profetici”. L’onda riformista ingrosserebbe minacciosamente. L’eresia diverrebbe sempre più palese. La legittima reazione dei fedeli crescerebbe pure. E, nella misura in cui crescesse, comincerebbero gli atti persecutori dei cattivi pastori contro di loro: censure di qua, scomuniche di là, interdizioni altrove. Tra le due parti si aprirebbe un fosso. Impossibile intravedere quali proporzioni allarmanti la crisi potrebbe assumere. Basti pensare all’eresia ariana del secolo IV, che conquistò quasi tutta la Cristianità. In quella congiuntura, che terribili confusioni, quali tremende prove la Provvidenza permise come castigo agli uomini!

    Una spaventosa confusione accadde pure sotto il pontificato di Onorio I. I teologi affermano che questo Papa, per le sue omissioni e la sua ambiguità, favorì l’eresia monotelita. Come si sa, egli scrisse una lettera al Patriarca Sergio, di Costantinopoli, stilata in termini tali da essere condannata dal VI Concilio Ecumenico, approvato dal Papa San Leone II. La confusione creata da questa lettera fu talmente grande, che sino ad oggi i teologi faticano a gettare luce sul problema.

    Basterà che i comunisti aprano qualsiasi compendio di storia ecclesiastica, per constatare che disgrazie come queste sono possibili. Di conseguenza, è nella logica delle cose che facciano di tutto per ripeterle nei nostri giorni.

    Certamente è questa la meta dei “gruppi profetici", anche se sanno di poter riunire attorno a sé pochi cattolici, anzi, ex-cattolici. Che immenso profitto avrebbe il comunismo se questa ipotetica reviviscenza del passato si trasformasse in realtà…

    È chiaro che, anche in questo caso, lo Spirito Santo proteggerebbe l’integrità del deposito della Fede. L’infallibilità papale giammai smetterebbe di esistere. La Chiesa immortale non morirebbe, e nella sua costituzione divina vi sarebbe rimedio per una tale situazione di calamità. (1)

    Chiediamo alla Provvidenza che risparmi questa prova alla Sposa di Cristo. Ma anche se Ella la permettesse, la Chiesa finirebbe col trionfare. La assiste la promessa divina, e la riconfortano le parole della Madonna di Fatima: “Infine il mio Cuore Immacolato trionferà!”. 

     

    Note

    (1) Su queste complesse materie, è interessante studiare, per esempio: Papa Adriano II (all. 3 Conc. VIII atto 7); Papa Innocenzo III (predica IV in cons. Pont.); S. Antonino (S. Th., III, 23-24); S. Roberto Bellarmino (De R. Pont. 2, 30; 4, 6ss); Suarez (De Fide, X, 6; De Leg., IV,7); S. Alfonso (Th. Mor., I, nn 121-135); Bouix (Tr. DePapa, II, p.635-763); Wernz-Vidal (I. Can, II, pp. 517 ss.); Card. Billot (De Eccl. Chr. p 609 ss); Vermeersh-Creusen (Ep. J. Can., I, n.340); Card. Journet (L’Egl. Du Verbe Inc., I, pp625 ss; pp. 821, 1063 ss).

  • Verso una Chiesa-Nuova

    Nel aprile 1969 la rivista “Catolicismo” di San Paolo del Brasile, portavoce della TFP brasiliana, pubblicò un numero speciale doppio contenente un riassunto analitico di un saggio apparso poco prima sulla rivista “Ecclesia”, di Madrid, che denunciava l’esistenza all’interno della Chiesa di gruppi, autoproclamatisi “profetici”, che tramavano per la sua distruzione [“I piccoli gruppi e la corrente profetica”, “Ecclesia” n° 1423, 11 gennaio 1969]. Riportiamo qui di seguito l’introduzione scritta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Insubordinazione e disalienazione: filo rosso dei misteri “profetici”
    Nell’articolo di presentazione di questo numero di “Catolicismo” (intitolato “Il perché di questo numero doppio”), vengono descritti i rapporti fra l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr] e i cosiddetti “gruppi profetici”. È facile vedere che questi e quello costituiscono, insieme, una immensa macchina semi-segreta, inserita nella Chiesa, per realizzare il disegno malefico di trasformarla nel contrario di ciò che è stata in questi duemila anni di esistenza.

     Vogliamo, adesso, aiutare il lettore nello studio dell’articolo di “Ecclesia” sui “gruppi profetici”, mettendo in speciale rilievo gli aspetti più profondi e chiarificatori di questa specie di società iniziatiche.

     In questo commento non intendiamo approfondire propriamente la dottrina dei “gruppi profetici”, la coerenza interna delle diverse tesi che la integrano, i loro maestri, i loro precursori, le loro analogie o discrepanze con altri sistemi di pensiero. Né pretendiamo analizzare le condizioni culturali, politiche, sociali, economiche o altre, che favoriscono o avversano la genesi e lo sviluppo di questi gruppi.

     Il nostro obbiettivo è più circoscritto e anche di una utilità più immediata. Messi dinanzi alla crescita tangibile dei cosiddetti “gruppi profetici”, alla loro evidente nocività, e quindi alla necessità di sbarrargli il passo, ci domandiamo quale sia il loro programma, se contano con una struttura definita di direzione e di propaganda, com’è questa struttura, come agisce, come vedono le trasformazioni per le quali la Chiesa è passata di recente e continua a passare, quali sono le tecniche di reclutamento, formazione e sovversione usate da questi gruppi, e infine, quali sono i loro rapporti con il comunismo.

    È nell’articolo di “Ecclesia” che cercheremo le risposte a queste domande.

     

    I. Disalienazione: ribellione contro ogni superiorità e ogni disuguaglianza
    Il concetto-chiave della dottrina dei “gruppi profetici” è, a nostro avviso l’alienazione. Quindi, prendiamola come punto di partenza e come filo conduttore di questa esposizione. Il lettore vedrà che, in questo modo, la materia si farà limpida ed accessibile.

    Alienus è un vocabolo latino che equivale alla parola alieno, cioè di un altro.

    Alienato è colui che non appartiene a sé stesso, bensì a un altro.

    Nella prospettiva comunista, ogni autorità, ogni superiorità sociale, economica, religiosa o un’altra qualsiasi, di una classe sull’altra, porta a un’alienazione. Alienante è la classe sociale che esercita l’autorità, o possiede una superiorità, sia attraverso un Re, un Capo di Stato, un Papa, un Vescovo, un Sacerdote, un Generale, un professore o un padrone. Alienata è la classe che presta obbedienza a quella alienante. La classe alienata, per il fatto stesso di essere soggetta a un’altra classe, in misura maggiore o minore, in questa esatta misura non appartiene a sé stessa, ed è alienata a quest’altra.

    Trasferendo il concetto di alienazione ai rapporti tra persona e persona nella sfera religiosa, si può dire che un Papa, un Vescovo o un Sacerdote in quanto partecipa alla classe dirigente, che è il Clero, è alienante nei confronti di un semplice fedele, il quale è membro della classa guidata, cioè, il laicato.

    Ogni alienazione è uno sfruttamento dell’alienato da parte dell’alienante. E siccome ogni sfruttamento è odioso, bisogna che l’evoluzione dell’umanità conduca alla soppressione di tutte le alienazioni, e perciò di tutte le autorità e disuguaglianze, poiché ogni disuguaglianza crea in qualche modo un’autorità. La formula più conosciuta e popolare della totale disalienazione sta nel motto della Rivoluzione francese: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. L’applicazione assolutamente radicale di questo motto condurrebbe a un’anarchia senza caos. La dittatura del proletariato non è altro che una tappa per la realizzazione dell’anarchismo.

    L’egualitarismo radicale è la condizione perché ci sia libertà, ed affinché, cessati gli sfruttamenti e le conseguenti lotte di classi, regni tra gli uomini la fratellanza.

    Ecco la criminale chimera dei comunisti.

     

    II. Il supremo obiettivo “profetico”: una Chiesa non alienante né alienata
    Dall’articolo di “Ecclesia” si deduce che i “gruppi profetici” vogliono trasformare la Chiesa cattolica da alienante ed alienata, come lo sarebbe ai nostri giorni, in una Chiesa-Nuova, senza nessuna forma di alienazione.

    1ª disalienazione della Chiesa: in relazione a Dio

    a. La Chiesa “costantiniana” (la cui era storica, secondo i “gruppi profetici”, inizierebbe con Costantino, l’Imperatore romano che nel 313 liberò la Chiesa dalle persecuzioni, togliendola dalle catacombe, e si estenderebbe sino ai nostri giorni) crede in un Dio trascendente, personale, dotato di intelligenza e di volontà, un Dio perfetto, eterno, creatore, reggente e giudice di tutti gli uomini. Questi sono infinitamente inferiori a Dio e gli devono ogni soggezione. Quindi, credendo in un tale Dio, gli uomini accettano un Dio alienante. Dunque, la Religione è pura alienazione.

    La Chiesa-Nuova non crede in un Dio alienante. Il Dio della Chiesa “costantiniana” corrisponde a una fase già superata dell’evoluzione dell’uomo, cioè l’uomo infantile e alienato. Oggi, l’uomo, reso adulto dall’evoluzione, non accetta un Dio di cui è, in ultima analisi, un servo, e che lo mantiene nella dipendenza del suo potere paterno, o meglio, paternalista, come dicono in modo peggiorativo i “gruppi profetici”. L’uomo adulto respinge ogni alienazione, e vuole per sé un’altra immagine di Dio: quella di un Dio che non è trascendente nei suoi confronti, ma immanente in lui. Un Dio che è impersonale, come un elemento diffusamente sparso in tutta la natura, e pertanto anche in ogni uomo. In una parola, un Dio che non aliena.

    b. Ed è perché non accetta questa nuova figura di Dio, e si ostina nel mantenere la vecchia figura del Dio personale, trascendente e alienante, che la Chiesa “costantiniana” genera l’ateismo. Infatti, l’uomo adulto di oggi, non potendo accettare questa immagine infantile della divinità, si dichiara ateo. Però, se la Chiesa gli presentasse un Dio aggiornato, immanente e non alienante, egli lo accetterebbe. E smetterebbe di essere ateo.

    c. È vero che l’affermazione di un Dio trascendente e alienante si fonda su numerosi passaggi delle Sacre Scritture. Tuttavia, secondo i “gruppi profetici” questi brani non costituiscono realtà storiche precise. Essi sono miti elaborati dall’uomo non adulto, alienato e bramoso di alienazione. Oggi, queste narrative devono essere reinterpretate secondo un concetto non alienante ma adulto, o persino rifiutate. Con ciò si purifica la Religione dai suoi miti. È propriamente ciò che si chiama demitizzazione.

    d. È, per esempio, ciò che si dovrebbe fare per quanto riguarda la spiegazione della triste condizione dell’uomo, soggetto all’errore, al dolore ed alla morte. Per l’uomo adulto, il rimedio per questa situazione non può decorrere da una Redenzione operata dal sacrificio del Dio trascendente incarnato, e completata dalle sofferenze dei fedeli. Il rimedio viene, invece, dall’evoluzione, dalla tecnica e dal progresso. Nel concetto dell’uomo disalienato, non c’è più ragione per le mortificazioni, alquanto masochistiche, che la Chiesa “costantiniana” promuoveva. La Chiesa-Nuova chiama a una vita interamente volta alla felicità terrena. La Redenzione-progresso non ha come scopo condurre gli uomini verso un cielo ultraterreno, ma trasformare la terra in un cielo.

    2ª disalienazione della Chiesa: in relazione al soprannaturale ed al sacro
    La religione cattolica “costantiniana”, coerente con la sua dottrina sulla trascendenza di Dio, ammette il soprannaturale, e con esso il sacrale. Ora, il concetto di un ordine soprannaturale, superiore a quello naturale, di una sfera religiosa e sacra superiore alla sfera temporale, risulta in evidenti disuguaglianze. Da ciò provengono, ipso facto, molteplici alienazioni. Nella Chiesa-Nuova, disalienante e disalienata, si ammette come realtà soltanto il naturale, il temporale, il profano. È una Chiesa desacralizzata. Da qui decorrono numerose conseguenze:

    a. È ovvio, innanzitutto, che la Chiesa-Nuova è tutta posta nell’ordine naturale. Essa esercita la sua missione salvifica inducendo i fedeli a impegnarsi nel promuovere il benessere terreno.

    b. La nozione della Chiesa come società distinta dallo Stato e sovrana nella sfera spirituale perde, quindi, ogni sua ragion d’essere. La Chiesa desacralizzata è, dentro la società temporale, un gruppo privato come un altro qualsiasi, la cui missione consiste nell’essere all’avanguardia delle forze che promuovono l’evoluzione dell’umanità.

    c. La vita sacramentale cambia pure di contenuto. I Sacramenti hanno un senso simbolico meramente naturale. L’Eucaristia, per esempio, è una cena in cui i fratelli familiarizzano intorno a una stessa tavola. E perciò dev’essere ricevuta come un cibo qualsiasi, durante un comune pasto.

    d. La condizione sacerdotale non dev’essere più considerata sacra, posto che la sacralità muore con la morte delle alienazioni. Nel modo di presentarsi, di vestirsi e di vivere, i sacerdoti devono essere come un laico qualsiasi, poiché la sfera del sacro, a cui appartenevano, è sparita, e devono integrarsi senza riserve nella sfera temporale. Così pure devono comportarsi i religiosi, se ci saranno ancora i tre voti di obbedienza, povertà e castità nella Chiesa, ormai disalienante e disalienata.

    e. Non vi è ragione perché esistano edifici destinati solo al culto, visto che è già morto il soprannaturale e il sacro. In questo mondo evoluto, adulto, contrario alle alienazioni, il culto del Dio immanente e diffuso nella natura può essere praticato in qualunque luogo profano. Se esisteranno edifici destinati al culto, siano utilizzati pure per finalità profane, in modo da evitare la distinzione alienante tra lo spirituale e il temporale.

    3ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla fede, alla morale, al Magistero e all’azione evangelizzatrice
    a. La Chiesa-Nuova è una Chiesa povera. Innanzitutto nel senso spirituale del termine. Una delle ricchezze della Chiesa “costantiniana” consiste nell’affermarsi Maestra infallibile. La Chiesa-Nuova invece non si pretende Maestra. Né tratta i fedeli come discepoli, perché ciò sarebbe alienante.

    Ognuno riceve carismi dallo Spirito Santo, che parla direttamente all’anima. Ed è a questa voce interiore, della quale può prendere coscienza, che ognuno deve credere.

    Tutto ciò, che è vero per le materie riguardanti la fede, lo è pure per la morale. Ognuno ha la morale che gli suggerisce la propria coscienza.

    Insomma, l’uomo vive della testimonianza interiore dei carismi, dei quali prende conoscenza. Così, la Chiesa-Nuova non possiede un patrimonio di verità, di cui immaginerebbe avere il privilegio. E in questo risiede il principale aspetto della sua povertà.

    b. Da qui decorre un’altra forma di povertà. La Chiesa-Nuova non ha frontiere. Essa accoglie persone di qualsiasi credo, purché lavorino attivamente per la vera Redenzione, che è il progresso terreno. Essa non è, quindi, come un regno spirituale con frontiere dottrinali definite, bensì qualcosa di etereo, di fluido, che si confonde più o meno con qualsiasi chiesa. In altri termini, la Chiesa-Nuova è super-ecumenica.

    c. Un altro titolo di povertà della Chiesa-Nuova, non essendo Maestra, ed essendo super-ecumenica, è quello di non avere più la necessità di opere di apostolato. Di conseguenza, le università cattoliche, le scuole cattoliche, le opere di assistenza cattoliche mantengono la loro ragion d’essere a patto che non mirino a nessun fine apostolico, né abbiano qualsiasi soggezione alienante e antiecumenica riguardo alla Chiesa: vale a dire, purché rinuncino alla nota cattolica, ed assumano un carattere totalmente profano, secolare e laico.

    d. La povertà della Chiesa-Nuova - essendo la cultura e la civiltà valori dell’ordine temporale e terreno, e non pretendendo esercitare più qualsiasi magistero nel plasmare a sé la società temporale - risiede pure nel fatto che non si può più parlare di cultura né di civiltà cattolica. La cultura e la civiltà dell’uomo evoluto e adulto hanno ricevuto la loro carta di emancipazione: sono desacralizzate e disalienate dalla Religione.

    e. Inoltre, la Chiesa-Nuova è povera nel senso materiale del termine. Essa non solo rifiuta le cattedrali e le basiliche, in cui il sacro ostentava trionfalisticamente la sua superiorità, ma, vivendo nell’era dei poveri, rigetta qualsiasi ricchezza, a qualsiasi titolo possibile.

    f. Infine, la Chiesa-Nuova è povera perché è la Chiesa dei poveri. Da nemica di tutte le alienazioni, si sente anche nemica di tutti gli alienanti, di qualsiasi tipo ed ordine, e invece connaturale alla causa di tutti gli alienati. Perciò, gli sfruttati ed alienati della società attuale hanno nella Chiesa-Nuova il loro posto. Essa è per essenza loro difensore contro i detentori dell’autorità o della superiorità terrena. Per ragioni analoghe in senso inverso, la Chiesa “costantiniana” è complice, per propria natura, di tutte le oligarchie alienanti e sfruttatrici.

    4ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla Gerarchia ecclesiastica
    Dal momento che l’autorità è sempre alienante, è doveroso che non esista. E se esistesse, sarebbe soltanto nella misura in cui compiesse la volontà degli alienati, che in questo modo evaderebbero - almeno in certa misura - dal giogo dell’alienazione.

    Nella Chiesa “costantiniana”, la Gerarchia è investita del triplice potere di ordine, magistero e giurisdizione. La Chiesa-Nuova, svuotando i Sacramenti del loro contenuto soprannaturale, che sono sotto il potere della gerarchia di ordine, col negare il Magistero attenta, a rigore di logica, anche contro la gerarchia di giurisdizione.

    Così, l’esistenza di un Papa, monarca spirituale circondato dal Collegio dei principi ecclesiastici, che sono i vescovi - di cui ognuno, nella rispettiva diocesi, è come un monarca soggetto al Papa - non è compatibile con la Chiesa-Nuova. Come pure non possono sussistere i parroci che reggono, sotto gli ordini dei vescovi, porzioni del gregge diocesano.

    Per disalienarla completamente dalla Gerarchia, occorre democratizzare la Chiesa. È necessario costituire in essa un organo rappresentativo dei fedeli che esprima ciò che i carismi dicono nell’intimo della loro coscienza: chiaramente un organo elettivo che rappresenti la moltitudine. Un organo che imponga decisivamente la propria volontà sui gerarchi della Chiesa, i quali, è ugualmente chiaro, dovranno, da quel momento in poi, essere eletti dal popolo.

    A nostro avviso, questa riforma strutturale della Chiesa auspicata dal movimento “profetico” è solo una tappa verso la piena realizzazione dei suoi obbiettivi. La totale disalienazione comporterebbe, in una tappa ulteriore, l’abolizione di qualsiasi gerarchia.

    Considerando soltanto la riforma che i “gruppi profetici” ora sostengono esplicitamente, si può dire che vogliono trasformare la Chiesa in una monarchia come quella inglese, cioè, un regime in realtà democratico, diretto fondamentalmente da una Camera popolare elettiva e onnipotente, nel quale va conservato pro-forma un re decorativo (nel caso della Chiesa-Nuova, il Papa), dei Lord senza potere effettivo (i vescovi e i parroci), e una Camera alta da apparato (il collegio episcopale). Inoltre, affinché l’analogia tra il regime dell’Inghilterra e la Chiesa-Nuova sia completa, è necessario immaginare un Re e dei Lord elettivi (cioè, Papa e vescovi eletti dai fedeli).

    Per completare il quadro della democratizzazione, bisogna aggiungere che nella Chiesa-Nuova le parrocchie costituirebbero dei gruppi fluidi e instabili, e non delle circoscrizioni territoriali definite come sono oggi. A rigore di logica, questa fluidità si estenderebbe pure alle diocesi. La Gerarchia ormai non sarebbe nella Chiesa altro che un vago nome.

    5ª disalienazione della Chiesa: in relazione al Potere Pubblico
    Questa disalienazione è già inclusa, a diversi titoli, nei punti precedenti. La Chiesa “costantiniana”, che ha un governo proprio e sovrano nella sua sfera, desidera l’unione e la collaborazione con il Potere temporale. Così facendo, in un certo modo si alienerebbe ad esso, e in un certo modo lo alienerebbe a sé.

    Per tutti i motivi sopra esposti, la Chiesa-Nuova dichiara invece di non avere bisogno del Potere pubblico, né di volere con esso relazioni da Potere a Potere. Così, la mutua alienazione sarà cessata.

    Conclusione
    Concludendo, la Chiesa-Nuova sarà interamente disalienata, e smetterà totalmente di essere alienante.

     

    III – Soltanto la lotta di classi produrrà la disalienazione nella Chiesa
    1. La Gerarchia ha aiutato l’esecuzione del programma “profetico” di disalienazione; però, non può fare il passo finale

    Mirando alla disalienazione totale - per mezzo della quale la Chiesa “costantiniana” deve metamorfosizzarsi in una Chiesa-Nuova - potranno i “gruppi profetici” sperarla dalla Gerarchia?

    Considerando che certi membri appartenenti a questa hanno dato il loro sostegno a molte misure disalienanti, si direbbe di sì. Tanto più che i “gruppi profetici” affermano che l’opera del Concilio Vaticano II ha avuto un carattere disalienante, cioè, desacralizzante e ugualitario, che rappresenta un primo passo - benché timido - nel cammino di trasformazioni più radicali.

    Però, senza sdegnare il vantaggio che affermano di ottenere dallo sfruttamento degli atteggiamenti di certi gerarchi e delle decisioni del Concilio Vaticano II, i “gruppi profetici” ritengono che la completa disalienazione potrà venire solo da una lotta di classi tra l’episcopato e il clero da un lato, e i laici dall’altro.

    La ragione di questo, adducono essi, risiede nel fatto che da un gerarca sensibile alla disalienazione si possono sperare concessioni che ne riducano i poteri; ma, per quanto egli possa essere sensibile, non c’è da sperare in una sua completa rinuncia, il che equivarrebbe ad un suicidio.

    2. Il modo per giungere alla vittoria della rivoluzione disalienante nella Chiesa: l’insurrezione del laicato
    Quindi, si deve coscientizzare il laicato affinché, in lotta contro i gerarchi, esiga le riforme di struttura nella Chiesa per democratizzarla. Insomma, il rimedio si trova nella lotta di classi all’interno della Chiesa.

    Tale lotta va fatta a tappe:

    a - campagna di discredito contro la Chiesa “costantiniana”;

    b - istigare il desiderio delle riforme di struttura nella Chiesa;

    c - agitazioni, scioperi;

    d - capitolazione della Gerarchia e applicazione delle riforme.

     

    IV – I “gruppi profetici”, artefici della lotta di classi per la disalienazione della Chiesa

    I nuovi carismi di cui vivrà la Chiesa-Nuova non risiedono nella Gerarchia, bensì nel popolo fedele. Spetta quindi alla Gerarchia, come abbiamo visto, obbedire al popolo.

    A tutto il popolo? In realtà, esso dev’essere, se non governato, per lo meno illuminato e guidato da gruppi “carismatici” e “profetici” che lo Spirito suscita nella Chiesa per dare “testimonianza”. L’insieme di questi gruppi formerà, allora, all’interno della Chiesa invertebrata da essi sognata, una rete d’influenze alla quale spetterà il vero potere.

    Ciò aumenta l’interesse dello studio sulla struttura e sui metodi dei “gruppi profetici”, che più avanti faremo.

    Peraltro è tra i loro membri, come rappresentanti naturali del laicato, che si dovrà reclutare la Camera popolare dentro la Chiesa-Nuova.

    Quali sono i mezzi di cui dispone il movimento “profetico” per promuovere la sovversione riformista nella Chiesa?

    1. L’estensione del movimento “profetico”
    I “gruppi profetici” sono numerosi. Esistono in molti paesi. Essi corrispondono – per il convivio intimo che conferiscono – a profondi aneliti di sociabilità dell’uomo contemporaneo smarrito ed isolato nell’anonimato delle grandi moltitudini. Per questo e per altri motivi, il numero dei gruppi tende a moltiplicarsi indefinitamente.

    2. La struttura segreta del movimento “profetico"
    Questa struttura è flessibile e molto adatta a promuovere la sovversione nella Chiesa.

    I “gruppi profetici” sono vere cellule, con un numero variabile di persone. In ogni caso, tale numero non giunge mai ad essere grande. Di queste persone, non tutte sono al corrente, con la stessa profondità, dei fini, dei metodi e delle connessioni del gruppo. Ognuna delle cellule è in questo modo una minuscola società segreta.

    Ogni cellula ha contatti abituali con altre dello stesso genere, il che fa del movimento un immenso ingranaggio con una miriade di piccoli pezzi.

    A questa unità funzionale si somma un’altra, più preziosa: tutte mirano allo stesso fine, ossia, alla lotta di classi per imporre nella Chiesa una riforma disalienante.

    Si deve menzionare anche l’uniformità con cui utilizzano, sia per il reclutamento sia per la sovversione, gli stessi metodi complessi e sottili. Ne parleremo più avanti.

    Tutti questi fattori rendono i “gruppi profetici”, nel loro insieme, un movimento impressionantemente unitario. Avranno forse, come espressione di questa unità, una direzione centrale suprema? Lo studio di “Ecclesia” non lo dice esplicitamente. Ma i dati forniti dalla rivista spagnola rendono impossibile non rispondere in modo affermativo. Infatti, senza un organo direttivo centrale, non si vede come si può inculcare nei fedeli una dottrina complessa, coordinare nella loro delicata strutturazione interna, nonché nei loro metodi raffinatamente specializzati, una tale miriade di corpuscoli esistenti in paesi diversi e distanti. Quanto maggiore la molteplicità e la varietà di un insieme, tanto maggiore la necessità di un vincolo strutturale forte per mantenerlo unito. Di conseguenza, anche nella loro direzione centrale, i “gruppi profetici” sono - concludiamo noi – un’organizzazione clandestina.

    In quale modo questa direzione centrale mantiene effettivo, benché nascosto, il suo potere sulle cellule? Tutto porta a pensare, rispondiamo, a un compromesso assunto da elementi più influenti che, loro sì, sarebbero messi al corrente dell’esistenza di una direzione centrale.

    Per quale motivo conservare tutto ciò nel mistero? La ragione è semplice. I “gruppi profetici” si presentano come il frutto spontaneo di una pioggia di carismi per animare un laicato che un’evoluzione naturale, anch’essa spontanea, ha reso adulto. Quindi non possono darsi le arie di un movimento organizzato da una piccola cupola, astuta ed efficiente.

    3. I metodi di reclutamento e di formazione: l’iniziazione “profetica”
    Un “gruppo profetico” penetra, vive e si moltiplica sempre in un ambiente o istituzione cattolica, come un batterio penetra e vive nel corpo. Esso nasce, in generale, dall’azione di uno o più agitatori discreti, che tengono riunioni su temi simpatici e molto generici, la pace per esempio. Tra i partecipanti a queste riunioni si recluta la prima manciata di adepti.

    Per non suscitare sospetti, gli agitatori a volte invitano qualche sacerdote o vescovo che – ingenuo o complice, supponiamo – approvi e benedica. Reclutato progressivamente un maggior numero di membri, incomincia l’inoculazione sovversiva.

    Questa inoculazione ha due fasi. Nella prima, si procede alla graduale diffamazione della Chiesa “costantiniana”. Nella seconda, si attizza il fuoco negli animi, facendo desiderare le riforme che trasformeranno la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova.

    Questo lavoro è avviato lentamente, con piccoli sarcasmi lanciati qua e là, con frasi sciolte e con slogan accurati. I membri che risponderanno favorevolmente a questi stimoli sovversivi verranno promossi alla conoscenza di orizzonti rivoluzionari più ampi. Gli altri saranno tenuti a mollo, silenziati e rimossi.

     

    V. Come i “gruppi profetici” attuano la lotta di classi nella Chiesa
    Formata così una rete sufficientemente ampia di “gruppi profetici”, il movimento è atto a uscire dall’ombra ed entrare strepitosamente in azione. È sotto gli occhi di tutti come viene fatta l’agitazione ecclesiastica. Ci limitiamo a riassumere ciò che tutti vedono.

    Aiutati abitualmente da una forte pubblicità, alla quale tutto fa credere che non sia estraneo l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr], certi attivisti cominciano a promuovere l’agitazione dei parrocchiani contro qualche vescovo o sacerdote che non accetta subito certe rivendicazioni scapestrate. Se non è agitazione, saranno cortei, occupazioni di chiese, manifesti di stampa e via dicendo. Insomma, una lotta di classi per indurre il laicato a distruggere le alienazioni di cui il clero sarebbe il beneficiario alienante e sfruttatore.

    La pubblicità che questi atti raggiungono è tale da attrarre all’agitazione nuove reclute impressionabili, o desiderose di protagonismo. Il movimento si ingrossa e così diventa capace di atti di sovversione ancor più audaci.

    Tutto ciò crea un clima di terrorismo pubblicitario contro i refrattari, che li isola dagli amici e persino dai parenti. Così si riduce al silenzio chi vorrebbe invece reagire.

    Questo terrore è preparato, con molta antecedenza, da statistiche ed inchieste sociali tendenziose, elaborate e divulgate dai “gruppi profetici”. In questo modo, riescono a far credere che l’immensa massa dei fedeli desidera le riforme nella Chiesa, che questo è lo spirito inconfutabile dei tempi, e che opporvisi è come voler fermare con le mani una marea montante. Le manifestazioni, reali o manipolate, di tendenze rivoluzionarie nei fedeli sono, secondo loro, “segni dei tempi”, colti con speciale perspicacia da coloro che possiedono “carismi profetici”. Grazie al frastuono dei “gruppi profetici”, la sovversione ecclesiastica, opera di una minoranza, sembra corrispondere così ai desideri mal contenuti di intere moltitudini infuriate nel vedersi alienate.

    Lo spirito del tempo, percepito “profeticamente” nei “segni dei tempi”, è la suprema norma. Resistergli è una follia, un anacronismo ridicolo e spregevole. La Chiesa “costantiniana” aveva la pretesa di modellare i tempi. La Chiesa-Nuova sa che, al contrario, deve lasciarsi modellare da essi.

    Dunque, o la Chiesa accetta le riforme imposte dall’evoluzione e si trasforma in una Chiesa-Nuova, oppure muore.

    A questa pressione, fatta all’interno stesso della Chiesa, in così tanti Paesi, dalla bocca dei membri dei “gruppi profetici” e dalle grandi trombe pubblicitarie dell’IDOC e di altri organismi, è molto difficile resistere. La resistenza è possibile soltanto agli spiriti molto scelti, con una fermezza di principi irremovibile e disposti a subire i più grandi dispiaceri. Ed anche i più inaspettati.

     

    VI – Relazioni tra il movimento “profetico” e il progressismo
    Il pubblico brasiliano conosce bene l’insieme delle aspirazioni, dottrine, trasformazioni e tumulti che caratterizzano, nell’ordine del pensiero e dell’azione, il cosiddetto progressismo cattolico. Ed è tale l’affinità dei “gruppi profetici” - come d’altronde anche dell’IDOC - con il progressismo, che i nostri lettori si saranno domandati con frequenza quale relazione ci sia tra questo e quelli.

    La domanda è pertinente, poiché non si riscontra una sola traccia caratteristica del progressismo che non si trovi, esplicita o implicita, prossimamente o remotamente, relazionata con i “gruppi profetici”.

    L’azione del progressismo è talmente ampia, ed è tanto svariata la gamma delle sue sfumature - che vanno dal “moderato” sino al rivoluzionario comunista - che ci pare esagerato attribuire al movimento “profetico” e al IDOC la causalità della corrente progressista in tutto il mondo. È certo, però, che le minoranze “profetiche” meritino di essere qualificate come progressiste.

    Questa osservazione induce a sollevare un altro quesito inquietante: se il movimento “profetico” ha come fucina un’organizzazione semiclandestina ma nitidamente strutturata, non vi sarà pure un’entità più vasta all’origine del progressismo in tutta la Chiesa? La risposta a questa importante domanda esorbita dai limiti del presente commento.

     

    VII – I “gruppi profetici” sono al servizio del comunismo
    Da ciò che finora è stato esposto, riteniamo gravemente sospettabile che i “gruppi profetici” siano al servizio del comunismo. Al riguardo, basta ponderare che:

    a - i “gruppi profetici” sono affini al comunismo;

    b - essi sono utili al comunismo;

    c - siccome i comunisti sono soliti creare e dirigere movimenti affini, che agiscono a favore della causa comunista, è sommamente probabile che i “gruppi profetici” siano stati creati dai comunisti e siano da loro diretti;

    d - è classica tattica marxista infiltrarsi nei gruppi affini per metterli al servizio della causa comunista; in queste condizioni, anche se i “gruppi profetici” non fossero stati creati dai comunisti, è per lo meno altamente probabile che siano diretti da loro, per l’infiltrazione rossa nella Chiesa;

    e - alcuni fatti significativi, indicati più avanti, confermano fortemente questi sospetti.

    Soffermiamoci un po’ su questo argomento.

    Le analogie tra gli obbiettivi dei “gruppi profetici” e quelli del comunismo sono evidenti: i primi mirano a disalienare, e pertanto a desacralizzare e rendere rigorosamente ugualitaria la società spirituale, che è la Chiesa, incitando i cattolici a favore delle disalienazioni anche nella società temporale; similmente, il comunismo mira a disalienare e rendere rigorosamente ugualitaria la società temporale. Dunque si può affermare che i “gruppi profetici” fanno la rivoluzione comunista dentro la Chiesa.

    Quale vantaggio trae il comunismo da tutto ciò? La Chiesa-Nuova risultante dall’azione del movimento “profetico” non crede in un Dio personale, ma in un Dio diffuso e impersonale, immanente e onnipresente nella natura. La Chiesa-Nuova crede nell’evoluzione, nel progresso e nella tecnica come grandi forze ineluttabili che animano il movimento universale, ponendo rimedio all’infelicità dell’uomo e dando un senso alla storia. A colpo d’occhio è facile vedere che questa dottrina risulta nell’affermare la divinizzazione dell’evoluzione, del progresso e della tecnica. Il che è straordinariamente simile, se non identico, al concetto evoluzionista e materialista di Marx.

    La Chiesa-Nuova non ha, per opporsi al comunismo, gli stessi ed invincibili motivi religiosi che hanno portato la Chiesa “costantiniana” ad opporsi ad esso come suo peggiore avversario. Al contrario, la teologia della Chiesa-Nuova prepara gli animi ad aderire ad esso.

    In altri termini, man mano che fa adepti, la Chiesa-Nuova forma simpatizzanti del comunismo, o persino comunisti militanti.

    Anche di fronte agli aspetti sociali ed economici del marxismo, la posizione della Chiesa-Nuova differisce da quella tradizionale della Chiesa “costantiniana”. Difatti, quest’ultima – in base al 7° e al 10° comandamento – condanna il regime sociale ed economico comunista in quanto immorale, e afferma la legittimità della proprietà individuale, del libero mercato e del salariato, in modo che, anche se un regime rosso riconoscesse alla Chiesa esistenza legale e la libertà di culto, essa resterebbe irriducibilmente anticomunista. Al contrario, la Chiesa-Nuova, avversa ad ogni alienazione, ha solo motivi per vedere di buon occhio la soppressione delle situazioni patrimoniali e delle relazioni di lavoro che il comunismo taccia di alienanti.

    Così, la vittoria della Chiesa-Nuova avrebbe come conseguenza fatale la trasformazione della religione cattolica - anche in materia sociale - da una forza irriducibilmente contraria al comunismo, a una forza ausiliare o persino propulsiva di questo.

    Qual è la portata concreta di questa eventuale trasformazione? Nel mondo vi sono circa 500 milioni di cattolici; trasformarli da nemici inflessibili in ausiliari o militanti del comunismo, che stupenda conquista!

    Ciò che il comunismo non è riuscito a fare fin qui, e che mai riuscirà anche con le più atroci persecuzioni, si otterrebbe, senza nessuna violenza e nessun rischio di suscitare pericolose reazioni, con la semplice metamorfosi incruenta della Chiesa cattolica in una Chiesa-Nuova.

    Dinanzi a questa prospettiva, i gravi sospetti che, basati sullo studio della rivista “Ecclesia”, abbiamo sollevato inizialmente sulla posizione del movimento comunista nei confronti del movimento “profetico”, cambiano di colore. Si trasformano in certezza morale. Chi conosce la grande abilità del comunismo internazionale nell’infiltrare e neutralizzare le forze avversarie, e nel sostenere tutti i movimenti sovversivi a lui favorevoli, non ritiene ammissibile che i dirigenti comunisti siano indifferenti, inerti ed estranei all’incomparabile successo tattico che gli potrà derivare dall’infiltrazione dei “gruppi profetici” presenti tra i 500 milioni di cattolici, dalla neutralizzazione di questa immensa forza e persino dal vantaggio a favore della causa marxista.

    Nessuna persona di buon senso può ammettere che, favorendo una così grande ascensione del comunismo, la Chiesa-Nuova, a sua volta, non sia ampiamente aiutata da esso. Dato, in concreto, il temibile proselitismo e le enormi risorse del comunismo, in questa tematica trova una piena applicazione il ragionamento: poté, volle, dunque fece (“potuit plane et voluit, si igitur voluit, fecit”). Applichiamolo ai fatti:

    - i comunisti possono aiutare in mille modi il trionfo della Chiesa-Nuova, e in essa incontrano solo predisposizione ad accettare questo aiuto;

    - è chiaro che i comunisti vogliono ardentemente un tale trionfo;

    - dunque, favoriscono vigorosamente il movimento “profetico”, artefice della Chiesa-Nuova, utilizzando a tale fine tutti i mezzi per infiltrarvisi e per dirigerlo.

    Nello studio di “Ecclesia” anche un dato concreto parla a favore di questa conclusione: i “gruppi profetici” consigliano loro membri di rifiutare qualsiasi collaborazione con i regimi non comunisti, perché li considerano alienanti. Raccomandano invece che collaborino con i regimi comunisti, perché li considerano disalienanti.

    Un altro fatto è che, secondo “Ecclesia”, i “gruppi profetici” hanno raggiunto un notevole sviluppo nella Germania Orientale, il che non sarebbe mai stato possibile senza il gradimento delle autorità comuniste.

    Non sarebbe troppo ricordare le affinità dell’IDOC con il movimento comunista. Essendo anche l’IDOC affine ai “gruppi profetici”, ne decorre ugualmente un’affinità tra loro e il movimento comunista. Poiché due entità affini, sotto lo stesso titolo, a una terza, sono affini tra loro.

     

    VIII – Possibilità del piano comunista a proposito della Chiesa-Nuova

    Resta ancora da formulare un’ultima domanda, di portata strategica. I “gruppi profetici” e i loro complici marxisti sperano seriamente di ottenere la metamorfosi di tutta la Chiesa “costantiniana” in una Chiesa-Nuova? Su questo punto, lo studio di “Ecclesia” ci fornisce dati che permettono di sollevare alcune congetture.

    Nonostante inculchino il loro programma riformista come un imperativo dei tempi, dettato dal clamore indignato delle masse di alienati in rivolta, i capifila del movimento “profetico” devono ammettere che l’applicazione integrale delle riforme da loro auspicate provocherebbe tali dispersioni e apostasie, che la Chiesa-Nuova rischierebbe di rimanere ridotta a un piccolo numero di fedeli.

    Di fronte a questo, ci si chiede quale lucro avrebbe il comunismo in tal caso.

    Immaginiamo che si siano avverate le speranze dei riformatori. Alcuni vescovi e sacerdoti complici, e altrettanti deboli o intimoriti, cederebbero progressivamente alle pressioni, sempre più violente, dei “gruppi profetici”. L’onda riformista ingrosserebbe minacciosamente. L’eresia diverrebbe sempre più palese. La legittima reazione dei fedeli crescerebbe pure. E, nella misura in cui crescesse, comincerebbero gli atti persecutori dei cattivi pastori contro di loro: censure di qua, scomuniche di là, interdizioni altrove. Tra le due parti si aprirebbe un fosso. Impossibile intravedere quali proporzioni allarmanti la crisi potrebbe assumere. Basti pensare all’eresia ariana del secolo IV, che conquistò quasi tutta la Cristianità. In quella congiuntura, che terribili confusioni, quali tremende prove la Provvidenza permise come castigo agli uomini!

    Una spaventosa confusione accadde pure sotto il pontificato di Onorio I. I teologi affermano che questo Papa, per le sue omissioni e la sua ambiguità, favorì l’eresia monotelita. Come si sa, egli scrisse una lettera al Patriarca Sergio, di Costantinopoli, stilata in termini tali da essere condannata dal VI Concilio Ecumenico, approvato dal Papa San Leone II. La confusione creata da questa lettera fu talmente grande, che sino ad oggi i teologi faticano a gettare luce sul problema.

    Basterà che i comunisti aprano qualsiasi compendio di storia ecclesiastica, per constatare che disgrazie come queste sono possibili. Di conseguenza, è nella logica delle cose che facciano di tutto per ripeterle nei nostri giorni.

    Certamente è questa la meta dei “gruppi profetici", anche se sanno di poter riunire attorno a sé pochi cattolici, anzi, ex-cattolici. Che immenso profitto avrebbe il comunismo se questa ipotetica reviviscenza del passato si trasformasse in realtà…

    È chiaro che, anche in questo caso, lo Spirito Santo proteggerebbe l’integrità del deposito della Fede. L’infallibilità papale giammai smetterebbe di esistere. La Chiesa immortale non morirebbe, e nella sua costituzione divina vi sarebbe rimedio per una tale situazione di calamità. (1)

    Chiediamo alla Provvidenza che risparmi questa prova alla Sposa di Cristo. Ma anche se Ella la permettesse, la Chiesa finirebbe col trionfare. La assiste la promessa divina, e la riconfortano le parole della Madonna di Fatima: “Infine il mio Cuore Immacolato trionferà!”. 

    (1) Su queste complesse materie, è interessante studiare, per esempio: Papa Adriano II (all. 3 Conc. VIII atto 7); Papa Innocenzo III (predica IV in cons. Pont.); S. Antonino (S. Th., III, 23-24); S. Roberto Bellarmino (De R. Pont. 2, 30; 4, 6ss); Suarez (De Fide, X, 6; De Leg., IV,7); S. Alfonso (Th. Mor., I, nn 121-135); Bouix (Tr. DePapa, II, p.635-763); Wernz-Vidal (I. Can, II, pp. 517 ss.); Card. Billot (De Eccl. Chr. p 609 ss); Vermeersh-Creusen (Ep. J. Can., I, n.340); Card. Journet (L’Egl. Du Verbe Inc., I, pp625 ss; pp. 821, 1063 ss).

  • Contemplando la Sacra Sindone

     



    di Plinio Corrêa de Oliveira

    La Sacra Sindone è particolarmente emozionante perché ci offre una "fotografia" di Nostro Signore Gesù Cristo. Ovviamente, è la fotografia di un morto, di un cadavere che, del resto, subì tormenti inenarrabili prima di morire, e ne rimase perciò sfigurato. Non dobbiamo immaginare che, in vita, Nostro Signore sia stato esattamente così. Egli somigliava molto a quest'immagine, ma il suo venerabile corpo è stato in seguito deformato dal lungo martirio e, soprattutto, dalla morte in croce.

    In una rivelazione mistica ad un'anima pia, Egli spiegava che il suo viso subì uno stiramento, rimanendo leggermente deformato, e che pure il naso fu contuso dai colpi. Ciononostante, si tratta pur sempre di una fisionomia che causa una profonda impressione.

    Quale significato riveste per noi la contemplazione della Sacra Sindone di Nostro Signore Gesù Cristo?

    Il volto è simbolo dell'anima. Purtroppo, negli uomini, è un simbolo tante volte mendace, non solo perché questi assumono spesso una fisionomia artificiale per nascondere i propri difetti, ma anche perché per il peccato originale, per i difetti personali e via dicendo, la fisionomia è, pur senza volerlo, spesso ambigua e non esprime adeguatamente l'anima. Perciò, chi non fosse abbastanza acuto, potrebbe non percepire nell'altro l'anima di cui è un simbolo la sua fisionomia.

    Ma non era così per Nostro Signore Gesù Cristo che, in quanto vero Dio e vero Uomo, era perfettissimo. Come Uomo, Egli era il più perfetto di quanti mai ve ne furono o ve ne saranno. La sua fisionomia era espressione perfetta della sua insondabile santità. Dunque, mi pare interessante fissare lo sguardo sul Sacro Volto della Sindone per ravvivare nella nostra memoria sentimenti di così alta pietà.

    Ecco la Sacra Sindone con il Sacro Volto. Dalla proporzione tra le dimensioni del viso e quelle del corpo, possiamo immaginare la grande statura e il maestoso atteggiamento del nostro Divin Salvatore. Ovviamente la posizione delle braccia non è naturale. Esse furono sistemate così, in quanto un cadavere non assume una propria posizione. Però, anche in questa posizione si può avere un'idea del suo portamento.

    Guardando la fisionomia più da vicino osserviamo nel naso qualcosa di tumefatto, di rotto, che non permette di vederne la forma naturale. Inoltre, si nota che la fisionomia è alquanto distesa, allungata, il ché non corrisponde interamente alla sua posa normale. Ciononostante, vi si riscontra la straordinaria somiglianza con le immagini delle nostre chiese. Anzi, è curioso come le immagini di Nostro Signore che troviamo nelle chiese abbiano finito con l'essere tanto conformi alla Sacra Sindone. Perché le immagini dei primi secoli non presentano Nostro Signore in questo modo. È solo a partire da un dato momento che hanno cominciato a raffigurarLo così, fino a ricreare il viso di Nostro Signore Gesù Cristo facilmente riconoscibile da ognuno di noi.

    Nella Sacra Sindone si nota poi un aspetto interessante: Nostro Signore aveva solo 33 anni quando fu crocifisso, eppure ai nostri occhi moderni sembrerebbe assai più maturo. Io Gli darei facilmente 45 anni. Quando Gesù morì aveva l'età perfetta dell'uomo. Egli visse sino alla piena maturità dell'uomo. Nella Sindone, Egli mostra una maturità assoluta, una capacità volitiva enorme. Si tratta di una persona che, da una parte, è pienamente cosciente di tutto ciò che pensa ed ha un giudizio sommamente maturo e, dall'altra parte, possiede una volontà assolutamente forte e determinata. Quindi, Egli è consapevole di tutto quel che vuole, e vuole tutto ciò che Gli conviene volere. Egli ci dà l'idea di ordine assoluto, di virilità, di assoluta padronanza di se stesso.

    Però, al di sopra di queste caratteristiche, contempliamo una sacralità straordinaria. Non vi è difficoltà nel percepire il supremo senso di responsabilità che promana da questa figura, nonché la sicurezza di sé. Guardando la Sacra Sindone, si pensa a quell'episodio del Vangelo in cui gli sbirri stavano per catturarLo e Gli chiesero se fosse Gesù il Nazzareno, ed Egli rispose: "Sono Io!". Caddero tutti con la faccia a terra, proprio coloro che dovevano arrestarLo. Tale era la sua maestà, la sua sicurezza!

    Quella risposta: "Sono Io!", ricorda la definizione che Dio diede di se stesso a Mosè quando gli apparve nel rovo ardente. Infatti, quando questi Gli domandò chi fosse, Egli rispose: "Io sono Colui che è". Se dicessimo che la figura della Sacra Sindone si definisce così: "Io sono Colui che è", sarebbe una definizione compiuta, poiché è la comunicazione di ogni assoluto, il possesso di ogni assoluto, una sicurezza di sé da cui si evince che Lui è il modello e la misura per ogni cosa, e che giudica tutto, da Re e da Dio, in funzione di se stesso. È un'autentica meraviglia!

    Nel contempo, pur attraverso gli occhi chiusi, intravediamo l'oceano di soavità e di dolcezza che scaturiva dal suo sguardo. Possiamo quasi sentire quanto di supremamente affabile aveva il timbro della sua voce e il suo linguaggio. In Lui coesistevano tutte le virtù, tutte le perfezioni in tutti i gradi compresi nella natura umana, come riflesso di quella divina unita a Lui dall'unione ipostatica.

    Da un'altro canto è interessante notare la severità dell'espressione. Nostro Signore morì vittima di un crimine atroce, anzi, del peggiore di tutti i crimini, che è quello del Deicidio, che inflisse i maggiori tormenti di cui si abbia notizia nella storia. Ma Egli non è uno sconfitto. La sua fisionomia è quella del Giudice di fronte ai suoi aguzzini. Vi si riscontra un rifiuto, una censura, un disaccordo e una condanna contro coloro che Lo uccisero, che è qualcosa di veramente divino. La sua fisionomia sembra dire: "Io sono la Legge, Io sono il Giudice, ed Io sono la Vittima! A questi tre titoli sono Io a giudicare il crimine che è stato perpetrato contro di Me". È veramente maestoso!

    Dunque, ciò che risalta dalla Sacra Sindone come realtà suprema è la sintesi perfettamente armoniosa delle virtù più opposte. È una pienezza in cui si può ammirare la bontà e la mansuetudine e, nel contempo, la forza e la collera divina, la tranquillità ma anche un'indiscussa capacità di azione e di iniziativa. Ma tutto questo coesiste in Lui in tal forma che, nel riferirsi singolarmente ad ogni virtù, si ha quasi l'impressione di togliere o sminuire qualcosa. Infatti, Egli è molto più di ognuna di queste realtà, Egli le incarna tutte insieme.

    Ma, nella Sacra Sindone, resta comunque qualcosa di profondo e di misterioso. Per cercare di capirlo, dobbiamo immaginare Gesù mentre dice agli Apostoli: "I miei pensieri non sono i vostri e le mie vie non sono le vostre". Dinanzi all'Uomo della Sindone si ha l'impressione di quanto Egli sia ricolmo dei più alti pensieri, nei quali vive in modo stabile e permanente. D'altro canto, Egli è la via, cioè colui che concorda con Lui è giusto e colui che è in disaccordo si trova nell'errore. ImmaginiamoceLo pure mentre dice di se stesso: "Io sono la via, la verità e la vita". Viene voglia di esclamare: è proprio così, completamente e senza ombra di dubbio!

    Tuttavia, in questo c'è un mistero che è proprio il mistero dell'assoluto. ContemplandoLo, ho l'impressione che questa prodigiosa sicurezza di se stesso provenga dalla sua natura divina, dalla sua vita nella Santissima Trinità. Ma Egli la comunica agli uomini in tutto il suo essere in modo indicibile. La sua attenzione è posta nei misteri di Dio, ma anche negli uomini in mezzo ai quali si trova. Egli è realmente il Mediatore tra Dio e gli uomini.

    Come esprime sacralità la Sacra Sindone? La manifesta dall'enorme altezza da cui procedono tutti i suoi pensieri e le sue vie, che provengono propriamente dal Cielo. Il suo pensiero è talmente elevato, le ragioni per cui Egli traccia le vie sono così superlativamente alte e, d'altronde, la sua vita è in tal modo retta, santa e perfetta, che tutto in Lui è sacro.

    Quindi, se si dicesse di Lui che è, per esempio, un re, Lo si sminuirebbe; ugualmente se si affermasse che è un grande oratore. Tutti i titoli attribuibili a un uomo diventano piccoli al suo confronto. Benché Egli sia il Re dei Re e il Signore dei Signori, e nessuno sia mai stato un pensatore o un oratore come Lui, non esiste neanche qualcuno che, da qualsiasi punto di vista, possa sostenere un paragone con Lui.


    Fonte: Testo tratto dalla registrazione magnetofonica di una conferenza a San Paolo del Brasile, il 10 marzo 1973. Senza revisione dell'autore. "Luci sull'Est", Roma, 2000.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Falsa alternativa

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Tutta la lotta della Chiesa contro i liberali nel secolo scorso [sec. XIX, ndr] può, almeno da un punto di vista, essere sintetizzata in poche righe. Diffidenti nei confronti degli eccessi del potere pubblico, i liberali diminuivano gli attributi dell’autorità fino a renderla impotente non solo per contrastare l’illegalità, ma anche per mantenere l’ordine pubblico. Secondo il Magistero della Chiesa, questo è un male. Nessuno ha il diritto di praticare il male. Una concezione politica che sottragga allo Stato il potere di reprimere il male in modo efficace e veloce è sbagliata alla radice.

    I fatti hanno confermato con tragica eloquenza l’ammonimento della Chiesa. Basta leggere le Costituzioni politiche della maggior parte delle nazioni occidentali nel secolo scorso e nei primi decenni di questo secolo: tutte restringevano il potere pubblico al punto da renderlo incapace di arginare la crescente ondata di anarchia e di socialismo, non lasciando ai cittadini altra scelta che assistere, inermi, al lento ma inesorabile affondamento dell’ordine sociale.

    Al centro della concezione liberale vi è l’idea che non sia possibile organizzare lo Stato in modo da poter reprimere efficacemente il male, senza pari passu sacrificare la libertà di fare il bene. Consoni a tale premessa, i liberali scelgono l’anarchia al dispotismo, e lasciano quindi il paese scivolare giù sulla rampa della dissoluzione della vita sociale.

    Penso che non si sia mai preso nella dovuta considerazione questo punto, che è il vero nervo delle polemiche fra cattolici e liberali. In molti hanno pensato che, poiché è inevitabile dover scegliere fra l’eccesso di libertà e l’abuso dell’autorità, i liberali preferivano il primo, mentre la Chiesa abbracciava il secondo.

    In realtà, l’insegnamento della Chiesa è tutt’altro. La Chiesa nega il valore scientifico dell’alternativa anarchia-dispotismo.

    Poiché Dio ha creato con ammirevole sapienza l’ordine naturale per tutto ciò che riguarda gli esseri inanimati e irrazionali, sarebbe mostruoso pensare che Egli abbia agito diversamente con l’uomo, creandolo in modo imperfetto. Ci devono essere nell’uomo qualità, in stato di potenza, che gli permettano di costruire una società umana più perfetta da quanto si osserva tra le bestie, tra le api e le formiche, per esempio. In caso contrario, l’uomo non sarebbe il capolavoro di Dio.

    Detto questo, non è possibile che la condizione normale della società umana sia il dover scegliere fra una di queste tragiche possibilità: sprofondare nell’anarchia oppure sottostare al peso del dispotismo. Deve esistere, per forza, la possibilità di organizzare la società, in modo stabile e durevole, in un equilibrio che non tenda verso uno di questi due estremi.

    Proprio per questo la Chiesa condanna i liberali che scelgono la strada dell’anarchia. La Chiesa rifiuta di scegliere tra due vie di perdizione, tra voragini che si aprono da un lato e dall’altro. La Chiesa indica all’umanità la strada giusta, che non tende né all’anarchia né al dispotismo. Questa strada è l’Ordine cristiano.

    *      *      *

    Per molti decenni il liberalismo ha cercato di ingannare la Chiesa. Il mostro liberale aveva mille volti per tutti i gusti. Mentre un volto sorrideva alla Chiesa, cercando di attirare e di affascinare i suoi figli ingenui, un altro ringhiava, cercando di paralizzare i cattolici timorosi. Un altro ancora fissava la Chiesa con aria di noia e di malumore, un po’ come il figliol prodigo al momento di lasciare la casa paterna: mera manovra scaltra per scoraggiare la reazione degli autentici cattolici, che temevano una apostasia massiccia dei cattolici liberali, loro fratelli.

    L’idra liberale aveva anche altri volti: il libero pensiero, l’anticlericalismo militante che assaliva le chiese, violava i tabernacoli, profanava le immagini, ammazzava preti e suore. C’era poi il liberalismo anarchico, quella caterva di nichilisti, carbonari e bombaroli che uccideva re e capi di Stato.

    Naturalmente, a una tale varietà di volti liberali corrispondeva, nella Chiesa, una grande varietà di opinioni sul modo di contrapporsi all’idra e di combatterla.

    Pochi quelli che avvertivano tutti i volti dell’idra. Fra questi, ancor più rari quelli in grado di capire che questa pluralità di volti non era l’immagine esterna di una divisione interna nell’idra, bensì una strategia per confondere i cattolici. Ogni sorriso era una bugia. Ogni bestemmia era, invece, autentica. Dietro le apparenti varietà e le apparenti vacillazioni, il liberalismo era logico, inflessibile, invariabile nella sua marcia verso l’anarchia e verso l’ateismo.

    Ai tanti volti corrispondevano, naturalmente, altrettante lingue diverse. Non tutto ciò che il liberalismo proponeva era necessariamente condannato, in sé, nel campo della pura dottrina. Era quindi possibile concordare con alcune affermazioni liberali, senza perciò professare la dottrina condannata dalla Chiesa. Cosa fare? Concordare con ciò che era possibile, sperando di poter domare la bestia dopo? O attaccare subito, istantaneamente, a fondo, senza esitazione?

    I cattolici dell’Ottocento hanno provato un po’ di tutto. E alla fine, considerando l’evoluzione dell’Europa in quel periodo, un fatto salta agli occhi: nonostante tutti i tentativi cattolici di domare la bestia, il liberalismo conquistò l’Europa, scristianizzandola, laicizzandola, sciogliendo la famiglia e lo Stato, e trascinando il mondo lungo un percorso arrivato a due dita dall’anarchia.

    L’improvviso orrore di questa anarchia suscitò un sentimento di rigetto dal quale, come contraccolpo, nacquero il fascismo e il nazismo.

    *      *      *

    Di fronte alla falsa alternativa dispotismo-anarchia, i totalitari di ogni colore scelsero il dispotismo per reagire contro l’anarchia.

    Avevano ragione? Evidentemente no. Perché, ancora una volta, non sono riusciti a liberarsi dalla falsa alternativa. Volendo fuggire dal liberalismo, sono scivolati nell’abisso contrario. Non hanno compreso che non si trattava di scegliere tra due abissi, ma di cercare la Via che conduce al Cielo. Perciò, lungi dal condurci verso la civiltà cristiana, la reazione contro l’anarchia ci portò verso un nuovo abisso: lo Stato Moloch.

    Dico questo per mostrare come vi sia una radice comune tra il liberalismo e il dispotismo. Quale dispotismo? La varietà di colorazione politica non interessa. Che si tratti del marrone, del rosso o del nero, è sempre dispotismo. Non interessa nemmeno se questo dispotismo sia mite, benigno, morbido, come quello che il governo laburista vuole introdurre in Inghilterra. Sarà sempre dispotismo.

    Il socialismo oggi, come il nazismo ieri, come il liberalismo l’altro ieri, vanta mille volti. Mentre uno sorride alla Chiesa, un altro la minaccia, e un altro ancora la attacca. Di fronte a questo nuovo socialismo, come già prima col liberalismo, la reazione dei cattolici di tutto il mondo, ma soprattutto in Europa, può essere una sola: combatterlo in modo deciso, franco, risoluto, senza paura.

    Il socialismo non è un animale selvaggio che si possa addomesticare. È un mostro apocalittico che riunisce in sé la furbizia della volpe e la violenza della tigre. Non dimentichiamo questo, perché altrimenti i fatti finiranno per insegnarcelo in modo molto doloroso.

     

    Fonte:  Legionário, n. 723, 16 giugno 1946.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.
  • Copertina giugno 2018Rivista Tradizione Famiglia Proprietà, giugno 2018

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  • Il “pensiero unico dominante”: come la contro-rivoluzione deve reagire

    Conferenza data a Napoli, ottobre 2019, durante il Seminario di formazione 2019 organizzato dalla Fondazione Il Giglio. Pubblicato poi nel volume «Il pensiero unico dominante. Come reagire», Il Giglio, Napoli, 2020.

     

     

    di Julio Loredo

    Il tema del “pensiero unico dominante” è già stato sviluppato con autorevolezza e profondità dagli interventi precedenti. Io mi limiterò a tracciare alcune idee su come possiamo reagire da contro-rivoluzionari.

    Dobbiamo capire come questo “pensiero unico dominante”, o “consenso”, o il “politically correct”, come è anche chiamato, nasca e si diffonda nell’opinione pubblica, moderno campo di battaglia fra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione.

    Per questo mi avvalgo del testo di “Teoria dell’opinione pubblica”, che raccoglie gli schemi di un corso di Plinio Corrêa de Oliveira dettato alla TFP brasiliana nel 1966. Si tratta di un testo ancora inedito, da cui estraggo solo alcuni brani.

    Esordisce il pensatore brasiliano: “Soltanto conoscendo le regole con cui la Rivoluzione agisce sull’opinione pubblica, potremo attuare una Contro-Rivoluzione, vista anche la totale sproporzione dei mezzi. Dobbiamo studiare questa azione nelle singole persone, nei piccoli gruppi sociali e nei grandi gruppi, nazionali e internazionali”.

    Per questo dobbiamo prima studiare l’anima delle persone, poiché l’opinione pubblica non è altro che un’immensa anima collettiva, nella quale si danno – anche se con tempi diversi – gli stessi fenomeni che si danno negli individui: “L’opinione pubblica funziona come un’immensa testa, con tutte le regole della psicologia. Questa testa, ovviamente, non esiste così in nessuno in particolare, ma tutti ce l’hanno nella propria mente”.

    Plinio Corrêa de Oliveira inizia definendo un concetto, su cui poi fa ruotare la sua analisi: l’“orlo di incertezza”.

     

    L’orlo di incertezza

    Messo di fronte a idee divergenti alle sue, l’individuo ha sempre un “orlo di incertezza” che circonda le sue idee, per quanto solide possano essere: “Questo orlo esisterà sempre, a meno che intervenga la grazia divina. Nelle persone con convinzioni ideologiche ben definite, questo orlo affiorerà nei momenti di prova e di mestizia. Nelle persone con convinzioni più deboli, tutto sarà orlo, nel senso che, in tutto quanto esse penseranno o affermeranno, ci sarà sempre un elemento di incertezza”.

    Definendo meglio il concetto, il dott. Plinio scrive: “Un individuo ha un ‘orlo’ quando non è sufficientemente convinto di un’idea, e si sente quindi insicuro. Non sa come giustificarla interamente davanti a persone che la pensano in un altro modo. Ha quindi una certa paura di confrontarsi”.

    Questo fa sì che le persone tendano ad appoggiarsi sul consenso generale: “Ogni uomo ha un orlo di incertezza che, senza la grazia, non riesce a estinguere. Ciò crea in lui un’insicurezza di base che lo spinge ad appoggiarsi sul consenso generale, che tende ad accettare come più sicuro. Egli si sentirà dunque inibito ad affermare cose contrarie a tale consenso, proprio per la sua stessa insicurezza”.

    Per il principio dei “vasi comunicanti” – che il pensatore brasiliano spiega in profondità – gli individui tendono a mettere in comune le proprie idee e i propri modi di essere. Questo è il fondamento della socialità. In presenza di opinioni divergenti, o le persone hanno convinzioni molto radicate, certezze molto ferme, oppure la tendenza sarà a smorzare le divergenze, per facilitare il convivio sociale. Ciò acuisce il fenomeno dell’“orlo di incertezza”, che diventa quindi collettivo: “Tutti si sentono insicuri riguardo alle opinioni che professano”.

    Ciò porta a una conseguenza, che è il fondamento di ciò che oggi chiamiamo pensiero unico: “Per le persone con un orlo di incertezza accentuato, il convivio con altre persone di idee diverse suscita un sentimento di accondiscendenza. Solo con un’ascesi molto forte, e con molta preghiera, si riesce a mantenere una posizione ideologica ferma di fronte a idee divergenti. Nella stragrande maggioranza delle persone si forma una sorta di accondiscendenza sensibile, una zona di tolleranza ‘esperienziale’, che rammollisce le proprie convinzioni. Forse non li abbatte, ma li rammollisce per osmosi. Alla fine si crea uno stato di spirito comune che genera un’accettazione ideologica delle idee predominanti”.

    Questo fenomeno diventa poi sociale: “Dall’individuo, questo fenomeno si trasferisce poi al gruppo sociale, alla nazione e alla società internazionale”.

     

    L’interazione pianeta-satellite

    Per capire come si dà la diffusione del pensiero unico, dobbiamo capire come funziona l’opinione pubblica: “L’opinione pubblica è l’opinione sull’universo di un gruppo sociale, un paese, una regione. Risulta essenzialmente dalla confluenza di opinioni individuali, ma non in modo numerico, bensì come conseguenza dell’interazione fra pianeti e satelliti”.

    “L’insicurezza crea nella persona la tendenza a voler corroborare la propria opinione con quella altrui, ritenuta più sicura e, quindi, autorevole. Si configura così un’interazione fra persone-pianeta e persone-satellite. Tutta l’opinione pubblica è un immenso ingranaggio di pianeti e satelliti. Fra persone pianeta e persone satellite, fra famiglie pianeta e famiglie satellite, fra regioni pianeta e regioni satellite. È questo il meccanismo per il quale le insicurezze si intrecciano”.

    La conoscenza di questi meccanismi è essenziale per poter contrastare la diffusione del pensiero unico.

     

    Il ruolo delle forze segrete

    Un fattore sempre presente nel pensiero, e quindi nell’azione, di Plinio Corrêa de Oliveira è il ruolo delle Forze Segrete, realtà molto più ampia e sfaccettata della sola Massoneria. È chiaro che l’imposizione di un “pensiero unico dominante” a tutta un’area di civiltà, per non dire a tutto il mondo, non sarebbe possibile senza l’intervento di una mente organizzatrice.

    Qualcuno potrebbe, quindi, dire: pubblichiamo un’ampia denuncia delle Forze Segrete e tutto sarà risolto. La realtà è molto più sfumata. Pondera Plinio Corrêa de Oliveira:

    “Sarebbe molto facile pubblicare un libro sulle Forze Segrete denunciando tutta la cospirazione. Sarebbe anche il modo più debole e inefficace. Questo per un principio doloroso: la stragrande maggioranza delle persone ha un rigetto implicito a voler ammettere che le cose non sono ciò che sembrano. C’entra la pigrizia di capire e la pigrizia di lottare. È una pigrizia al quadrato, che interviene come forza psicologica che va presa in considerazione.

    “La stragrande maggioranza delle persone ha un fondo di simpatia per la Rivoluzione, e non vuole riconoscere che sia così cattiva. Ai migliori piacerebbe una forma moderata di Rivoluzione. È il segno della decadenza. La pubblicazione di un tale libro implicherebbe voler dire che l’ideologia e la religione muovono tutto, e questo non sarebbe accettato. Anche contenendo documenti impressionanti, un libro sulle Forze Segrete non sarebbe letto da quasi nessuno, ed esporrebbe gli autori all’accusa di affabulatori. È qui che, per esempio, molte destre europee si sono impantanate”.

     

    Il peccato del pensiero unico

    Alcuni capitoli di questo schema sull’opinione pubblica che sto seguendo sono dedicati allo studio dell’“unanimismo”, un altro nome per il pensiero unico dominante. Commenta il pensatore brasiliano: “L’unanimismo è un difetto morale, è una deformazione dello spirito umano che implica l’eliminazione quasi totale della capacità di capire la verità e di agire di conseguenza. Secondo me, questo non va senza un peccato mortale, poiché fa diventare l’uomo incapace di praticare la virtù.

    “In cosa consiste questo peccato mostruoso? È l’ipertrofia dell’istinto di conservazione, sommato a una pigrizia che porta al cinismo. L’unanimismo manipola la stanchezza dell’umanità di fronte alle tante crisi: basta problemi, vogliamo tranquillità! Questa stanchezza colpevole induce la persona a voler vivere una vita piccola, senza frizioni né scontri, che scade in un materialismo pratico fondato sul cinismo. Questa è la sostanza dell’ateismo di oggi. Non è quello di uno che vuole distruggere Dio, ma di uno che ritiene che Dio è già distrutto, nel senso che non ha niente a che fare con la propria vita. Porsi il problema dell’esistenza di Dio è già una noia. Meglio evitarla”.

    Secondo Plinio Corrêa de Oliv­­eira, l’unanimismo ha avuto inizio all’indomani del pontificato di S. Pio X. Il nazi-fascismo ha poi esasperato artificialmente l’animus belligerandi fino all’inimmaginabile, provocando come reazione una sensazione di saturazione e il conseguente desiderio di fuggire da ogni sorta di scontro. Ecco il brodo di cultura nel quale si è poi annidato l’americanismo.

     

    La reazione

    L’unanimismo – o pensiero unico dominante – comunque è un piano “B” della Rivoluzione, che vorrebbe invece che le persone abbracciassero il male con convinzione. Proprio questo apre la via per una reazione: “L’azione della Contro-Rivoluzione è fattibile perché l’unanimismo, in fondo, è uno stratagemma per la quale la Rivoluzione tenta di occultare il proprio fallimento. Io vedo un grande potenziale anti-unanimista che i contro-rivoluzionari possono esplorare”.

    Di per sé, questa reazione esigerebbe una macchina di propaganda al meno proporzionata a quella della Rivoluzione, che chiaramente noi non abbiamo. Ma la storia mostra che un piccolo gruppo di persone, convinte e fervorose, possono fare la differenza.

    Secondo Plinio Corrêa de Oliveira, il modo di reagire contro la tendenza ad adagiarsi sul consenso è di eliminare l’“orlo di incertezza”, prima in sé e poi nell’opinione pubblica:

    “Quando due opinioni divergenti non riescono a cancellare il proprio ‘orlo’, si radicalizzano e prendono le armi. Questa è la situazione ideale per la Contro-Rivoluzione in relazione alla Rivoluzione. Noi, come contro-rivoluzionari, dobbiamo lottare continuamente contro l’“orlo”, radicalizzandoci sempre di più, cioè radicando le nostre idee su basi sempre più solide e inamovibili. L’esito naturale sarà la lotta” [1].

    Una volta radicalizzato, il contro-rivoluzionario deve partire per la lotta contro la Rivoluzione:

    “Di fronte al fenomeno dell’allargamento dell’‘orlo di incertezza’ nell’opinione pubblica, con la conseguente accettazione del consenso generale, la strategia del contro-rivoluzionario dev’essere, prima, rassodare nelle persone buone ciò che non è ‘orlo’, formando quindi un nucleo di persone fortemente convinte e per niente incerte. Questo nucleo potrà poi cercare di radicalizzare una fascia importante dell’opinione pubblica”.

    “L’azione più importante della Contro-Rivoluzione non consiste nel convertire l’avversario alle nostre idee. L’azione più importante consiste nell’attrarre dalla nostra parte le persone che hanno idee simili, cercando quindi di cancellare in esse qualsiasi ‘orlo di incertezza’. Teniamo in considerazione che molte persone hanno tali idee in stato addormentato, nascosto o parziale. È assolutamente necessario risvegliare nelle persone le idee addormentate, spazzando via l’‘orlo di incertezza’ che li avvolge”.

     

    I modi della reazione

    Salto diversi capitoli dello schema, nei quali Plinio Corrêa de Oliveira descrive la morfologia dell’opinione pubblica distinguendo in essa un nucleo e un protoplasma, influenzati da due poli, quello del bene e quello del male, con i vari gradi intermedi e l’influenza che ogni polo esercita sui vari gradi. Salvo miracoli in casi isolati, il polo del bene non riuscirà mai a convertire persone dell’altro polo. Si tratta di attrarre i gradi intermedi verso il polo del bene. Questa attrazione sarà più efficace quanto più il polo del bene sia autentico e senza macchia: “Non serve a niente sorridere. Noi riusciremo ad attrare i gradi intermedi solo nella misura in cui radicalizzeremo le nostre posizioni. Questo è l’unico modo di rompere in loro la naturale attrazione del consenso. I contro-rivoluzionari debbono sollecitare le persone verso l’alto. Se le sollecitano verso il basso, perdono la battaglia”.

    Salto anche le considerazioni, lunghe e articolate, che Plinio Corrêa de Oliveira fa dell’azione della grazia divina sulle anime e sulle società.

    Passo dunque ad alcune considerazioni sui modi della reazione. Ogni anima ha un nucleo e un protoplasma. Il nucleo è il campo dei grandi principi. Il protoplasma è il campo delle conseguenze concrete di tali principi. L’uomo è solitamente più sensibile all’azione sul protoplasma che sul nucleo: “Quasi mai una persona si converte solo con argomenti, ma sì attraverso impatti psicologici”. Noi dobbiamo influenzare il nucleo. Ma questa influenza si esercita solitamente attraverso un’azione sul protoplasma.

    Plinio Corrêa de Oliveira spiega quindi tre modi in cui i contro-rivoluzionari possono agire per contrastare il pensiero unico:

    • “Per certi modi di essere;
    • “Per gesti eclatanti;
    • “Per mezzo di opere che raggiungano direttamente il nucleo”.

    Quanto al primo modo. Tutti noi siamo familiari col concetto di Rivoluzione nelle tendenze, cioè quella dimensione pre-ideologica della rivoluzione, oppure della contro-rivoluzione, che si gioca sulle forme, sui colori, sui suoni, sui sapori e via dicendo. Queste realtà esercitano un’influenza profonda sull’uomo, in modo da condizionarne poi anche le idee. È la prima profondità della Rivoluzione, oppure della Contro-Rivoluzione, descritta da Plinio Corrêa de Oliveira.

    In questo senso, parlare di “pensiero unico dominante” è alquanto riduttivo. Ci sono anche le “tendenze uniche dominanti”, per esempio le mode, molto più potenti nel propagare lo spirito della Rivoluzione che non le idee, proprio perché toccano il protoplasma.

    Ecco il primo campo di battaglia del contro-rivoluzionario contro il consenso. Noi non possiamo immaginare l’importanza, per esempio, dell’andare in giro ben vestiti, anche in estate, per contrastare le mode imperanti. Oppure del presentare tipi umani – per esempio quello della ragazza pura – in una scuola.

    La Contro-Rivoluzione ha bisogno, poi, di gesti eclatanti, che fungano da fulmine a ciel sereno. Per esempio, parlando del Regno delle Due Sicilie, organizzando un’evocazione storica di epoca borbonica in piazza pubblica. Non, però, come un gesto di semplice nostalgia, per quanto legittimo possa essere, bensì come proclamazione di certi modelli mai assopiti nell’anima dei duo-siciliani, che vanno risvegliati e indirizzati verso il futuro. In fondo, dice il dott. Plinio, bisogna seminare nella testa delle persone una domanda: “La monarchia, perché no?”

    È questo, per esempio, il senso delle campagne pubbliche della TFP, con i suoi caratteristici simboli: lo stendardo col leone rampante, la cappa rossa, ecc. scrive il dott. Plinio: “Lo stendardo nasconde l’uomo, insinua moltitudini, suggerisce qualcosa di grandioso. L’uomo cammina, lo stendardo marcia. Una sfilata di stendardi non dice solo ‘la Tradizione, perché no?’, ma ‘guarda che bellezza! È la bellezza del futuro!’”

    Finalmente, serve anche un’opera dottrinale che raggiunga direttamente il campo delle convinzioni: “Il libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione è stato calcolato per mettere a nudo il problema del nucleo”.

    L’obiettivo è creare ciò che il dott. Plinio chiamava “cristallizzazione”: “Dobbiamo toccare i punti sensibili del protoplasma, creandovi una cristallizzazione che susciti poi piccole o grandi esplosioni nel nucleo”.

     

    De proche en proche

    Nonostante tutto, l’uomo non cessa di essere razionale, cioè di avere una certa logica nel suo modo di essere e di pensare: “La mentalità di una persona è, in fondo, sempre logica”.

    Si tratta, quindi, di trovare il punto di contatto, di affinità, con la persona, un punto vivo per il quale essa risuoni al discorso contro-rivoluzionario. A partire da questo punto, de proche en proche (passo a passo) si potrà costruire nella persona una posizione contro-rivoluzionaria: “Data un’idea, dobbiamo scoprire, di logica in logica, qual è il sistema di idee che giace nel subcosciente della persona”.

     

    Tramonto e aurora

    Sia nella vita spirituale delle singole persone che in quella dei popoli, vi sono periodi di tramonto e periodi di aurora. L’apostolato nei due casi è assai diverso. Uno è, per esempio, il consiglio spirituale alla persona che è sulla china discendente della propria vita spirituale, un altro per quella che è, invece, nell’auge del fervore.

    La Contro-Rivoluzione deve saper distinguere fra tramonto e aurora, sia nelle persone sia nei popoli. Scrive il dott. Plinio: “Quando si è al tramonto, la tattica consiste nel lottare contro la notte, prolungando il più possibile il giorno. Fu il caso, per esempio, di S. Ugo, abate nel periodo decadente di Cluny. Quando, invece, si è nell’aurora, è il momento di spiegare lo stendardo e suonare le trombe. Nel tramonto serve denuncia e conservazione. Nell’aurora serve la proclamazione. Fu il caso della conversione di Clodoveo”.

    Questo è molto importante perché, sbagliando tattica, si rischia di fare più male che bene: “L’apostolato contro-rivoluzionario ha elementi di tramonto e elementi di aurora. Il nostro apostolato oggi è l’azione di una famiglia spirituale suscitata dalla Provvidenza nel maggiore ‘tournant de l’histoire’ per condurre il movimento del passaggio dal tramonto all’aurora che dovrà finalmente spazzare via le tenebre verso quel mezzogiorno che sarà il Regno di Maria. Bisogna saper calibrare bene questi due aspetti. Questa è la sostanza dell’azione contro-rivoluzionaria”.

    Nella vita del dott. Plinio, l’apostolato della Contro-Rivoluzione è passato dall’essere quasi esclusivamente di tramonto a essere uno con sempre più elementi di aurora.

    Parlando nel 1966, all’epoca di questo simposio sull’opinione pubblica, egli disse: “Ancora non vedo una vera grazia di aurora, ma comincio a intuire alcuni chiarori che preannunciano l’aurora. La gente comincia a rendersi conto che tutto è crollato. C’è stata una frattura nel nucleo. Noi, contro-rivoluzionari, dobbiamo saper penetrare questa falla. Il sole ancora non è sorto ma, denunciando lo stato di estrema calamità del mondo e della Chiesa, possiamo far sorgere il desiderio del suo opposto. È un apostolato di tramonto con alcuni elementi di aurora”.

    Molto più tardi, verso la fine della sua vita, egli cominciò a parlare di una “grazia nuova”, specie nelle nuove generazioni, sulla quale magari potremo fare un altro incontro.

    Chiudo citando il proclama con cui lo stesso dott. Plinio termina lo schema:

             “Il dovere dei contro-rivoluzionari:

            “1. Continuare ad agire per cristallizzare il più possibile in questo inverno;

           “2. Polarizzare sempre di più l’opinione pubblica, con campagne, libri e iniziative;

           “3. Mantenersi pronti per l’ora dell’intervento della Madonna”.

    [1] È quasi superfluo ricordarlo: Plinio Corrêa de Oliveira sottolineava sempre il carattere strettamente ideologico, pacifico e legale di questa “lotta”.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte

  • Il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nella creazione della destra religiosa internazionale

     

     

    di Julio Loredo

    Nella mitologia rivoluzionaria il processo storico va costantemente “avanti”, cioè verso forme di pensare, di sentire e di vivere sempre più liberali, più ugualitarie, più tolleranti, più laiche, più inclusive, insomma più “moderne”. In altre parole, va sempre verso sinistra. Inesorabilmente.

     

    Dal “malaise” al “Revival”

    A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, questa sembrava una verità inoppugnabile. Mentre in campo culturale le tossine del Sessantotto scioglievano le fondamenta morali e psicologiche dell’Occidente, in campo socio-politico il comunismo avanzava imperterrito. Gli Stati Uniti, leader de facto del mondo non comunista, arretravano, specialmente dopo il disastro del Vietnam. Il popolo americano sprofondò psicologicamente in ciò che gli analisti chiamarono un “malaise”, interpretato come avvisaglia di una morte non molto lontana. Questo “malaise” si propagò, poi, per tutto il mondo occidentale.

    In campo ecclesiastico, i fautori della cosiddetta ermeneutica della rottura e della discontinuità, che interpretano il Concilio Vaticano II come la nascita di una Nuova Chiesa, cantavano vittoria. Soffiava forte nella Chiesa la cosiddetta “euforia del dissenso”. La linea progressista trionfava ovunque. Il tradizionalismo era ridotto, quasi letteralmente, a quattro gatti.

    Nel 1979, però, tutto cominciò a cambiare.

    A maggio, Margaret Thatcher vinse le elezioni in Gran Bretagna, avviando quindi una riscossa conservatrice che, in pochi anni, smantellò l’apparato socialista che aveva dominato il Paese per più di mezzo secolo. Poi, nel novembre 1980, vinse le elezioni americane Ronald Reagan, conducendo al potere il Conservative Movement. E, anche qui, il Paese fu investito da una svolta copernicana. “The Sixties are Over! – Gli anni Sessanta sono finiti!”, era uno degli slogan più ripetuti. Era l’inizio del Conservative Revival, la Rinascita Conservatrice, che si estese poi per il mondo, portando al governo in molti Paesi una nuova destra di chiara ispirazione religiosa.

    In campo ecclesiastico, il pontificato di Giovanni Paolo II, seppur con luci e ombre, segnò in ugual modo una svolta, della quale fu esempio il motu proprio Ecclesia Dei (1988), che aprì di nuovo le porte alla Messa tridentina. Il tradizionalismo cominciò a crescere ovunque, specialmente tra i giovani. Nacquero diversi istituti religiosi ed ecclesiastici di orientamento conservatore/tradizionalista. Gli eccessi della teologia progressista furono condannati. Questa svolta si rafforzò ulteriormente nel pontificato di Benedetto XVI, per esempio col motu proprio Summorum Pontificum, arrivando a situazioni come quella francese, dove quasi la metà dei sacerdoti ordinati è di rito tradizionale.

    Il Conservative Revival, sia nei suoi aspetti temporali sia in quelli religiosi, è stato studiato con dovizia di particolari e profondità da molti intellettuali. Abbonda la letteratura accademica in merito. Eppure c’è un punto ancora non sufficientemente esplorato: il ruolo del Brasile e, in concreto, del professor Plinio Corrêa de Oliveira nella gestazione e nello sviluppo di questa reazione.

    Per iniziare a colmare questo vuoto, Benjamin A. Cowan ha recentemente pubblicato il libro Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious RightBrazil, the United States and the Creation of the Religious Right (University of North Carolina Press, 2021, 294 pp.). Laureato a Harvard, il professor Cowan è docente di storia all’Università della California a San Diego.

    Il lavoro di ricerca è corposo. Non meno di 824 note a piè di pagina attestano la dovizia di riferimenti con cui l’autore ha voluto arricchire la sua opera. Buona parte delle fonti è inedita: l’archivio personale di monsignor. Geraldo di Proença Sigaud; rapporti dei Servizi d’intelligence brasiliani; i Paul Weyrich Papers della sezione manoscritti della Library of Congress; gli archivi diocesani di San Paolo e Diamantina; l’archivio del ministero degli Esteri brasiliano e via dicendo.

    Come in ogni lavoro di analisi storica, ci sarebbero da fare alcuni distinguo, specialmente da parte di persone, come il sottoscritto, che hanno partecipato ad alcuni dei fatti raccontati, oppure hanno avuto contatto intimo con chi vi ha preso parte. Ciò nonostante, si tratta di un’opera sostanziosa, destinata a condizionare la ricerca accademica sull’argomento. Giova ricordare che il professor Cowan è un liberal, e si colloca pertanto in una posizione ideologica opposta a quella delle realtà studiate. Lungi dall’essere un’apologia, la sua è una critica, a volte perfino caustica.

     

    Il Concilio Vaticano II

    Il primo capitolo è dedicato al Concilio Vaticano II.

    Nonostante l’ingente bibliografia ormai disponibile sul Concilio, Cowan sostiene che gli studiosi non hanno ancora dato il dovuto rilievo all’“azione decisiva di un gruppo coeso di brasiliani che ha lavorato durante e dopo il Concilio per arginare l’onda riformista. (…) La centralità dei brasiliani [nella reazione tradizionalista] è solitamente avvolta nell’ombra” [1]. Si sono trascurati, per esempio, gli interventi di mons. José Maurício da Rocha, vescovo di Bragança Paulista, “monarchico, ferocemente antimodernista, anticomunista e antiliberale”. Più nota, ma ancora non ben studiata, è l’azione di monsignor Geraldo de Proença Sigaud, arcivescovo di Diamantina, e di monsignor Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos.

    Questo “gruppo coeso di brasiliani” era formato da questi ultimi due Padri conciliari, animati e sostenuti dai membri della TFP, che per l’occasione avevano aperto ben due sedi nella Città Eterna. L’ispiratore e forza motrice del gruppo era, senza dubbio, il professor. Plinio Corrêa de Oliveira.

    Nonostante questo gruppo “abbia giocato un ruolo principale, e in certo senso pioneristico, nella politica del cattolicesimo tradizionalista, in ambito nazionale e transnazionale, durante e dopo il Concilio, Mayer, Sigaud e la sensazionale TFP sono spesso lasciati fuori dalla storiografia sulla genesi della reazione cattolica arciconservatrice nel mondo. (…) I ricercatori hanno largamente ignorato questo contributo brasiliano. (…) In questo primo capitolo vorrei tratteggiare questo attivismo dei brasiliani conservatori durante il Concilio Vaticano II come un elemento nella costruzione e lo sviluppo del tradizionalismo cattolico transnazionale. (…) I brasiliani furono, in alcun modo, la principale – e finora trascurata –  forza dietro la resistenza conservatrice nel Vaticano II” [2].

    Ovviamente, Cowan non afferma che questa sia stata l’unica componente della reazione tradizionalista durante il Concilio. Sostiene appena che finora non le si è data la dovuta attenzione.

    L’azione antiprogressista di Plinio Corrêa de Oliveira, secondo Cowan, comincia negli anni Trenta con la costituzione del Gruppo del Legionario, e continua con la sua opposizione al neomodernismo in seno all’Azione Cattolica negli anni Quaranta, e con la fondazione del movimento Catolicismo negli anni Cinquanta. Allo scoccare dei Sessanta, l’opera antimodernista di Plinio “aveva riverberato in Brasile [e anche] avuto significative ripercussioni internazionali che aiutarono a plasmare e a sostentare la reazione cattolica globale alla modernizzazione e la secolarizzazione” [3]. Quando il dottor Plinio giunse a Roma nel 1962, dunque, egli aveva già le idee molto chiare e un piano di battaglia perfettamente tracciato, a differenza di tanti altri conservatori che “furono colti di sorpresa dalla svolta progressista del Concilio” [4]. Infatti, spiega Cowan, “la TFP anticipò l’orientamento del Concilio, e iniziò a organizzarsi prima che esso cominciasse” [5]. L’archivio privato di monsignor Sigaud contiene il resoconto delle riunioni con Plinio Corrêa de Oliveira per preparare il piano di opposizione all’assalto progressista nel Concilio, prima di recarsi nella Città Eterna.

    Questo piano è contenuto nel votum presentato al Concilio da mons. Sigaud ma ispirato, e forse in parte scritto, da Plinio Corrêa de Oliveira: “La Chiesa deve organizzare, su scala mondiale, la lotta contro la Rivoluzione” [6]. La visione realisticamente preoccupata del dottor Plinio contrastava notevolmente col “giubilo” che non pochi conservatori nutrivano per l’indizione del Concilio, vedendovi un’opportunità di “rinnovamento conservatore”, mentre il leader brasiliano temeva che si trasformasse in una debacle [7].

    Durante il Concilio, i tradizionalisti si riunirono nel Coetus Internationalis Patrum. Dall’archivio di mons. Sigaud emerge la centralità di costui nella formazione del Coetus, sempre incoraggiato da Plinio Corrêa de Oliveira. Sono suoi, per esempio, i manoscritti con “gli schemi per la struttura, riunioni, pubblicazioni, attività e finanziamento” del Coetus. In una lettera al ministro degli Esteri brasiliano, chiedendogli sostegno economico, mons. Sigaud scrive: “Non trovo [a Roma] collaboratori disinteressati e affidabili. Gli attivisti brasiliani, al contrario, lavorano appena per un senso di dedizione alla nostra causa, con grande efficacia e discrezione.(…)  Essi sono specialisti, ognuno in un aspetto del Concilio. (…) La spina dorsale del Coetus è sempre stata, e deve continuare a essere affidata a questi attivisti brasiliani” [8]. Conclude Cowan: “L’attivismo della TFP assunse un’importanza centrale nella mobilitazione del blocco conservatore”.

    Lo stesso monsignor Marcel Lefebvre definiva la TFP il “comitato direzionale” del Coetus [9]. Opinione condivisa dallo storico francese Henri Fesquet. In conclusione, Cowan afferma: “Come abbiamo visto, Marcel Lefebvre e i suoi seguaci erano tra coloro che ritenevano i brasiliani gli attori principali, perfino degli eroi, in questo campo” [10].

    Trascuriamo un lungo capitolo intitolato La bellezza delle gerarchie, in cui Cowan spiega le dottrine che animano la TFP. È interessante, comunque, rilevare come, secondo Cowan, la TFP deduce dalla sua visione cattolica non solo una visione antiprogressista in campo religioso ma anche una concezione tradizionalista della società temporale, intimamente collegata alla prima. Donde le sue battaglie in campo politico, sociale, culturale, morale e religioso. È interessante rilevare anche l’insistenza di Cowan sulla “dimensione estetica” della Contro-Rivoluzione voluta dalla TFP.

    Conclude il professor Cowan: “Anche se il tradizionalismo cattolico è il campo in cui questi attivisti [della TFP] hanno avuto l’effetto più diretto e riconosciuto, il loro impatto si estende pure al più ampio campo del moderno conservatorismo religioso. È ciò che tratterò nei prossimi capitoli. (…) L’attivismo [della TFP] fece del Brasile un locus importante per lo sviluppo di questo particolare brand di conservatorismo religioso, che poi troverà eco dentro e fuori dal Brasile” [11].

     

    Creazione della “Nuova Destra transnazionale”

    Nel quarto capitolo, Cowan intende “tracciare il ruolo del Brasile come un nucleo principale nella rete che diede origine alla Nuova Destra transnazionale” [12]. Bisogna subito chiarire che la “Nuova Destra” alla quale egli si riferisce non ha niente a che fare con la Nouvelle Droite europea, di matrice neopagana. I fondamenti di questa Nuova Destra, secondo Cowan, erano l’anticomunismo, la difesa dei valori morali e della cultura occidentale. Proprio la comune avversione al comunismo – allora il peggiore nemico della civiltà cristiana occidentale – portò molti gruppi e movimenti a cercare di accomunare gli sforzi. Cowan mostra che la TFP ebbe in questo un ruolo principale: “Il Brasile divenne un cardine per la gestazione e l’accreditamento [empowerment] di personaggi e di movimenti di destra, la cui importanza varcherà i confini nazionali” [13].

    Con base a documenti perlopiù inediti, l’autore analizza specialmente i rapporti tra le TFP e la New Right americana. Per capirli bisogna fare un passo indietro.

    Sulla fine degli anni Quaranta, con la pubblicazione di Burke’s Politics [14], comincia a prendere corpo negli Stati Uniti ciò che più tardi si chiamerà il Conservative Movement [15]. Dopo un periodo di elaborazione dottrinale, e un prematuro, e quindi fallito, tentativo elettorale con Barry Goldwater nel 1964, sulla fine degli anni Sessanta questo movimento sbarcò a Washington, dove fondò think tanks come l’Heritage Foundation, e strutture per l’azione politica come la Free Congress Foundation. Ne era l’anima Paul Weyrich, un cattolico tradizionalista di origini austriache[16]. Nel 1980 questa New Right contribuì a portare alla presidenza Ronald Reagan, il primo presidente “conservatore”. Inizia quindi un profondo e vigoroso Conservative Revival, che incide non solo sulla politica ma anche sulla cultura[17].

    Oltre all’azione politica e culturale, i cattolici della New Right (difatti la voce predominante) iniziarono una campagna di opposizione al progressismo dentro la Chiesa. A questo fine fondarono il Catholic Center, per “combattere il movimento progressista di sinistra nella Chiesa” [18]. È da questa fucina, per esempio, che uscì nel 1986 la prima denuncia delle lobby omosessuali[19]. Come pure uscirono diversi studi contro la cosiddetta Teologia della liberazione[20]. Non è un caso che oggi ci siano non meno di quindici Messe in rito romano antico nell’area metropolitana di Washington D.C. È l’onda lunga del Conservative Revival.

    Attento agli sviluppi che avrebbero potuto indicare una reazione potenzialmente contro-rivoluzionaria, il professor Plinio Corrêa de Oliveira diede molta importanza all’ascesa di questa New Right, sia per la sua azione concreta, sia soprattutto per ciò che rappresentava come cambiamento nel panorama ideologico nord-americano. Al fine di stringere i rapporti con essa, la TFP americana incrementò la sua presenza nella capitale col TFP Washington Bureau, al quale Cowan dedica non poco spazio.

    Nel giugno 1981, Plinio Corrêa de Oliveira ricevette a San Paolo la visita di James Lucier, consigliere della Commissione esteri del Senato americano, e Francis Bouchey, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Interamericano, entrambi esponente di spicco della New Right. Poi, nel 1988, egli ricevette la visita dei dirigenti della New Right, tra cui Paul Weyrich e Morton Blackwell. Nel discorso ai soci e cooperatori della TFP brasiliana, Weyrich confidò: “Le conversazioni che ho avuto col vostro leader [Plinio Corrêa de Oliveira] sono state le più straordinarie di tutta la mia carriera politica” [21].

    A Cowan interessa, soprattutto, l’internazionalizzazione di questa Nuova Destra. Egli dedica quindi diverse pagine a raccontare la storia dell’International Policy Forum, un’alleanza di associazioni conservatrici concepita da Paul Weyrich e presieduta da Morton Blackwell. “La costruzione di una Nuova Destra transnazionale – spiega Cowan – fu fatta attraverso organizzazioni specificamente create a questo scopo. (…) L’International Policy Forum (IPF) fu una di queste organizzazioni, forse l’esempio paradigmatico. (…) L’IPF ha ricevuto relativamente poca attenzione accademica” [22]. La prima riunione si tenne a Washington nel 1985.

    “Da più di due secoli gli intellettuali e gli attivisti della sinistra avevano costruito le loro reti internazionali [mentre] i conservatori erano totalmente ignari dei loro consimili in altri Paesi”, leggiamo in un documento dell’IPF[23]. Il riferimento a “più di due secoli” è interessante, e mostra come i membri dell’IPF non fossero esclusivamente anticomunisti, ma avessero una visione più ampia del processo rivoluzionario.

    L’idea di una “transnazionale conservatrice” non era nuova. Infatti, le Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà – TFP, ormai presenti in venti Paesi, formavano già una sorta di “Internazionale della Contro-Rivoluzione”. Fu proprio su suggerimento di Plinio Corrêa de Oliveira, e ispirato all’esempio delle TFP, che Paul Weyrich concepì l’IPF, invitando quindi il leader brasiliano a fare parte del Board of Governors“Weyrich stabilì uno stretto e fruttifero rapporto con la Società brasiliana di difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà (TFP), o meglio, con la rete transnazionale di associazioni TFP” [24]. Infatti, in molti dei suoi viaggi internazionali, per prendere contatto con realtà conservatrici/tradizionaliste, il leader della New Right era accompagnato da membri delle TFP che “introducevano Weyrich nella rete degli amici locali”.

    Tutti questi sforzi, spiega Cowan, “costruivano coalizioni internazionali in difesa del cristianesimo tradizionale” [25]. Cowan torna spesso sull’idea della “centralità della TFP”: “La TFP proliferò geograficamente, stabilendo branche in tutto il mondo atlantico. Più importante ancora, la TFP manteneva rapporti con la maggior parte dei movimenti della Nuova Destra ed estremisti [sic], collocandosi nel centro degli sforzi per creare vincoli internazionali di collaborazione” [26].

    In questo modo, prese corpo ciò che Cowan chiama una “Nuova Destra transnazionale”. Afferma il docente californiano: “Questi rappresentanti della destra brasiliana furono i pionieri nel creare reti di collaborazione con simili realtà del Nord, una collaborazione che mise le basi per la costituzione di una Nuova Destra transnazionale” [27]. L’autore passa quindi ad enumerare le idee-base di questa Nuova Destra: “Nostalgia per il passato, meglio se medievale; visione soprannaturale; anticomunismo; antimodernismo; moralismo; antiecumenismo; difesa delle gerarchie; difesa della proprietà privata e della libera iniziativa” [28]. Secondo l’autore, “la TFP era l’attore principale nello sviluppo di questa crociata neoconservatrice nel continente e nel mondo”.

    È importante notare che lo stesso Cowan ammette che, nel corso di queste trattative, la TFP mantenne sempre la sua identità di “cattolici militanti”, senza mai cedere a compromessi e senza mai nascondere che il suo scopo era la Contro-Rivoluzione, cioè la restaurazione della Civiltà cristiana nella sua integrità.

    Oltre a questi sforzi per mettere in comunicazione la galassia New Right, Cowan descrive seppur brevemente gli sforzi per entrare in contatto con realtà tradizionaliste europee, come Alleanza Cattolica in Italia e Lecture et Tradition in Francia.

    Benjamin Cowan conclude auspicando che il ruolo della TFP e del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nella formazione della reazione antiprogressista nel mondo possa essere meglio studiato dagli specialisti.

     

    Note

    [1] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious Right, University of North Carolina Press, 2021, pp. 16-17.

    [2] Ibid., pp. 17-19.

    [3] Ibid., p. 18.

    [4] Ibid., p. 25.

    [5] Ibid., p. 25

    [6] Ibid., p. 230.

    [7] Ibid., p. 234.

    [8]Ibid., p. 23.

    [9] Ibid., p. 24.

    [10] Ibid., p. 59.

    [11] Ibid., p. 59.

    [12] Ibid., p. 137.

    [13] Ibid., p. 137.

    [14] Hoffman, Ross J. S., and Paul Levak (Eds.). Burke’s Politics: Selected Writings and Speeches of Edmund Burke on Reform, Revolution, and War. Pp. xxxvii, 536. New York: Alfred A. Knopf, 1949.

    [15] La letteratura sul Conservative Movement è vastissima. Un riassunto si trova in Modern Age, vol. 26, n° 3-4, 1982.

    [16] Cfr. Patriottismo, combattività e appetenza del soprannaturale. Intervista a Paul WeyrichTradizione Famiglia Proprietà, marzo 2002. https://www.atfp.it/rivista-tfp/2002/103-marzo-2002/733-intervista-a-paul-weyrich

    [17] In realtà, la New Right si collocava assai più a destra di Reagan, a cui rinfacciava di fare troppo poco.

    [18] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 146.

    [19] Enrique T. Rueda, The Homosexual Network. Private Lives and Public Policy, Devin Adair, 1986.

    [20] Enrique T. Rueda, The Marxist Character of Liberation Theology, The Catholic Center, 1986.

    [21] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 151.

    [22] Ibid., p. 144.

    [23] Ibid., p. 146.

    [24] Ibid., p. 151.

    [25] Ibid., p. 152.

    [26] Ibid., p. 153.

    [27] Ibid., p. 60.

    [28] Ibid., pp. 154-155.

     

    Fonte: Duc in Altum – Aldo Maria Valli, 30 settembre 2021.

  • In Memoria di un Príncipe cattolico: S. A. I. R. Dom Luiz d’Orleans e Bragança (1938-2022)

     

     

    di Roberto de Mattei

    È raro oggi incontrare principi autenticamente cattolici e quando uno di essi viene a mancare è doveroso onorarne la memoria. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente dom Luiz d’Orleans e Bragança, il Capo della Casa Imperiale basiliana scomparso il 15 luglio a 84 anni di età e mi è caro rendere omaggio alla sua figura, in un’epoca in cui abbiamo un estremo bisogno di uomini che incarnino princìpi. Dom Luiz era uno di questi: incarnava nelle sue parole, nelle sue azioni, ma soprattutto nel suo modo di essere, il principio monarchico della società. 

    Oggi la società si sta disfacendo anche perché il principio di autorità e di gerarchia su cui si fondava la cristianità è stato sostituito da quello dell’anarchia e del caos. E questa la ragione che spinse il prof. Plinio Corrêa de Oliveira a pubblicare nel 1993 il libro Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana con la prefazione del principe Luiz de Orléans e Braganza. L’idea di fondo era di mostrare il ruolo indispensabile della nobiltà e, più in generale, delle autentiche élites morali, culturali e sociali, nella crisi del nostro tempo.

    Credo che l’Italia fu il paese in cui quest’appello risuonò più profondamente. Nel 1993 si svolse nello storico palazzo della principessa Elvina Pallavicini (1914-2004) un convegno internazionale ispirato dal libro del pensatore brasiliano. Nel 1997 la principessa e il marchese Luigi Coda Nunziante (1930-2015), in un nuovo incontro a Palazzo Pallavicini, diedero vita all’Associazione Noblesse et Tradition, per opporre al processo rivoluzionario la tradizione monarchica e aristocratica dell’Europa Cristiana. Con un discorso di grande impegno, il principe dom Luiz di Orléans e Braganza sottolineò la missione della Nobiltà nella fase di disgregazione sociale che vive la società contemporanea.

    Dom Luiz era nato il 6 giugno 1938 a Mandelieu-la-Napoule, nel sud della Francia, primo di dodici figli del principe Pedro Henrique de Orleans e Bragança (1909-1981), capo della Casa Imperiale, e di sua moglie, la principessa Maria di Baviera. Nel 1945 era stato permesso alla famiglia di tornare in Brasile dopo l’esilio e il principe Pedro Henrique, che conosceva il prof. Plinio Corrêa de Oliveira fin dall’infanzia, era stato ben lieto di affidargli la formazione dei figli Luiz e Bertrand che avevano manifestato il loro entusiasmo per la Contro-Rivoluzione cattolica. Nelle vene dei due giovani scorreva il più nobile sangue europeo, attraverso gli Orléans-Bragança, imperatori del Brasile fino al colpo di Stato repubblicano del 1889 e i Wittelsbach, re di Baviera fino al 1918. La figura che essi sentivano più vicina era però quella della nonna, la principessa Maria Pia di Borbone-Due Sicilie (1870-1973), che aveva trasmesso loro un ardente amore per il movimento legittimista e ultramontano.

    Dom Luiz e dom Bertrand entrarono nella TFP, fondata nel 1960 dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira e, al suo fianco, militarono in una lunga battaglia in difesa della civiltà cristiana e della Chiesa Cattolica. Tra i due fratelli, Dom Luiz aveva una vocazione più contemplativa e un temperamento più riservato, ma questo non gli impedì di sottrarsi ad alcun impegno. Per questo, malgrado i suoi sessant’anni e la salute pregiudicata da una poliomelite giovanile, aderì con entusiastica determinazione all’invito del marchese Coda Nunziante di divenire membro fondatore di Noblesse et Tradition, nata per difendere i valori nobiliari tradizionali nel campo culturale e sociale. Dom Luiz partecipò, alla fondazione dell’associazione e ai tre convegni internazionali che seguirono a Roma (2000), Lisbona (2002) e Torino (2004), con la partecipazione di eminenti membri della nobiltà europea. Fu naturale che alla morte della principessa Pallavicini, nel 2004, dom Luiz fosse il suo successore come presidente di Noblesse et Tradition

    Il 29 aprile 2004 Dom Luiz presiedette nella sala del Palazzo Coburg di Vienna, alla presentazione dell’edizione tedesca del mio libro Il crociato del ventesimo secolo.  Plinio Corrêa de Oliveira. Tre anni prima, il 10 ottobre 2001, aveva partecipato a Roma alla commemorazione del 430° anniversario della battaglia di Lepanto. L’evento, promosso dal Centro Cuturale Lepanto, si svolse nei saloni del Palazzo della Cancelleria, alla presenza di oltre cinquecento persone. Il Principe imperiale sedeva in prima fila accanto ai cardinali Alfons Maria Stickler, Paul Augustin Mayer, Lorenzo Antonetti e Luigi Poggi, ai rappresentanti dell’Ordine di Malta e dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e ai discendenti delle più illustri famiglie europeee, i cui antenati avevano combattuto nelle acque di Lepanto.

    Queste non furono esibizioni mondane, da cui dom Luiz sempre rifuggì, ma impegni gravosi, a cui si sottomise per essere fedele al suo dovere di stato. Dal suo sguardo tralucevano due eminenti virtù: la purezza e l’intransigenza. Queste virtù resero dom Luiz e dom Bertrand invisi agli ambienti dell’alta società mondana. I nobili che si mimetizzavano per entrare nelle professioni lucrative e alla moda non sopportavano i due principi brasiliani, perché essi non venivano a patti con lo spirito di sensualità e di compromesso del cosiddetto “jet set”. Per i nobili mondani, il modello di principe era il re di Spagna Juan Carlos, l’uomo – si diceva – che era riuscito a combinare il servizio del proprio Paese con i propri piaceri e interessi. Non si comprendeva, e ancora non si comprende, che tanto più alta è la posizione sociale che si occupa, tanto maggiori sono i doveri che si è obbligati a rispettare. Eppure una sovrana non cattolica, come la regina Elisabetta II d’Inghilterra, ha offerto, in sessant’anni di regno, l’esempio, di ciò che una nazione può produrre di idealmente elevato.

    Dom Luiz volle essere e fu un principe cattolico. Fu terziario carmelitano e consacrato a Maria secondo la pratica di san Luigi Maria Grignion di Monfort, ma soprattutto diede l’esempio di un fervente spirito cattolico. Seguì con dolore il processo di autodemolizione della Chiesa e non mancò di manifestare il suo rispettoso dissenso con alcune posizioni della gerarchia cattolica.  Così, il 27 settembre 2016, fu tra i primi firmatari di una Dichiarazione presentata per iniziativa dell’Associazione Supplica filiale da un gruppo di 80 personalità cattoliche, comprendenti cardinali, vescovi, ed eminenti studiosi, che ribadivano la loro fedeltà agli immutabili insegnamenti della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio.

    Nel convegno di Noblesse et Tradition di Torino, il 30 ottobre 2004, dom Luiz chiuse il suo intervento con queste parole: «In un futuro che noi speriamo non troppo lontano, il nostro sguardo si volgerà verso questi anni di apostasia, di sangue e di caos, per sempre lasciati alle nostre spalle. Di questo noi possiamo essere certi, perché ci basiamo sulle promesse di Nostra Signora di Fatima.In quel momento felice, di fronte alla Chiesa ed alla Società restaurata, brilleranno come il sole coloro che, provenienti dalla nobiltà o dalleélites tradizionali analoghe, si saranno alzati in piedi contro le convulsioni e le crisi moderne, opponendosi ad esse e seguendo fedelmente i consigli e gli insegnamenti immortali del grande Pontefice Pio XII». A Vienna, il 29 aprile dello stesso anno, aveva detto: «Mi ricordo benissimo l’ultima riunione pubblica tenuta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira due mesi prima della sua morte. Egli ci ha richiamati ad avere fiducia nella Madonna, dicendo: “Quanto più ci sentiremo smarriti, più dobbiamo avere fiducia nella Madonna giacché Ella ha promesso che trionferà. Fiducia! Fiducia! Fiducia! Anche se dovesse tardare cinque, dieci, quindici, cinquant’ anni, dobbiamo aver fiducia che un giorno verrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria”». 

    Dom Luiz d’Orleans e Bragança, non ha potuto vedere quel giorno benedetto, ma lascia l’esempio di un perfetto principe cattolico davanti a cui ci inchiniamo con reverenza.

     

    Fonte:Corrispondenza Romana, 16 luglio 2022.

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    ISTITUTO PLINIO CORREA DE OLIVEIRA 

    Associazione Tradizione Famiglia Proprietà (TFP)

     

    In Memoriam 

    Principe D. Luiz di Orleans-Braganza

    Capo della Casa Imperiale del Brasile,

    Illustre membro dell'IPCO

     

     

     

    Il principe Don Luiz de Orleans e Bragança, capo della Casa Imperiale del Brasile, è morto oggi 15 luglio a San Paolo, all'età di 84 anni, dopo una lunga malattia.

    La morte di Don Luiz è stata annunciata nell'anno del bicentenario dell'Indipendenza, proclamata dal suo trisavolo Don Pedro I. Il suo corpo sarà vegliato presso la sede dell'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO) e verrà sepolto il 18 luglio nel cimitero della Consolação, a San Paolo.

    Con la morte del Principe Don Luiz, la guida della Casa Imperiale del Brasile passa al Principe Don Bertrand de Orleans e Bragança.

    Una Messa di Requiem in data ancora da fissare sarà celebrata a Roma.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Intervista a Juan Miguel Montes sulla situazione Russia-Ucraina e l’azione delle TFP in favore della Lituania

    Il sito portoghese Dies Iræ ha pubblicato un'intervista esclusiva a Juan Miguel Montes, direttore dell'ufficio di Roma delle TFP - Tradizione, Famiglia e Proprietà. Ne proponiamo la nostra traduzione all’italiano. Nell'intervista, Montes parla della sua partecipazione attiva alla campagna che la TFP organizzò per l'indipendenza della Lituania e fa considerazioni rilevanti sul conflitto armato tra la Federazione Russa e l'Ucraina.

     

     

    A cura di Dies Iræ

    1. Più di tre decenni fa, concretamente il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, fatto che segnò decisamente la fine dell'"Impero sovietico". Un contributo importante al crollo del comunismo fu la dichiarazione d'indipendenza della Lituania l'11 marzo 1990. Fu in quel contesto che il professor Plinio Corrêa de Oliveira, fondatore della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà, promosse una grande raccolta di firme a sostegno della legittima rivendicazione lituana, che si diffuse nei cinque continenti, raggiungendo in poco più di tre mesi il numero record di 5.200.000 firme, facendone la più grande sottoscrizione di sempre. Lei partecipò a questa campagna e fece parte della delegazione che consegnò le firme in Russia e Lituania, Che ricordo ha di questa azione notevole?

    Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ricordava quella campagna come uno dei momenti più gloriosi della lotta delle TFP contro il comunismo. La Lituania, che è un paese baltico e non slavo, con una lunga storia anteriore alla dominazione russa, fu cancellata come nazione indipendente dal patto nazi-comunista del 1940 (patto Ribbentrop-Molotov). Nel marzo 1990, il paese baltico si alzò in piedi contro il moloch sovietico in un gesto di eroismo che commosse profondamente il mondo. Le TFP indissero una campagna internazionale di raccolta firme a sostegno di quella dichiarazione d’indipendenza, facendo una epica campagna per le strade delle Americhe e dell’Europa. Come lei ricorda, furono raccolte oltre 5 milioni di firme e all’epoca il Guiness Book of Records registrò trattarsi della più grande raccolta di sottoscrizioni mai avvenuta. Posteriormente il Parlamento della Lituania indipendente, in una seduta ufficiale, avrebbe reso omaggio ufficialmente alle Associazioni Tradizione Famiglia Proprietà per il loro apporto all’indipendenza nazionale. Questa iniziativa fu all’inizio di quel processo di smantellamento dell’Impero sovietico che Vladimir Putin ha definito “la più grande tragedia geopolitica del secolo XX”.

    1. Della sua visita a Vilnius, dove poté avere un contatto molto stretto con la realtà politica, sociale ed ecclesiastica, cosa le è rimasto in mente fino ad oggi?

    In realtà, la delegazione delle TFP, di cui feci parte insieme a una decina di altre persone, si recò prima a Mosca, poi a Vilnius e di seguito nuovamente a Mosca, in un memorabile viaggio che aveva come scopo quello di consegnare le firme al presidente lituano Landsbergis, ed una loro copia all’ufficio del segretario generale del PCUS Gorbaciov al Cremlino e anche all’arcivescovo primate lituano, il cardinale Sladkevičius. Tutto questo fu fatto.

    Il presidente lituano ci ricevette con grande cordialità, colpendoci per la determinazione eroica con cui voleva portare avanti il processo di indipendenza da Mosca anche se, come ci diceva chiaramente, non escludeva di finire in Siberia, o addirittura peggio. Infatti, un mese dopo la visita della nostra delegazione nel dicembre 1990, come purtroppo pochi ricordano, l’Armata Rossa entrò a Vilnius e represse brutalmente gli indipendentisti che stavano manifestando davanti alla televisione nazionale, schiacciandoli con i carri armati e prendendo a cannonate i civili. Ma erano gli ultimi colpi di coda del drago rosso. Poi, come oggi sappiamo, l’indipendenza si consolidò non solo in Lituania ma anche negli altri Paesi baltici.

    Comunque, il mio ricordo più profondo è la reazione del numeroso pubblico incontrato in chiese, teatri, camminando per le strade, visitando famiglie, che ci implorava di non tornare in Europa senza prima impegnarci seriamente a continuare la lotta per la loro libertà in ogni angolo del mondo. “Non abbandonateci più!” era la frase che più sentivamo in questi numerosi incontri sostenuti nell’arco dei nostri giorni di permanenza in Lituania. Solo sul posto potei misurare tutta la profondità della loro sofferenza e la ferma risoluzione a voler separare le loro strade definitivamente dal mondo sovietico, non per risentimento contro il popolo russo, che non avevano, ma contro il carattere tirannico della dirigenza del Cremlino, emersa non solo nella tenebrosa fase comunista ma anche in altri momenti della loro storia. Purtroppo, nella voragine di avvenimenti in cui siamo ogni giorno inghiottiti, molti hanno dimenticato questa realtà di sofferenza e di martirio.

    1. Le visite annuali della delegazione della TFP in Lituania hanno ancora luogo?

    Sì, anche durante la pandemia da Covid, le TFP europee e americane hanno inviato regolarmente una delegazione di membri al pellegrinaggio annuale che si svolge nella prima metà di settembre al santuario della Madonna di Ŝiluva, costruito nel luogo dove ci fu una apparizione mariana fortemente identificata con la storia nazionale della Lituania, chiamata anche Terra Mariana. Esiste anche un bureau di rappresentanza delle TFP che viene gestito dai nostri amici di Francoforte.

    1. Il 24 febbraio scorso, la Federazione Russa, guidata da Vladimir Putin, un ex membro del defunto regime sovietico, ha spudoratamente attaccato e invaso l'Ucraina. Quali similitudini trova tra l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del XX secolo e la Russia del XXI secolo?

    Bisognerebbe capire che, nonostante la Russia abbia abbandonato aspetti del regime socialista a economia pianificata (non per sostituirlo con una economia autenticamente libera e organica, bensì con una “cleptocrazia” a beneficio di vecchi esponenti del regime comunista), la dirigenza russa non ha rinunciato affatto ai metodi brutali della vecchia Armata Rossa, inviata a occupare territori stranieri e a sopprimere ogni moto di indipendenza dei popoli, come già aveva fatto durante i terribili decenni sovietici in Ungheria, in Cecoslovacchia e come stava sul punto di rifare anche in Polonia quando sopravvenne il collasso dell’URSS. E come fece anche, è stato già detto, in Lituania agli inizi del 1991. Il costrutto “morale” per giustificare tali azioni è di impronta autenticamente marxista e amorale, dove vale il principio di Lenin “buono è ciò che serve la causa, cattivo ciò che la osteggia”. E, pertanto, vale la guerra, l’aggressione fisica ai popoli, la carestia provocata per piegarli, l’avvelenamento degli avversari, la bugia, l’inganno, il diniego della parola data e firmata, etc. Tutto ciò rivela che la mentalità rivoluzionaria è ancora pienamente vigente nella dirigenza moscovita.

    1. Nella destra politica, si veda il caso dell’italiano Matteo Salvini e della francese Marine Le Pen, alcuni vedono Putin come un salvatore della nostra civiltà decrepita. Lo stesso è purtroppo vero anche a livello ecclesiastico. Cosa pensa di questo atteggiamento da parte di coloro che si troveranno dalla parte sbagliata della storia?

    Esiste una generazione di persone che si diceva scioccata dai crimini del comunismo nel non lontano 1990 e che oggi, appena 30 anni dopo, sembra avere dimenticato tutto: guerre, invasioni, sofferenza brutale inflitta a popolazioni inermi, carestie provocate, ecc. In genere giustificano l’ingiustificabile adducendo argomenti ben poco ragionevoli, per esempio che basta spiegare l’aggressione russa in Ucraina come risposta all’innegabile corruzione morale dell’Occidente, dove sono, senz’altro, approvate e attuate norme che contraddicono i più basilari principi cristiani e naturali. Ma queste persone che ragionano così approverebbero guerre di invasione e morte contro i propri Paesi, dove questi costumi e legislazioni già si sono imposti da parecchio o si stanno ancora imponendo? Farebbero soffrire i propri cari a causa dell’orientamento ideologico o morale dei loro censurabili dirigenti politici o religiosi? E poi, conoscono qualcosa sulla realtà russa in materia di ateismo, aborto, alcolismo, calo demografico, ecc.? Cioè, hanno una conoscenza che non si limiti a qualche frase ad effetto pronunciata dal Patriarca Kirill? Tra l’altro, conoscono la storia di collaborazione di quest’ultimo con il regime sovietico ai tempi della Guerra Fredda?

    Un’ultima considerazione. Nel 1991, oltre il 92,5% degli elettori ucraini votò per l’indipendenza completa da Mosca, memori di uno degli olocausti più orripilanti del XX secolo, l’Holodomor, cioè la carestia del 1931-32 provocata dalla requisizione di alimenti ordinata dal Cremlino di Stalin, che provocò diversi milioni di morti per fame. Dopo una tale esperienza, chi avrebbe potuto negare il diritto degli ucraini a separare le proprie strade dal potere moscovita? E infatti, all’epoca tutti si dicevano d’accordo nel riconoscerlo. Persino la Russia stessa riconobbe questo diritto nel 1994. O tempora, o mores!

    1. Tornando alla grande azione delle TFP a favore della Lituania, pensa che una nuova campagna sarebbe giustificata, questa volta per la salvaguardia del diritto all'indipendenza dell'Ucraina?

    L’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira e le diverse TFP ed entità affini nel mondo hanno indetto una sottoscrizione indirizzata a Papa Francesco perché finalmente si compia la richiesta della Madonna a Fatima di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria nei termini precisi indicati dalla Madre di Dio nel 1917 e poi nel 1929. La Madonna aveva previsto che se non vi fosse stata tale consacrazione del Papa in unione con tutti i vescovi del mondo, la Russia avrebbe sparso i suoi errori, portando gravi persecuzioni alla Chiesa. Ma se la consacrazione fosse stata fatta, sarebbe stato garantito un periodo di pace al mondo. Esaudire questa richiesta dovrebbe essere una priorità per le anime veramente cattoliche e desiderose di quella vera pace che è “tranquillità nell’ordine” e non la falsa alternativa fra due disordini, quello della auto-cancellazione dell’Occidente e quello delle tirannie crudeli. Le parole di Maria Santissima sulla Russia non sono offensive per il popolo russo, come alcuni cattolici sembrano credere. Anzi, a ben vedere, rivelano un grande amore e predilezione per un popolo che ha visto fiorire in passato la devozione mariana. E il frutto del compimento di questa richiesta si ripercuoterebbe naturalmente nella garanzia di indipendenza dell’Ucraina, terra di eroici martiri. Se i lettori di Dies Irae vogliono firmare questa sottoscrizione possono farlo qui.

     

    Fonte: Dies Irae, 14 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Intervista concessa a 30 Giorni:

    Fatima, perestrojka e TFP

     

     

    Il mensile 30 Giorni ha dedicato un ampio servizio al messaggio di Fatima e al suo ipotetico legame con gli accadimenti oltre la Cortina di Ferro: cfr. Stefano M. Paci, Miracolo all’Est? E la Vergine promise, in 30 Giorni, anno VIII, n. 3, marzo 1990, pp. 6-14, cui si lega l’editoriale dello stesso numero, Il segreto di Fatima e l’apostasia nella Chiesa, a p. 3. Nel servizio vengono riferite opinioni di persone a diverso titolo interessate al tema, fra cui il professor Plinio Corrêa de Oliveira, fondatore e presidente del Consiglio Nazionale della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade, la TFP brasiliana. L’opinione del pensatore cattolico brasiliano è stata espressa all’interno di una lunga intervista da lui concessa — con l’ingegner Antonio Augusto Borelli Machado, membro della medesima associazione e autore di un’opera sulle apparizioni e il messaggio di Fatima — al redattore della rivista romana. Il testo di tale intervista — unitamente a informazioni generali trasmesse alla stessa rivista e alle domande proposte da 30 Giorni — è stato diffuso dall’Ufficio Stampa della TFP brasiliana. Il titolo, i sottotitoli, le note a pie di pagina e la traduzione dall’originale in portoghese sono redazionali. 

     

    Fatima, "perestrojka" e TFP

    Plinio Corrêa de Oliveira

    Alle domande specificamente relative alla TFP e a quanto essa pensa sugli attuali accadimenti nell’impero sovietico risponde il professor Plinio Corrêa de Oliveira, ottantunenne, laureato nel 1930 in Scienze Giuridiche e Sociali nella facoltà di Diritto di San Paolo. Ha esercitato la professione fino al 1964.

    Nel 1928 è entrato nell’allora agguerrito e forte movimento giovanile delle Congregazioni Mariane di San Paolo, ed è diventato in breve tempo il principale leader di questo movimento in tutto il Brasile, emergendo per le sue doti di oratore, di conferenziere e di uomo d’azione.

    Nel 1933 è stato eletto deputato all’Assemblea Federale Costituente con ventiquattromila voti, nello stesso tempo il deputato più giovane e più votato del Brasile. Ha operato in quella sede legislativa come uno dei principali leader del gruppo cattolico.

    Alla fine del suo mandato si è dedicato contemporaneamente all’insegnamento universitario e al giornalismo cattolico. È professore emerito di Storia Moderna e Contemporanea nelle facoltà di Filosofia, Scienze e Lettere São Bento e Sedes Sapientiae della Pontificia Università Cattolica di San Paolo. È stato inoltre professore di Storia della Civiltà nel Collegio Universitario, oggi non più esistente, della facoltà di Diritto dell’Università di San Paolo.

    Nello stesso tempo ha diretto l’allora mensile parrocchiale Legionário, che sotto la sua guida, dal 1933 al 1947, è diventato uno degli organi più significativi della stampa cattolica brasiliana, trasformandosi in settimanale e in organo ufficioso dell’archidiocesi di San Paolo.

    Nel 1951 ha cominciato a collaborare al prestigioso mensile culturale Catolicismo, del quale è a tutt’oggi una delle principali firme.

    Sempre come pubblicista, Plinio Corrêa de Oliveira scrive, dal 1968, sul quotidiano più diffuso della città di San Paolo, la Folha de S. Paulo.

    Come scrittore, è noto autore di diversi libri, alcuni dei quali editi in francese, inglese, italiano, polacco, spagnolo, tedesco, ungherese e vietnamita.

    Fra questi spicca Em Defesa da Ação Católica, del 1943, con una prefazione del nunzio apostolico in Brasile, S. E. mons. Benedetto Aloisi Masella, poi cardinale. Quest’opera è stata oggetto di una lettera di elogio diretta all’autore, a nome di Pio XII, da S. E. mons. Giovanni Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di Stato di Sua Santità e poi Papa Paolo VI.

    Importa ricordare anche A libertade da Igreja no Estado comunistaA Igreja, o decálogo e o direito de propriedade, del 1963, opera che è valsa all’autore una lettera commendatizia ed elogiativa di S. E. il cardinale Giuseppe Pizzardo, prefetto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università (1).

    Plinio Corrêa de Oliveira è autore di altri sedici libri e saggi, che sarebbe lungo elencare. Ma, fra essi, è indispensabile ricordare Revolução e Contra-Revolução, del 1959, un’esposizione di carattere storico, filosofico e sociologico della crisi dell’Occidente, dall’Umanesimo, dal Rinascimento e dal protestantesimo fino a oggi. Quest’opera istituisce una relazione di causa ed effetto fra tali movimenti e la Rivoluzione francese del 1789, la Rivoluzione russa del 1917 e le trasformazioni decisive attraverso cui sta passando il mondo sovietico, dalla fine degli anni Settanta a oggi, e parallelamente l’Occidente, a partire dalla Rivoluzione della Sorbona nel 1968.

    L’importanza specifica di questo studio sta nel fatto che compendia la visione della crisi contemporanea in funzione della quale svolgono la loro opera la TFP brasiliana e le sue consorelle autonome di altri paesi. Revolução e Contra-Revolução, che ha avuto quattro edizioni in portoghese, sette in spagnolo, tre in italiano (2), due in inglese e due in francese, è il livre de chevet di tutti i membri e i collaboratori delle TFP.

    Nella produzione letteraria di Plinio Corrêa de Oliveira è indispensabile ricordare anche lo studio, molto importante, O socialismo autogestionario: em vista do comunismo, barreira ou cabeça-de-ponte?, del 1981, ampia esposizione e analisi critica del programma autogestionario di François Mitterrand, neo-eletto presidente della Repubblica Francese. Questo saggio — fatto proprio e diffuso dalle tredici TFP allora esistenti — è stato pubblicato integralmente su quarantacinque giornali di diciannove paesi d’America, Europa e Oceania. In Italia lo hanno pubblicato Il Tempo, di Roma, il Giornale nuovo, di Milano, e Cristianità, di Piacenza (3). Un corposo compendio dello stesso testo è stato pubblicato in quarantanove paesi dei cinque continenti, in tredici lingue. Così, la diffusione del documento ha raggiunto una tiratura globale di trentatrè milioni e mezzo di esemplari.

    Nel campo dell’azione, l’opera di Plinio Corrêa de Oliveira si esplica principalmente nella fondazione, nel 1960, nella città di San Paolo, della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade.

    Plinio Corrêa de Oliveira è stato ininterrottamente presidente del Consiglio Nazionale dell’associazione, dalla fondazione fino a oggi. Nel 1980, il Consiglio Nazionale della TFP lo ha proclamato presidente a vita, "come espressione della massima ammirazione, di immensa gratitudine e di profonda amicizia verso il fondatore della TFP, cuore e anima di tutta la vita civica e culturale della Società, maestro e modello dei suoi membri e collaboratori".

    Sarebbe troppo lungo riassumere in questa sede tutta la storia della TFP, con cui si confonde, dalla sua fondazione, la storia di Plinio Corrêa de Oliveira come uomo pubblico. 

    Antonio Augusto Borelli Machado

    Alle domande relative alla consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, secondo le richieste della Madonna a Fatima, risponde l’ingegner Antonio Augusto Borelli Machado, cinquantanovenne. Fondata la TFP nel 1960, è stato fra i primi membri dell’associazione, ma già militava nel gruppo di intellettuali e di uomini d’azione diretto dal professor Plinio Corrêa de Oliveira dal 1954, gruppo dal quale avrebbe poi tratto origine la TFP. Da allora opera in questa associazione, alla quale dedica tutto il suo tempo.

    Collaboratore di rilievo del prestigioso mensile culturale Catolicismo, diffuso in tutto il Brasile, è diventato molto noto soprattutto come autore del volume As aparições e a mensagem de Fátima conforme os manuscritos da Irmã Lúcia, studio molto documentato e penetrante dei diversi aspetti che hanno interessato gli studiosi e il grande pubblico circa le rivelazioni di Maria Santissima ai tre pastorelli Lucia, Giacinta e Francesco, verificatesi alla Cova da Iria, in Portogallo, nel 1917.

    Questo lavoro è stato pubblicato la prima volta nel 1967. Da allora ha avuto ventotto edizioni in portoghese — ventisei in Brasile e due in Portogallo —, trentuno in spagnolo — tre in Argentina, due in Bolivia, due in Cile, otto in Colombia, quattro in Ecuador, tre in Spagna, due in Perù, quattro in Venezuela e tre in Uruguay —, due in francese — una in Francia e una in Canada —, cinque in inglese — due negli Stati Uniti, una in Sudafrica e due in Australia —, quattro in italiano — in Italia — (4), tre in polacco — due in Canada e una negli Stati Uniti —, e una in rumeno, in Spagna. È stato inoltre pubblicato integralmente in sette periodici di cinque paesi, totalizzando così ottantaquattro edizioni con una tiratura globale di novecentottantasettemila esemplari. 

     

    La TFP: caratteri e storia di un movimento

    [30 Giorni.] Come è nato e quali sono le finalità del movimento Tradizione, Famiglia, Proprietà?

    Plinio Corrêa de Oliveira - La Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade è nata nella città di San Paolo, in Brasile, nel 1960. La costituì un gruppo di cattolici militanti, preoccupati dall’aggressività del sinistrismo cattolico — e anche del progressismo —, allora nella prima fase di espansione nel paese.

    I fondatori della TFP non intesero fare opera puramente negativa, cioè "anti"comunista, "anti"socialista, e così via, ma anche opera positiva. Perciò decisero di impegnarsi affinché tre bersagli dell’azione demolitrice sinistrorsa fossero specificamente rinvigoriti e adeguatamente compresi dal grande pubblico: la tradizione, la famiglia e la proprietà.

    La finalità della TFP è definita nel primo articolo del suo statuto, secondo cui espressamente l’associazione "ha carattere culturale e civico, mirante a illuminare l’opinione pubblica nazionale e i pubblici Poteri circa l’influenza deleteria esercitata sempre più, nella vita intellettuale e nella vita pubblica, dai princìpi socialisti e comunisti, a detrimento della tradizione brasiliana e degli istituti della famiglia e della proprietà privata, pilastri della civiltà cristiana nel paese".

    Rispetto al diritto canonico, la TFP si qualifica come un’associazione di ispirazione cattolica, formata da fedeli laici che operano in campo temporale, sotto la loro unica ed esclusiva responsabilità (cfr. Codice di Diritto Canonico, canone 227), orientati dall’insegnamento tradizionale del Supremo Magistero della Chiesa, e strutturata giuridicamente secondo la legislazione civile.

    Così, considerata dal punto di vista delle leggi dello Stato, si tratta di un’associazione civica, culturale e di beneficenza, retta da statuti civili; osservata secondo l’angolazione delle leggi ecclesiastiche, va vista come un’"associazione privata", costituita dal libero accordo di fedeli fra loro, nell’uso del diritto di cui godono di fondare e di dirigere liberamente associazioni "a un fine di carità o di pietà, oppure associazioni che si propongano l’incremento della vocazione cristiana nel mondo" (canone 215).

    ["30 Giorni".] In cosa consistono le difficoltà che ha il movimento con la gerachia ecclesiastica? Questa ha formulato qualche censura ecclesiastica nei vostri confronti? Quali legami ha il movimento con Monsignor Lefebvre?

    Plinio Corrêa de Oliveira - La TFP mira, nei limiti delle sue specifiche finalità, a lavorare per ordinare la società temporale secondo la dottrina tradizionale della Chiesa. Proprio in questo campo è noto che le divergenze di opinione fra i cattolici non hanno fatto che aggravarsi in modo considerevole, in quasi tutti i paesi. E, quindi, anche in quelli in cui esistono TFP.

    Come tutti sanno, queste divergenze non esistono soltanto fra laici, ma anche fra ecclesiastici, vescovi compresi.

    Quindi non meraviglia che tali divergenze esistano anche fra numerosi prelati brasiliani, da un lato, e dall’altro la TFP. Il che porta la maggior parte dell’opinione pubblica a qualificare di "destra" oppure di "estrema destra" la TFP, nello stesso tempo in cui qualifica molti vescovi di "sinistra" e alcuni perfino di "estrema sinistra".

    La TFP non ha mai avuto nessuna "censura ecclesiastica" nel senso canonico e proprio del termine. Ma, nel corso della storia della TFP, vi sono stati pronunciamenti di disaccordo da parte di vescovi, di arcivescovi e perfino di cardinali. Tali pronunciamenti hanno riguardato temi come le nostre campagne contro il divorzio e contro la Riforma Agraria socialista e confiscatoria, così come la nostra valutazione sull’impunità dell’avanzata sinistrorsa negli ambienti cattolici e temi analoghi. In tutte le occasioni, la TFP ha risposto con rispettosa fermezza ai venerandi propositori di obbiezioni.

    La TFP non ha legami con il movimento di Mons. Lefebvre. Non li ha dopo che questi è stato scomunicato, ma non li aveva più neppure molto tempo prima.

    ["30 Giorni".] Vorrei mi indicasse le "cifre" del movimento, in particolare per quanto riguarda la sua diffusione in Brasile; i paesi di maggior diffusione, il numero di aderenti e i criteri con cui li valutate, le riviste — nomi e tirature delle principali — e le eventuali case editrici che possedete, i luoghi di culto, il numero dei sacerdoti che vi aderiscono... e tutto quello che ritiene utile dire per far comprendere l’ampiezza del movimento.

    Plinio Corrêa de Oliveira - In Brasile la TFP conta circa ventitremila associati, nel senso ampio e più moderno del termine, che comprende anche i supporter, i collaboratori e quanti prendono parte, in un modo o nell’altro, allo sforzo comune della TFP.

    In questo numero sono evidentemente comprese persone diverse per età, stato civile, condizioni sociali, livello culturale, e così via. Questo numero è in continua crescita.

    Fra questi associati della TFP sono soprattutto numerosi i giovani. Cresce anche il numero di nostri corrispondenti — agenti locali —, che formano nuclei nelle periferie urbane, ossia negli strati meno abbienti della società.

    Per essere benefattore o collaboratore della TFP, oppure per prestare a essa una collaborazione sporadica, non vi sono criteri di accettazione perfettamente definiti. In tesi, basta la buona volontà. Purché, chiaramente, non si tratti di persona la cui posizione dottrinale oppure morale, contrastante con i princìpi e le regole operative della TFP, provochi nel pubblico un comprensibile scandalo. In genere, devono essere cattolici praticanti, di buona condotta, che professino e aderiscano sinceramente alle dottrine e alle mete dell’associazione, e lo provino con il loro comportamento e con la loro opera disinteressata.

    È necessario siano tutti cattolici? La TFP ha accolto come aspiranti atei, protestanti, greco-scismatici, maomettani, buddisti, e così via. Ma, senza eccezione alcuna, tutti coloro che sono in queste condizioni e restano nella TFP, si convertono.

    Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, gli oppositori più radicali e più accesi della TFP si situano in una certa alta società mondana, qualificata come jet set, come pure fra i chierici e i religiosi più desiderosi di mostrarsi sull’onda delle diverse mode, e anche negli ambienti di professionisti degli strumenti di comunicazione sociale.

    L’espansione della TFP è dovuta, in una misura molto ampia, alle "carovane" dell’associazione, che dal 1970 percorrono continuamente il nostro paese che ha le dimensioni di un continente: sono stati fatti quattro milioni di chilometri — pari a dieci viaggi sulla luna —, ventimila visite a centri abitati, sono state vendute un milione e quattrocentomila pubblicazioni. È dovuta anche alle brillanti campagne per le strade promosse dai settori giovanili che operano in permanenza nelle rispettive città.

    La sua domanda sui "paesi di maggiore diffusione" richiede una precisazione: in ogni paese in cui vi sia un’associazione — non necessariamente chiamata TFP — in rapporti fraterni con la nostra, costituisce realtà con una propria dirigenza, con propri statuti, e anche con risorse finanziarie proprie. In altre parole, ogni associazione della "famiglia" TFP è assolutamente autonoma, e come vincolo di unione fra esse esiste la comunione di dottrina e di mete derivante dalla libera adesione di tutte al contenuto del volume Revolução e Contra-Revolução, e dall’analogia dei metodi operativi adottati.

    Per mantenere e sviluppare questi legami, i dirigenti e i membri delle diverse TFP sono soliti visitare la città di San Paolo, punto di partenza dell’impulso iniziale del movimento TFP in tutti i continenti, dove ha la sua sede principale l’associazione più vecchia e con maggiore esperienza, e nella quale risiede il fondatore della TFP brasiliana. Queste visite costituiscono anche un’occasione per lo scambio di contatti fra le diverse TFP. Sarebbe per me ingrato distinguere fra le diverse TFP sorelle quali sono quelle "di maggiore diffusione"; inoltre, i criteri per classificare questa diffusione non sono semplici: per esempio, una TFP più numerosa può contare ogni anno un numero maggiore di nuovi aderenti di una TFP poco numerosa, ma l’indice di crescita di quest’ultima, in proporzione al numero degli aderenti già acquisiti, può essere molto maggiore di quello della prima.

    Solamente per non lasciare senza risposta la sua domanda mi permetto di darle in ordine alfabetico la lista delle TFP e anche degli uffici di rappresentanza della TFP. Vi sono TFP in Argentina, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Ecuador, Francia, Perù, Portogallo, Spagna, Stati Uniti d’America, Sudafrica, Uruguay e Venezuela. Quest’ultima è dispersa per il mondo, in seguito a un decreto di chiusura da parte del governo Lusinchi, decreto tanto ingiusto che gli stessi tribunali venezuelani — con sentenza definitiva — hanno riconosciuto l’infondatezza delle accuse a suo tempo mosse contro l’associazione. La TFP ha uffici di rappresentanza a Francoforte, Londra ed Edimburgo, Parigi, Roma, San José de Costa Rica, Sydney e Aukland, in Nuova Zelanda.

    Quanto ai nostri nuclei in Asia, ragioni di prudenza, che il lettore comprenderà facilmente, ci portano a ritenere prematura la divulgazione di dati informativi.

    Quanto al numero di sacerdoti che aderiscono alle diverse TFP, varia considerevolmente da paese a paese. Ma, nella maggior parte dei casi, sono molto discreti nel manifestare la propria adesione. Preferiscono perfino farlo per lettera, il più delle volte con un certo carattere di confidenzialità, piuttosto che farlo con contatto personale. Le ragioni di questo fatto sono ovvie.

    Passo a elencare gli organi delle TFP: Pregón de la TFP, in Argentina; Catolicismo, in Brasile; TFP Newsletter e TFP Informe, in Canada; Tradición, Familia, Propiedad, in Cile; TFP Informa, in Colombia; TFP Informa, in Ecuador; Aperçu, in Francia; TFP Lusa informa, in Portogallo; Covadonga informa, in Spagna; TFP Newsletter, negli Stati Uniti d’America; TFP Newsletter, in Sudafrica; Lepanto e TFP Informa, in Uruguay; TFP Standpunkt, a Francoforte; TFP Informa, a San José de Costa Rica; TFP Newsletter, a Sydney; e Christendom, ad Auckland. Non ne conosco la tiratura. Quanto a Catolicismo, ha una tiratura che potrebbe essere maggiore, cioè dodicimila copie, probabilmente molto meno della grande tiratura di 30 Giorni in tutti i paesi.

    Però è necessario notare che il pubblico brasiliano è enormemente assorbito dalle televisioni e dalle radio e, in misura purtroppo non piccola, dalle riviste pornografiche. Il che rende difficile l’esistenza di una rivista seria come Catolicismo. Ma posso aggiungere con gioia che il nostro sforzo di espansione, fatto con mezzi moderni ed efficienti, sta corrispondendo alla nostra aspettativa.

    Al momento, vista l’urgenza con cui ci sono state chieste le risposte alla sua cortese intervista, non ricordo i nomi delle diverse editrici delle TFP. D’altronde, di regola, non sono delle TFP, ma imprese autonome con le quali le TFP mantengono accordi. Le editrici con le quali la TFP brasiliana opera sono l’Editora Vera Cruz, che pubblica i nostri libri, e l’Empresa Padre Belchor de Pontes, che pubblica Catolicismo. E ricordo, casualmente, la brillante casa editrice Fernando III el Santo, di cui si serve la TFP spagnola.

     

    La perestrojka e il messaggio di Fatima

    ["30 Giorni".] Ritiene che i cambiamenti che avvengono nell’impero sovietico siano collegati all’apparizione della Madonna a Fatima e con la consacrazione "della Russia" che Giovanni Paolo II ha fatto nel 1984? Ritiene quella consacrazione valida? Se non la ritiene valida, come ritiene possano essere interpretati gli attuali avvenimenti all’Est?

    Plinio Corrêa de Oliveira - La correlazione fra il messaggio della Madonna a Fatima e le trasformazioni che, a quanto pare, cominciano a verificarsi in Russia è evidente.

    Le apparizioni di Fatima avvennero nel 1917, poco prima della caduta del regime zarista. Dopo la quale si è fatta particolarmente chiara l’affermazione — prima abbastanza oscura — secondo cui "la Russia [...] diffonderà i suoi errori nel mondo...", come fu detto in occasione dell’apparizione del 13 luglio (5). Ed ecco che proprio gli errori del marxismo-leninismo hanno seguaci in tutto il mondo.

    Il problema che gli attuali accadimenti della Russia potrebbero suscitare, relativamente al messaggio di Fatima, si potrebbe enunciare meglio nei seguenti termini: "Con il crollo del capitalismo di Stato, che Gorbaciov sta portando a termine, il comunismo scompare dalla Russia. Ed esso entrerà per forza in declino in tutto il mondo.

    "In questo modo, il comunismo non sarà più un "errore della Russia", e si porrà sulla strada di diminuire ovunque. La diffusione del comunismo, prevista a Fatima, sarà stata soltanto un lungo e doloroso episodio della storia ormai relegato nel passato. E la guerra mondiale, pure prevista a Fatima in collegamento con l’espansione comunista, non avverrà. Infatti Gorbaciov è uno dei grandi operatori mondiali della pace.

    "Perciò Fatima non vale nulla".

    Tutto questo ragionamento è vano. Si basa sull’idea falsa secondo cui il comunismo coincide con il capitalismo di Stato; perciò è infondata l’affermazione secondo cui, una volta distrutto questo, quello scompare.

    In realtà, secondo la dottrina comunista, il capitalismo di Stato è soltanto una tappa nell’evoluzione storica verso il comunismo integrale, nel quale l’autogestione a tutti i livelli della società renderà superflua l’esistenza stessa dello Stato. È quanto dice il Programma del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, nella sua nuova redazione approvata il 1° marzo 1986, già nell’era Gorbaciov: "Il comunismo significa la trasformazione del sistema di autogestione socialista del popolo, della democrazia socialista, nella forma superiore di organizzazione della società, l’autogestione comunista della società. Nella misura in cui saranno venute maturando le premesse socio-economiche e ideologiche necessarie, in cui tutti i cittadini saranno stati inorporati nella gestione, lo Stato socialista, come ha indicato Lenin, diverrà in una misura sempre maggiore, verificandosi le condizioni internazionali corrispondenti, la "forma transitoria dello Stato verso il non-Stato". L’attività degli organi statali dovrà acquisire un carattere non politico e gradatamente scomparirà la necessità dello Stato come istituto politico specifico" (Edizioni dell’Agenzia di Stampa Novosti, Mosca 1986, p. 27) (6).

    Questo è il significato autentico della demolizione del capitalismo di Stato, promossa da Gorbaciov. Lui stesso lo ha affermato in diverse dichiarazioni ampiamente diffuse dalla stampa e nel suo libro Perestroika (cfr. Harper and Row, New York 1987, pp. 36-37) (7).

    L’autogestione, verso la quale avanza il comunismo, è semplicemente un comunismo di microsocietà, che diverranno sempre più numerose nella misura in cui si ridurranno le megalopoli.

    Tutto questo può far sorridere il lettore, che immaginerà di cogliere nelle mie parole un espediente, forse abile, per "salvare" il messaggio di Fatima.

    Tuttavia, ho previsto proprio questo, fondandomi sugli accadimenti politici del tempo, quando ho pubblicato la più recente edizione di Revolução e Contra-Revolução. Eravamo nel 1976, e Giovanni Cantoni, con il quale mantenevo rapporti di recente amicizia, ebbe la gentilezza di chiedermi una prefazione per l’edizione della mia opera in lingua italiana. Questa edizione sarebbe stata lanciata da Alleanza Cattolica, che il mio amico dirigeva brillantemente. Invece della prefazione, inviai a Giovanni Cantoni, per la sua edizione, una nuova parte di Revolução e Contra-Revolução, la terza, che egli gentilmente accettò. Al lettore di queste righe basta consultare le pagine 175 e 190 del libro in italiano, oppure le pagine 64 e 71 dell’edizione brasiliana successiva all’edizione italiana:

    "[...] il successo dei metodi consueti della III Rivoluzione [il comunismo] è compromesso dal sorgere di situazioni psicologiche sfavorevoli, che si sono accentuate fortemente nel corso degli ultimi vent’anni. Queste condizioni forzeranno il comunismo a optare, da ora in avanti, per l’avventura?" (p. 175);

    "Come è ben noto, né Marx, né la generalità dei suoi più famosi seguaci, tanto "ortodossi" quanto "eterodossi", hanno visto nella dittatura del proletariato la mossa finale del processo rivoluzionario. Secondo loro, essa è soltanto l’aspetto più compiuto, dinamico, della Rivoluzione universale. E, nella mitologia evoluzionista insita nel pensiero di Marx e dei suoi seguaci, così come l’evoluzione si svolgerà all’infinito con il passare dei secoli, così anche la Rivoluzione non avrà termine. Dalla I Rivoluzione [il protestantesimo e il Rinascimento] ne sono già nate altre due. La terza, a sua volta, ne genererà un’altra. E così via...

    "È impossibile prevedere, nella prospettiva marxista, come saranno la ventesima o la cinquantesima Rivoluzione. Però non è impossibile prevedere come sarà la IV Rivoluzione. Questa previsione l’hanno già fatta gli stessi marxisti.

    "Essa dovrà essere il crollo della dittatura del proletariato in conseguenza di una nuova crisi, per cui lo Stato ipertrofizzato sarà vittima della sua stessa ipertrofia; e scomparirà, dando origine a uno stato di cose scientista e cooperativista, in cui — dicono i comunisti — l’uomo avrà raggiunto un grado di libertà, di uguaglianza e di fraternità fino a ora inimmaginabile" (p. 190).

    Dunque, la Russia continua ad avanzare sulle vie del suo errore. Peggio: lo sta portando a perfezione e il messaggio di Fatima non è smentito, ma — al contrario — confermato. Infatti il new look gorbacioviano della prerestrojka sta entrando nella simpatia dei borghesi di tutto il mondo molto di più di quanto non sarebbe riuscito a fare il comunismo.

    Quindi, gli accadimenti attuali all’Est potrebbero essere visti come il triste risultato dell’invalidità della consacrazione fatta da Giovanni Paolo II, secondo il giudizio di quanti considerano invalida tale consacrazione. 

     

    Il problema della consacrazione della Russia al Cuore Immacolato della Madonna

    Antonio Augusto Borelli Machado - Il vescovo di Leiria-Fátima, S. E. mons. Alberto Cosme do Amaral, ammette che la consacrazione fatta da Giovanni Paolo II ha ottemperato alle condizioni imposte dalla Madonna — ovviamente il termine "valida" è assunto in questo senso nella domanda — perché, anche se non vi è stata una "totalità matematica" di vescovi che si sono uniti all’atto del Santo Padre, vi è stata — a suo modo di vedere — una "totalità morale". Di fatto, ci consta, da informazioni raccolte qua e là, che vi è stata un’adesione significativa di alcuni episcopati alla consacrazione fatta da Giovanni Paolo II. In che misura questo è accaduto relativamente a tutti gli episcopati del mondo? Non lo sappiamo. Ma, per quanto si riferisce al Brasile, ci consta che la consacrazione sia stata fatta da pochissimi vescovi, che si possono contare sulle dita di una mano. Oppure è stata tanto discreta, da parte di altri ancora, da non esser giunta a conoscenza del pubblico. Ebbene, l’episcopato brasiliano è, per numero, il terzo del mondo; e il Brasile è il paese con il numero maggiore di diocesi: nel 1983 ne aveva duecentotrentatrè.

    Perciò, la dichiarazione di S. E. il vescovo di Leiria-Fátima relativamente a una "totalità morale" non ci convince. In ogni caso, se si esprime in questi termini, certamente lo fa perché ha dati concreti, e in questa materia nessuno deve essere meglio informato di Sua Eccellenza. Sarebbe molto confortante per i fedeli del mondo intero, e soprattutto per i devoti di Fatima, se questi dati fossero divulgati.

    D’altro canto, per quanto si riferisce all’intenzione di Giovanni Paolo II di consacrare il mondo "con speciale menzione della Russia" — come richiesto dalla Madonna (8) —, è noto che questa nazione non è presente nella formula della consacrazione. Ma il Pontefice ha incluso diverse circonlocuzioni, che possono essere intese come allusioni indirette. Così ha detto: "In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni — corsivo nell’originale —, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno". E più oltre: "La potenza di questa consacrazione — corsivo nell’originale — dura per tutti i tempi ed abbraccia tutti gli uomini, i popoli e le nazioni".

    Forse sentendo che queste allusioni non erano sufficientemente esplicite, il Santo Padre inserì, all’ultimo momento — la frase non fa parte della formula inviata ai vescovi —, questa invocazione: "Madre della Chiesa! [...] Illumina specialmente i popoli di cui tu aspetti la nostra consacrazione e il nostro affidamento" (cfr. L’Osservatore Romano, 26/27-3-1984).

    Si direbbe che, nell’ansia di arrivare il più vicino possibile alla formula richiesta dalla Madonna, il Pontefice andò tanto avanti quanto gli permettevano i condizionamenti della Ostpolitik vaticana. Infatti, si deve immaginare che una menzione esplicita della Russia sarebbe riuscita sgradita ai despoti del Cremlino.

    Allora il problema si sposta: quando la Madonna ha chiesto una "menzione speciale della Russia", questo significa che pretendeva una "menzione specifica", oppure che si accontentava di allusioni più o meno chiare e indirette?

    Si deve ricordare che, nella lettera apostolica Sacro vergente anno, del 7 luglio 1952, Pio XII ha consacrato al Cuore Immacolato di Maria "i popoli della Russia" (9). In questo modo, questo Pontefice sembra aver capito — come si è sempre inteso fino a ora — che era necessaria una menzione specifica.

    Da quanto detto e sulla base dei dati a nostra conoscenza, siamo propensi a pensare che anche la consacrazione fatta da Giovanni Paolo II non ha ottemperato ai requisiti stabiliti dalla Madonna a Fatima. Ma non tocca a noi sciogliere una questione per la cui spiegazione sono ben più competenti i Pastori, i teologi e gli storici della Chiesa e, evidentemente, più di chiunque altro, lo stesso Pontefice.

    ["30 Giorni".] Suor Lucia avrebbe detto che la consacrazione è fatta. Ritiene che si tratti di una manipolazione delle sue parole?

    Antonio Augusto Borelli Machado - La semplice ipotesi che le parole di suor Lucia vengano manipolate — da chi? — offende le orecchie pie, almeno da questa parte dell’Atlantico.

    Abbiamo saputo che suor Lucia è passata a considerare "valida" — sempre nel senso di rispettare i requisiti posti dalla Madonna — la consacrazione fatta da Giovanni Paolo II il giorno 25 marzo 1984. Inoltre, sappiamo che viene diffuso il testo riprodotto di una lettera diretta a un’amica personale, nella quale analizza le diverse consacrazioni fatte precedentemente dai Pontefici — compresa quella di Giovanni Paolo II a Fatima, il 13 maggio 1982 —, che, per contro, ella considera "invalide" (10).

    Sappiamo che vi è chi contesta l’autenticità di questa lettera, il cui stile sembra essere diverso da quello consueto di suor Lucia.

    Evidentemente, non siamo in grado di chiarire questo imbroglio (11).

    Ci sembra strano che, siccome si tratta di un argomento di enorme rilievo, e la veggente è ancora viva e gode buona salute, non le si chieda una dichiarazione con tutte le garanzie di autenticità. Sarebbe il modo più diretto di farla finita con qualsiasi manipolazione, se si verifica.

    Chiaramente suor Lucia, per il semplice fatto di esser stata uno dei privilegiati veggenti di Fatima, non gode del carisma dell’infallibilità nell’interpretazione dell’elevatissimo messaggio che ha ricevuto. Perciò, ancora una volta, toccherebbe agli storici, ai teologi e ai Pastori della Chiesa analizzare la coerenza di questa nuova eventuale dichiarazione di suor Lucia con le sue dichiarazioni precedenti.

    Quindi, una parola diretta di suor Lucia sembrerebbe più che mai opportuna.

     

    La TFP e il messaggio di Fatima

    ["30 Giorni".] Perché il movimento si sente particolarmente legato alla Madonna di Fatima?

    Plinio Corrêa de Oliveira - La naturale brevità di un’intervista non mi consente di entrare nei molteplici meandri filosofico-storici e sociali su cui mi fondo, nel mio volume Revolução e Contra-Revolução, per sostenere che la I Rivoluzione — Umanesimo, Rinascimento e protestantesimo — e la II Rivoluzione — Rivoluzione francese — derivano da enormi peccati collettivi, non soltanto dal punto di vista intrinseco, ma anche da quello della quantità di anime che hanno trascinato con sé, e della vastità dei territori su cui si sono estese. Questo enorme peccato è sfociato ed è giunto al suo apogeo nella III Rivoluzione, il comunismo. Quindi, se gli uomini non si convertono da questi peccati — fra i quali ricordo l’immoralità dei costumi, espressamente denunciata dalla Vergine —, bisognerebbe temere che le nazioni debbano soffrire un castigo proporzionato alla gravità di tale peccato.

    Questo timore si fonda sull’affermazione di sant’Agostino che i peccati degli uomini spesso non vengono puniti in questa vita, perché li saranno nell’altra. Dunque, pensa il grande Dottore, le nazioni non sono come gli uomini: nascono e scompaiono in questo mondo, e, quindi, per esse non vi saranno né Cielo né inferno. Così, devono scontare i loro peccati in questa vita.

    Come si può vedere facilmente, vi sono affinità fra il mio modesto lavoro e il contenuto del messaggio della Vergine. 

    ["30 Giorni".] I giornali brasiliani hanno più volte parlato di legami tra il movimento e l’estrema destra terrorista. Come rispondete a queste accuse?

    Plinio Corrêa de Oliveira - Con una gran risata. Si tratta di accuse provenienti da giornalisti di sinistra che, per tentare di screditarci, hanno soltanto lo strumento della calunnia. In Brasile nessuno ha mai preso sul serio queste accuse, né ha tentato di produrre qualche prova di esse. E non vi è assolutamente stato chi abbia tentato di introdurre un processo penale o civile contro di noi, fondandosi su queste accuse.

    E si spiega. Infatti i nostri accusatori hanno letto le risposte che talora ci pregiamo di dar loro, affermando che, nei nostri archivi, abbiamo 5601 lettere di sindaci, di questori e di consigli comunali che attestano il carattere assolutamente pacifico e legale della nostra attività. Nello stesso tempo, ci siamo offerti di mostrare loro questa documentazione. E loro ammutoliscono... per riprendere la stessa accusa, sempre senza nessuna prova, qualche tempo dopo. Loro sono fatti così. 

     

    Note

    (1) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, La libertà della Chiesa nello Stato comunista. La Chiesa, il decalogo e il diritto di proprietà, trad. it., Cristianità, Piacenza 1978.

    (2) Cfr. Idem, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977.

    (3) Cfr. Idem, Il socialismo autogestionario: rispetto al comunismo, una barriera o una testa di ponte?, in Cristianità, anno X, n. 82-83, febbraio-marzo 1982.

    (4) Cfr. Antonio Augusto Borelli Machado, Le apparizioni e il messaggio di Fatima secondo i manoscritti di suor Lucia, 4a ed. it., Cristianità, Piacenza 1982.

    (5) Ibid., p. 37.

    (6) Cfr. Programma del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Nuova stesura, approvata dal XXVII Congresso del PCUS il 1° marzo 1986, trad. it., in Urss "oggi", n. 5-6, 1/31-3-1986, supplemento, p. 24, in cui il termine samoupravlenie è tradotto "autogoverno" invece che "autogestione". Linea diversa non lascia intravvedere La piattaforma del CC del PCUS per il XXVIII congresso del partito. Per un socialismo umano e democratico (testo integrale del progetto approvato al Plenum del CC del PCUS del febbraio 1990) (trad. it., ibid., n. 3-4, 1/28-2-1990, pp. 19-44) quando afferma che "il PCUS contribuirà alla formazione ed allo sviluppo di comunità autogestite" (p. 30), e — al capo Lo Stato di diritto e la società autogestita — ribadisce che "i princìpi del socialismo e della democrazia possono essere incarnati e tanto più fedelmente e sicuramente, quanto più tutti i processi sociali verranno regolati dai mezzi economici e giuridici, quanto più si ridurrà gradualmente il bisogno di ricorrere alla coercizione dello Stato. La formazione di una società autogestita consentirà di rivelare il grandioso potenziale creativo del popolo" (p. 32). Questi elementi programmatici si situano all’interno del quadro costituito dallo Stato sovietico, il cui "fine supremo [...] è l’edificazione di una società comunista senza classi, nella quale riceverà sviluppo l’autogoverno sociale comunista", e la cui politica estera "mira ad assicurare condizioni internazionali favorevoli alla costruzione del comunismo nell’URSS, la difesa degli interessi statali dell’Unione Sovietica, il consolidamento delle posizioni del socialismo mondiale, il sostegno della lotta dei popoli per la liberazione nazionale" (Costituzione [legge fondamentale] dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche approvata dalla VII sessione (straordinaria) della IX Legislatura del Soviet Supremo dell’URSS il 7 ottobre 1977, con le modificazioni ed integrazioni apportate dalla Legge federale del 1° dicembre 1988, premessa e articolo 28, trad. it. del testo ufficiale pubblicato nelle Izvestija, 3-12-1988, pp. 1-2, in Paolo Biscaretti di Ruffìa e Gabriele Crespi Reghizzi, La Costituzione Sovietica del 1977. Un sessantennio di evoluzione costituzionale nell’URSS. Addenda. Modificazioni ed integrazioni apportate dalla legge federale del 1° dicembre 1988 e Decreto del Soviet Supremo dell’URSS Sulle modalità per l’entrata in vigore della legge dell’URSS riguardante "modificazioni ed integrazioni della Costituzione [legge fondamentale] dell’URSS", Giuffrè, Milano 1989, pp. 8 e 14).

    (7) Cfr. Mikhail Gorbaciov, Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo, trad. it., Mondadori, Milano 1987, pp. 36-37.

    (8) Cfr. A. A. Borelli Machado, op. cit., p. 62.

    (9) Cfr. Pio XII, Lettera apostolica a tutti i popoli della Russia Sacro vergente anno, del 7-7-1952, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. 14, pp. 493-502.

    (10) Una lettera di questo tenore — con l’informazione secondo cui ne esistono almeno tre —, datata "Coimbra, 31-XI-1989", è tradotta in 30 Giorni, cit., p. 13, sotto il titolo Esclusivo: parla la veggente di Fatima. La lettura di questo documento permette di rilevare un’evidente incoerenza: infatti, in esso si parla di una "menzione velata, ma che Dio ha ben compreso, della Russia" nella "consacrazione [...] fatta da Pio XII", ma si lamenta il fatto che a tale consacrazione "è mancata l’unione con tutti i vescovi del mondo", mentre — com’è noto — il testo di tale consacrazione contiene la menzione specifica della Russia; per contro, vi si afferma che "questa consacrazione così come la Madonna l’aveva chiesta [...] l’ha fatta l’attuale Pontefice Giovanni Paolo II il 25-3-1984, dopo aver scritto a tutti i vescovi del mondo, chiedendo che la facessero ognuno nella propria diocesi", e nella valutazione della fattispecie si trascura l’assenza della menzione specifica della Russia — nonostante l’approssimazione allusiva segnalata da Antonio Augusto Borelli Machado e quella costituita dal richiamo dello stesso Papa Giovanni Paolo II all’atto compiuto da Papa Pio XII, che "ha affidato e consacrato al tuo Cuore Immacolato tutto il mondo e specialmente tutti i Popoli, che per la loro situazione sono particolarmente oggetto del tuo amore e della tua sollecitudine" (L’Osservatore Romano, cit.) —, per tacere del problema relativo alla "totalità morale" dei vescovi che hanno raccolto l’invito pontificio.

    La contraddizione rilevata e le "voci" correnti di manipolazioni — che tale contraddizione evidente contribuisce non poco ad alimentare — confortano la richiesta di Antonio Augusto Borelli Machado di uno studio autorevole e di un intervento autoritativo.

    (11) In italiano nel testo.

     

    Fonte: Cristianità n. 180-181 (1990).

  • L'Unione europea nel pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira

    Da quasi mezzo secolo, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira poneva già i termini di una scottante questione attuale: l'Unione Europea, o verrà fatta in modo autentico, sulla scia di Carlo Magno e sotto l'influsso della Chiesa Cattolica, oppure sarà una tappa rivoluzionaria e laicista per la costruzione della Repubblica Universale. Molti lettori si domanderanno cosa pensare dell'Unione Europea, dal punto di vista della dottrina cattolica. La risposta era stata data ampiamente, quasi 50 anni fa, dal Prof. Plinio Corrêa de Oliveira nei commenti all'allocuzione di Pio XII ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, del 6 aprile 1951, (2) e più specificamente nell'articolo La Federazione Europea alla luce della dottrina cattolica, pubblicato su "Catolicismo" (n.°14, febbraio 1952). 

     

     

    Federazione Europea: marchio storico di questo secolo

    Nell'articolo su "Catolicismo" dell'agosto 1951, il Prof. Plinio affermava:

    "Una delle date più importanti di questo secolo è senza dubbio quella della riunione di Parigi, in cui i rappresentanti della Francia, dell'Italia, della Germania Occidentale e delle piccole potenze del gruppo Benelux - Belgio, Olanda, Lussemburgo - decisero, in linea di principio, la costituzione della Federazione Europea, formando così una sola entità di Diritto Internazionale Pubblico e, di conseguenza, un governo comune, da aggiungere ai diversi governi nazionali, con il carattere di una sovrastruttura."

    Un piano che sembrava assolutamente impraticabile

    E prosegue:

    "Prima dell'ultima guerra mondiale, sarebbe passato per un sognatore chi idealizzasse un simile piano per il secolo XXI, e per ritardato mentale chi lo avesse immaginato addirittura praticabile ai nostri giorni. L'Europa era ancora arroventata dall'odio franco-germanico che aveva causato il conflitto del 1914-1918, e che avrebbe svolto un importante ruolo nella deflagrazione del 1939-1945. Infatti, a quell'epoca tutte le nazioni europee, traboccanti di una propria vita culturale ed economica, con gli animi ancora segnati dai risentimenti, dalle ambizioni, dalle rivalità ereditate dai Tempi Moderni, sembravano avverse all'essere inglobate in un tutto politico per quanto vago ed allentato fosse. Quindi ci sarebbe voluta la tragedia della seconda guerra mondiale e il conseguente smantellamento dell'economia delle nazioni europee, affinché, estenuato il fiato della propria vita culturale... le dottrine unitarie trovassero un terreno propizio, e il piano di una Federazione Europea fosse praticabile."

     

    Scomparsa di gloriose nazioni

    Dopo aver indicato la portata che avrebbe avuto la formazione degli Stati Uniti d'Europa, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira continua:

    "È proprio ciò che, come il premier italiano [Alcide de Gasperi] ha saputo esprimere chiaramente, è stato appena deciso in Europa. Tra la Francia e la Germania, l'Italia e l'Olanda, etc. vi saranno d'ora in poi, non gli abissi che sino adesso esistevano, ma solo la linea divisoria di interesse quasi esclusivamente amministrativo, come quella esistente tra l'Ohio e il Massachusets, tra Rio de Janeiro e San Paolo, o tra Lucerna e Friburgo.

    "Chiaramente, si tratta di un evento immenso. Sono nazioni che scompaiono dopo aver colmato il mondo e la Storia con l'irradiazione della loro gloria... ed è un nuovo Stato Federale che emerge, il cui futuro non è facile prevedere".

     

    Unificazione autentica e unificazione rivoluzionaria

    Alla domanda se la Federazione Europea sarebbe una novità, il fondatore della TFP risponde di no, visto che sotto l'influsso della Chiesa, l'insieme dei fattori di unità che si delineavano in Europa all'inizio del Medioevo era stato catalizzato dall'Imperatore Carlo Magno. Questi, fra le altre grandi vicende, ha saputo porre l'ordine temporale in consonanza con la Chiesa e difendere la Cristianità dai suoi aggressori.

    Si tratta, quindi, di sapere in cosa consiste la vera unificazione e verificare i pericoli in cui essa potrà trovarsi, se sarà favorita dallo spirito della Rivoluzione. È quel che il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira espone di seguito:

    "Cosa pensare della Federazione Europea? Intesa così, in linea di principio, riscontriamo che la Chiesa non si limita a permettere, ma favorisce di tutto cuore le superstrutture internazionali, purché si propongano un fine lecito. Essenzialmente, quindi, merita solo applausi l'idea di avvicinare i popoli europei in un insieme politico ben costruito...

    "Però approvare l'idea in linea di principio è una cosa. Approvarla incondizionatamente, qualunque siano le sue applicazioni pratiche, è una altra cosa. E non ci si può spingere sino a questa incondizionalità.

    "Infatti, viviamo in un'epoca di statalizzazione brutale. Tutto è centralizzato, pianificato, reso artificiale, tiranneggiato. Se la Federazione europea si inoltrerà in questo cammino, aberrerà dalle norme molto sagge del discorso del Papa Pio XII ai dirigenti del movimento internazionale a favore di una Federazione Mondiale" ("Catolicismo" n°8, agosto 1951 - i grassetti sono nostri).

     

    Protettrice delle indipendenze nazionali e non idra divoratrice

    Approfondendo il tema nel suo articolo del febbraio 1952, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira avverte:

    “Prima di tutto dobbiamo far sentire che la Chiesa è contraria alla scomparsa di tante nazioni per costituire un unico insieme. Ogni nazione può e deve mantenersi, all'interno di una struttura sovranazionale, viva e definita, con i suoi limiti, i suoi territori, il suo governo, la sua lingua, i suoi costumi, la sua legge, la sua propria indole... La Germania è una nazione, la Francia è un'altra, l'Italia un'altra ancora.

    "Se qualcuno volesse fonderle come chi getta in un crogiolo dei gioielli dal raffinatissimo valore, per trasformarli in un lingotto d'oro massiccio, inespressivo, spigoloso, volgare, certamente non agirebbe secondo l'ottica di Dio, che creò un ordine naturale, nel quale la nazione è una realtà indistruttibile.

    "Così, dunque, se la Federazione Europea intraprenderà questa via, sarà più un male che un bene. Essa deve essere la protettrice delle indipendenze nazionali e non l'idra divoratrice delle nazioni. Le autorità federali devono esistere per supplire l'operato dei governi nazionali in certi casi di interesse sovranazionale; mai per eliminarli. La loro attuazione non dovrà mai mirare alla soppressione delle caratteristiche d'anima e di cultura nazionali, ma anzi, nella misura possibile, il loro irrobustimento...

    "D'altro canto, la strutturazione economica non deve giungere a una pianificazione tale da implicare una super-socializzazione. Se il socialismo è un male, la sua trasposizione al piano sovrastatale non potrebbe essere altro che un male maggiore."

     

    Carlo Magno, un uomo provvidenziale

    Carlo Magno, secondo un'incisione di Albert Durer. Il famoso artista tedesco seppe rappresentare con ammirabile precisione ciò che la Storia narra della personalità del grande Imperatore. Infatti, la sua fisionomia esprime forza, potere, abitudine di dominare. Una forza però che non nasce dal rigurgito brutale di un temperamento effervescente, bensì da un'elevata nozione dei diritti del bene. Quindi, il suo potere è rappresentato meno dalle armi che dallo spirito.

    Così maestoso, è al contempo pieno di bontà. C'è in tutta la sua persona qualcosa di sacro: è l'uomo provvidenziale, che instaurò il Regno di Cristo nell'ordine temporale e fondò le basi della civiltà cristiana; è l'Imperatore investito dal Papa per la missione apostolica di essere per eccellenza il paladino della Fede.

    Fu Carlo Magno il primo realizzatore dell'unità temporale dell'Europa cristiana.

     

    Federazione Europea laica: precorritrice della Repubblica Universale?

    E conclude le sue considerazioni manifestando il timore che la tanto proclamata unificazione sia un grande passo verso la Repubblica Universale:

    "Infine, ci sia permessa una affermazione ben franca. Nessuna società, sia essa domestica, professionale o ricreativa, sia essa uno Stato, una Federazione di Stati o un Impero mondiale, può produrre frutti stabili e duraturi se ignora ufficialmente l'Uomo Dio, la Redenzione, il Vangelo, la Legge di Dio, la Santa Chiesa e il Papato. Occasionalmente, alcuni suoi frutti possono essere buoni. Ma se fossero buoni non sarebbero duraturi e, se fossero cattivi, quanto più fossero duraturi tanto più sarebbero dannosi. Se la Federazione europea si collocasse all'ombra della Chiesa, se da Essa fosse ispirata, animata, vivificata, cosa non ci si potrebbe aspettare? Ma, ignorando la Chiesa come il Corpo Mistico di Cristo, che cosa aspettarsi?

    "Sì, che cosa aspettarsi? Qualche frutto buono, che conviene osservare e senza dubbio proteggere in ogni modo. Ma quanto è ben fondato pure aspettarsi altri frutti! E se questi fossero amari, quanto si può temere che in questo modo ci avviciniamo alla Repubblica Universale la cui realizzazione la massoneria prepara da tanti secoli?" ("Catolicismo", n° 14 febbraio 1952 - i grassetti sono nostri).

    Una persona che manifestava a Talleyrand il desiderio di fondare una religione, ricevette dal celebre diplomatico questa risposta: "Per quanto mi riguarda, ho soltanto un'osservazione da farle: Gesù Cristo, per fondare la sua Religione, fu crocifisso e risuscitò. Tentate di fare altrettanto".

    Parafrasando Talleyrand, il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira potrebbe dire ai pianificatori d'ufficio dell'attuale unificazione europea: "Per quanto mi riguarda, ho soltanto un'osservazione da farvi: l'unificazione non è, di per sé, una novità. Carlo Magno ne fu il primo realizzatore. Cercate di essere altri Carlo Magno e fate altrettanto".

     

    Note:

    (1) Cfr. "Euro, la nuova moneta dell'Unione Europea: un salto nel buio", intervista a Carlos Patricio del Campo, "Catolicismo", n°571, luglio 1998. Come pure: "L'Euro: la pazza avventura della moneta unica", "Catolicismo", n° 573, settembre 1998.

    (2) Cfr. "Il culto cieco del numero nella società contemporanea", "Catolicismo", n° 8, agosto 1951; "Il meccanismo rivoluzionario e il culto del numero", "Catolicismo" n° 9, settembre 1951; "La società cristiana e organica e la società meccanica e pagana", "Catolicismo", n° 11, novembre 1951; "La struttura sovrannazionale nell'insegnamento di Pio XII", "Catolicismo", n° 12, dicembre 1951.

     

    Fonte: Articolo estratto da "Previsões e Denúncias em defesa da Igreja e da Civilização Cristã", raccolta realizzata da Juan Gonzalo Larrain Campbell - São Paulo 2001 - Traduzione di Umberto Braccesi.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  •  La coerenza di una vita. Intervista a Plinio Corrêa de Oliveira

    Nel 1988, le TFP commemorarono sessant’anni di infaticabili battaglie del professor Plinio Corrêa de Oliveira in difesa della Chiesa e della civiltà cristiana. In quell’occasione, il leader cattolico diede un’intervista al mensile “Catolicismo”, organo della TFP brasiliana, ricordando alcuni aspetti della sua epopea.

     

     

    Catolicismo: Dott. Plinio, potrebbe descrivere com’era la situazione della Chiesa in Brasile nel 1928, quando si tenne a San Paolo il congresso della Gioventù cattolica, al quale Lei partecipò, iniziando così la sua militanza nel movimento cattolico?

    Plinio Corrêa de Oliveira: Il movimento cattolico cominciava il suo periodo di ascesa, spinto principalmente dalle Congregazioni mariane, allora in forte espansione.

    Fino a quell’epoca la situazione era stata molto diversa. Un uomo che si comportava da cattolico era malvisto. Considerati stravaganti dalla maggior parte delle persone, i pochi membri delle Congregazioni mariane erano messi ai margini della vita sociale. Agli inizi degli anni Venti la situazione iniziò a capovolgersi, fino al punto che verso il 1930 era prestigioso militare nelle file cattoliche. Basti dire che la Federazione Mariana di San Paolo dovette aprire processi giuridici contro alcuni commercianti che vendevano, a persone non appartenenti all’associazione, imitazioni del distintivo usato dai congregati mariani, poiché sembrava decorativo ostentarlo sul risvolto della giacca.

    Il movimento mariano si caratterizzava per un’intensa sete di autenticità cattolica, uno spiccato fervore religioso, una sempre crescente devozione alla Santissima Vergine, nonché un atteggiamento decisamente anticomunista. Inoltre, in forma più sfumata sebbene effettiva, era ostile a ogni sorta di manifestazione anticristiana della Rivoluzione francese e delle sue sequele ideologiche e culturali, maturati nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento.

    Va notato che le crisi interne, allora incipienti nei nuclei direttivi degli ambienti religiosi d’Europa e degli Stati Uniti, non erano ancora arrivate in Brasile. La Chiesa viveva in una pace religiosa completa, la fiducia tra i cattolici era totale, c’era grande concordia tra le associazioni religiose, tutto il laicato cattolico era sottomesso alla Sacra Gerarchia. In una parola, il Brasile godeva soavemente e fecondamente la pace religiosa che san Pio X aveva ottenuto per la Chiesa a costo di eroici sforzi contro l’eresia modernista. A nessuno veniva in mente che un cattolico praticante potesse avere un’intenzione sleale, malevola, o che potesse svolgere attività clandestine all’interno della Chiesa per favorire i suoi nemici.

    Tutto ciò dimostra che non è oggettiva l’idea secondo la quale la grande novità del movimento cattolico, alla fine degli anni Venti, sarebbe stata la nascita di cenacoli di letterati e di intellettuali cattolici, che pubblicavano riviste di circolazione ristretta e davano conferenze in ambienti piccoli. Se questi cenacoli avevano prestigio, era meno per il valore - senza dubbio innegabile - di alcuni loro membri, che per la ripercussione che la loro voce aveva sulla moltitudine di organizzazioni religiose che, contemporaneamente alle Congregazioni mariane, si stavano allora diffondendo rapidamente in Brasile. Il grande vento di rinnovamento veniva soprattutto dal Movimento mariano e dalle associazioni affini. In esse rifulgevano l’entusiasmo, la partecipazione massiccia, l’ortodossia senza macchia. In pochi anni quel movimento si trasformò in una forza nazionale, cosa facile da dimostrare attraverso i fatti che avvennero in occasione della Costituente del 1934.

    In questo contesto nacque l’idea della Lega Elettorale Cattolica?

    Sì. Sebbene più del 90% della popolazione brasiliana fosse cattolica, c’erano ragioni per le quali non si poteva pensare alla formazione di un partito politico cattolico. Mi rendevo, però, conto che si doveva fare qualcosa contro il laicismo che dominava la vita ufficiale dello Stato e che, di fatto, ignorava la schiacciante preponderanza cattolica della popolazione. Perciò pensai alla fondazione della Lega Elettorale Cattolica (LEC).

    Lei afferma che la sua partecipazione fu determinante nella fondazione della LEC. Tuttavia non vi è traccia di questo negli scritti degli storici che hanno trattato l’argomento. Essi menzionano Alceu Amoroso Lima ed Heitor Silva Costa, l’architetto del monumento a Cristo Redentore di Rio de Janeiro.

    Un giorno, leggendo il giornale cattolico “La Croix”, di Parigi, mi accorsi dell’esistenza della Fédération Nationale Catholique, diretta dal generale de Castelnau, un cattolico praticante che si era distinto durante la prima Guerra mondiale. Scrissi alla FNC chiedendo una copia degli statuti. Seppi allora che, prima di ogni elezione, la FNC inviava a tutti i candidati un questionario per interrogarli circa la loro posizione in temi che interessavano la dottrina della Chiesa. In seguito, la FNC pubblicava le risposte, che servivano quindi da orientamento per il voto cattolico.

    Proposi allo scrittore Alceu Amoroso Lima – con il quale iniziava un’amicizia che in seguito sarebbe stata più stretta e che le polemiche sull’Azione Cattolica, il maritainismo e il liturgicismo avrebbero rotto all’inizio degli anni ’40 – di adattare quel sistema al Brasile. Alceu mi rispose che stava proprio pensando a qualcosa del genere con l’ing. Heitor Silva Costa, di  Rio de Janeiro, e che il cardinale Leme (arcivescovo di Rio) era già stato consultato a riguardo. I suggerimenti che presentai furono presi come base del progetto. La LEC fu costituita in seguito a conversazioni tra noi tre.  Il cardinale Leme inviò una circolare a tutti i vescovi, raccomandando la creazione della LEC nelle rispettive diocesi. L’arcivescovo di San Paolo, mons. Duarte Leopoldo e Silva, mi offrì quindi di essere Segretario Generale dell’organizzazione in quello Stato.

    Quando furono indette le elezioni per la Costituente, il Vicario Generale di San Paolo, mons. Gastão Liberal Pinto – poi vescovo di San Carlos – mi informò confidenzialmente che mons. Duarte aveva tastato il terreno con i politici di San Paolo, concordando con loro la costituzione di una lista unica che raggruppasse tutte le correnti che si opponevano al presidente Getúlio Vargas. Anche la LEC doveva farne parte.

    L’adesione alla Lista Unica, auspicata da mons. Duarte, non comprometteva il carattere apartitico della LEC?

    Dopo aver rovesciato il Governo del presidente Washington Luiz, Getúlio Vargas era diventato un dittatore. Invece di procedere immediatamente alla democratizzazione politica - che era la finalità dichiarata della sua rivoluzione - fece in modo di perpetuarsi nella Presidenza federale.

    Le persone di spicco nella vita pubblica di San Paolo consideravano la sua politica fondamentalmente anti-paulista. Liberale con gli altri Stati, egli trattava invece San Paolo con pugno di ferro.

    Andò quindi prendendo forma, nelle élite di San Paolo, l’impressione che il presidente Vargas intendesse conservare il potere eternamente. Per questo, però, doveva abbattere il potere politico ed economico di San Paolo, il più ricco e potente stato della Federazione. Numerosi episodi consolidarono ulteriormente tale impressione. Il profondo malessere che tutto ciò generò nella popolazione paulista ebbe conseguenze gravissime.

    Nel 1932 scoppiò a San Paolo la Rivoluzione costituzionalista che, sebbene sconfitta, creò nel paese un ambiente che rendeva impossibile al Governo federale non convocare elezioni per una Assemblea costituente.

    Anche se divisi da profonde differenze ideologiche, i due maggiori partiti politici paulisti (il Partito repubblicano paulista e il Partito democratico) scelsero di dimenticare le discrepanze e di unirsi per l’interesse dello Stato. Ritenevano che San Paolo continuasse ad essere minacciato, tanto profondamente che già si delineava una deplorevole tendenza separatista in alcuni settori della popolazione.

    Formarono, dunque, una coalizione che operava molto al di sopra degli obiettivi politici dei rispettivi partiti, capendo che un aggruppamento di tipo politico non avrebbe rappresentato tutta l’ampiezza dello scontento pubblico di San Paolo. Perciò coinvolsero tutte le forze che potevano rappresentare lo Stato. Facevano parte della Lista Unica, per esempio, l’Associazione commerciale e la Federazione dei volontari della rivoluzione del ‘32, assieme alla Lega elettorale cattolica. Tutti facevano parte di questa Lista Unica a uguali condizioni.

    In questo modo, la coalizione rappresentava la quasi totalità di San Paolo.  L’adesione della LEC alla Lista Unica per San Paolo Unito non aveva, quindi, il carattere partitico che qualcuno oggi immagina. È importante far notare, inoltre, che la Lista Unica accettava le idee sostenute dai cattolici.

    Come avvenne che la LEC lanciò la sua candidatura e come si spiega l’altissimo numero di voti che ottenne?

    Dopo l’adesione della LEC alla Lista Unica, mons. Gastão Liberal Pinto mi informò che mons. Duarte aveva indicato una rosa di quattro nomi come possibili candidati, e tra questi c’era il mio. Fu convocata una riunione del comitato direttivo della Giunta Arcidiocesana della LEC, alla quale non partecipai per evitare che i membri si sentissero messi sotto pressione. Tutti i quattro furono approvati all’unanimità.

    La candidatura fu per me motivo di un durissimo problema di coscienza. Io ero troppo giovane, avevo appena ventitré anni. Mi sembrò che il venerando arcivescovo mi avesse scelto a causa della notorietà che avevo acquisito tra i congregati mariani. Pensai che, se era questo il solo motivo, forse avrei preferito che egli scegliesse un altro nome a lui più gradito. Io avrei lavorato per costui come per me stesso, poiché l’importante non era la mia persona né la mia elezione, ma che la Chiesa fosse ben servita, che prevalessero le posizioni cattoliche e che fosse perfettamente obbedito l’orientamento ecclesiastico.

    Consultai un insigne sacerdote gesuita, Padre José Danti, rettore del Collegio San Luigi, e gli esposi i fatti. Egli mi rispose: “Lei mancherebbe al suo dovere di cattolico se non accettasse la candidatura. Vedo in Lei un genuino desiderio di obbedire il suo arcivescovo. Se, invece, Lei lascia vacante il posto, potrebbe occuparlo un altro meno fedele alla Gerarchia”. A quel punto accettai.

    Nelle elezioni, io conquistai un decimo di tutto l’elettorato di San Paolo, più del doppio del secondo candidato eletto. Fu un grandissimo trionfo per il movimento cattolico, perché io avevo fatto propaganda soltanto all’interno delle associazioni religiose.

    Dal punto di vista cattolico, che frutti portò la Costituente del 1934?

    La nuova Costituzione, promulgata in nome di Dio, ristabiliva l’insegnamento religioso nelle scuole statali, proibiva il divorzio, riconosceva effetti civili al matrimonio religioso e introduceva cappellanie nelle Forze Armate e nelle prigioni. Tutte le proposte cattoliche erano state accolte.

    Verrebbe da dire che la Chiesa in Brasile andava incontro a giorni di splendore, forse verso l’apogeo della sua influenza. E invece…

    L’immane crisi che oggi colpisce la Chiesa non esplose da un momento all’altro, come un boato. Essa affonda le radici immediate nell’epoca di cui stiamo parlando.

    La magnifica concordia tra i cattolici, cui accennavo prima, cominciò a essere minata da idee che oggi noi chiameremmo progressiste. Erano diffuse da abili agenti di propaganda, europei e nordamericani di entrambi i sessi, così come da brasiliani che tornavano dall’Europa imbevuti di una nuova mentalità religiosa. Tutto ciò era presentato come il soffio di un’aria nuova e vitale, che avrebbe schiuso per la Chiesa un’epoca di luce e di rinnovamento. In nome della libertà, si lanciava una specie di lotta di classe tra laici e clero. A pretesto di fare apostolato “di frontiera”, la linea tra ambienti cattolici e mondani tendeva a relativizzarsi, con sfavorevoli riflessi sul piano morale.

    Questa situazione è descritta e denunciata nel mio libro «In difesa dell’Azione Cattolica», scritto nel 1943. La Prefazione fu scritta da mons. Benedetto Aloisi Masella, allora Nunzio Apostolico in Brasile e in seguito cardinale. Nel 1947, ricevette una lettera di encomio dalla Segreteria di Stato di S.S. Pio XII, firmata in nome del Pontefice da mons. Montini, futuro Paolo VI.

    Non posso dilungarmi su questo libro. Basti dire che le preoccupazioni che in esso sollevavo erano lontane dall’essere infondate. Antonio Gramsci, non sospetto perché uno dei maggiori teorici della strategia comunista, se non il maggiore, si domandava poco dopo la I Guerra mondiale: “Come, e per quali vie, la concezione socialista del mondo potrebbe dar forma a questo tumulto, a questo agitarsi di forze elementari?”. Egli stesso dava questa suggestiva risposta: “Il cattolicesimo democratico fa quello che socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida” [Antonio  Gramsci, Il “biennio rosso”, la crisi del socialismo e la nascita del partito comunista (1919-1921), II, pp. 43-44].

    Dall’esterno delle mura cattoliche, e con intenzioni radicalmente opposte alle mie, Gramsci vedeva la medesima realtà che vedevo io. La Chiesa fu fondata da Nostro Signore Gesù Cristo come società gerarchica. Se, per assurdo, potesse morire, la sua democratizzazione, voluta dal teorico comunista, la condurrebbe al suicidio.

    A proposito del suo libro, alcuni storici sollevano un problema. Dicono che Lei vi segnala degli abusi senza fornire prove né indicazioni precise.

    La mia intenzione era tentare di soffocare il male causando il minimo di rancore e la minima divisione possibile negli ambienti cattolici. Perciò era necessario condurre la battaglia nell’ordine delle idee, evitando di attaccare le persone e menzionando soltanto gli oppositori che avessero pubblicato qualcosa sull’argomento. Se io fossi sceso nel concreto, citando nomi e luoghi, mi avrebbero accusato di “mancanza di carità”.

    È importante notare che, all’epoca in cui infuriava la polemica intorno al mio libro, io non ricevetti da parte degli ambienti rimproverati nemmeno una richiesta di precisazione. Tutti sapevano benissimo a cosa mi riferissi. È evidente che i miei oppositori avevano paura di chiedere spiegazioni, rischiando di ricevere una risposta fin troppo precisa, più di quanto avrebbero desiderato. Tale assenza di richieste di spiegazione mostra che le accuse del libro erano fondate.

    Il fatto che il Nunzio ne abbia scritta la prefazione, mostra che il prelato, al quale spettava la supervisione di tutto il mondo cattolico brasiliano, era ben cosciente degli errori e li riteneva molto pericolosi.

    Inoltre, se le mie accuse non fossero altro che malevole illazioni, perfino calunniose, non credo che Pio XII mi avrebbe scritto quella lettera, sei anni dopo, cioè con la polemica ormai placata. La lettera era molto esplicita nell’elogiare il mio libro. E tutti sappiamo che, sulle cose cattoliche, la Santa Sede è ben informata.

    Non manca chi minimizza l’importanza di quella missiva, adducendo che il Vaticano risponde sempre a tutti e in modo piuttosto uguale.

    In un’udienza che mi concesse a Roma nel 1950, mons. Montini mi disse esplicitamente che ognuna delle parole di quella lettera era stata soppesata con attenzione.

    D’altronde, c’è chi trova somiglianze tra ciò che io scrissi nel lontano 1943 sul progressismo teologico e morale, allora incipiente, e le considerazioni del cardinale Ratzinger nel celebre «Rapporto sulla fede», del 1984. Come sarebbe stato meglio per la Chiesa se io mi fossi sbagliato! Come sarebbe stato meglio se quegli errori non fossero esistiti e non si fossero diffusi dappertutto!

    La situazione da Lei trattata nel 1943 continua anche oggi? Come vede la battaglia fra opposte posizioni nella Chiesa? Quale sarà il futuro?

    Io contemplo quel passato remoto e prossimo con la tranquillità di coscienza di chi ha fatto il proprio dovere. Parlo di passato remoto e prossimo perché le polemiche e le lotte che culminarono con la pubblicazione di «In difesa dell’Azione Cattolica» non sono finite. Anzi, da allora infuria una battaglia ideologica che ha raggiunto proporzioni molto superiori a ciò che avrei potuto prevedere in quegli anni.

    Quale sarà il futuro? Solo Dio lo sa. Chi fa il proprio dovere fa la volontà di Dio. E chi fa la volontà di Dio, sotto la protezione della Santissima Vergine, affronta il futuro sempre con fiducia.

    Cambiando di tema, Lei aveva lo sguardo rivolto anche verso l’Europa e altri paesi dell’America Latina?

    Io ero stato in Europa fra il 1912 e il 1913. Avevo 4-5 anni. Tornai nel Vecchio Continente soltanto nel 1950, ormai quarantenne, e poi nel 1952 e 1959. Feci una serie di viaggi in Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra e Italia. Paradossalmente, fu proprio in conseguenza di questi viaggi che presi la decisione di sondare le possibilità di espansione del nostro movimento in altre nazioni dell’America del Sud e, dopo, anche negli Stati Uniti e in Canada.

    Come mai? Lei non trovò in Europa quello che sperava?

    Per risponderle dovrei spiegare l’idea che mi ero fatto dell’Europa.

    Il Brasile è figlio del Portogallo, che appartiene alla famiglia delle nazioni europee che avevano costituito la civiltà cristiana occidentale. Nel caso di San Paolo, si aggiungeva una forte influenza della cultura francese. Io sono stato formato in un ambiente ancora molto influenzato dall’Europa precedente alla Prima guerra mondiale, quindi un’Europa con alcuni governi monarchici e altri repubblicani, che però conservavano un’aria aristocratica. Pensavo che le tradizioni che vedevo in Brasile avrebbero dovuto essere naturalmente molto più vive in Europa. Ovvio! L’Europa possiede tuttora i monumenti dell’antica Cristianità; è stata teatro degli avvenimenti che costituiscono quel glorioso passato; vi risiedono tuttora molte delle stirpi che hanno dato origine a queste tradizioni, e via dicendo.

    È facile capire come io potessi pensare che queste tradizioni fossero più radicate in Europa che in Brasile o in altri paesi americani, e che fosse quindi facile trovarvi spiriti desiderosi di agglutinarsi in un movimento contro-rivoluzionario. Andai in Europa con l’aspirazione intensa di conoscere persone disposte a questo, al fine di poter unire gli sforzi in una lotta che, per sua natura, è universale. L’obiettivo dei viaggi era, dunque, entrare in contatto con organizzazioni conservatrici e tradizionaliste.

    Con movimenti cattolici no?

    Certamente. Volevo conoscere ecclesiastici e laici antiprogressisti, cioè persone che, in campo cattolico, reagivano contro il maritainismo, il liturgicismo, gli errori che penetravano nell’Azione Cattolica e via dicendo. Giacché erano reazioni di carattere sostanzialmente contro-rivoluzionario, speravo di trovare in quegli ambienti un appoggio speciale, una buona accoglienza, una particolare possibilità di espandere la lotta contro il nemico comune: la Rivoluzione.

    Lei viaggiò con grandi speranze.

    Andai in Europa con l’anima piena di speranze, è vero. Presi contatto con molti dirigenti di movimenti, in generale uomini colti e di prestigio, che mi ricevettero in modo cortese. Ebbi, però, la fondata impressione, forse a causa dei traumi ancora non cicatrizzati della guerra, che fossero uomini seguiti da movimenti non all’altezza del loro valore. Vi erano, ovviamente, persone idealiste, ma erano poco numerose. Di conseguenza, le possibilità di espansione di questi movimenti sembravano, in quel momento, assai limitate.

    Notai, poi, profonde divergenze fra i vari dirigenti: tutti litigavano con tutti. Questo contribuiva a creare un quadro fosco della Contro-Rivoluzione in Europa. C’erano luminose eccezioni, purtroppo non numerose.

    Tornando dall’Europa, arrivai alla conclusione che dovevo prima impegnarmi nella diffusione nelle Americhe degli ideali ai quali mi ero consacrato, salvo poi, grazie alla risonanza di tale diffusione, presentarmi nuovamente in Europa con qualcosa in mano.

    Da allora, quanto sono cambiate le cose nel Vecchio Continente! Oggi gli ideali della tradizione, della famiglia e della proprietà fioriscono in sei importanti paesi dell’Europa: Germania, Spagna, Francia, Inghilterra, Italia e Portogallo. E ci sono speranze di espandersi in altre nazioni.

    Lei si aspettava una particolare espansione in Brasile?

    Certo che me la aspettavo. Mi sembrava, però, che da sola l’espansione in Brasile non avrebbe potuto dare al nostro movimento uno spessore capace di impressionare gli europei.

    Era un circolo vizioso. Il nostro movimento trovava difficoltà per espandersi in Brasile perché non c’erano gruppi simili in altri paesi. Cosa comprensibile perché, non avendo un’esperienza storica sufficientemente antica, il Brasile osserva con molta attenzione ciò che succede all’estero. Ma per crescere all’estero era necessario prima crescere qui. Appunto, un circolo vizioso.

    In quel frangente, non le restava altra scelta che trovare simpatie tra i suoi vicini ispano-americani.

    Esattamente. Per una serie di circostanze fortuite, verificai che l’idea che mi ero fatto dei paesi ispano-americani era incompleta. Era ovvio che anche in essi soffiasse forte lo spirito della Rivoluzione. Notai, però, che vi erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria assai definiti, non solo nelle élite ma anche in ampi settori della popolazione. Per me fu una sorpresa molto importante. Promossi allora diversi viaggi, miei e di colleghi del nostro movimento, nei paesi dell’America Latina, al fine di prendere contatti e invitare persone alle Settimane di studio che organizzavamo a San Paolo.

     È in quest’ottica che si inseriscono le mie visite, all’inizio degli anni Sessanta, in Argentina e in Uruguay. Nel 1964 stavo per andare in Cile, da Buenos Aires, quando ricevetti una chiamata che mi avvisava che mia madre era in pericolo di vita. Fui obbligato a tornare precipitatamente a San Paolo. Comunque, la mia intenzione era andare in Cile e forse in Perù. A Buenos Aires strinsi relazioni con i valorosi e intelligenti membri del gruppo della rivista “Cruzada”, che in seguito avrebbero fondato la TFP argentina.

    Quando cominciò a interessarsi agli Stati Uniti?

    Come tutti, anch’io credevo che il cinema di Hollywood presentasse il ritratto fedele dell’America del Nord. Pensavo, cioè, che i nordamericani avessero costruito un paese di cui Hollywood era l’immagine. A poco a poco, però, attraverso le notizie che mi arrivavano dagli Stati Uniti e dai paesi che mantenevano con gli Stati Uniti relazioni più strette, cominciai a capire che anche in quella grande nazione c’erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria molto forti. Nacque, quindi, il desiderio intenso di iniziare una serie di viaggi per prendere contatti. Oggi esiste la TFP nordamericana, quella canadese e un Ufficio TFP in Costa Rica, grazie al quale è stato possibile stabilire interessanti contatti nei paesi dell’America Centrale.

    Lei mai abbandonò l’idea di poter rianimare in Europa la reazione contro-rivoluzionaria?

    Evidentemente no. Feci nuovi viaggi in Europa nel 1952, 1959 e 1962. Quest’ultimo durante la prima sessione del Concilio, occasione in cui la TFP brasiliana aprì un ufficio a Roma, che ci permise di prendere un grande numero di contatti e di avvicinare diversi movimenti. Questo fu facilitato dal fatto che la TFP cominciava ad avere una grande risonanza. A quell’epoca scrissi il libro «La libertà della Chiesa nello Stato Comunista», pubblicato a Roma da “Il Tempo” e diffuso ampiamente tra i Padri Conciliari e i giornalisti presenti nella Città Eterna.

    In questi viaggi Lei cercava di conoscere solo persone che condividevano pienamente gli ideali controrivoluzionari?

    La sua domanda mi dà l’opportunità di chiarire un punto importante. È evidente che, oltre alle persone che la pensano nello stesso modo, si deve cercare di raggiungere anche quelle che la pensano in modo diverso. Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer aveva un principio d’azione che mi piace ricordare. Per lui, il primo obbligo di un partito politico o corrente di opinione è attrarre quelli che la pensano allo stesso modo, salvo poi preoccuparsi anche degli altri. È un principio di evidente senso comune che le TFP adottano. Perciò, cerchiamo dapprima adesioni e simpatie da parte degli ambienti che hanno un pensiero simile al nostro, salvo poi ampliare il raggio d’azione.

    Lei come affrontava negli anni Cinquanta il pericolo comunista?

    Prima di risponderle, mi permetta di raccontare un ricordo personale che la aiuterà a calarsi nel clima che si viveva allora in Europa. In quel periodo c’era una grande paura che, da un momento all’altro, la Russia potesse invadere la Germania, e quindi l’Europa. In un’occasione fui ospite, nel castello di Berg, del principe Alberto di Baviera, capo della Casa reale di Wittelsbach. La sera, la sua sposa, la principessa Maria, e sua suocera ebbero la gentilezza di accompagnarmi fino alla mia stanza. Nel congedarsi per la notte, la Principessa mi disse: “Vede questa piccola scala? Se durante la notte Lei sente rumori, sappia che sono i comunisti che stanno arrivando. Deve scendere di corsa per quella scala e saltare su quel camion parcheggiato fuori, che ci porterà in Svizzera”. Questo la dice lunga sull’aria che tirava in Europa a quell’epoca.

    I giovani di oggi non hanno la minima idea di quanto i paesi europei fossero depressi in quel periodo, a causa della guerra. Vivevano ancora sotto il segno della tragedia e stentavano a riprendersi. Mi ricordo di aver visto nella piazza centrale di Colonia greggi di capre pascolare in mezzo alle rovine. Ogni tanto, alcuni pastori le richiamavano suonando un corno. Questo capitava in una città con il prestigio e la cultura di Colonia! In tali circostanze, che in maggiore o minore misura si ripetevano per tutta Europa, non si poteva sperare a breve in una forte reazione anticomunista.

    Fu allora che, dagli Stati Uniti, cominciò a soffiare sul mondo una forma nuova di anticomunismo: il maccartismo [dal nome del senatore Joseph McCarthy, ndr]. Era un anticomunismo che poneva l’accento molto meno sul dibattito ideologico che sull’orrore causato dalla repressione poliziesca, dalla miseria e dal totalitarismo dei regimi comunisti. Il maccartismo non accettava, ovviamente, l’ideologia comunista, ma il suo cavallo di battaglia non erano tanto le dottrine quanto il sentimento d’orrore. Era, per così dire, un anticomunismo umanitario.

    Molti lettori vorrebbero, senza dubbio, che Lei approfondisse il suo pensiero sul maccartismo e spiegasse la sua posizione di fronte alla minaccia comunista.

    Ringrazio per la domanda, che mi dà l’opportunità di chiarire un punto sul quale si è fatta non poca confusione. Per la maggior parte dei maccartisti, sbarrata la strada al comunismo, la civiltà moderna sarebbe proseguita indefinitamente per le vie del liberalismo capitalista. Non prendevano minimamente in considerazione che il mondo occidentale fosse vittima di un processo rivoluzionario che lo avrebbe portato, alla lunga, di nuovo al comunismo e perfino oltre. Per tali maccartisti, liberato dal comunismo, l’Occidente avrebbe dovuto progredire ab infinito sulle vie del capitalismo. Questo era, anzi, ciò che la maggior parte dei nordamericani sperava per il proprio paese.

    D’altronde, molti maccartisti credevano che fosse astuto e politicamente efficace distinguere tra comunismo e socialismo, salvo poi stabilire con quest’ultimo un regime di comprensione e di simpatia in chiave anticomunista. Secondo costoro, il socialismo poteva diventare una forza ausiliare nella lotta contro il comunismo. Vinto il comunismo con l’appoggio dei socialisti, era tutto risolto! Ecco la loro strategia.

    Su questo punto il mio pensiero è diametralmente opposto. Per prima cosa, il comunismo non era l’unico male che si doveva combattere. Anche il socialismo, per non parlare del liberalismo, erano mali da affrontare. In secondo luogo, a mio parere il pericolo principale non era l’eventualità di una guerra, convenzionale o atomica, per imporre il comunismo. La cosa più pericolosa, a mio avviso, era il graduale scivolare del mondo occidentale verso il comunismo e oltre, attraverso forme di essere, di vivere e di pensare sempre più rivoluzionarie. La graduale radicalizzazione delle tendenze rivoluzionarie in Occidente era, senza dubbio, il male principale che andava combattuto. Nel mio libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» affermo che, anche se un cataclisma portasse via l’Unione Sovietica, basterebbero cinquant’anni perché il comunismo rinasca dalla stessa civiltà occidentale, minata da tanti fattori di disgregazione.

    Il maccartismo era un movimento molto coeso e possedeva una macchina propagandistica di tutto rispetto. Si poteva concepire come un alleato naturale nella lotta anticomunista poiché, creando orrore nei confronti del comunismo, provocava un certo ripiegamento degli stessi socialisti, dividendo quindi la sinistra. Alla fine, però, sia i liberali sia i socialisti erano compagni di viaggio del comunismo, a volte inconsapevoli, ma pur sempre compagni, come lo erano stati i seguaci della Rivoluzione francese.

    È risaputo che, nelle sue fasi finali, la rivoluzione del 1789 ebbe sviluppi comunisti. Mi riferisco a François Babeuf e alla Cospirazione degli uguali, del 1796. Insisto in questa idea-chiave: il comunismo era incubato nello stesso pensiero liberale e democratico. Da questa visione deriva il grande impegno delle TFP di combattere i sintomi di corruzione e di mettervi in guardia l’opinione pubblica. Non tutti si rendono conto che queste tendenze conducono al comunismo.

    Sin dai suoi primi passi, dunque, Lei non è mai stato esclusivamente un anticomunista.

    Ovviamente no. La lotta della Contro-Rivoluzione non è mai stata esclusivamente anticomunista. Essa ha come obiettivo quello di denunciaretendenze ed idee che, sulla china del processo rivoluzionario, portano gradualmente al comunismo e vanno pure oltre, verso ciò che in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» chiamo la quarta Rivoluzione. E questo non solo perché tali tendenze e idee portano al comunismo, ma perché sono intrinsecamente cattive. In campo spirituale, la nostra lotta ha il fine di mostrare la contraddizione del progressismo con la dottrina cattolica.

    Sono sicuro che, agendo in questo modo, aiutiamo numerosi cattolici a rifiutare l’abbraccio mortale dei progressisti e dei socialisti che, nella stessa Chiesa, si adoperano per indebolire le barriere dottrinali che separano i fedeli dal comunismo.

    Per questo, già nel 1943, quando scrissi «In Difesa dell’Azione Cattolica», avevo la certezza che stavo creando ostacoli alla penetrazione, esplicita e implicita, del comunismo negli ambienti cattolici. Tutta la mia lotta può essere vista sotto questa luce. È necessario ricordare, per esempio, che la mia opposizione al nazismo e al fascismo si doveva al fatto che vedevo in essi una forma falsa di anticomunismo. Se avessero vinto loro la guerra, sono convinto che avrebbero attuato politiche di stampo socialista che avrebbero aperto di nuovo la porta al comunismo.

    Le TFP sono una forza anticomunista, ma di un anticomunismo speciale, giacché tengono in considerazione che l’avanzata del comunismo non si realizza soltanto con l’appoggio dei marxisti dichiarati, ma anche con quello di tutta la coorte di innocenti utili e di compagni di viaggio di vario tipo.

    Innocenti utili?

    È così che si dice in Brasile. Nel mondo ispanico dicono “idioti utili”. Confesso la mia preferenza per quest’ultima formula.

    Adottando posizioni ideologiche che tendono al comunismo, questi idioti utili collaborano, in definitiva, alla sua vittoria. Perciò la nostra opposizione al comunismo non è diretta solamente contro il comunismo radicale, ma anche contro gli idioti utili e i compagni di viaggio di vario tipo che lo favoriscono.

    Un anticomunismo aggiornato.

    Sì, grazie a Dio.

    Nell’aprile 1959, Lei pubblicò il suo capolavoro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione». Qual è stato il principale frutto della sua divulgazione?

    «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» ha prodotto molti frutti positivi, perlopiù all’interno della famiglia spirituale delle TFP. All’epoca del movimento di “Catolicismo”, dunque negli anni Cinquanta, si cominciò a delineare un problema, non ancora esplicito ma che, giorno più giorno meno, sarebbe venuto a galla. “Catolicismo” lottava contro un’infinità di cose: l’immoralità e i suoi veicoli (televisione, cinema, radio), la riforma agraria socialista, il protestantesimo, il comunismo, il progressismo religioso, l’arte moderna e un lungo eccetera.

    Istintivamente ci rendemmo conto che c’era un comune denominatore fra tutti questi mali che combattevamo, e che poi avremmo chiamato Rivoluzione. In concreto, però, com’era il volto della Rivoluzione? Quali i suoi principi dinamici? Come combatterla? Il nostro ideale era fattibile? Erano domande che alla fine sarebbero venute a galla, e alle quali mi sembrò necessario dare una risposta. Dalle questioni non chiarite nascono perplessità, e spesso soluzioni sbagliate alle quali in seguito è difficile rinunciare. Era quindi necessario chiarire quanto prima tali questioni per mantenere l’unità del movimento.

    Gli ideali della TFP sono contenuti nel libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione»?

    Sì, ma non solo. «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» mostra la fisionomia della TFP. In questo saggio, la TFP si autodefinisce per intero e presenta al pubblico il proprio corpus dottrinale. «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» mostra che la causa della TFP non solo è buona ma ha la sua ragion d’essere. Lo stendardo rosso aureo della TFP simboleggia una serie di posizioni dottrinali molto più belle dello stendardo stesso.

    Ci permetta un’ultima domanda. Abbiamo appena commemorato i suoi sessant’anni di lotta al servizio della Chiesa e della civiltà cristiana. Più di uno avrà forse pensato che sia arrivato il momento del riposo meritato. E, invece, Lei sembra più intenzionato che mai a continuare a combattere come se fosse ancora quel primo giorno del Congresso della Gioventù Cattolica a San Paolo, nel lontano 1928. Che cosa la spinge?

    La forza interiore che mi spinge viene dalla Fede, dalla Speranza e dalla Carità: io credo; credendo, spero; e sperando, amo. E scendo in battaglia con tutte le mie forze. Grazie alla Santissima Vergine, vedo che la mia lotta contro-rivoluzionaria è, da vari punti di vista, più impegnativa, più complessa, più intensa che mai. Sento che siamo al culmine della battaglia. Ringrazio la Madonna per la forza che mi dà per parteciparvi.

     

    (Tratto da Entrevistando a Plinio Corrêa de Oliveira, in Carlos Federico Ibarguren e Martín Jorge Viano, Un ideal, un lema, una gesta. La cruzada del siglo XX, Artpress, San Paolo 1990. Traduzione di Mauro Viscuso. Il titolo è redazionale)

  • La gloria di Dio nell’alto dei Cieli, un aspetto secondario del Natale?

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Riposate, Signore, nel vostro poverissimo quanto augustissimo presepio, sotto lo sguardo della Vergine, vostra Madre, che riversa su Voi i tesori ineffabili del suo rispetto e della sua tenerezza. Mai una creatura adorò con così profonda e rispettosa umiltà il suo Dio. In nessun tempo un cuore materno amò più affettuosamente suo figlio. Reciprocamente, mai Dio amò tanto una mera creatura. E in nessun momento un figlio amò tanto pienamente, tanto interamente, tanto sovrabbondantemente sua madre. Tutta la realtà di questo sublime dialogo di anime può essere racchiusa in queste parole, che indicano qui un intero oceano di felicità e che, in un'occasione ben diversa, avreste detto un dì dall'alto della Croce: "Madre, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre (Giov. 19, 26). E, considerando la perfezione di questo reciproco amore, tra Voi e vostra Madre, sentiamo il cantico angelico che si innalza dalle profondità di ogni anima cristiana: "Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in Terra agli uomini di buona volontà" (Luca 2, 14).

    "Pace in Terra agli uomini di buona volontà": il succedersi complicato ma celere delle associazioni di immagini mi fa sentire subito che in numerose occasioni dell'anno che sta finendo ho sentito parlare di pace, e di uomini di buona volontà. Curioso... mi rendo conto di aver sentito parlare meno, e persino molto meno, della gloria di Dio nel più alto dei Cieli. A dir bene, quasi non ne ho sentito parlare. Neppure implicitamente; poiché implicitamente si parla della gloria di Dio quando vengono affermati i suoi sovrani diritti su tutto il creato e, per amor suo, si rivendica l'adempimento della sua Legge da parte degli individui, delle famiglie, dei gruppi professionali, delle classi sociali, delle regioni, delle nazioni e di tutta la società internazionale.

    Perché mai questo silenzio, mi domando io? Perché gli uomini vogliono tanto la pace? Perché tanti uomini si vantano di avere buona volontà? E perché sono talmente pochi coloro che si preoccupano della gloria di Dio, o mostrano di agire e combattere per essa?

    In altri termini, il fatto essenziale del vostro Santo Natale, Signore, sarebbe soltanto la pace in Terra agli uomini di buona volontà? E la gloria di Dio nel più alto dei Cieli sarebbe, per gli uomini, un aspetto meramente collaterale, di gran lunga minore, confuso e insipido del grande evento di Betlemme?

    In altri termini ancora, la pace degli uomini vale più della gloria di Dio? La Terra vale più del Cielo? L'uomo, dunque, vale più di Dio? E la pace in Terra può essere ottenuta, conservata e persino incrementata senza che abbia nulla a che vedere con la gloria di Dio? Infine, che cos'è un uomo di buona volontà? È soltanto colui che vuole la pace in Terra, indifferente alla gloria di Dio in Cielo?

    Tutti questi argomenti invitano ad una approfondita analisi del cantico angelico.

    Oh ammirabile profondità di ogni parola ispirata! Tanto semplice, da essere capito persino da un bambino, tuttavia il cantico degli Angeli di Betlemme contiene verità tra le più profonde. Come è giovevole, quindi, nutrire lo spirito con queste parole, per partecipare come si deve alle festività del Santo Natale!

    Aiutateci con le vostre preghiere, Madre Santissima, Sede della Sapienza, affinché illuminati dagli splendori che emanano da Gesù, possiamo capire il cantico angelico che è il più perfetto ed autorevole commentario del Natale.

    "Uomo di buona volontà": che cosa significa questo agli occhi di tanti e tanti nostri contemporanei? Per saperlo, basta domandarsi: buona volontà verso chi? La risposta balzerà impetuosa e impaziente, come succede di solito quando la domanda ha qualcosa di retorico da chiedere o è quasi lampante. Ma è ovvio, diranno molti dei nostri concittadini, buona volontà verso il prossimo. Verso colui che, ateo o seguace di una religione, qualunque essa sia, sostenitore della proprietà privata, del socialismo o del comunismo, vuole che tutti gli uomini vivano allegri, nell'abbondanza, senza malattie, senza lotte, senza rischi, profittando al massimo possibile di questa vita: ecco un uomo di buona volontà. Visto in questa prospettiva, l'uomo di buona volontà è un artefice della pace. Come dice il proverbio: "Nella casa dove manca il pane, tutti litigano e nessuno ha ragione". Quindi, in quella dove c'è il pane tutti hanno ragione e regna la pace. Dunque, dove c'è pane, tetto, medicinali, sicurezza, a maggior ragione esiste necessariamente la pace.

    E la gloria di Dio? Per l'"uomo di buona volontà" inteso così, essa è un elemento superfluo in quel che dice riguardo alla pace in Terra. Poiché è dall'adeguato ordinamento dell'economia che deriva il buon ordine nella vita sociale e politica, e quindi la pace. "Superfluo" è dir poco, riguardo alla gloria di Dio in Cielo, considerata in funzione della pace in Terra. Siccome alcuni uomini credono in Dio, e altri no, e siccome tra coloro che credono c'è una diversità nel modo di intendere Dio, quest'ultimo può agire come un pericoloso fautore di divisioni, dissensi e polemiche. Dio è un Signore fin troppo compromesso da migliaia di anni nelle polemiche, perché si parli di lui ad ogni momento. Per avere pace in Terra è meglio non mettersi a parlare con frequenza di Dio e della sua gloria in Cielo.

    E poi... il Cielo è così vago, così lontano, così incerto! Che di esso parlino gli Angeli va bene, anche perché ci abitano. Ma noi uomini prendiamoci cura della Terra.

    Per l'"uomo di buona volontà", unire la gloria celeste alla pace terrestre è qualcosa di tanto errato, superfluo e carico di fattori bellici quanto, per esempio, è imprudente unire la Chiesa allo Stato. La chiesa libera dallo Stato e lo stato libero dalla Chiesa, ecco un anelito molto tipico dell' "uomo di buona volontà". La pace terrena libera da implicazioni religiose, e Dio nel suo Cielo e nella sua gloria, a braccia conserte che sorride alla Terra in pace, a una tale distanza che non vi arrivi neanche la navicella "Apollo", ecco l'ideale dell' "uomo di buona volontà".

    Queste sono le considerazioni dell' "uomo di buona volontà" tra virgolette, il cui cuore si trova lontano dal Cielo e il cui sguardo è rivolto soltanto verso la Terra. Quanto divergono, però, dal significato proprio e naturale del cantico angelico!

    In effetti, se il Natale dà gloria a Dio nel più alto dei Cieli e simultaneamente è la fonte della pace in terra agli uomini di buona volontà - e fu appunto ciò che gli angeli proclamarono in Cielo - non si può dissociare una cosa dall'altra. Senza che gli uomini diano gloria a Dio, non c'è pace nel mondo. E la guerra, considerata come aggressione colpevole, è incompatibile con la gloria di Dio.

    Voi, Signore Gesù, Dio fatto uomo, siete tra gli uomini il Principe della Pace. Senza di Voi la pace è una menzogna e, alla fine, tutto si converte in guerra. E poiché gli uomini non lo capiscono, cercano in tutti i modi la pace, ma la pace non abita tra loro.

    Che cos'è allora l'uomo di buona volontà, se non è colui che ama il prossimo? Sarà forse chi odia il suo prossimo?

    Al fariseo, che Vi chiamò buon Maestro, domandaste: perché Mi chiamate buono, se solo Dio è buono (cf. Luca 18, 19)? Se solo Dio è buono, la buona volontà autentica è quella che si volge intera verso Dio e ama il prossimo, non per il mero amore del prossimo, ma per amor di Dio. L'uomo è fatto in modo tale che non può amare il prossimo per il prossimo. O lo ama per amore di se stesso, e questo è egoismo; o lo ama per amor di Dio, e questo sì, è vero amore.

    Di conseguenza, la "buona volontà" indifferente alla questione religiosa e la pace terrena che tende a instaurare non sono né buona volontà autentica, né vera pace. E il falso "uomo di buona volontà" è in ultima analisi un seminatore di guerre e un artefice di rovine.

    Ma, dirà qualcuno, Gesù come può essere il fondamento della pace, se nessuno come Lui ha suscitato tanto odio? La plebaglia, che da Lui era stata colmata di benefici spirituali e materiali di ogni genere, gli preferì Barabba, un bandito. Questo non è odio? Gli imperatori mossero contro Lui atroci persecuzioni. Gli ariani mobilitarono contro di Lui tutte le potenze della Terra. Poi vennero i maomettani. E dopo, e dopo, tutte le grandi ondate della Storia, fino al nazismo e al comunismo. Peraltro, aggiungerebbe forse qualcuno, Simeone espresse bene questa verità, profetizzando che lungo la Storia Egli sarebbe stato una pietra di scandalo, un segno di contraddizione per la morte e risurrezione di molti (cf. Luca 2, 34). Egli stesso disse di sé che portava sulla Terra la spada (cf. Mat. 10, 34). Per quanto tutto ciò sia buono, argomenterebbe un "uomo di buona volontà" tra virgolette, la vera pace, cioè una piena e completa smobilitazione degli spiriti, un'intera cessazione non solo di tutte le guerre ma di tutte le polemiche, non è possibile con Gesù Cristo. La pace è autentica soltanto quando rimuove tutte le controversie, incluse quelle a cui Gesù Cristo - senza colpa propria, concede l' "uomo di buona volontà" - fornisce l'occasione.

    Davvero? Replicherebbe un autentico uomo di buona volontà, cioè un uomo che ama Dio con tutta la sincerità della sua anima. In questo caso, è per burla che la Scrittura chiama Gesù Cristo Principe della Pace (cf. Is. 9, 6) e la Chiesa, facendo eco al Battista (cf. Giov. 1, 29, 36), Lo presenta come un mansueto Agnello al quale gli uomini devono chiedere il dono della pace: "Agnus dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem"? Oppure è perché la vera pace non esclude la lotta del bene contro il male, la polemica tra la luce e le tenebre, il perpetuo calcagno della Vergine senza macchia sulla testa del Serpente, l'ostilità tra la stirpe della Vergine e la razza del Serpente? La pace è l'ordine di Cristo nel Regno di Cristo. Essa ha, dunque, come condizione la lotta dei seguaci di Cristo contro i nemici di Cristo. La pace di Cristo non si identifica in nessun modo con la falsa pace, quella senza lotte né polemiche, del sedicente "uomo di buona volontà".

    Dal vostro Santo Natale, o Dio-Bambino, abbiamo appreso tre grandi lezioni. Abbiamo imparato che non c'è pace in Terra senza di Voi. Che l'autentico uomo di buona volontà non è colui che ama l'uomo per l'uomo, ma colui che lo ama per amor Vostro. E che la vostra Pace include la cessazione di tutte le lotte tranne la vostra incessante e gloriosa guerra contro il Demonio e i suoi alleati, il mondo e la carne.

    Vergine Maria, Mediatrice di tutte le grazie, inchinata in adorazione al Dio-Bambino, otteneteci una piena compenetrazione di tutte queste verità. E permettete che nella prospettiva da esse svelata, cantiamo con Voi e con tutte le creature celesti e terrene di cui siete Regina:

    Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e Pace in Terra agli uomini di buona volontà.

     

    Fonte: Catolicismo" N° 156, Dicembre 1963. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • La passione per la verità

                Trascriviamo di seguito una lettera del professor Plinio Correa de Oliveira a un giovane cooperatore della TFP, con alcuni consigli sulla vita intellettuale


     

       Mio caro amico,

       Salve Maria!

    Ho letto con molta simpatia la lettera che mi hai inviato.

    Non prendertela a male se ti dico che non ho potuto fare a meno di sorridere, vedendo che tu vorresti essere un uomo come me. Ti garantisco, con grande sincerità, che non ci guadagneresti nulla, anzi. Se potessi augurarti qualcosa di buono, sarebbe proprio che ciò non accadesse. Inoltre, ognuno di noi possiede una personalità unica e inconfondibile, ed è chiamato da Dio per realizzare un proprio ideale di perfezione. Da noi viene richiesta una fedeltà alla verità che c'è in noi, e che è l'unico cammino per attingere la verità di tutti noi.

    Solo la passione della verità giustifica l'esistenza dei filosofi e degli scrittori

    Parlando di verità, arriviamo proprio al punto cruciale di tutto ciò che mi dici nella tua lettera. Infatti, il mondo abbonda di filosofi e scrittori, ma c'è una sola cosa che giustifichi l'esistenza degli uni e degli altri: la passione della verità. Senza questa passione, libri e filosofie non sono altro che vanità, pericolosissime vanità che incendiano la Terra e aizzano le fiamme dell'Inferno.

    Chi ha la passione della verità è disposto a spogliarsi di sé stesso, senza la pur minima restrizione. Sacrificherà le più seducenti idee, i più ingegnosi sistemi, le più profonde e luminose elucubrazioni, le più care intuizioni, le soddisfazioni più elevate dell'intelligenza, e infine le formulazioni più avvincenti e le immagini più esteticamente favorevoli, per cercare austeramente e palesare la verità, solo la verità, che è sempre ardua per la nostra condizione umana, a causa della sua essenziale trascendenza.

    Chi ha la passione della verità si espone all'antipatia degli uomini.

    E non è solo questo. La verità non è mai stata molto apprezzata dagli uomini, essendo effettivamente disprezzata ai nostri giorni. La verità è una e immutabile, ma gli uomini amano lo spettacolo variegato delle apparenze che si susseguono; la verità è eterna, ma gli uomini seguono le mode; la verità è seria e gli uomini sono frivoli; la verità indica il dovere, mentre gli uomini vogliono i piaceri; insomma, la verità è rigida e gli uomini non hanno tempra.

    Quindi, chi ha la passione della verità si espone, necessariamente, all'antipatia degli uomini, ma preferirà la verità ai beni temporali, alla carriera, alla fama e alla propria reputazione. Sarà perseguitato e accusato da quelli che prostituiscono la verità e fanno di essa un semplice strumento della loro infatuazione e cupidigia.

    Ma non è ancora tutto. La passione della verità può portarlo a tacere per anni, mentre gli altri si elevano di fronte all'opinione generale ed alla critica, con la loro produzione di opere letterarie e filosofiche. Egli, nel frattempo, rimarrà in silenzio, fino a quando spunti l'unico motivo che lo indurrà a manifestarsi: dare testimonianza della verità. Dinanzi a quel che ho appena detto, tu potresti replicare che io, invece di segnalare la via della filosofia, ho indicato quella della santità. È vero. Voglio soltanto sottolineare che, per chi ha la vocazione agli studi filosofici, la perfezione spirituale si chiama passione della verità. Per noi, cattolici, la verità non è solo una questione epistemologica o metafisica, è la Seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo di Dio che si è incarnato per salvarci.

    Adesso che siamo arrivati a questo punto, possiamo dedurre le conclusioni, per rispondere alle questioni particolari che mi proponi nella tua lettera.

    La vita intellettuale è intimamente unita alla spirituale, e da essa dipende

    La prima questione è che non ci deve essere una distinzione tra la tua vita spirituale e la tua vita intellettuale. Giacché dici di voler fare tutto secondo la volontà di Dio, e ti ritieni con vocazione agli studi filosofici, allora non preoccuparti del futuro, né come farai a guadagnarti la vita: adempi coscienziosamente i tuoi doveri e spera nella Provvidenza. Abbi fiducia, Dio non si dimentica di coloro che Lo servono.

    Tuttavia, Egli suole mettere alla prova la fiducia dei suoi servi. Quando questo ti capiterà, non supporre di essere abbandonato: questi sono i cammini normali della Provvidenza. Quando tutto sembrerà perduto o compromesso, allora arriverà la soluzione. Però, non aspettarti soluzioni definitive. Rimarrà sempre un certo margine di incertezza e di rischio. Anche questo è necessario, perché Dio vuole che abbiamo fiducia solo in Lui, e non nelle sistemazioni umane.

    D'altra parte, non possiamo perdere di vista che siamo esiliati in questo mondo, e che la vita presente è provvisoria e precaria. Perciò non c'è, ne dobbiamo desiderare, situazioni definitive in questa Terra. Dobbiamo vivere di fede, e la fede è necessariamente oscura, poiché ha come oggetto ciò che è invisibile e inaccessibile alla ragione naturale. San Pietro, camminando sul mare in tempesta, è l'immagine della vita cristiana. So bene che questo cammino è difficile. È lo stretto cammino della salvezza, indicato da Gesù. Non esiste un altro.

    Evitare qualsiasi divorzio tra il pensiero e la vita

    In secondo posto, per quel che riguarda più direttamente ai tuoi studi, sarà necessario evitare diligentemente qualsiasi divorzio tra il pensiero e la vita. La filosofia non può essere trattata come chi risolve un teorema di geometria. In altre parole, il filosofo non può situarsi confortevolmente "fuori" dalla filosofia, e poi costruirla con eleganza e distacco. Al contrario, lui, la sua vita, il suo destino, il destino dell'umanità, sono visceralmente coinvolti dal corso che avranno preso le questioni filosofiche. Il filosofo stesso deve essere il primo problema filosofico in gioco, perché è attraverso il suo essere di carne ed ossa che il filosofo ha i piedi nella realtà.

    Essendo così, il filosofo non deve solo possedere un'intelligenza acuta e sviluppata, ma è indispensabile che abbia una personalità ricca, possente, vigorosa, nella quale tutta la realtà possa ripercuotersi ampiamente. Per ottenere questo spessore e profondità di personalità, mi sembra utile che, oltre agli studi propriamente filosofici, sui quali parlerò dopo, coltivi il tuo spirito nel contatto con le grandi opere, in cui si esprimono certe caratteristiche fondamentali dell'anima umana, e la cui frequentazione produce un insuperabile allargamento della visione di tutti i problemi. Virgilio, Dante, Shakespeare, i classici francesi, sono in questa linea. Non perché sono irreprensibili, nota bene. Ma in tutti loro spira il soffio magnifico, che ingrandisce l'uomo.

    Non ti dico neanche di fare uno studio sistematico di queste opere. Ben lungi da questo. Non si tratta di studiare, di fare un compito, ma di compiacersi, di assaporare. Tra queste sceglierai quella che più ti gradisce. Come pure potrai variare, trattenendoti sia in un brano di una, sia in un passaggio di un'altra. La libertà è totale. L'importante è che siano lette dall'originale.

    Non è soltanto la lettura delle grandi opere letterarie che conduce all'obiettivo mirato, ma pure la contemplazione della grande pittura e l'audizione della musica dei grandi maestri, come Bach o Haendel. In tutto ciò, ognuno deve seguire la propria inclinazione, ed io desidero più suggerire che influire.

    San Tommaso è più chiaro di non pochi tra i suoi commentatori

    Ritornando, quindi, ai tuoi studi, devo dire che capisco perfettamente l'insoddisfazione e la perplessità che ti causano certi autori contemporanei che si presentano come tomisti. Questi autori non sono né veramente dei filosofi né tomisti, e la miglior cosa che tu possa fare, per adesso, è metterli da parte. Potranno solo confonderti lo spirito e spingerlo verso sentieri pericolosi.

    Quanto a Maritain, non è altro che un divulgatore dotato di qualità letterarie e di nessuna serietà scientifica. Coloro che lo seguono sono delle mentalità superficiali, che si soddisfano e si cullano con le sue formule lirico-metafisiche, le quali non reggono a un'analisi più accurata, perché subito evidenziano inesattezze, dubbiosità ed equivoci, di cui sono impregnate. Quando avevo la tua età, confesso che me ne lasciai sedurre, poiché esaltavano la mia sensibilità. Dio, però, mi ha fatto la grazia di vedere, in tempo, il veleno che contenevano.

    Quando si viene a conoscenza dei veri filosofi, ci si vergogna delle divagazioni vuote, inconseguenti, sciocche e pretenziose di certi filosofi pseudo tomisti dei nostri giorni, che non fanno altro che deformare il tomismo, adattandolo a tutte le ultime mode (che non riescono nemmeno a capire), mentre scavalcano i più profondi pensieri di San Tommaso con la più candida delle incompetenze.

    Vai direttamente alla fonte. Cerca di familiarizzarti con i testi di San Tommaso. Non temere, il Dottore Angelico è più chiaro di non pochi dei suoi commentatori. Tutto dipende dall'abituarci al suo stile e, ciò che è più importante, alla sua disciplina. Questo, però, non sarà difficile, purché abbiamo diligenza e umiltà.

    Per iniziare, ti raccomanderei la Prima, della Somma, e il De Veritate. Dalla Prima, lascia da parte le questioni 2ª, 23ª e 24ª. Quanto al De Veritate, per adesso andare oltre alla 3ª questione. Ancora per iniziare, non dedicarti a uno studio sistematico, ma fai come ti ho raccomandato a riguardo delle opere classiche. Ricordati che non si tratta ancora di imparare San Tommaso, bensì, di familiarizzarsi con lui. Perciò, quando qualche testo presenterà una maggiore resistenza alla tua intelligenza, non insistere, ma cerca qualcosa di più facile.

    E adesso ti farò un'osservazione di maggior rilevanza: la meditazione e la riflessione valgono più della lettura. Quindi, cerca, quanto potrai, di risolvere trovare le soluzioni da te stesso, invece di cercarle già pronte. Soprattutto, limitati esclusivamente ai testi di San Tommaso, e non cercare di leggere le note esplicative che vengono a piè di pagina. Quando ti sarai così ambientato allo spirito di San Tommaso, allora si potrà pensare a qualcos'altro.

    Vita spirituale autentica: unico alimento dell'intelligenza

    Giungiamo, infine, all'ultima conclusione, che è quella di maggior peso. Il vero filosofo solo può alimentare il suo pensiero e la sua personalità con una vita spirituale autentica. A mio avviso, la miglior base sono ancora gli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio, con il complemento naturale dell'Imitazione di Cristo. Secondo gli orientamenti che do a questi miei suggerimenti, cerca, preferibilmente, solo i testi originali; soltanto i testi, senza alcun commento. Dato che la devozione cattolica è fondamentalmente di ispirazione mariana, abbi sempre a portata di mano le eccellenti opere di San Luigi Maria Grignion da Montfort; tutte quante, se ti sarà possibile.

    Il demonio pesca nelle acque torbide del nervosismo

    Credo così di aver risposto nella miglior forma a mia portata - e dopo aver chiesto a Dio luci per un compito di tale responsabilità - alle difficoltà, che mi hai presentato nella tua lettera. Certamente troverai in questa mia risposta, molte lacune: è la parte umana. Dio, però, le supplirà, quando ricorrerai a Lui con fiducia.

    Innanzitutto, stai calmo e in pace. Cerca di non perturbarti. Il nervosismo è l'acqua torbida in cui il demonio fa la sua pesca; ed è maestro nell'irritare i nervi e tormentare le coscienze, per mezzo di immaginazioni, suggestioni, istigazioni, ed anche agendo direttamente sul corpo, dove provoca le sensazioni fisiche di malessere, angoscia, ripugnanza, palpitazioni, e quant'altro. Non lasciarti impressionare da nulla di tutto ciò. Guarda in avanti, ai Cuori di Gesù e di Maria, e cammina sulle onde agitate con piena fiducia.

    Qui siamo, io e i miei amici, alla tua disposizione, per quel che avrai bisogno. Non fare cerimonie. E non dimenticarti di me nelle tue preghiere.

                Tuo in Gesù e Maria,

  • La visita del cardinale-martire ucraino Josyf Slipyj alla TFP brasiliana

     

     

    di Redazione

    Nel settembre del 1968 la TFP brasiliana ricevette un illustre visitatore: il cardinale ucraino Josyf Slipyj, arcivescovo metropolita maggiore di Lvow. Il cardinale Slipyj aveva opposto una ferma resistenza al comunismo in patria. Per questo motivo, dall'aprile 1945 all'inizio del 1963 venne sottoposto a una lunga prigionia e ai lavori forzati in Siberia, Mordovia e nelle regioni polari. Era naturale che la TFP rendesse omaggio a questo eroe della lotta contro il comunismo. Il ricevimento ebbe luogo il 26 settembre presso la sede del Consiglio Nazionale della TFP a San Paolo (allora in Rua Pará, nº 50). Erano presenti elementi di spicco del clero, delle forze armate, della società di San Paolo e della colonia ucraina, oltre a centinaia di membri e cooperatori dell'entità.

    Al termine della cena servita agli ospiti, il prof. Plínio Corrêa de Oliveira, Presidente del Consiglio Nazionale della TFP, indirizzò un saluto al reverendo ospite, sottolineando la coerenza dimostrata di fronte al comunismo lungo tutta la sua vita. Ne ricordò la lunga prigionia a cui Sua Eminenza era stata sottoposta dai sovietici, infuriati per il coraggio e la fermezza con cui aveva saputo difendere i diritti della Chiesa in un’epoca di concessioni. Infine, sottolineò i legami tra Brasile e Ucraina, nazioni unite dalla stessa fede, ed espresse i suoi personali auguri di felicità all'Arcivescovo Maggiore e alla sua illustre Patria, soggiogata dal dispotismo sovietico.

    Ringraziandolo, il cardinale Slipyj evidenziò l'alto valore culturale e civico del ruolo svolto dalla TFP, all'interno della società brasiliana, a difesa della pace e dei valori fondamentali della civiltà cristiana occidentale. Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira offerse poi all'Eminentissimo Cardinale un ricordo della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà: un magnifico fermacarte in pietra semipreziosa brasiliana.

    Prima di lasciare la sede della TFP, il Cardinale e gli ecclesiastici che lo accompagnavano ricevettero anche lo stendardo rosso con il leone d'oro, insegna dell'entità. In mezzo a un applauso vibrante, Sua Eminenza si ritirò, benedicendo i presenti.

    Nel gennaio del 1977 la rivista della TFP nordamericana – CRUSADE – pubblicò un numero speciale intitolato “Oro, lutto e sangue – Ucraina: una tragedia senza frontiere”, in cui descriveva la tragica dimensione dell'abbandono dei cattolici ucraini martirizzati dall’oppressione comunista russa. L'articolo mostrava come quella situazione fosse peggiorata a causa della politica di distensione del Vaticano con i governi comunisti. Il cardinale Slipyi elogiò l'iniziativa di Crusade, augurandole i migliori frutti.

     

    Al seguente link è possibile vedere un breve video, con immagini d’epoca, della visitadel cardinale Slipyj alla TFP brasiliana:https://www.youtube.com/watch?v=R4talCR8woc

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  • Maggio: mese di Maria

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Durante il mese di maggio sentiamo la speciale protezione della Madonna estendersi su tutti i fedeli, e la gioia che brilla nelle nostre chiese e illumina i nostri cuori esprime la certezza universale dei cattolici che l'indispensabile patrocinio della nostra Madre celeste diventa, durante il mese di maggio, ancora più sollecito, più amorevole, maggiormente pieno di visibile misericordia e di esorbitante accondiscendenza.

    Tuttavia, dopo ogni mese di maggio qualcosa rimane, se abbiamo saputo vivere in modo adeguato questi trenta giorni appositamente consacrati alla Madonna. Ciò che ci rimane è una maggiore devozione, una fiducia più speciale e, per così dire, un'intimità più marcata con Maria Santissima, in modo che in tutte le vicissitudini della vita sapremo chiedere con più rispettosa insistenza, sperare con più invincibile fiducia e ringraziare con il più umile affetto per tutto il bene che fa per noi.

    La Madonna è Regina del Cielo e della Terra, e allo stesso tempo nostra Madre. Questa è la convinzione con cui entriamo sempre nel mese di maggio, e questa convinzione si radica sempre di più in noi, e getta sempre maggiori luci e forza man mano che il mese di maggio volge al termine. Il mese di maggio ci insegna ad amare Maria Santissima per la sua gloria, per tutto ciò che rappresenta nei piani della Provvidenza. E ci insegna anche a vivere più costantemente la nostra vita di unione filiale a Lei.

    * * *

    I figli non sono mai più sicuri della vigilanza amorevole delle loro madri che quando soffrono. Tutta l'umanità soffre oggi. E non solo tutti i popoli soffrono, ma si potrebbe quasi dire che soffrono in tutti i modi possibili. Le intelligenze sono spazzate via dalla burrasca dell'empietà e dello scetticismo. Tifoni impazziti di messianismi di ogni tipo devastano gli spiriti. Idee nebulose, confuse e audaci si insinuano in tutti gli ambienti e trascinano con loro non solo i malvagi e i tiepidi, ma a volte anche coloro dai quali ci si aspetterebbe una maggiore costanza nella Fede. Le volontà ostinatamente attaccate al compimento del dovere soffrono, con tutti i contraccolpi che derivano dalla loro fedeltà alla legge di Cristo. Chi trasgredisce questa legge soffre, perché lontano da Cristo ogni piacere non è in definitiva che amarezza, e ogni gioia è una menzogna. Soffrono i cuori di coloro che sono lacerati dagli orrori delle guerre che dilagano, delle famiglie che si disgregano, delle lotte che mettono fratelli contro fratelli ovunque. I corpi soffrono, decimati dal fuoco delle mitragliatrici, impoveriti dal lavoro, minati dalle malattie, sopraffatti da bisogni di ogni tipo. Si può dire che il mondo contemporaneo, simile al mondo al tempo in cui Nostro Signore nacque a Betlemme, riempie l'aria di un grande e clamoroso gemito, che è il gemito dei malvagi che vivono lontano da Dio, e dei giusti che sono tormentati dai malvagi.

    Quanto più oscure sono le circostanze, quanto più lancinanti sono i dolori di ogni genere, tanto più dovremmo chiedere alla Madonna di porre fine a tanta sofferenza, non solo per far cessare il nostro dolore, ma per il maggior beneficio della nostra anima. La Sacra Teologia dice che la preghiera della Madonna anticipò il momento in cui il mondo sarebbe stato redento dal Messia. In questo momento colmo di angoscia, rivolgiamo con fiducia i nostri occhi alla Madonna, chiedendoLe di abbreviare il grande momento che tutti stiamo aspettando, quando una nuova Pentecoste aprirà sprazzi di luce e di speranza in questa oscurità, e ristabilirà ovunque il Regno di Nostro Signore Gesù Cristo.

    Dobbiamo essere come Daniele, di cui la Scrittura dice che era desideriorum vir, cioè un uomo che desiderava grandi cose e molte cose. Per la gloria di Dio, desideriamo grandi e molte cose. Chiediamo molto alla Madonna, e sempre. Ciò che dobbiamo chiederLe in modo particolare è ciò che la Sacra Liturgia supplica a Dio: Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae (Mandate il vostro Spirito e tutto sarà rinnovato, e rinnoverete la faccia della terra). Dobbiamo chiedere attraverso la Madonna che Dio ci mandi di nuovo in abbondanza lo Spirito Santo, affinché le cose siano create di nuovo e la faccia della terra sia purificata da un rinnovamento.

    Nella Divina Commedia Dante dice che pregare senza il patrocinio della Madonna è come volare senza ali. Affidiamo alla Madonna questo anelito a cui aspira tutto il nostro cuore. Le mani di Maria saranno per la nostra preghiera un paio di ali purissime attraverso le quali giungerà certamente al trono di Dio.

     

    Fonte: Legionário N. 563, 23 maggio 1943. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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  • Copertina Marzo2018

    Rivista Tradizione Famiglia Proprietà, marzo 2018

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  • Nelle forche caudine delle false alternative

     

     

    di Julio Loredo

    In diversi momenti negli ultimi duecento anni, i cattolici tradizionalisti o contro-rivoluzionari sono stati costretti ad affrontare delle scelte fondamentalmente viziate: optare fra due possibilità ambedue inaccettabili. Nella sua lunga vita pubblica, Plinio Corrêa de Oliveira fu particolarmente attento a non cadere nella trappola delle forche caudine di queste false alternative. Insieme ad altri autori, egli usava l’espressione “false destre” per designare quelle correnti che, presentandosi come un’alternativa alla Rivoluzione, in realtà assorbono le reazioni buone, le sviano, le svuotano e le rendono quindi inutili, o comunque meno efficaci.

    Il Ralliement: inizio dell’equivoco

    Per non andare più indietro, possiamo fissare l’inizio di questo equivoco nella politica chiamata Ralliement lanciata da Leone XIII nel 1890.

    La Rivoluzione francese non fu soltanto antimonarchica ma anche anticattolica. La persecuzione contro la Chiesa non fu meno implacabile di quella contro la nobiltà. Il bagno di sangue che ne conseguì svegliò bruscamente una società che si era lasciata addormentare, innescando una reazione che, consolidandosi, costituirà la Contro-Rivoluzione. Dovendo affrontare il comune nemico, Trono e Altare si unirono in difesa dell’Ordine.

    Nei decenni successivi, mentre gli epigoni della Rivoluzione francese sostenevano le varie repubbliche partorite dal 1789, i contro-rivoluzionari, fedeli alla Chiesa e alla Tradizione e che si proclamavano “cattolici-monarchici”, si rifiutavano di riconoscerle. Era la posizione nota come “intransigente”. Per i cattolici intransigenti, la difesa della Fede contro il liberalismo comprendeva naturalmente il rifiuto della forma di governo che lo incarnava. Mentre i cattolici tendevano a essere monarchici, i liberali erano solitamente repubblicani.

    Intransigente fu la linea di Gregorio XVI e di Pio IX. Leone XIII adottò invece una linea pastorale diversa. In una mossa che poi egli stesso deplorerà amaramente, decise di dialogare con la Rivoluzione. Questa politica, nota come Ralliement, fu inaugurata il 12 novembre 1890 col celebre toast d’Alger che il cardinale Charles Lavigerie offrì agli ufficiali della flotta mediterranea, quasi tutti monarchici. Facendo intendere che l’ordine veniva dall’alto, il porporato disse che essi avrebbero dovuto riconciliarsi con la Repubblica. Il 16 febbraio 1892, Leone XIII conferiva un fondamento dottrinale alla sua politica con l’enciclica Au milieu des sollicitudes.

    È difficile esagerare la portata di questa svolta. Come la Rivoluzione francese fu uno spartiacque nella storia dell’umanità, il Ralliement fu uno spartiacque nella storia del cattolicesimo contemporaneo. Mentre fino ad allora la linea di fedeltà alla Chiesa era stata molto chiara – opposizione al liberalismo e alle sue conseguenze, anche temporali – il Ralliement spaccò il campo cattolico. I cattolici democratici, liberali e modernisti plaudirono la politica di Leone XIII. Altri, disorientati, accettarono senza farsi troppe domande, in spirito di fedeltà al Sommo Pontefice. Per i cattolici fedeli alla Tradizione, invece, si pose un gravissimo problema di coscienza. Dovevano accettare la linea politica del Papa, sconfessando perciò la loro militanza contro-rivoluzionaria? Oppure dovevano prendere la via della contestazione?

    Taluni fecero notare che il Papa è infallibile solo quando parla ex cathedra in rebus fidei et morum; privilegio che, però, non si estende ai suoi atti diplomatici. I cattolici erano, dunque, liberi di rifiutare il Ralliement, senza perciò compromettere la loro fedeltà alla Cattedra di Pietro. Perfettamente fondata dal punto di vista teologico, tale distinzione lasciava tuttavia i cattolici fedeli alla Tradizione vulnerabili all’accusa di essere ribelli alla linea del Pontefice.

    Sorgono le false destre

    Impediti concretamente di essere “cattolici-monarchici”, i fedeli alla Tradizione furono messi di fronte a una scelta cruciale: alcuni sceglieranno di fare i “cattolici”, e saranno quindi attratti da correnti inquinate da idee liberali, come Le Sillon; altri invece preferiranno fare i “monarchici”, essendo al contrario attratti da correnti inquinate da idee positiviste e nazionaliste, come l’Action Française

    Fu allora che, presentandosi come l’alternativa di “destra”, sorsero movimenti contro-rivoluzionari di nuovo stampo, fondati non più sull’ideale cattolico di restaurazione della civiltà cristiana, bensì su quello nazionalista o identitario.

    È il caso della summenzionata Action Française, fondata nel 1899 da Henri Vaugeois e Maurice Pujo, entrambi provenienti dalla sinistra repubblicana, e in seguito guidata da Charles Maurras. Di ispirazione positivista e nazionalista, l’Action Française difendeva il cattolicesimo non come verità soprannaturale, bensì come “religione storica del popolo francese”, e la Chiesa cattolica non come il Corpo mistico di Cristo, ma come una “componente politica” che, storicamente, aveva plasmato alcune caratteristiche della nazione francese. Parimenti, la sua difesa della monarchia non si fondava su ragioni metafisiche o religiose, bensì pragmatiche. L’Action Française sosteneva la monarchia come una venerabile istituzione francese che si era dimostrata adatta a mantenere l’ordine e la tradizione. Politique d’abord! La politica prima di tutto! Ecco il motto di Maurras.

    In assenza di un movimento cattolico contro-rivoluzionario che potesse soddisfare sia le esigenze della Fede sia quelle della militanza monarchica, molti cattolici scelsero di militare nell’Action Française, assimilandone quindi il nazionalismo positivista. Situazione non del tutto differente da quella che dovettero affrontare i cattolici italiani vent’anni dopo, costretti a scegliere fra il Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, cattolico ma di stampo murriano, e il Partito Nazionale Fascista di Benito Mussolini, anticomunista ma non cattolico.

    Evitando le forche caudine

    Plinio Corrêa de Oliveira iniziò la sua vita pubblica nel 1928, quando entrò nelle Congregazioni Mariane, di cui divenne presto il leader. Il problema delle false destre si presentava allora con forza.

    Il trauma provocato dalla rivoluzione bolscevica del 1917 aveva avuto come contraccolpo la nascita, un po’ ovunque, di movimenti “nazionalisti”, che si imponevano come alternativa all’avanzata rossa. Privi, in molti casi, di un indirizzo di segno anticomunista, non pochi cattolici si lasciarono sedurre da questi movimenti, che sostituivano il culto dello Stato o della razza all’ideale di restaurazione cristiana.

    Il Fascismo, per esempio, si presentò come valida alternativa al caos comunista del “biennio rosso”. Infatti, fu lo stesso Vittorio Emanuele III a chiamare Mussolini al Governo per rimettere ordine in Italia. Mussolini ebbe l’accortezza di avvicinare la Chiesa, perfino firmando con essa i Patti Lateranensi che chiusero la “questione romana”, e fu lodato perciò da Pio XI come “l’uomo della Provvidenza”. Nel suo famoso Diario, Galeazzo Ciano così condensava il “vero fascismo delle origini”: “Le origini erano antibolsceviche, tradizionalistiche, in difesa della famiglia e della proprietà, in rispetto della Chiesa”. Un credo che un cattolico tradizionalista avrebbe potuto sottoscrivere. Eppure, si trattava di una falsa destra.

    Da parte sua, Hitler si presentava come alternativa al caos provocato dalla Repubblica di Weimar e, più profondamente, come reazione alla decadenza liberale borghese. Egli intendeva restaurare la Civiltà cristiana, e in concreto il Reich carolingio, una forma di Sacro Romano Impero. Non mancava chi lo paragonasse a Gesù Cristo e lo ritenesse, anzi, großer als Christ. Scrisse allora Plinio Corrêa de Oliveira: “Per corrispondere ai desideri di innumerevoli persone assetate dei valori della Civiltà Cristiana, apparve in Germania un partito che fu imitato altrove, il quale si proponeva l’insediamento di un nuovo mondo cristiano. A prima vista, nulla di più simpatico”. Non sorprende, quindi, che Hitler contasse con l’appoggio di molti cattolici, anche altolocati, come il cardinale di Vienna Theodor Innitzer. La sua ascesa al potere fu resa possibile solo con l’appoggio del partito cattolico guidato da Franz von Papen.

    Dimostrando grande indipendenza intellettuale, Plinio Corrêa de Oliveira si trovò dunque a difendere il movimento cattolico non solo dall’attacco aperto del movimento comunista, ma anche dall’infiltrazione di tendenze ed idee di stampo nazista: “I cattolici devono essere anticomunisti, antinazisti, antiliberali, antisocialisti, antimassoni... appunto perché cattolici”. Riguardo al nazismo, egli andava oltre le apparenze: “A prima vista, nulla di più simpatico. Tuttavia, se si riflettesse attentamente sul lato concreto di questa ideologia, un lato che la machiavellica propaganda rivelava solo a piccoli passi agli iniziati, che terribile delusione si sarebbe subita! Un’ideologia confusa, impregnata di evoluzionismo e materialismo storico, satura di influenze filosofiche e ideologiche pagane, un programma politico ed economico radicale e tipicamente socialista, dagli intollerabili pregiudizi razzisti. Insomma, dietro ai bramiti anticomunisti del nazismo, era proprio il comunismo che si voleva instaurare. Un comunismo insidioso, mascherato da cristiano. Un comunismo mille volte peggiore, perché mobilitava contro la Chiesa le armi sataniche dell’astuzia invece di quelle innocue ed impotenti della forza bruta. Cominciava con l’esaltare gli animi per mezzo di alcune verità, quindi li metteva in delirio con il pretesto dell’entusiasmo per tali verità, e dopo li attirava ai più terribili errori. Dunque, un comunismo che non significava la neutralizzazione dei cattivi, bensì dei buoni; la più terribile macchina di perdizione e di falsificazione che il demonio abbia generato nel corso della storia”.

    Plinio Corrêa de Oliveira trasmise questo sapiente atteggiamento alla sua opera spirituale, le Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà. In più di sessant’anni di storia, le TFP hanno dovuto affrontare non poche forche caudine, riuscendo sempre a superarle senza cadere nella trappola.

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  • Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al patriziato ed alla nobiltà romana

     

     

    Prefazione di S.A.I.R. il Principe Luiz de Orléans e Braganza

    Capo della Casa Imperiale del Brasile

     

    Per comprendere pienamente quest'opera di Plinio Corrêa de Oliveira è necessario tenere presente le principali sfaccettature della sua vita pubblica: scrittore, uomo d'azione, ma soprattutto pensatore.

    Un pensatore dedicato meno alla mera speculazione dottrinale che all'analisi del secolo in cui vive, dei problemi che lo tormentano e, secondo le soluzioni date a questi problemi, delle vie sulle quali viene condotta la storia umana.

    Secolo questo che si presenta ribollente e tumultuoso, in gran parte contraddittorio e bizzarro. Il suo inizio fu infatti caratterizzato da gioie e piaceri della Belle Epoque e anche dalla magnificenza dell'Esposizione Universale di Parigi. Eppure esso si avvia verso la fine in mezzo a incertezze e preoccupazioni, nella previsione di avvenimenti che condurranno forse a un caos universale o perfino ad una ecatombe atomica.

    Possiamo, dunque, considerare nel nostro secolo, da questo punto di vista, due fasi ben distinte.

    La prima è apertamente ottimista. In essa gli uomini, remoti eredi del Secolo dei Lumi, credevano nel successo indefinito di tutti i loro sforzi per il progresso. Il movimento generale dei popoli, delle istituzioni e dei costumi, veniva spinto, abitualmente, da alcune convinzioni che erano patrimonio del senso comune, ma che erano state considerate in maniera ipertrofica ed esclusivista dalla precedente epoca dell'illuminismo. Fra queste convinzioni, c'era quella secondo cui l'umana ragione – essendo infallibile se nettamente usata - era guida autosufficiente per individuare la felicità terrena e i mezzi per ottenerla.

    Inoltre, l'intelletto umano aveva già accumulato un'imponente congerie di conoscenze, nei campi più svariati, adatta ad assicurare nel secolo ventesimo, e anche nei secoli successivi, un alto grado di giustizia, di benessere, di multiforme miglioramento delle condizioni di vita e, conseguentemente, una felicità terrena perfetta.

    Questo processo ascendente era chiamato progresso, e il complesso dei metodi di azione con i quali si realizzava la gloriosa e indefinita ascensione del progresso veniva chiamata tecnica.

    Grazie a questo processo, l'umanità si trovava a un apice di civiltà mai visto prima, nel quale erano assenti i sintomi di ignoranza, rudezza e crudeltà, caratteristici dei tempi antichi.

    Quale potentissimo sostegno del progresso, l'uomo doveva contare sull'evoluzione: forza immanente a tutti gli esseri, ancora misteriosa, e che provocava una continua ascensione, il cui vertice supremo era impossibile raggiungere.

    Esempio caratteristico delle ambiziose speranze suscitate dalla cooperazione di questi fattori fu la decisione, espressa in diverse disposizioni testamentarie di questo secolo, secondo la quale il testatore disponeva che il suo cadavere fosse conservato intatto, in speciali camere frigorifere, nella speranza che l'evoluzione e il progresso, con la loro azione congiunta, facessero scoprire i mezzi per realizzare la resurrezione dei morti...

    È certo che, in quel mezzo secolo di giubilo universale, due tragedie di grande portata avrebbero opposto una crudele smentita a tante allucinate speranze: le guerre mondiali.

    Tuttavia, dopo la conflagrazione mondiale del 1914-1918 cominciò l'allegro periodo generalmente denominato “entre deux guerres”, che sarebbe stato interrotto dalla nuova guerra mondiale nel 1939. Sebbene quest'ultima, finita di fatto con le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, fosse stata ancora più universale, mortifera, devastatrice e lunga che la prima, la forza di propulsione verso la felicità terrena assoluta era talmente grande che, appena terminata, l'atmosfera festosa di ostinato ottimismo avrebbe subito ripreso la sua marcia.

    Ecco come la Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II ha descritto le condizioni di vita nelle quali le sembrava che fosse immersa la società contemporanea, aprendole le braccia allo scopo di godere insieme questa gioia universale:

    “Le condizioni di vita dell'uomo moderno, sotto l'aspetto sociale e culturale, sono profondamente cambiate, così che è lecito parlare di una nuova epoca della storia umana. Da qui si aprono nuove vie per perfezionare e più largamente diffondere la cultura. (...) Le scienze dette esatte affinano grandemente il senso critico; i più recenti studi di psicologia spiegano con maggiore profondità l'attività umana; le scienze storiche giovano assai a far considerare le cose sotto l'aspetto della loro mutabilità ed evoluzione; i modi di vita e i costumi diventano sempre più uniformi; l'industrializzazione, l'urbanesimo e le altre cause che favoriscono la vita comunitaria creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono nuovi modi di pensare, di agire, d'impiegare il tempo libero; lo sviluppo dei rapporti fra le varie nazioni e le classi sociali aprono più ampiamente a tutti ed a ciascuno i tesori delle diverse forme di cultura, e così a poco a poco si prepara una forma più universale di cultura umana, che tanto più promuove ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispettale particolarità delle diverse culture (...).

    “I teologi sono inoltre invitati, nel rispetto dei metodi e delle esigenze proprie della scienza teologica, a ricercare modi sempre più adatti per comunicare la dottrina cristiana agli uomini della loro epoca (...).

    “Nella cura pastorale siano sufficientemente conosciuti e usati non soltanto principi della teologia, ma anche le scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia (...).

    “I fedeli dunque (...) sappiano armonizzare la conoscenza delle nuove scienze, delle nuove dottrine e delle più recenti scoperte, con la morale e il pensiero cristiano, affinché la pratica della religione e l'onestà procedano in essi di pari passo con la conoscenza e col continuo progresso della tecnica” (Gaudium et Spes, n. 54 e 62).

    Questo era il modo in cui la grande maggioranza degli uomini - formati spiritualmente e culturalmente dalla civiltà occidentale - vedeva il futuro. Condividevano questa visione intellettuali di rinomanza universale, statisti e uomini di azione di grande spicco.

    Ma... in quale situazione storica non serpeggia un “ma”? A poco a poco anche il “paradiso” del progresso cominciava a scontentare.

    Parallelamente all'unanimismo ottimista, un altro modo di vedere, di sentire e di agire veniva formandosi nella penombra e nel silenzio. Tuttavia, mentre per quest'ottimismo erano aperte pienamente le porte dell'apparato pubblicitario, all'altro i mass media non concedevano volentieri spazio, per cui esso era ridotto a sopravvivere negli angolini della società di allora, nei quali il liberalismo dominante non trovava pretesto per perseguitarlo.

    Questo piccolo mondo - mantenuto così nell'oscurità - costituito da un pubblico eterogeneo e attivo, era formato dagli elementi più diversi.

    Bisogna menzionare, innanzitutto, coloro che contestavano il valore della ragione umana, mettendo in questione l'intero edificio grandioso, ma pregno di frustrazioni, della civiltà occidentale.

    Nel loro pensiero non era difficile discernere l'influenza dei filosofi tedeschi, anteriori perfino alla Rivoluzione francese: di Kant, per esempio, secondo il quale il concetto formato dalla ragione non sarebbe fedele, ma influenzato da fattori soggettivi che ne falserebbero l'oggettività. Dalla critica della ragione e della conoscenza, egli scivolò nel soggettivismo e in un certo qual immanentismo. Nei suoi seguaci - Fichte, Schelling, Hegel e altri - questo immanentismo si smembrò in teorie panteiste.

    Era l'antico panteismo, di origine induista e buddista, da molto diffuso in grandi estensioni dell'Asia e che appariva ora nella storia dell'Occidente.

    Questo soggettivismo e questo panteismo prese carattere di pessimismo in Schopenhauer e di disperazione in Nietzsche. L'apologia dell'angoscia fatta dai padri dell'esistenzialismo moderno (Kierkegaard, Heidegger) non sembra slegata da tali tendenze generali.

    Questo pensiero andò prendendo terreno in circoscritte ma elevate sfere intellettuali europee durante i secoli XIX e XX.

    Contemporaneamente l’ “american way of life” diffuso dappertutto da Hollywood e considerato da innumerevoli contemporanei come lo stile di vita più coerente, col trionfo congiunto della ragione, del progresso e della evoluzione - cominciava a venir messo in questione a causa degli inconvenienti dello stesso sistema capitalistico.

    Effettivamente, l'entusiasmo per la velocità nelle comunicazioni e nei trasporti, per l'intrecciarsi di tutti i campi dell'attività umana, provocò in ogni parte del mondo una febbre generale. Un febbricitare di mentalità, di aspirazioni, di sensazioni, di ambizioni, di attività, di business... di deliri, che finì col produrre molti e vari disturbi fisici e mentali che vanno aggravandosi di giorno in giorno e presagiscono la crisi generale dello Stato, della società, della cultura e della famiglia. Non è necessario dissertare a lungo, poiché è evidente che ciò sfocerà in una crisi globale molto più terribile: la crisi dell'uomo.

    Un'altra classe di scontenti - peraltro ben diversa - era formata da coloro che pur contemporanei alla festosa approvazione della Costituzione conciliare Gaudium et Spes, testimoniavano il nascere e il diffondersi della gigantesca crisi che cominciava a manifestarsi in tutta la Chiesa dopo la chiusura del Concilio Vaticano II.

    Una crisi che si presenta oggi ben più grave per la nascita della Teologia della Liberazione, per il serpeggiare di un certo ecologismo e di un certo sub-consumismo pauperista e pseudo-evangelico, che vede nelle condizioni di vita tribali l'organizzazione della società umana!

    La situazione che si presenta oggi davanti a noi non era stata prevista dal candido ottimismo dei Padri Conciliari del 1965.

    Questo candido ottimismo mi suscita un sorriso melanconico e rispettoso, che sorprenderà certi cattolici che non comprendono la filiale fedeltà alla Santa Chiesa e al Papato che mi vibra nell'anima nel momento stesso in cui scrivo queste righe.

    Questo rispetto mi porta ad accettare con tutto il cuore che il Divino Fondatore della Chiesa l'ha voluta retta da un Papa infallibile, in tutti i campi e nelle condizioni in cui Egli lo ha voluto infallibile; e fallibile in tutti i campi e nelle condizioni in cui l'ha voluto fallibile, ossia per esempio nella valutazione delle circostanze concrete in cui vengano a trovarsi questi o quegli uomini, queste o quelle situazioni.

    *     *     *

    Lo scontento che, ai margini del festoso trionfalismo del dopoguerra e del post-Concilio, si sviluppava in oscurità sempre più tenui e in una dimensione sempre meno corpuscolare, esplose d'improvviso nel 1968. È accaduto nella rivolta della Sorbona, le cui conseguenze aprirono per il mondo orizzonti di follia, di corruzione morale e di caos fino allora insospettati dalla grande massa.

    A poco servì che una gigantesca protesta anti-sessantottina sfilasse sulle strade di Parigi, nella famosa marcia di un milione di persone, mosse dall'entusiasmo vigoroso e sereno dell'età matura, o che contro la ribellione si levassero da tutte le parti voci di protesta, molte delle quali risonanti del meritato prestigio di varie personalità.

    Dal '68 ad oggi sono avvenuti, in molteplici sfere del pensiero e dell'azione umani, sensibili mutamenti. Quasi sempre, questi fecero in modo di trasformare il mondo di oggi in modo molto più consono alle mete della rivoluzione del Maggio francese.

    Il caos va diffondendosi dovunque. Dimostrarlo, sarebbe in questa sede superfluo e impossibile: superfluo, perché al giorno d'oggi non percepisce tale caos colui che è stato da esso accecato e ha perso di conseguenza la vista; impossibile, perché il caos è così universale che sarebbe impraticabile trattare, nella semplice prefazione di un libro, tutto ciò che esso fa o in cui opera. D'altronde, si vi dedicassi questa prefazione, essa diventerebbe più voluminosa dello studio che intende presentare ai lettori.

    Quanto finora esposto non ha avuto che lo scopo di delineare, il più sinteticamente possibile, il quadro generale dell'epoca in cui Plinio Corrêa de Oliveira ha svolto la sua azione di pensatore, di maestro e di leader cattolico conservatore di fama universale.

    Egli proviene da due illustri famiglie brasiliane. Dal lato paterno, dalla nobile famiglia dei Corrêa de Oliveira, di proprietari di piantagioni di canna da zucchero nel Pernambuco. Fra i suoi membri che ebbero un ruolo rilevante nella vita pubblica merita una menzione particolare João Alfredo Corrêa de Oliveira, senatore a vita dell'Impero e membro a vita del Consiglio di Stato. Fu particolarmente celebre per avere promulgato, come primo ministro, con la mia bisavola la principessa Isabella, all'epoca reggente dell'Impero, la legge di liberazione degli schiavi del 13 maggio 1888, nota come “legge aurea”. Proclamata la repubblica da un golpe militare nell'1889, João Alfredo presiedette per lunghi anni il Direttorio Monarchico, in qualità di persona di fiducia della Principessa, allora esiliata in Francia. Quest'uomo di Stato - uno dei più noti in Brasile - ebbe per fratello Leodegário Corrêa de Oliveira, nonno dell'autore del presente libro.

    Dal lato materno, discende dalla famiglia dei Ribeiro dos Santos, appartenente alla tradizionale classe paulista detta di “quattrocento anni”, cioè proveniente dai fondatori o abitanti originari della città di San Paolo. Tra i suoi antenati materni si distinse, durante il regno dell'imperatore Pedro II, il prof. Gabriel Rodrigues dos Santos, cattedratico della già allora celebre Facoltà di Diritto di San Paolo, avvocato, oratore di grandi doti e deputato, prima provinciale e poi nazionale. In queste funzioni ben presto ottenne un meritato rilievo. La morte lo rapi prematuramente.

    In entrambe le famiglie, le polemiche ideologiche che segnarono il periodo dell'Impero (1822-1889) e le prime decadi della Repubblica (1889-1930) ebbero un'eco profonda, producendo le ben note divisioni: nel campo religioso, alcuni si mantenevano fermamente fedeli alla Religione cattolica, mentre altri aderivano al Positivismo, l’ultimo grido della moda ideologica del tempo. Nel campo politico, alcuni restavano fedeli al caduto regime, mentre altri aderivano alla repubblica, nelle cui lotte politiche ebbero parte saliente.

    Plinio Corrêa de Oliveira fu testimone nell'ambiente famigliare di questo scontro di opinioni che, alla maniera brasiliana, era abitualmente enfatico ma allo stesso tempo cordiale.

    Su questi importanti argomenti egli andò prendendo posizione, improntata all'innocenza e alla pietà del suo animo ancora infantile ma già notevolmente precoce. Questa posizione venne rafforzata nel corso degli anni dalla riflessione, dall'analisi imparziale dei fatti e dallo studio al quale si affezionò da piccolo, con marcata preferenza per i temi storici.

    Fu in questa linea di pensiero - allo stesso tempo come cattolico praticante e intrepido, e come monarchico dichiarato - che Plinio Corrêa de Oliveira diventò uno dei leader più in vista fra le file della gioventù studentesca del suo tempo.

    Non è mia intenzione aggiungere qui dati biografici concernenti a questo noto brasiliano; essi figurano, col dovuto rilievo, in un'altra parte di questo volume. Intendo però analizzare il significato profondo della sua opera intellettuale, che può essere studiata nei libri e nei numerosi articoli che ha scritto.

    Lungo il suo cammino, Plinio Corrêa de Oliveira incontrò sempre cattolici e monarchici: i primi crescevano in numero e fervore, fino al momento in cui il progressismo provocò fra loro inevitabili divisioni, polemiche clamorose e la conseguente dispersione e diminuzione di forze.

    I monarchici, al contrario - la loro libertà di pensiero e di azione essendo stata tirannicamente soppressa dal decreto n° 85-A, del 23 dicembre 1889, confermato dalla art. 90 della prima Costituzione repubblicana del 1881 (la “clausola petrea”) e dalle diverse Costituzioni che seguirono durante la agitata vita del nuovo regime – andarono diminuendo di numero fino a quando, nel 1988, la 6ª Costituzione repubblicana soppresse la malfamata “clausola petrea”, riconoscendo finalmente ai monarchici una libertà politica che la Repubblica non negava a nessuno, neppure ai comunisti!

    Da allora si è verificato un fenomeno ideologico e politico inatteso per molti brasiliani. Nei più diversi Stati, cioè, in tutte le classi sociali, sono sorti i monarchici che - riuniti in valorose associazioni, come il Consiglio Pro-Brasil Monarchico, i Circoli Monarchici, l'Azione Monarchica Femminile e la Gioventù Monarchica del Brasile, intimamente legati a me in qualità di legittimo successore di Pedro II - progrediscono chiaramente nell'azione pacifica ma tenace che conduco con l'aiuto brillante ed efficiente del Principe Bertrand, mio fratello ed eventuale successore.

    Questi monarchici hanno gli occhi rivolti con ammirazione all'intrepido leader anticomunista Plinio Corrêa de Oliveira, il quale ha saputo essere, come intellettuale, un monarchico dichiarato, anche nel periodo in cui fu più dura quella che potremmo chiamare la recessione monarchica, e il cui pensiero fornisce alla polemica monarchica - tradizionalista per essenza - una preziosa fonte di pensiero.

    Troviamo ammiratori ed amici della Monarchia in numero considerevole anche nella Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), oggi la maggiore organizzazione anticomunista d'ispirazione cattolica, fondata da Plinio Corrêa de Oliveira, della quale mio fratello Bertrand ed io facciamo parte, fin dalla prima giovinezza, col dovuto entusiasmo.

    Plinio Corrêa de Oliveira è un bersaglio preso continuamente di mira dai cattolici che si dichiarano di sinistra e dai più svariati avversari della tradizione: dai socialisti moderati fino ai comunisti radicali ed agli “ecologisti”, nel senso politico militante del termine, senza dimenticare certi centristi che in realtà non sono che seguaci camuffati del socialismo.

    D'altra parte, egli è riconosciuto come indiscusso leader dai cattolici che, nel piano strettamente filosofico e culturale, prendono una posizione che, per analogia, viene considerata come destra cattolica.

    Fino ad ora, l'opera capitale di Plinio Corrêa de Oliveira è Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Sono convinto che accanto a questa dovrebbe aggiungersi Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla nobiltà romana.

    Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, pubblicato nel 1959, ha avuto successive edizioni in vari Paesi di Europa e delle Americhe, costituendo il libro di base di tutti i soci e cooperatori delle TFP in 20 nazioni dei cinque continenti.

    Quest'opera è una analisi teologica, filosofica e sociologica della crisi dell'Occidente, dalla sua genesi nel secolo XIV fino ai nostri giorni. Il fulcro del pensiero di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione consiste nella valutazione secondo cui l'indebolimento religioso e la decadenza dei costumi caratterizzati da quel secolo diffusero in Europa una smodata sete di piaceri della vita, e quindi una gravissima crisi di carattere morale che penetrò a fondo coll'Umanesimo e il Rinascimento. Per sua natura, questa crisi operò molto più nelle tendenze che non nelle convinzioni dottrinali; tuttavia non avrebbe tardato ad invadere il campo intellettuale, data la fondamentale unità dell'uomo.

    La crisi morale conduce prima o poi ad opporsi ad ogni legge e ad ogni freno. All'inizio, quest'opposizione può non essere che un'antipatia; tuttavia istiga la tendenza a sollevare obiezioni di carattere dottrinale - ora più radicali, ora meno - contro la mera esistenza di autorità alle quali spetta, per la natura stessa delle cose, di reprimere le varie forme del male. Ciò provoca, negli animi predisposti dalle cattive tendenze, un'opposizione anche dottrinale ad ogni legge e ad ogni freno. Il termine finale di questo processo è l'anarchia nei fatti e nelle dottrine.

    Ecco descritto il liberalismo illuminista, la cui espressione ultima e più radicale è l'anarchismo. È appunto nell'anarchia che va sprofondando il mondo contemporaneo.

    L'apparire del liberalismo, che definirei “anarcogenico”, porta con sé un'altra conseguenza: l'opposizione ad ogni disuguaglianza. Il liberalismo è ugualitario: chi rifiuta con indignata enfasi ogni autorità, si oppone parimenti ad ogni disuguaglianza. Infatti, ogni superiorità, qualunque sia il campo in cui si manifesta, comporta un tipo di potere o di influenza direttrice di chi è maggiore su chi è minore. Ecco l'ugualitarismo, la cui ultima conseguenza consiste nel rafforzare l'anarchismo.

    Infine, la scomparsa di ogni distinzione tra verità ed errore, bene e male, crea l'illusione di rafforzare la pace fra gli uomini, mediante l'interdipendenza e il livellamento di tutte le religioni, tutte le filosofie, tutte le scuole di pensiero e di cultura. Tutto equivale a tutto: modo indiretto di affermare che tutto è nulla. Siamo al caos stabilito alle radici più profonde del pensiero umano, e quindi al disordine più completo nella vita umana.

    Questo che potremmo qualificare come una genealogia di errori e di catastrofi - “abyssus abyssum invocat” - non si manifesta solo nel campo speculativo, ma anche in quello dei fatti.

    Rivoluzione e Contro-Rivoluzione mostra che questo processo libertario, ugualitario e “fraterno” - è infatti col pretesto della fraternità che si organizza oggi il festival mondiale dell'ecumenismo in tutti i campi e settori - ha avuto la sua prima esplosione nell'apocalittica rivoluzione protestante, che negò l'autorità suprema e universale dei Papi; in varie sue sette, essa negò anche l'autorità dei vescovi, e in altre ancor più radicali quella dei sacerdoti; e proclamò il principio perfettamente anarchico del libero esame.

    Passando dalla sfera religiosa a quella politica, si vede che questo pensiero sta alla radice stessa della Rivoluzione francese, che mirò a modellare lo Stato e la società secondo i principi di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, inerenti al protestantesimo. Essa negò il Re, come il protestantesimo aveva negato il Papa; negò la nobiltà, come certe sette protestanti avevano fortemente diminuito i poteri del clero (che è l'aristocrazia della Chiesa) e altre lo avevano eliminato completamente; e proclamò, in nome del libero pensiero, il principio della sovranità popolare, come il protestantesimo aveva proclamato quello del libero esame.

    I rivoluzionari del 1789 lasciarono in piedi la proprietà privata e la conseguente autorità del proprietario sul lavoratore e, per analogia, dell'intellettuale sul lavoratore manuale. Ciò nonostante, nelle sue ultime convulsioni, per la penna del comunista Babeuf, la Rivoluzione francese giunse a negare anche queste ultime residue disuguaglianze.

    A sua volta, nel 1848, Marx proclamò l'uguaglianza socio-economica completa e Lenin la realizzò in Russia a partire dal 1917.

    Tre rivoluzioni, tre ecatombi, l'una generata dall'altra, hanno provocato come risultato, in questa fine di millennio, la 4ª Rivoluzione, autogestionaria e tribale, come afferma Plinio Corrêa de Oliveira nelle più recenti edizioni di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.

    Nel 1960, per l'edizione francese di questo libro, il mio defunto padre, il Principe Pedro Henrique, scrisse una sostanziosa e bella prefazione, proprio nel senso che ho espresso e che fa vedere il taglio intellettuale dell'opera di Plinio Corrêa de Oliveira.

    Rivoluzione e Contro-Rivoluzione fu evidentemente scritto per mettere in guardia la borghesia dell'Occidente, la cui vigilanza si era addormentata nei piaceri e negli affari, dal rischio supremo verso cui si dirigeva. Non era solo un libro speculativo, ma anche una denuncia, fatta con la speranza che ne derivasse un movimento, e da questo una riscossa. La fondazione della TFP in Brasile, il suo diffondersi nel vasto territorio del mio Paese e la propagazione dei suoi ideali nei cinque continenti, sono il frutto dell'apostolato personale e concreto di questo pensatore che, nel campo dell'azione, agiva e agisce nel cuore della realtà contemporanea.

    Ora, Nobiltà e élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, presenta appunto questo carattere di opera di pensiero destinata ad influenzare profondamente i fatti.

    *     *     *

    Simile a roccia sulla punta di un promontorio sferzato dalle onde, la nobiltà, a partire dalla Rivoluzione francese, ha sofferto successivi attacchi. Le hanno tolto quasi dappertutto il potere politico. In generale le negano qualsiasi diritto specifico, che non sia il mero uso dei titoli e dei nomi tradizionali. Il movimento generale dell'economia e della finanza ha fatto concentrare in altre mani la torrenziale ricchezza che ha posto il capitalismo al vertice della società e con la quale il jet set cerca di abbagliare - anzi di far brillare i suoi lustrini - da ogni parte.

    Che rimane allora della nobiltà? Ridotta in questo modo, ha il diritto di esistere? Con che vantaggio per sé stessa e per il bene comune? Deve forse isolarsi irriducibilmente nell'ambito delle “buone famiglie”? Oppure, nel caso di sopravvivenza della nobiltà, questa va estesa anche alle nuove élites con analoghe, seppure non identiche, caratteristiche?

    Plinio Corrêa de Oliveira, il cui animo è caratterizzato da una coerenza esemplare, vede nella nobiltà una di queste roccie immobili senza la cui resistenza epica, a volte perfino tragica, alle mareggiate delle tre Rivoluzioni, le terre del promontorio – ossia le civiltà e culture - avrebbero perso la loro coesione e si sarebbero dissolte nel turbine delle onde.

    Non è raro incontrare membri della nobiltà coscienti dei doveri individuali imposti dalla loro condizione nobiliare - come il buon esempio alle altre classi, col comportamento morale irreprensibile o con l'assistenza ai bisognosi - ma che, sulle questioni sopra elencate, non hanno che nozioni vaghe, seppure ce l'hanno.

    D'altronde un fatto analogo accade nelle altre classi, soprattutto con la più favorita nella struttura sociale vigente, ossia la borghesia. Il diritto di proprietà è il suo più fermo punto di appoggio, eppure sono rari i borghesi che conoscono i fondamenti morali e religiosi della proprietà privata, dei diritti e dei doveri che comporta.

    Ad entrambe queste classi, l'opera di Plinio Corrêa de Oliveira fornisce un inestimabile sostegno, pubblicando il testo integrale delle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, corredate da commenti esplicativi ed esempi storici molto eloquenti.

    Plinio Corrêa de Oliveira, profondamente impregnato dei principi insegnati dai Pontefici, è totalmente opposto allo spirito della lotta di classe.

    Egli non vede nella linea di confine tra nobiltà e popolo una zona di conflitto. Al contrario, ci mostra la nobiltà storica, militare e terriera, come alto e puro vertice dell'organizzazione sociale, vertice tuttavia non inaccessibile: culmine abitualmente difficile da scalare, poiché è nella natura delle cose che questa ascensione si realizzi solo col merito.

    Per Plinio Corrêa de Oliveira, la prospettiva di un'ardua ascesa del borghese alla condizione nobiliare va vista come un amichevole invito ad acquistare meriti ed ottenere con essi una autentica glorificazione. C'è di più. Nella nostra epoca, in cui una profonda penetrazione della tecnica nel lavoro manuale e un livello non trascurabile di istruzione nella classe operaia rende quest'ultima assai variegata, vi sono molte meritori e possibilità di promozione sociale e professionale, che sarebbe ingiusto ignorare.

    Amico della armoniosa e equilibrata gerarchia in tutti i campi dell'umano agire, Plinio Corrêa de Oliveira applica, mediante una lucida interpretazione, i principi di Pio XII a tutte le classi sociali, senza fonderle e meno ancora confonderle.

    È però facile accorgersi che le sue particolari premure si rivolgono specialmente ai due estremi della gerarchia sociale; di qui i suoi brillanti commenti sull'opzione preferenziale per i nobili e sull'opzione preferenziale per i poveri.

    Per quanto mi riguarda, condivido di cuore questa duplice opzione, facilmente individuabile nello spirito e nell'opera di vari monarchi della Casa di Braganza, in Portogallo come in Brasile. In questo libro - basato sulle allocuzioni pontificie qui riprodotte e commentate - l'attenzione dell'autore si rivolge specialmente all'opzione preferenziale per i nobili, senza pregiudizio alcuno per l'opzione preferenziale per i poveri.

    È missione specifica della nobiltà agire in difesa dei Re, sia che godano dell'esercizio del potere, nella pienezza delle rispettive prerogative, sia che abbiano solo “de jure” quel potere che è loro venuto dagli antenati e che nessun atto di forza o di demagogia può legittimamente sopprimere.

    Reciprocamente, è dovere dei sovrani amare, rispettare e sostenere la nobiltà, esercitando così in suo favore un'effettiva opzione preferenziale, che non si limiti alle sole lusinghe e cortesie.

    Auguro a questo nuovo libro di Plinio Corrêa de Oliveira il plauso di quanti sanno e sentono quello che è una vera nobiltà, che aiuti il popolo ad essere sempre quello che Pio XII raccomanda, ossia un vero popolo animato da un animo degno di essere chiamato cristiano, e che non capitoli di fronte al rischio di diventare una massa anorganica e inerte, trascinata nelle più svariate direzioni dalla psico-dittatura dei grandi gruppi pubblicitari.

     

    Sao Paulo, 25 de março de 1993

    Luiz de Orléans e Braganza

     

    Fonte: pliniocorreadeoliveira.info.

  • Nota biografica diffusa da Pro Monarquia - Brasile

     

     

    Informiamo che alcuni momenti fa Dio ha voluto chiamare alla Sua Divina Presenza SAIR il Signore Dom Luiz de Orleans e Bragança, Capo della Casa Imperiale del Brasile.

    Sua Altezza Imperiale e Reale e Augusto Principe Dom Luiz Gastão Maria José Pio Miguel Gabriel Rafael Gonzaga de Orleans e Bragança, Capo della Casa Imperiale del Brasile, Principe di Orléans e Bragança, era il legittimo depositario dei diritti al Trono e alla Corona del Brasile - de jure Imperatore Costituzionale e Difensore Perpetuo del Brasile.

    Era nato il 6 giugno 1938 a Mandelieu-la-Napoule, nel sud della Francia, primo di dodici figli del principe Dom Pedro Henrique de Orléans e Bragança, capo della Casa Imperiale del Brasile, e di sua moglie, la principessa Dona Maria da Baviera de Orléans e Bragança.

    Il Principe Imperiale del Brasile, in qualità di erede designato dei diritti dinastici del padre, venne registrato presso il Consolato Generale del Brasile a Parigi.

    I suoi padrini furono lo zio materno, il principe Ludwig di Baviera, e la nonna paterna, la principessa imperiale vedova del Brasile, Dona Maria Pia de Borbone-Sicilia di Orléans-Braganza. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, nel maggio 1945, la Famiglia Imperiale brasiliana poté finalmente tornare in Patria, ponendo fine all'ingiusto e doloroso esilio imposto dal colpo di Stato repubblicano del 15 novembre 1889.

    La famiglia visse a Rio de Janeiro e a Petrópolis fino al 1951, anno in cui si trasferì nel nord dello Stato del Paraná, allora grande frontiera agricola del Brasile, dove abitò nella Fattoria São José a Jacarezinho e, dal 1957, nella Fattoria Santa Maria a Jundiaí do Sul.

    Dom Luiz ha studiato presso il Liceo Coração Eucarístico e Santo Inácio, a Rio de Janeiro, e presso il Liceo Cristo Rei, a Jacarezinho. Si è poi recato in Europa dove ha studiato Scienze politiche e sociali all'Università di Parigi (Francia) e Chimica e Fisica all'Università di Monaco (Germania). Dopo aver conseguito la laurea in ingegneria chimica, tornò in Brasile nel 1967, stabilendosi a San Paolo e assumendo la direzione della segreteria del padre, che all'epoca viveva a Sítio Santa Maria, a Vassouras, l'antico centro di coltivazione del caffè dell'Impero, nel centro-sud dello Stato di Rio de Janeiro.

    La sua formazione morale e religiosa fu completata dal dottor Plinio Corrêa de Oliveira, eminente pensatore cattolico e monarchico, amico d'infanzia del padre e fondatore della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà (TFP), la cui benefica opera viene portata avanti in tutto il mondo da associazioni consorelle e, in Brasile, dal benemerito Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO). È stato membro della TFP fin dai suoi inizi, nel 1960, e oggi fa parte del prestigioso albo dei direttori dell'IPCO.

    Oltre al portoghese, parlava correntemente francese e tedesco e comprendeva bene l'italiano, l'inglese e lo spagnolo. A Sua Altezza Dom Bertrand e a tutta la famiglia imperiale brasiliana inviamo le nostre più sentite condoglianze.

     

    Fonte: Pró Monarquia – Casa Imperial do Brasil. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • CopertinaOttobre2017

    Rivista Tradizione Famiglia Proprietà, ottobre 2017

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  • Per un ordine cristiano nazionale e sovranazionale

     

     

    Introduzione di «Cristianità»

    La data è certamente meritevole di essere ricordata, se non altro per augurare ogni bene al noto pensatore cattolico brasiliano. Ma ha maggiore titolo alla commemorazione e alla memoria un’altra ricorrenza, pure caduta nel settembre scorso, e cioè quella che ne segna il cinquantesimo di apostolato. Tanti sono, infatti, gli anni trascorsi da quando, nel 1928, Plinio Corrêa de Oliveira partecipava al congresso della Gioventù Cattolica, tenuto a San Paolo precisamente dal 9 al 16 settembre di quell‘anno. Da allora a oggi la sua vita è stata ininterrottamente e completamente dedicata al servizio della santa Chiesa e della civiltà cristiana.

    Per rievocare degnamente le due ricorrenze, pubblichiamo, con un titolo complessivo redazionale, una serie di articoli a commento di un discorso di Papa Pio XII. Comparsi in Catolicismo - la prestigiosa rivista cattolica di cultura, anno I , n. 8, agosto 1951; n. 9, settembre 1951; n. 11, novembre 1951; n. 12, dicembre 1951. I loro titoli originali sono, rispettivamente: O culto cego do numero na sociedade contemporaneaO mecanicismo revolucionario e o culto do numeroA sociedade cristã e organica e a sociedade mecanica e pagãA estrutura supra-nacional no ensinamento de Pio XII.

    I testi sono riprodotti nella loro integrità, senza alcun ritocco, neppure nei loro riferimenti a eventi contingenti, per conservare intatti, tra l’altro, il carattere e il sapore del magistero contro-rivoluzionario del professor Plinio Corrêa de Oliveira, magistero che si esercita principalmente nell’intervento in concreto, e che intende rispondere soprattutto a problemi anche storicamente reali.

    *      *      *

    IL CULTO CIECO DEL NUMERO NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA

    Questa rivista pubblica oggi il discorso del Santo Padre Pio XII ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale. Tale documento contiene, nella sua concisione, affermazioni e insegnamenti capaci di orientare i cattolici in una materia della più palpitante attualità. Vogliamo perciò dedicare questo articolo al commento di alcuni suoi passi.

    Una certa mentalità oggi molto diffusa, e che potremmo forse chiamare "democratismo ottimista", vede nel modo seguente una strutturazione ideale del mondo futuro:

        a. costituzioni politiche che assicurino la elettività e la temporaneità delle funzioni legislative ed esecutive, il carattere vitalizio, la inamovibilità e la irriducibilità degli introiti dei membri del potere giudiziario. Con ciò si sarà assicurata la piena uguaglianza di tutti i cittadini, la onnipotenza della opinione pubblica, la indipendenza dei magistrati;

        b. a completamento di queste misure, il voto segreto e il suffragio universale e diretto. L'elettore non subirà la pressione dei potenti, e potrà deporre nell’urna un voto assolutamente libero, che sia la espressione fedele della sua saggezza e del suo patriottismo. La funzione elettorale non sarà riservata a piccole minoranze di aristocratici, di plutocrati o di intellettuali, ma apparterrà a tutta la massa degli uomini onorati e lavoratori. Quindi la nazione si governerà da sola, senza correre il rischio che gli affari pubblici siano sacrificati a piccoli gruppi i cui interessi siano contrari al bene comune;

        c. siccome, in ultima analisi, il governo spetterà alla massa, e questa sarà l’autentica sovrana, sarà assicurato l’ideale della libertà umana. Infatti, un popolo sovrano è necessariamente libero, non essendovi espressione più completa della libertà che la sovranità, cioè il potere supremo di fare tutto quello che si vuole. D’altra parte, nel computo rigorosamente matematico dei voti trionferà l‘ideale della uguaglianza umana. Nessun privilegio assicurerà al suffragio di un cittadino un peso maggiore che a quello di un altro. Tutti potranno ugualmente influire sui destini della patria, uguali in diritti e doveri, così come in amore e in sollecitudine per gli interessi del paese;

        d. un sistema tanto capace di armonizzare e di disciplinare la vita sociale deve, per forza, produrre gli effetti migliori se applicato alla vita internazionale. Ogni nazione designerebbe per un super-parlamento mondiale una rappresentanza proporzionale al numero dei suoi abitanti. I membri del super-parlamento eleggerebbero con voto segreto e diretto il presidente della Repubblica Mondiale. Si nominerebbero, possibilmente con atto congiunto del presidente della Repubblica Mondiale e del super-parlamento, i titolari del Potere Giudiziario Universale. Le nazioni sarebbero libere e uguali tra loro nello stesso senso e nella stessa misura in cui lo sarebbero gli individui nella struttura democratica interna di ciascun popolo.

    Assicurata in questo modo la libertà e l’uguaglianza, le lotte scomparirebbero, perché l’uomo lotta solo quando è oppresso, o quando è umiliato da qualche disuguaglianza. La fraternità nascerebbe necessariamente dall’insieme di due principi così saggi e così sacri. Libertà, Uguaglianza, Fraternità, non è proprio questo il sogno del mondo dalla Rivoluzione francese? Non si sintetizzano in queste parole tutte le aspirazioni di una umanità ansiosa di trovare, infine, la pace e il benessere definitivi? Non sono questi i mezzi nei quali da più di centocinquant’anni gli uomini ripongono il meglio della loro fiducia per realizzare i loro ideali di felicità e di dignità? Non dobbiamo dunque riconoscere che ci troviamo di fronte alla soluzione dei problemi del mondo contemporaneo?

    Probabilmente molti lettori troveranno in questa formulazione di principi l’espressione stessa della loro mentalità. Forse la maggior parte non penserà in questi termini punto per punto, ma riconoscerà in quanto è stato detto la linea generale del suo pensiero. Altri sorrideranno con uno scetticismo disincantato. E, infine, non mancherà chi discordi in modo perentorio. E la Chiesa?

    I quattro grandi dogmi moderni

    Cominciamo a distinguere. Nell’insieme di principi, di istituzioni pubbliche e di aspirazioni che abbiamo appena descritto, vi sono quattro note dominanti, che si possono così formulare:

        a. l’idea che la direzione degli affari pubblici, sia nazionali che internazionali, può essere legittimamente esercitata solo dal popolo, unico autentico sovrano, da cui emana ogni potere;

        b. l’idea che il popolo, unico interessato ai destini dello Stato, e forse del super-Stato mondiale, è per ciò stesso il più competente a dirigere gli affari pubblici;

        c. che il regime rappresentativo, consistente (nella sua espressione più ampia e più genuina) nel suffragio universale e nella investitura degli eletti da parte del popolo a tutte le cariche di comando, assicura la manifestazione di un’autentica volontà popolare, e la fedele esecuzione di tutto quanto questa desidera;

        d. che l’ordine internazionale esige la creazione di un super-governo mondiale, per ragioni identiche a quelle che dimostrano la necessità dello Stato per mantenere l’ordine tra gli individui.

    È facile percepire che questi sono i quattro punti in cui si condensa tutto il pensiero politico della Rivoluzione francese, e che essi sono come i quattro dogmi sui quali si è costruita la società contemporanea. Anche in certe ideologie politiche odierne, in apparenza molto contrastanti con la Rivoluzione francese, come il nazismo e il comunismo, che sono così profondamente antiliberali, si percepisce facilmente l’influenza di questo pensiero. Tanto il dittatore bruno quanto il dittatore rosso basavano o basano tutto il loro potere, almeno in tesi, su plebisciti-monstre, che ratificano in nome del popolo sovrano e onnipotente gli atti del capo dello Stato.

    Chiedersi qual è la posizione della Chiesa di fronte a questi quattro grandi dogmi della società contemporanea comporta, in larga misura, la definizione della posizione della Chiesa di fronte al mondo di oggi. L’esame di una materia così delicata può essere fatto solo mediante l’analisi di ognuno di questi "dogmi" alla luce della dottrina cattolica.

    Il governo popolare

    L’obiettivo di questo articolo sta nello studiare più specificamente gli insegnamenti di Pio XII sul tema di cui ci occupiamo. Perciò tratteggeremo molto rapidamente la posizione della Chiesa, illustrata in modo esauriente dai documenti pontifici che si sono susseguiti da Pio VI a Pio XI, di fronte al dogma della Sovranità popolare.

    La Chiesa ha sempre insegnato che il potere non viene dal popolo, ma da Dio, infatti, Dio ha creato la natura umana in modo tale che gli uomini devono necessariamente avere un governo. Poiché Dio è onnipotente, gli sarebbe stato facile crearci senza che avessimo la necessità di avere sopra di noi qualcuno che ci governi. È stato per un atto libero e saggio della Sua volontà che Dio ci ha creati come siamo. Dunque, a causa di questa adorabile volontà, esistono sulla terra governi a cui gli uomini devono obbedienza. Coloro che esercitano il potere pubblico non lo fanno, quindi, per l’autorità del popolo, ma per l’autorità di Dio.

    Ne derivano conseguenze pratiche molto importanti. La prima di esse è che nella concezione cattolica i governanti sono costituiti per comandare, e i sudditi per obbedire. In caso contrario, se il popolo fosse sovrano, il governante non dovrebbe fare altro che obbedire alla volontà del popolo. Altra conseguenza importante è che, secondo la dottrina cattolica, è perfettamente normale che il potere sia esercitato da un monarca, o da una aristocrazia. Al contrario, i partigiani della sovranità popolare sono naturalmente portati ad accettare come unica forma di governo la democrazia, in cui il voto popolare indica coloro che devono esercitare il governo.

    Resta da vedere se la Chiesa, che è contraria alla dottrina della sovranità popolare, condanni anche la repubblica democratica, cioè la forma di governo nella quale il supremo magistrato della nazione è eletto con voto popolare.

    Dal momento che la nostra natura è tale che nell’infanzia siamo ignoranti, abbiamo bisogno di chi insegni. Quindi è volontà di Dio che esista chi insegni, e l’autorità magisteriale sui discepoli non deriva da una delega da parte di questi, ma da Dio stesso. Tuttavia, è assolutamente certo che Dio, che ha voluto che vi fosse chi insegnasse, ha lasciato al giudizio degli uomini la scelta dei mezzi per la designazione di coloro ai quali incombe il compito di insegnare. E, così, è ugualmente lecito che il professore sia scelto attraverso una libera nomina, per concorso o per promozione dovuta ad anzianità di servizio. Tocca agli uomini adottare una di queste modalità, a seconda delle circostanze di ogni tempo e di ogni luogo. Lo stesso si può dire del governo: esiste per volontà di Dio, ma il modo di scegliere il supremo magistrato può variare a seconda delle circostanze, ed essere in alcuni paesi vitalizio ed ereditario, in altri temporaneo ed elettivo. Se, quindi, con repubblica o più ampiamente con democrazia intendiamo il semplice fatto che la suprema magistratura possa essere ricoperta per via di elezione popolare, è insegnamento esplicito di Leone XIII che essa non contrasti per nulla con la dottrina cattolica.

    Questo insegnamento - insistiamo per evitare confusioni pericolose e molto diffuse - comporta però due importanti riserve. Anche nel caso di una repubblica, il supremo magistrato non è uno schiavo della volontà popolare, bensì un autentico governante. D’altra parte, bisogna ricordare che la democrazia non è preferita o imposta dalla Chiesa, contrariamente a quanto un preconcetto molto corrente fa credere. Secondo questo preconcetto il Vangelo predica l’uguaglianza politica, di modo che ogni disuguaglianza offenderebbe lo spirito di umiltà e di mansuetudine insito nell’insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo. La monarchia e l’aristocrazia, che si fondano sulla disuguaglianza, sarebbero quindi contrarie allo spirito evangelico.

    Niente di più falso! L’umiltà porta a volere che ciascuno stia al posto che gli compete, e non a desiderare che tutti stiano fuori dai rispettivi posti. Così, se vi sono ricchi e poveri, nobili e plebei, colti e incolti, l’umiltà deve portare il cristiano a volere che ciascuno sia trattato per quello che è, e abbia una partecipazione alla cosa pubblica proporzionata ai suoi meriti e al suo rango.

    È legittimo che un popolo si organizzi democraticamente. Però non è legittimo che consideri ingiuste, retrograde o false le altre forme di governo; che cerchi di imporre la sua particolare forma di governo agli altri con il pretesto del progresso o della civiltà; oppure che, per un amore cerebrale e teorico al democratismo, faccia una rivoluzione come quella del 1789, violando diritti acquisiti, alterando bruscamente tutta la evoluzione storica di una civiltà e distruggendolo perfino istituzioni e vite, per ridurre tutto a un nuovo ordine di cose.

    Relativamente a tutto ciò che è contenuto nel primo principio, si giunge quindi alla conclusione che la Chiesa accetta solo questo: la repubblica è una forma di governo lecita.

    Quando Leone XIII definì questo punto, sul finire del secolo XIX, fece scalpore. Non mancò chi accusasse il grande Pontefice di patteggiare per opportunismo con i principi trionfanti della Rivoluzione francese. Un semplice studio delle organizzazioni politiche vigenti nel Medioevo con la completa approvazione della Chiesa, mostrerebbe che il pensiero cattolico si era definito in questo senso molto prima della Rivoluzione. In certi comuni svizzeri, tedeschi, italiani del Medioevo, il governo era esercitato da persone elette dal popolo, senza che nessuno pensasse di vedervi una infrazione alla dottrina cattolica. Lo scalpore prodotto dall’insegnamento di Leone XIII fu dovuto al fatto che il suo pensiero non è stato ben capito. Chi volesse studiare l'argomento troverà nei documenti di Pio XII direttive geniali per essere illuminato perfettamente in proposito.

    La infallibilità dell’elettorato

    Esaminiamo il dogma della infallibilità popolare. Che cosa ne pensa la Chiesa? Se vogliamo intenderlo alla lettera, la risposta può essere soltanto negativa. Dopo il peccato originale, tutti gli uomini sono soggetti all’errore. Soltanto il Magistero della Chiesa possiede il privilegio della infallibilità. Ma questo privilegio gli deriva unicamente dalla assistenza divina promessa da Gesù Cristo. Siccome Cristo non ha promesso la infallibilità al popolo, è chiaro che il suffragio universale è fallibile. Un cattolico coerente può soltanto sorridere della ingenuità di coloro che immaginano che la istituzione del suffragio universale, diretto e segreto, per il fatto stesso di affidare alla saggezza popolare la gestione degli affari pubblici, garantisca automaticamente l’assennatezza di tutte le soluzioni che si intendano dare ai problemi relativi al bene comune.

    Mutatis mutandis, dobbiamo solo ripetere a questo proposito ciò che abbiamo già detto a proposito del dogma precedente. Delle tre forme di governo - monarchia, aristocrazia, democrazia - nessuna, considerata in sé stessa, conduce necessariamente alla verità, o necessariamente all’errore. Il maggiore o minore margine di "fallibilità" di ciascuna forma di governo varia a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di indole, di tradizioni, di cultura peculiari a ogni paese.

    Quindi, dobbiamo esaminare quali sono le condizioni necessarie perché il governo del popolo porti a soluzioni esatte dei problemi nazionali.

    Popolo e massa

    Molte di queste condizioni dovrebbero essere ricordate. La più importante di esse è che il popolo sia realmente popolo e non massa. Infatti, democrazia è governo del popolo e non governo della massa.

    A questo riguardo, Pio XII, nel suo radiomessaggio natalizio del 1944, stabilisce una distinzione che non è esagerato definire geniale, e che apre tutto un orizzonte nuovo per gli studi di sociologia cattolica: "Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, 'massa' sono due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali - al proprio posto e nel proprio modo - è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aspetta l‘impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl’istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’ultra bandiera. Dalla esuberanza di vita di un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato e in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune" (1).

    Così, dunque, il primo elemento che differenzia il popolo dalla massa è il fatto che si denomina popolo una comunità umana in cui tutti gli uomini hanno principi, convinzioni, movimento proprio, nozione chiara dei loro diritti e doveri; mentre la massa, costituita da uomini privi di idee, di principi, di formazione morale, senza nessuna iniziativa propria, ha come unica norma la immaginazione, che trascina i, suoi membri in un senso o in un altro, a seconda del soffio della demagogia partitica o del governo.

    Pio XII ricorda poi un’altra distinzione tra popolo e massa: "In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall‘arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale - senza pregiudizio, ben inteso, dalla giustizia e della mutua carità - non sono affatto un ostacolo all‘esistenza ed al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Che anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l’uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato, che cioè, di fronte allo Stato, ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita personale, nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l’hanno collocato" (2).

    Popolo e plebe

    Quest’ultimo punto merita rilievo. II popolo non è soltanto la plebe, e neppure soltanto la maggioranza: è tutta la popolazione. La giusta uguaglianza non è quella che elimina le classi superiori dissolvendole nella plebe, ma quella che rispetta l’esistenza di tutte le classi sociali assicurando a ciascuno a il diritto di vivere onoratamente la propria vita. E questo non vuol dire che si deve dare ai plebei il diritto di vivere come nobili: né ai lavoratori manuali di vivere come borghesi; né agli illetterati di vivere come uomini colti: ciascuno ha, per certo, diritto a una vita onorata, diversa dalle detestabili condizioni di vita di una certa parte della classe operaia di oggi, senza però esorbitare dalle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l’hanno collocato.

    Popolo, quindi, nel linguaggio della Chiesa non è la maggioranza, e neppure la classe più modesta, ma tutta la popolazione di un paese, in quanto psicologicamente dotata di forte personalità individuale e collettiva: di una vita propria che anima lo Stato invece di lasciarsi da esso asfissiare; di una reale differenziazione di categorie sociali, dotate tutte di modello di vita e di cultura peculiari, ma tali che nessuno di questi modelli sia inferiore a quello che conviene alla naturale dignità dell’uomo.

    Questi requisiti, come si vede, sono il contrario di quelli che avrebbe la società livellata e amorfa sognata dai rivoluzionari del 1789, e dai loro autentici successori, i socialisti dei nostri giorni. Un tale "popolo", organico, gerarchizzato, vivo, può realmente pronunciarsi con saggezza a proposito di un determinato numero di problemi nazionali e soprattutto regionali. Mai però la massa, che per definizione è quasi soltanto capace di sbagliare.

    Massa e suffragio

    Passiamo al terzo "dogma". Il suffragio universale, basato sul computo numerico dei voti tutti uguali tra loro, esprime in modo adeguato la volontà del popolo?

    Popolo è una società organica e gerarchica. Il suffragio popolare semplicemente numerico esprime o nasconde i caratteri gerarchici e organici del popolo?

    La risposta non è difficile. Se tutti si possono ugualmente pronunciare su tutto, e nel computo dei voti di fatto tutti valgono allo stesso modo, di fatto questo sistema sarebbe idealmente conveniente per la massa, e molto difficilmente si adatterebbe a un autentico popolo.

    Ne deriva che il sistema che conferisce alla semplice maggioranza numerica dei cittadini il diritto di formare la maggioranza nel potere legislativo, dirigere a suo piacimento quello esecutivo, ecc., molto difficilmente rappresenterà l’autentico popolo.

    In altre parole, attraverso il suffragio universale è molto difficile che il popolo influisca sulla cosa pubblica.

    Non sorprende quindi che nel discorso di Pio XII che Catolicismo oggi pubblica, si legga: "Dappertutto oggi la vita delle nazioni è disintegrata dal culto cieco del valore numerico. Il cittadino è elettore. Ma, come tale, egli non è in realtà che una delle unità il cui totale costituisce una maggioranza o una minoranza; che uno spostamento di qualche voto, anche di uno solo, basterà a capovolgere. Di fronte ai partiti egli conta soltanto per il suo valore elettorale, per l’apporto che il suo voto dà: del suo posto e del suo ufficio nella famiglia e nella professione non si tratta" (3).

    Una società dominata dal "culto cieco del valore numerico" è massa, e non popolo. Pio XII vede una delle manifestazioni più caratteristiche di questo dominio del valore numerico proprio in un sistema elettorale che fa astrazione da tutto quanto l’elettore è nella struttura organica del popolo, per vedere in lui semplicemente un numero, una unità impersonale e anonima, perduta nella massa. Ci sembra che in un tale sistema lo Stato non sia altro che "un’agglomerazione amorfa d’individui" che "contiene in sé e [...I aduna meccanicamente in un dato territorio"; mentre in realtà dovrebbe essere "l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo" (4).

    Nuovi indirizzi

    Che fare? Evidentemente esaminare la possibilità di mutare indirizzo: "Dopo tutte le prove passate e presenti si oserebbero giudicare sufficienti le risorse ed i metodi odierni di governo e di politica? In realtà è impossibile risolvere il problema dell’organizzazione politica mondiale senza accettare di allontanarsi talvolta dalle vie battute, senza fare appello all’esperienza della storia, ad una sana filosofia sociale, e anche a un certo intuito dell‘immaginazione creatrice", ci dice Pio XII nel discorso ai membri del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale.

    Ma, in quale direzione andare? Questo stesso discorso ci dà, in proposito, preziose indicazioni di carattere positivo, indicando l‘indirizzo del futuro in una dipendenza delle istituzioni politiche e dei costumi dall’ordine organico naturale.

    In questa direzione si incontrerà la soluzione per il problema di una struttura internazionale del mondo. E questo ci condurrà allo studio del quarto "dogma" contemporaneo. Lasciamo, però, questi due punti per un altro numero di Catolicismo.

     

    IL MECCANICISMO RIVOLUZIONARIO E IL CULTO DEL NUMERO

    Nel numero precedente di Catolicismo abbiamo esaminato il discorso dì Pio XII ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, che contiene importanti insegnamenti relativi alla struttura dello Stato e della società internazionale ai nostri giorni.

    In tale commento abbiamo mostrato come la Chiesa - secondo gli insegnamenti di Leone XIII - non giudica inammissibile nessuna delle forme di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. Tuttavia, il concetto di democrazia, nato dalla Rivoluzione francese, e fondato sui quattro grandi dogmi della sovranità popolare, della infallibilità popolare, della fedeltà assoluta al suffragio universale come espressione della volontà popolare, e della organizzazione della repubblica democratica rappresentativa universale, è incompatibile con il pensiero della Chiesa.

    Un grande equivoco

    Quando democratici alla maniera del 1789 e cattolici parlano di "governo del popolo", vi sono abitualmente tra loro due gravi equivoci, uno sulla parola "governo", l’altro sulla parola "popolo". A causa di questi equivoci la collaborazione tra gli uni e gli altri ha parvenze di possibilità.

    Quanto alla parola "governo", per i cattolici, tutto il potere viene da Dio, sovrasta i sudditi, e consiste nel dirigere il popolo; al contrario, per gli uomini del 1789 il potere viene dal popolo, i sudditi dettano la loro volontà ai governanti, e governare non significa dirigere la nazione, ma fare la volontà della massa.

    Quanto alla parola "popolo", per la Chiesa esso è la società umana nella quale ciascun uomo è dotato di convinzioni e principi personali stabili, logici, capaci di determinare durevolmente tutto uno stile di vita e di azione; una società nella quale i gruppi sociali, definiti e costituiti, sono ricchi di vita; una società nella quale le classi sociali sono ammesse, riconosciute e gerarchizzate; una società, infine, nella quale vi sono élites per ereditarietà, per cultura, per capacità, amate, ammirate, riconosciute, e classi popolari che vivono, nella modesta ma profonda dignità della loro condizione, la vita laboriosa, tranquilla, piena, che compete a figli di Dio.

    Al contrario, per gli uomini del 1789, il popolo è solo la "massa", cioè una moltitudine inorganica di persone tutte uguali, tutte anonime, tutte modellate, uniformizzate, standardizzate, che vivono di un pensiero non individuale ma collettivo, che non procede dalle profondità mentali di ciascuno, ma dai capricci e dalle passioni della demagogia. Per gli uomini del 1789, "governo del popolo" è governo della massa. Per i cattolici è la partecipazione alla cosa pubblica di una società orientata da élites.

    Stabilite queste nozioni generali, sottolineiamo la giustezza delle osservazioni del Santo Padre Pio XII sul suffragio universale, semplice computo numerico di voti in cui le opinioni degli elettori sono prese in considerazione soltanto secondo la loro quantità e che, quindi, è molto più adeguato a esprimere l’opinione della massa che non il pensiero dell’autentico popolo.

    Il problema che si pone a questo punto è il seguente: se, secondo la dottrina cattolica, "governo del popolo" non è assolutamente ciò che intendono gli uomini del 1789 ("intendono", diciamo, e non "intendevano", dal momento che oggi vi sono più uomini del 1789 che in pieno Terrore, poiché il numero dei rivoluzionari non ha fatto che crescere continuamente), come si potrebbe applicare nell'ordine concreto dei fatti ciò che la Chiesa intende per legittimo "governo del popolo"?

    Vita organica e unitarismo meccanico

    Ritorniamo al testo del discorso pontificio. Leggendolo con attenzione, vedremo che Pio XII stabilisce una serie di antitesi:

      a. il mondo "deve essere esente dall’ingranaggio di un unitarismo meccanico", per giungere a una organizzazione che "si armonizzasse con l’insieme delle relazioni naturali, con l’ordine normale e organico che regge i rapporti particolari degli uomini e dei diversi popoli";

        b. questo "unitarismo meccanico" esiste attualmente "nel campo nazionale e costituzionale" sotto la forma di un "culto cieco del valore numerico". In altre parole, "il cittadino è elettore. Ma, come tale, egli non è in realtà che una delle unità il cui totale costituisce una maggioranza o una minoranza; che uno spostamento di qualche voto, anche di uno solo, basterà a capovolgere. Di fronte ai partiti, egli conta soltanto per il suo valore elettorale, per l’apporto che il suo voto dà". Al contrario, si dovrebbe avere anche considerazione "del suo posto e del suo ufficio nella famiglia e nella professione", di cui negli attuali sistemi elettorali "non si tratta";

        c. questo "unitarismo meccanico" si manifesta "nel campo economico e sociale" nel senso che "non c’è nessuna unità organica naturale tra i produttori", e, al contrario, "l’utilitarismo quantitativo, la sola considerazione dei costi di produzione, è l’unica norma, che determini i luoghi di produzione e la distribuzione del lavoro, dal momento che è la 'classe' che divide artificialmente gli uomini nella società e non più la cooperazione nella comunità professionale";

        d. "nel campo culturale e morale", invece di dominare i valori oggettivi e sociali, "la libertà individuale, liberata da tutti i vincoli, da tutte le norme, da tutti i valori oggettivi e sociali, non è in realtà che una mortale anarchia, soprattutto nella educazione della gioventù";

        e. nella sfera internazionale è necessario evitare che penetrino nella futura organizzazione mondiale "i germi mortali dell’unitarismo meccanico"; e al contrario, questa organizzazione "avrà una autorità effettiva solo in quanto salvaguarderà e favorirà dovunque la vita propria di una sana comunità umana, di una società in cui tutti i membri insieme concorrono al bene dell’intera umanità".

    Libertà cristiana e meccanicismo rivoluzionario

    In tali antitesi si delineano con chiarezza due vie, una che si deve seguire e un’altra che si deve evitare. Precisiamo, per un confronto, entrambe le linee, situando il pensiero pontificio nel quadro generale della dottrina tradizionale.

    I

    Dottrina cattolica: gli uomini sono naturalmente disuguali, per il loro valore intellettuale e morale, per la loro capacità artistica, per la loro costituzione fisica, per le tradizioni di cui vivono, per l’educazione che hanno ricevuto, e per tutte le minute peculiarità individuali, di anima e di corpo, che derivano da ciò che un essere ha di più profondo e specifico, e che caratterizzano la sua personalità. Da questo fatto naturale deriva la struttura gerarchica della società.

    Pensiero rivoluzionario: Nega la struttura gerarchica della società, e, di conseguenza, non prende in nessuna considerazione le disuguaglianze di anima e di corpo degli uomini, e neppure le loro caratteristiche individuali. Lo Stato non conosce uomini concreti, come sono nella vita e nella realtà, ma uomini in tesi, uomini in astratto, uomini impersonali e anonimi.

    II

    Dottrina cattolica: Secondo la logica dei fatti, l’ordine naturale delle cose, espresso attraverso le mille e mille disuguaglianze legittime esistenti tra gli uomini, dà naturalmente origine a tutta una serie di rapporti tra persone, famiglie, gruppi sociali, gruppi economici o professionali, classi, che sono prodotti dalla realtà stessa, e costituiscono il gioco fecondo delle forze vive della società.

    Pensiero rivoluzionario: Tutto questo non è a conoscenza dello Stato e compete al puro campo dell’attività privata. La vita dello Stato ignora tutti questi fatti, e non li prende in nessuna considerazione.

    III

    Dottrina cattolica: La ragione di essere dello Stato sta nel conservare questa vita nella linea del decalogo e del bene comune; nel favorirla in tutti i modi; e, quindi, nel modellarsi come è necessario perché questa vita segua il suo corso, sempre più ricca della linfa della realtà naturale. Fioriscono così liberamente le famiglie, i gruppi sociali, le classi sociali, gli organismi che promuovono la vita culturale, la carità ecc. Non vi è una legge statale uniforme per tutti. Ciascuno si struttura secondo il costume, le necessità di ogni giorno, le circostanze storiche, ecc. Questi organismi quasi infinitamente diversificati tra loro nelle nazioni molto vaste e popolose, devono avere la possibilità di intervenire nella vita pubblica, ciascuno nella misura della sua natura, della sua funzione storica, della posizione che occupa nell’insieme degli altri organismi.

    Pensiero rivoluzionario: Lo Stato non prende in considerazione tutta questa sfera di attività, perché corre il rischio di snaturarle lasciandosi impregnare da essa. Questo rischio diventa più incombente nel caso che si formino grandi famiglie, grandi istituzioni, grandi classi sociali che influenzino lo Stato. Perciò esso, che in via di principio non dovrebbe conoscere tali problemi, interviene in essi, per ridurre al suo controllo le forze sociali. È il punto di transizione dal liberalismo al socialismo.

    IV

    Dottrina cattolica: Lo Stato non può scegliere arbitrariamente la sua forma di governo. Esso sarà monarchico, aristocratico o democratico nella misura in cui lo stesso ordine naturale delle cose produrrà con una lenta e graduale evoluzione storica l’una o l’altra di queste forme.

    Pensiero rivoluzionario: Lo Stato deve sempre essere democratico, e dirigere la vita sociale in modo che la costituzione di aristocrazie sia impossibile.

    V

    Dottrina cattolica: La modalità attraverso cui le famiglie, e gli altri gruppi sociali intermedi, intervengono nella vita politica, è determinata a poco a poco dalla vita stessa dei gruppi e della società piuttosto che da un piano puramente teorico e prestabilito.

    Pensiero rivoluzionario: La forma dello Stato è il meccanismo teoricamente scelto dai pensatori del 1789. Non consegue dalla vita, ma da un piano fatto a tavolino. Tutto questo piano deve essere messo in opera dalle diverse unità sociali come i pezzi di un meccanismo svolgono la parte prestabilita da chi li ha ordinati. Si muovono non per la vita che è presente dentro a essi, ma per il movimento che a essi viene dallo Stato.

    *    *    *    *

    Da questo si capisce che cosa il Sommo Pontefice chiama "meccanico", e che cosa chiama "vitale". Rimane da vedere qual è il rapporto tra questi concetti e il culto del numero, di cui ci parla nel suo discorso.

    Il culto del numero e il meccanicismo rivoluzionario

    Numero è una parola che suppone la nozione di quantità. Ben distinta da questa è la nozione di qualità. Il culto del numero è la instaurazione di un ordine di cose nel quale la quantità sia criterio supremo. Evidentemente, tale ordine di cose è profondamente diverso da un altro in cui si ponesse nel dovuto rilievo il fattore "qualità". Nella concezione rivoluzionaria, essenzialmente ugualitaria, il fattore qualità è necessariamente pregiudicato a favore della quantità. Infatti, se tutti sono uguali, devono avere la stessa cultura, la stessa educazione, lo stesso modello di vita, la stessa influenza, lo stesso prestigio. E questo porta per forza all’idea di dare più valore alla alfabetizzazione che alla formazione delle élites; di fare diventare più abbondante la produzione invece di renderla anche migliore; di modellare e standardizzare tutto, come conviene al tipo astratto di uomo, al quale tutti devono livellarsi, non essendo loro lecito rimanere al di qua o al di là del modello ufficiale.

    Per uno Stato meccanico, nel quale tutta l’attività si fa esclusivamente sotto l’impulso delle leggi, dei decreti, delle circolari ministeriali e dei regolamenti, per una società composta di uomini anonimi e uguali perduti nella massa, ogni uomo non è altro che un numero. E ogni unità umana ha bisogno di unità di cultura, di alimentazione, di abitazione, necessarie perché possa prolungare la propria esistenza e moltiplicare la propria discendenza.

    La quantità è l’ideale naturale, l’unico obiettivo raggiungibile da parte dello Stato meccanico. Molto diverso è il problema visto dal punto di vista della qualità, poiché questa può nascere soltanto dalla formazione delle élites di nascita e di cultura, dal perfezionamento delle potenzialità spirituali esistenti in misura tanto disuguale tra gli uomini, e della libera proiezione di queste disuguaglianze in tutto il corpo sociale, ben inteso nei limiti in cui lo permettono la giustizia e la carità insegnate dalla stessa dottrina della Chiesa.

    Allontanandosi dalle "vie battute"

    Come si costituirebbe lo Stato, nelle attuali condizioni della società, secondo i principi che sono appena stati enunciati? In altri termini, se si liberasse l’umanità contemporanea dal busto di ferro delle leggi, delle ordinanze, dei decreti, dei regolamenti di conio socialista che in tutti i modi tolgono a essa la naturale possibilità di sviluppo, in che direzione andremmo?

    E come chiedersi che direzione prenderebbe nell’aria un passero che fosse liberato dalla gabbia. E imprevedibile. Si potrebbe semplicemente dire che volerebbe. Ma nessuno riuscirebbe a stabilire preventivamente punto per punto che movimenti farebbe, che direzioni prenderebbe nella libera espansione della sua natura viva.

    Consideriamo una società autenticamente e profondamente cattolica, fermamente disposta a svolgere la propria attività nella più rigorosa osservanza dei principi del decalogo, e una pubblica autorità che consideri come sua missione più elevata punire il male e stimolare il bene - prendendo le parole "male" e "bene" proprio nel senso in cui le intende la Chiesa - e ci chiediamo come si strutturerebbe, nel caso che si liberasse dal culto del numero, dalla tirannia degli organi meccanici che rendono falso il suo andare come lo farebbero apparecchi ortopedici nel caso di uomini con i piedi sani. Che forme di governo che forme di organizzazione sociale, culturale, economica, assumerebbero tali società?

    Dice Pio XII nel suo discorso che "in realtà è impossibile risolvere il problema dell’organizzazione politica mondiale senza accettare di allontanarsi talvolta dalle vie battute, senza fare appello all’esperienza della storia, ad una sana filosofia sociale, e anche a un certo intuito dell’immaginazione creatrice". Con il concorso di tutti questi elementi, storia, sana filosofia, intuito dell’immaginazione creatrice, animo risoluto ad abbandonare le strade battute dal meccanicismo numerico del 1789, è possibile fare congetture per il futuro?

    In una certa misura no. Infatti, come abbiamo detto a proposito del passero liberato dalla gabbia, vi è molto di imprevedibile nell’operare degli esseri viventi. Ma, d’altro lato, posto che la natura umana e la legge di Dio non mutano, posto che in passato abbiamo già avuto società costituite da libero sviluppo delle energie naturali legittime, è possibile prevedere alcune linee generali del futuro. Lo vedremo nel prossimo articolo.

     

    LA SOCIETÀ CRISTIANA E ORGANICA
    LA SOCIETÀ MECCANICA E PAGANA

    Continuando a estrarre i tesori di dottrina che si trovano nel discorso pontificio ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, che abbiamo commentato in articoli precedenti, dopo avere analizzato i passi di questo documento relativi agli errori di struttura della società moderna, dobbiamo ricercare quali siano le linee generali che dovrà avere, secondo il pensiero di Pio XII, la società cristiana del futuro.

    Parlando della vita internazionale, il Pontefice ha detto che la Chiesa vuole la pace: "Essa la vuole, e perciò si adopera a promuovere tutto ciò che, negli schemi dell’ordine divino, naturale e soprannaturale, contribuisce ad assicurare la pace. Il vostro movimento, Signori, si dedica a realizzare una organizzazione politica efficace del mondo. Niente di più conforme alla dottrina tradizionale della Chiesa, più conforme al suo insegnamento circa la guerra legittima o illegittima, soprattutto nelle congiunture presenti. Bisogna giungere dunque ad una organizzazione di tal genere, non fosse che per farla finita con una corsa agli armamenti in cui da decine di anni, i popoli si rovinano e si esauriscono in pura perdita.

    "Voi siete d‘opinione che, per essere efficace, l’organizzazione politica mondiale debba avere forma federalistica. Se con ciò intendete che essa deve essere esente dall’ingranaggio di un unitarismo meccanico, siete anche in questo d’accordo con i principii della vita sociale e politica fermamente enunciati e sostenuti dalla Chiesa. In realtà nessuna organizzazione del mondo sarebbe vitale se non si armonizzasse con l’insieme delle relazioni naturali, con l’ordine normale e organico che regge i rapporti particolari degli uomini e dei diversi popoli. Senza di che, qualunque ne fosse la struttura, le sarebbe impossibile sostenersi e durare.

    "Perciò noi siamo convinti che prima cura debba essere quella di stabilire saldamente o di ripristinare questi principii fondamentali in tutti i campi: nazionale e costituzionale, economico e sociale, culturale e morale».

    Passando al campo politico, Pio XII ha detto: "Dappertutto oggi la vita delle nazioni è disintegrata dal culto cieco del valore numerico. Il cittadino è elettore. Ma, come tale, egli non è in realtà che una delle unità, il cui totale costituisce una maggioranza o una minoranza; che uno spostamento di qualche voto, anche dì uno solo basterà a capovolgere. Di fronte ai Partiti, egli conta soltanto ver il suo valore elettorale, per l’apporto che il suo voto dà: del suo posto e del suo ufficio nella famiglia e nella professione non si tratta".

    Riguardo alla vita economica e sociale, il Pontefice afferma che: "Non c’è nessuna unità organica naturale tra i produttori dal momento che l’utilitarismo quantitativo, la sola considerazione dei costi di produzione, è l’unica norma che determini i luoghi di produzione e la distribuzione del lavoro, dal momento che è la 'classe' che divide artificialmente gli uomini nella società e non più la cooperazione nella comunità professionale".

    In campo culturale e morale, a sua volta: "La libertà individuale, liberata da tutti i vincoli, da tutte le norme, da tutti i valori oggettivi e sociali, non è in realtà che una mortale anarchia, soprattutto nella educazione della gioventù".

    E, più avanti, il Santo Padre conclude: "Se dunque, nello spirito del federalismo, la futura organizzazione politica mondiale non può, per alcun pretesto, lasciarsi prendere nel gioco del meccanismo unitario, essa avrà un’autorità effettiva solo in quanto salvaguarderà e favorirà dovunque la vita propria di una sana comunità umana, di una società in cui tutti i membri insieme concorrono al bene dell’intera umanità".

    Le sottolineature, è chiaro, sono nostre. Le abbiamo introdotte nei testi per facilitarne lo studio.

    Organicità e meccanicità

    In questi vari passi, uno più importante dell’altro, il Pontefice usa costantemente due metafore, "organismo" e "meccanismo". L’"organismo" corrisponde sempre a ciò che è retto, buono, lodevole. Il "meccanismo" a sua volta corrisponde a ciò che è fuori strada, inadeguato, sbagliato.

    L’esatta comprensione delle direttive pontificie esige quindi l’approfondimento dell’analisi di queste metafore.

    Un organismo animale o umano e un meccanismo, hanno tra loro qualcosa di comune. Tanto l’uno come l’altro sono un insieme di pezzi diversi tra loro, ordinati gli uni agli altri in modo da costituire un solo insieme, e ciascuno dei quali svolge una funzione che costituisce parte di un’opera comune.

    A dispetto di tante analogie, le diversità tra organismo e meccanismo sono così profonde che si potrebbero dire quasi infinite. Tutte derivano da una diversità che va dall’inerte, statico, morto, a ciò che è animato, agile, vivo:

        I. Gli organi di un corpo agiscono per un movimento che viene loro dalla vita presente in essi; il movimento procede dalle profondità stesse del loro essere. I pezzi di una macchina sono incapaci di muoversi da soli. Tutto il movimento viene loro dall’esterno. Propriamente non si muovono: sono mossi.

        II. Gli organi viventi hanno una non piccola capacità di adattarsi da sé stessi a nuove condizioni di esistenza e di funzionamento. Si tratta di un adattamento delicato, generalmente lento, fatto al millimetro, ma precisissimo e durevole. La macchina è soltanto come è stata fatta, e da sé stessa non si adatta a niente. Quando qualcuno la adatta a un altro fine, può farlo drasticamente, perché la materia è cieca, e non è necessario usare riguardi per fondere un pezzo di metallo o lavorare il marmo.

        III. Dotato di vita propria l’organo ha una certa porzione di indipendenza. Così nessuno di noi è libero di imporre alle sue gambe o alle sue braccia la grossezza e la forma che vuole. Al contrario, quanto è posticcio, artificiale, meccanico, è assolutamente soggetto all’uomo. E perciò uno zoppo può dare alla sua gamba di legno o di caucciù un colore, un peso, una forma che gli sembrino più pratici o più estetici.

        IV. Siccome la natura è opera diretta di Dio, e il meccanismo è più direttamente opera dell’uomo, nonostante il fatto che tutto quanto è meccanico dipenda molto più dalla scienza, tutto quanto è organico è molto più perfetto. Così, per esemplificare, per quanto la scienza perfezioni le gambe e le braccia meccaniche - e in questo senso ha fatto meraviglie - qualsiasi uomo preferirà a una di queste la sua gamba o il suo braccio naturale, anche se difettosi.

        V. Nella macchina, tutti i pezzi ubbidiscono come schiavi all’impulso di chi li aziona. Fondamentale è, quindi, la parte della volontà di chi li dirige. Con una macchina vi è un solo mezzo possibile di comando: la dittatura. E quando la macchina è renitente vi è una sola soluzione: aprirla, smontarla e applicare la tenaglia e il martello a ciò che è storto. Un organismo vivente è molto più libero, e la meccanica è sempre stata, è e sarà sempre più efficace della chirurgia. Nell’organismo umano, il successo delle attività del corpo dipende dalla collaborazione naturale, viva, in un certo modo (si noti bene la restrizione) libera, di ogni parte.

    Applichiamo ora alle società umane i concetti di "organico" e "meccanico".

    Descriviamo due società del passato, una organica e l’altra meccanica.

    Una società organica e cristiana

    In un certo senso, la famiglia è la più viva di tutte le società. Infatti, benché sia lo Stato che altri gruppi sociali inferiori nascano dallo stesso ordine naturale delle cose, nessuna società è così imperiosamente e per così dire urgentemente creata dalla natura quanto la famiglia. Possiamo concepire la società umana vivente embrionalmente in una struttura familiare, anteriormente alla esistenza dello Stato. Non possiamo concepire lo Stato vivente anteriormente alla famiglia, o senza essa.

    D’altro lato, non vi è società per la quale siamo così naturalmente portati. Tutte le disposizioni di spirito necessarie al regolare funzionamento della famiglia esistono in noi - almeno in un certo modo - spontaneamente: il rispetto dei figli per i genitori, la comprensione, l'amore, il mutuo aiuto tra i membri. Paragonata alla famiglia, qualsiasi altra società sembra fredda, rigida; in un certo senso, artificiale.

    Uno dei tratti caratteristici della civiltà cristiana edificata in Occidente dopo le invasioni barbariche, è consistito nel fare della famiglia non solo una istituzione di vita puramente domestica e privata, come è oggi, ma l’unità motrice di tutte o quasi tutte le attività politiche, sociali e professionali.

    La proprietà immobiliare era spesso più familiare che individuale. La casa, la terra, il feudo erano considerati molto più come patrimonio della famiglia che dell’individuo. Lo stesso accadde nell’artigianato e nel commercio, nei quali si manifestò la tendenza a trasmettere la professione di padre in figlio, per diverse generazioni.

    Se esaminassimo il campo della scienza e delle arti, vedremmo anche in esso con quanto frequenza i membri di una famiglia si dedicassero allo stesso ramo.

    Nell’amministrazione, sia feudale che comunale o regale, nelle finanze, nella diplomazia, nella guerra, in tutti i campi, insomma, notiamo che la famiglia in quanto tale era, in tutta la misura del possibile, la grande unità d‘azione e di propulsione. I feudi, le corporazioni, le università, i comuni, non vi era nulla che sfuggisse alla penetrazione della famiglia. A tale punto che lo Stato - un regno, per esempio - non era altro che una famiglia di famiglie, governata da una famiglia: la famiglia reale.

    Con le riserve con cui immagini come questa devono essere usate, si può dire che la famiglia penetrava tutte le parti dell’organismo sociale, come le arterie penetrano e irrorano tutte le membra del corpo umano. E in questo modo la famiglia comunicava qualcosa di particolarmente vivo, plastico, organico, a tutte le istituzioni politiche, sociali, economiche, ecc. Considerando la struttura e la vita di queste istituzioni, come per esempio corporazioni, università, comuni, colpisce la loro "naturalità".

    I tratti tipici di queste diverse specie di organismo non furono prestabiliti da nessun teorico accademico e fantasioso. Al contrario, nacquero lentamente da un adattamento quotidiano alle necessità e ai problemi di ogni momento. Per questo vi era in essi qualcosa di profondamente reale, a un tempo vivo e agile, stabile e solido.

    E lo Stato? Anch’esso era qualcosa di molto meno freddo, impersonale e spigoloso di quello che è diventato dopo il 1789. Per gli intrecci del sistema feudale, un re - incarnazione dello Stato - poteva possedere feudi in territorio straniero. Così, le sovranità si confondevano le une con le altre, le nazioni si interpenetravano, e, soprattutto in certe zone di frontiera, era difficile stabilire con chiarezza quando cominciasse un paese e finisse l’altro. Qualcosa di complesso, come i tessuti di un corpo; e non semplice, come le linee di uno schema meccanico.

    Se consideriamo i rapporti tra il tutto e le parti, lo Stato e gli organi sociali di cui era costituita la nazione, l’impressione di organicità vitale si fa ancora più pronunciata: ogni organo è un piccolo tutto, quasi un regno di misura piccola o persino minuscola, dotato nella sua sfera di certe funzioni di governo, legislative, esecutive o giudiziarie. Così, nella famiglia, il padre era un autentico re in miniatura, per il potere che esercitava sulla sposa e sui figli. Caratteristico era l’assioma: il padre è re dei figli; il re è padre dei padri. In alcune famiglie erano peculiari anche le leggi di successione, e diverse da quelle che si applicavano in tutte le altre.

    Anche nei feudi il signore era un re in miniatura, legislatore, governatore e giudice nell’orbita che gli spettava.

    Quanto alle corporazioni, esse pure svolgevano funzioni "di lavoro" - per usare il termine moderno - oggi molto spesso affidate agli organi legislativi, esecutivi o giudiziari dello Stato.

    Il re - semplificando molto le cose, è chiaro - aveva solo la funzione suppletiva di fare ciò che da soli questi diversi organi non avrebbero potuto realizzare, cioè la tutela degli interessi comuni e supremi che esorbitavano dall’ambito specifico di tutti gli organi, il mantenimento di un giusto equilibrio tra essi, e la vigilanza affinché, all’interno di ciascuno di essi, non venissero offesi i principi fondamentali della morale e della civiltà cristiana.

    Considerando nel suo insieme questo quadro molto sommario, si vede quanto esso è organico. Ogni elemento cellulare ha funzioni assolutamente peculiari. Ciascuno ha, per l’esercizio delle sue funzioni, attribuzioni che gli spettano per diritto proprio, e si muove per una energia che opera da dentro a fuori, e non da fuori a dentro. Il buon andamento del tutto dipende molto più dal buon andamento di ogni parte, che dalla semplice azione dell’organismo centrale.

    Una società inorganica

    Come sarebbe un ordine di cose inorganico?

    Sarebbe quello che assomigliasse a una macchina, cioè quello in cui tutti i membri ricevessero l’impulso da un solo agente esterno e centrale: nel quale l’ubbidienza di ogni parte fosse assolutamente pacifica e impersonale; nel quale la forma e il compito di ogni pezzo, e del tutto, fosse suscettibile di qualsiasi riforma giudicata consigliabile in funzione delle concezioni teoriche dei tecnici.

    In che modo si realizzerebbe questo? Con il socialismo assoluto. Infatti, per lo Stato socialista, la famiglia e i gruppi sociali non esistono. Esso, come unico mezzo di azione, concepisce la divisione della pubblica amministrazione, naturalmente schiava, che obbedisce all‘impulso che a essa viene dal centro, che si muove esclusivamente secondo questo impulso, e che è organizzata come una immensa rete metallica che avvolge il paese, e attraverso i cui fili la direzione centrale fa circolare correnti elettriche come e quando le piace.

    D’altra parte, tutto questo è rigido: un teorico può concepire a priori una serie di pezzi di questo organismo. Un decreto, o una legge, lo trasforma in realtà. Ed esso deve esistere così come ordina il decreto o la legge, finché un altro decreto o un’altra legge non disponga in senso contrario! Niente di più rigido, certamente, ma niente di più riformabile. Basta che sopravvenga una nuova legge, perché il meccanismo si trasformi in un altro completamente diverso, senza traccia né vestigio di quello che era prima. Come il metallo che, una volta fuso, accetta una nuova forma e non conserva in sé nessun vestigio della sua forma precedente.

    Lo Stato contemporaneo

    In larga misura, le democrazie moderne partecipano dei vizi dello Stato socialista. La loro grande forza motrice è la volontà della maggioranza puramente numerica della popolazione. Espressa questa volontà nelle urne, si forma un parlamento sovrano, che può fare tutto, compreso riformare la Costituzione. Così, la metà più uno può decretare quello che vuole: sarà legale tutto quello che verrà fatto per via parlamentare. La famiglia può essere dissolta, la proprietà privata corrosa da ogni genere di sofisma o persino abolita, la religione detronizzata attraverso la sua separazione dallo Stato, o forse messa al bando: sarà tutto onesto, coerente, retto, purché risponda al desiderio della maggioranza. In nome di questa maggioranza, consultata in successivi plebisciti sul cui carattere enigmatico la storia non ha ancora detto l’ultima parola, Hitler ha ridotto la Germania a una prigione.

    Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario, nei regimi nati dalla Rivoluzione, appartengono esclusivamente e completamente allo Stato. Di fronte a questo Stato che tutto può, i gruppi o gli individui non sono organi ma pezzi di macchina.

    Bisogna non sapere leggere, per non accorgersi che proprio su questo aspetto della condizione attuale cade la condanna del Papa Pio XII.

    Come arrivare all'organicità

    Come fare, allora? Quello che fecero i nostri antenati, agli albori dell’attuale civiltà. Essi compresero che, sulla rotta indicata dal decalogo, e rispettando i diritti della Chiesa, argomento nel quale tutta l’intransigenza e la severità sono ancora poco, è necessario permettere che lentamente la società riprenda ad avanzare da sola, libera dal busto di ferro della dittatura statale, sia parlamentare che del capo dello Stato. È necessario permettere che la famiglia ritorni di nuovo alla pienezza di azione e di influenza a cui in altri tempi era pervenuta: che i gruppi professionali, sociali e altri, intermediari tra l’individuo e lo Stato, siano liberi di esercitare, per diritto proprio e secondo forme proprie, le attività necessarie al compimento delle loro mansioni; che lo Stato, rispettando in ogni modo queste autonomie, dia a ogni regione il diritto di organizzarsi secondo la sua struttura sociale ed economica, la sua indole, le sue tradizioni; che infine il potere sovrano, all’interno della sua orbita suprema e specifica, sia onorato, vigoroso, efficiente.

    Rispettando questi principi, a che meta finale arriveremmo? Ritorneremmo al Medioevo? O avanzeremmo verso un futuro nuovo e assolutamente imprevedibile?

    A entrambe le domande si dovrebbe rispondere affermativamente. La natura umana ha le sue costanti, che sono invariabili per tutti i tempi e per tutti i luoghi. Anche i principi basilari della civiltà cristiana sono immutabili. Quindi, certamente, questo nuovo ordine di cose, questa nuova civiltà cristiana, sarà profondamente simile, o meglio, identica a quella antica nelle sue linee essenziali. E sarà, se Dio vuole, nel secolo XXI la stessa del secolo XIII.

    Ma d‘altra parte le condizioni tecniche e materiali della vita hanno subito profonde trasformazioni, e non vi sarebbe niente di più inorganico del fare astrazione da queste modificazioni. Su questo punto specifico, è assolutamente necessario non fare molti piani. I fondatori della civiltà cristiana nel Alto Medioevo non avevano in mente il secolo XIII così come è esistito. Avevano semplicemente l’intenzione generica di fare un mondo cattolico. Perciò ogni generazione venne risolvendo con profondità di vedute e senso cattolico i problemi che erano alla sua portata. E per quanto riguardava gli altri, non si perdevano in congetture.

    Facciamo come loro. Nelle linee generali, tutta l’armatura ci è nota dalla storia e dal Magistero della Chiesa. Quanto ai particolari, avanziamo a passo a passo, senza piani puramente teorici, elaborati a tavolino: "sufficit diei malitia sua".

     

    LA STRUTTURA SOVRANAZIONALE
    NELL’INSEGNAMENTO DI PIO XII

    Concludiamo oggi i nostri commenti al discorso del Santo Padre ai dirigenti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale. Vediamo come, nel discorso, si situa il problema della organizzazione giuridica della società internazionale. Nelle sue linee teoriche generali i termini di questo problema sono molto chiari.

    I termini del problema

    In tutti gli uomini notiamo due specie di attributi. Gli uni sono inerenti alla loro stessa natura, e costituiscono quello per cui non sono né piante, né pietre, né angeli. Questi attributi sono evidentemente comuni a tutti gli uomini. Altri, al contrario, sono propri di certe nazioni. Così, per esempio, i tratti distintivi del francese non sono assolutamente quelIi del tedesco. In ogni paese, a loro volta, le diverse regioni hanno non solo le caratteristiche nazionali, ma anche altre loro particolari. Così, in Italia, tra un fiorentino e un siciliano si possono indicare molte differenze. Infine, in ogni provincia ogni città, in ogni città ogni famiglia, in ogni famiglia - forse - ogni ramo, ogni individuo, hanno le loro caratteristiche spirituali e fisiche inconfondibili.

    Viste così le cose, ogni individuo, in quanto membro di una serie di gruppi concentrici che vanno dalla famiglia alla società internazionale, ha per così dire diverse fasce di personalità, rispettivamente suscettibili di sviluppi particolari, e che vanno dai tratti generici e comuni di tutta l’umanità fino ai più minuscoli particolari dell’indole personalissima di ciascuno.

    Si tratta di sapere se tutte queste caratteristiche sono conformi alla natura umana, e a essa inerenti, o se sono a essa estrinseche, e contrarie alla sua autentica dignità. Nella prima ipotesi le nazioni, le regioni, i comuni, devono sussistere come unità spirituali e morali ben definite, e, quindi, con una cultura, una civiltà e un governo propri. In caso contrario, devono scomparire, fondendosi in un solo tutto.

    La sostanza del problema è questa.

    La diversità di opinioni, di istituzioni, di costumi, di modi di essere, molto considerevole tra le nazioni di altri tempi, i dialetti, le danze regionali, gli abiti, i costumi, le manifestazioni artistiche di ogni provincia o zona, vanno scomparendo a vista d‘occhio. È un male o è un bene?

    La tecnica industriale moderna, basata sulla macchina, che è assolutamente impersonale, inesorabilmente anonima, inflessibilmente uniforme in tutta la sua produzione, ha portato alla uniformazione di tutti gli oggetti di uso personale, e tende ad asfissiare su scala sempre crescente le manifestazioni della personalità dell’uomo contemporaneo. È un fatto grave? O è una cosa di poco conto?

    Insomma, tutti i popoli e tutte le nazioni possono essere fusi in un solo popolo universale, in una sola patria comune? In questo caso, sarebbe possibile costituire non tanto un super-governo mondiale (cioè un governo con una sfera di azione superiore a quella dei governi locali, ma che lasciasse vivere gli altri), ma un unico governo universale sotto cui tutte le autorità locali fossero soltanto amministrative? Sarebbe utile, sarebbe conforme all’ordine naturale delle cose?

    Tutti questi problemi dipendono sostanzialmente dalla questione preliminare; e questo è sufficiente per mostrarne tutta l’importanza.

    L'attualità del problema

    La sua attualità non è minore. A partire dal secolo XIV ha cominciato a delinearsi, con la caduta del feudalesimo e la nascita dello Stato moderno, una potente tendenza unificatrice. Così, a poco a poco, le regioni, con il decadere dell’autorità feudale, che era intrinsecamente locale, sono passate al dominio pieno delle corone, che agirono da forze essenzialmente centralizzatrici.

    D’altra parte, un grande numero di Stati si sono uniti sotto un solo scettro, in conseguenza di guerre o di successioni dinastiche: Leon (secolo XII), Granada (secolo XV), Aragona (secolo XV), la Navarra spagnola (secolo XVI), alla Castiglia; l’Irlanda (secolo XII) e la Scozia (secolo XVII), all’Inghilterra; i Paesi Bassi (secolo XV), la Boemia (secolo XVI), l’Ungheria (secolo XVII), ecc., alla Casa d’Austria.

    Quando, nel 1789, cessava di esistere l’evo moderno, e si inaugurava il periodo contemporaneo, questo processo di agglutinamento aveva fatto molta strada in tutti i paesi. Certamente esisteva una Navarra con istituzioni e costumi propri, teoricamente indipendente, e legata alla Francia dalla semplice circostanza dell’essere il suo re anche re di Francia. Ma tutto questo era tanto teorico che alla Rivoluzione bastò, per così dire, un tratto di penna per fondere la Navarra (e a fortiori semplici feudi, come la Bretagna) con la Francia, per formare un solo Stato massiccio, come una barra d’acciaio, che è la Francia attuale.

    In questo senso, la Francia è stata precorritrice. Nel secolo XIX, la centralizzazione politica e amministrativa si è venuta accentuando sempre più in tutti gli Stati europei, nei quali regni teoricamente esistenti, come quello dell‘Algarve, o quelli "delle Spagne", sono stati fusi con la stessa facilità con cui è stata fusa la Navarra nel secolo XVIII.

    Nello stesso tempo, due grandi movimenti unificatori hanno trasformato in Stati compatti due grandi nazioni: la Germania, che da semplice Confederazione Germanica è diventata Impero nel 1870, e l’Italia, nella quale si amalgamarono il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Toscana, il regno delle Due Sicilie e infine, con la presa di Roma, sempre nel 1870, gli Stati Pontifici.

    È vero che, in senso contrario, si sono verificate sulla carta europea durante il secolo XIX alcune decentralizzazioni, sotto la pressione del principio di nazionalità e di altri fattori: dall’Impero Ottomano si sono staccate (1829-1878) diverse monarchie cristiane, Grecia, Bulgaria, Montenegro, Serbia, Romania; già all’inizio del secolo XX, nel 1905, la Norvegia si è separata dalla Svezia per formare un regno a parte; nel 1830 il Belgio si è costituito in Stato distinto dalla Olanda e dalla Francia; la monarchia austroungarica si è smembrata dopo la prima guerra mondiale in numerose repubbliche sovrane, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, e parte del suo territorio è stato anche incorporato alla Jugoslavia (la Serbia accresciuta del Montenegro, ecc.) e alla Polonia, risorta.

    Tuttavia, dei due fenomeni, quello centralizzatore e quello decentralizzatore, il primo si è rivelato durevole e il secondo effimero. Infatti, dopo i trattati di pace del 1918, nessuno Stato si è più smembrato. E, in senso contrario, si va sempre più accentuando un movimento tendente al raggruppamento degli Stati più piccoli. Questo movimento è diventato particolarmente chiaro dopo l’ultima guerra.

    Certi Stati piccoli notando la insufficienza delle loro risorse economico-militari nel quadro della grande tragedia contemporanea, sono stati portati a unirsi per costituire un organismo super-statale più efficiente. L‘esempio più caratteristico è costituito dal Benelux formato dal Belgio, dall’Olanda e dal Lussemburgo. Anche le nazioni del Baltico - Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia - tendono a costituire una unione simile al Benelux.

    Meno prossima, ma molto più importante, è la costruzione dell’organismo al quale si pensa di dare il nome di Stati Uniti d‘Europa. Churchill ha dedicato alla realizzazione di questa impresa buona parte del tempo libero che il suo recente ostracismo gli lasciava; e tutto porta a credere che la sua ascesa al potere accelererà considerevolmente gli studi e i negoziati destinati a tale scopo.

    D’altra parte, la Lega Araba si sta costituendo in potente federazione, in Africa e in Asia. E I’Unione Latina, tempestivamente inaugurata a Rio de Janeiro, è un seme che sembra ricco di frutti in senso federalista.

    In contrapposizione a questi trionfi unitaristi, si potrebbero ricordare certamente gli apparenti fallimenti dei due grandi tentativi di formare un Super-Stato, cioè la Società delle Nazioni e l’ONU. Tuttavia nessuno si accorge che il super-Stato è di fatto in via di realizzazione, anche se in altro modo. Infatti, tutte le nazioni del mondo sono amalgamate in due grandi blocchi ostili, e ciascuno di questi blocchi assume sempre più chiaramente l’allure di super-Stato nei confronti dei popoli che lo compongono. Nella misura in cui dura la pace armata, entrambi questi blocchi guadagnano in coesione e omogeneità. Scoppiata la guerra, il blocco vincente si impadronirà del blocco vinto e tutto il mondo sarà unificato sotto la verga di ferro della nazione guida del blocco vincitore. Così, con l’ONU, senza essa, e se necessario anche contro essa, gli avvenimenti ci avranno condotto alla unificazione.

    Riassumendo:

        a. il regionalismo dello Stato antico è stato sostituito dal centralismo dello Stato moderno;

        b. le nazioni piccole si sono fuse per costituire grandi Stati, formando importanti blocchi internazionali;

        c. le nazioni di una stessa razza o di uno stesso continente tendono a formare enormi blocchi federativi;

        d. tutto il mondo, a sua volta, è già diviso in soli due grandi eserciti. Dopo la guerra, la nazione guida dell’esercito vincente dominerà, e sotto il suo dominio unificherà il mondo, se non interverranno circostanze diverse.

        Di fronte a questo movimento plurisecolare, potente, universale, attualissimo, si tratta di fissare la posizione del pensiero cattolico. Basta questo per provare l’attualità e l‘importanza del problema di cui si è interessato il discorso pontificio.

    La posizione della Chiesa

    Di fronte a questo problema, qual è la posizione cattolica. La Chiesa è contraria a questo movimento?

    Sì e no, ci dice il discorso pontificio.

    Da un lato, riconosce che l’esistenza di un organismo sovranazionale destinato a conservare e a sostenere i principi del diritto internazionale, e a lavorare per il bene dei popoli, è pienamente conforme all’ordine naturale, e, quindi, altamente desiderabile.

    D’altro lato, però, mostra che la struttura di questo organismo non è a essa indifferente. Se sarà centralizzatore, se quindi comporterà la distruzione di tutte le nazioni, la Chiesa si opporrà a esso. Ma se rispetterà l’esistenza e i diritti di tutti i popoli, la Chiesa lo approverà.

    In che consistono precisamente questa esistenza e questi diritti?

    La piena esistenza dei popoli

    Un popolo esiste normalmente e pienamente quando ha un’anima propria, e sufficiente libertà per strutturare secondo questa anima le sue istituzioni, i suoi costumi, la sua cultura e il suo modo di vita. Così, una organizzazione mondiale non deve mirare in nessun modo alla distruzione delle caratteristiche nazionali o regionali. Al contrario, deve vedere in esse autentici tesori di umanesimo (nel senso positivo di questo vocabolo complesso), e quindi le deve proteggere con tutte le sue forze.

    La stessa Chiesa fornisce un esempio di questo saggio atteggiamento. Nel suo grembo convivono pacificamente tutti i popoli. La Chiesa vuole affratellarli come una buona madre con i propri figli. Una madre non affratella i suoi figli distruggendone le caratteristiche psicologiche e la personalità. Li educa in modo che, rettamente e pienamente sviluppata la personalità di ciascuno, si intendano perfettamente. E perciò, se la Chiesa lavora con impegno perché tutti i popoli si amino, non vuole che lo svizzero, il cinese, lo scozzese, il turco, siano caratterizzati nazionalmente meno di quello che sono.

    Lo stesso deve fare ogni organizzazione sovranazionale degna di questo nome. Così si rispetta il diritto alla esistenza di tutti i popoli. Questo diritto, per altro, non è illimitato. Tra le caratteristiche nazionali, ve ne sono alcune che non possono essere rispettate, e che un organismo sovranazionale dovrebbe essere in grado di proscrivere. Sono quelle contrarie ai principi della morale naturale e cristiana, come l’abitudine di certi selvaggi di seppellire vivi alcuni loro figli.

    La indipendenza delle nazioni

    Quanto ai diritti di un popolo, almeno in tesi è facile definirli. Vi è un principio importantissimo della dottrina cattolica che in questo caso si applica in tutta la sua pienezza. È il principio di sussidiarietà.

    Normalmente, ogni individuo deve fare unicamente da solo tutto quanto è alla sua portata. La famiglia esiste per fare tutto quello che l’uomo isolatamente non riesce a fare. Il comune esiste per fare quello che le famiglie non riescono a fare. La provincia deve sopperire ai comuni. E lo Stato deve sopperire alle province. Insomma, la famiglia è sussidiaria rispetto agli individui, e così via successivamente fino allo Stato.

    Ognuna di queste entità ha il fine non di uccidere o di assorbire le entità di carattere inferiore, ma di favorirle. Così, la famiglia farà il possibile per aumentare l’individualità e la capacità di azione di ciascuno dei suoi membri. E così la provincia deve curarsi di rispettare la sfera dei comuni e di aiutarli a svolgere con la massima ampiezza la loro attività normale; il paese ha lo stesso dovere nei confronti delle province. E, di conseguenza, l’organismo sovranazionale deve operare unicamente ed esclusivamente in una sfera che trascende quella degli interessi peculiari di ogni Stato, e si situa sul piano più alto del bene comune di tutti gli Stati.

    In questo senso, la Chiesa approverebbe un organismo sovranazionale. Ma non se esso si identificasse con il dominio assoluto di un popolo sugli altri, e con l’assorbimento di tutti gli Stati in uno solo.

    Numero e qualità

    Vi è anche un’altra lezione importante nel documento pontificio. Riguarda il modo in cui le nazioni devono essere rappresentate nell’organismo sovrastatale.

    Infatti, il Sommo Pontefice mostra che le considerazioni puramente numeriche non sono sufficienti. Queste considerazioni, sulle quali si è basato completamente il regime rappresentativo contemporaneo, hanno portato al fallimento dello Stato attuale. Sarebbe un errore molto grave metterle alla base dell’organismo sovrastatale. E in realtà l’Iraq ha più abitanti della Svizzera; l’Asia più nazioni dell’Europa. Prendendo in considerazione esclusivamente la forza del numero - numero di individui o numero di Stati - si toglierebbe la direzione del mondo alle nazioni più colte per trasferirla alle più arretrate.

    Ma vi è un altro genere di considerazioni numeriche che pure non devono prevalere, e sono quelle relative alla quantità di oro o di bombe atomiche.

    In altre parole, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sono alla guida dei due blocchi mondiali. In caso di guerra, desideriamo di tutto cuore che i nordamericani sconfiggano i sovietici su tutta la linea. Nonostante questo, vogliamo affermare che né gli Stati Uniti né la Russia sono in grado di guidare i rispettivi blocchi. La Russia, per motivi ovvi. Gli Stati Uniti per due motivi. Anzitutto perché, in un blocco di cui facciano parte latini e anglo-sassoni, non c’è ragione alcuna perché la guida tocchi a questi ultimi. E se dovesse toccare agli anglo-sassoni, sarebbe meglio che toccasse agli inglesi, superiori quasi in tutto ciò che non sia quantitativo.

    Tutte queste considerazioni ci portano a salutare con cordiale simpatia l’Unione Latina creata a Rio. E con questo saluto chiudiamo il nostro commento.

     

    Note

    1. PIO XII, Radiomessaggio al mondo intero, del 24-12-1944, La pace interna delle nazioni, Insegnamenti pontifici a cura dei monaci di Solesmes, trad. it., Edizioni Paoline, 2a ed., Roma 1962, p. 478.

    2. Ibid., p. 479.

    (3) PIO XII, Discorso ai congressisti del Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, del 6-4-1951, in Discorsi per la comunità internazionale (1939-1956), Editrice Studium, Roma 1957, p. 386. Tutte le citazioni successive contenute nel testo e senza riferimenti, sono tratte da questo discorso.

    (4) "Lo Stato non contiene in sé e non aduna meccanicamente in un dato territorio un’agglomerazione amorfa d’individui. Esso è, e deve essere in realtà, l’unità organica e organizzatrice di un vero popolo" (PIO XII, Radiomessaggio al mondo intero, del 2412-1944. cit. D. 4781.

     

    Attribuzione immagine: Le statue dei Nove Prodi sull'antico Municipio di Colonia. Di © Raimond Spekking / CC BY-SA 4.0 (via Wikimedia Commons).

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    Intervista a Juan Miguel Montes

    Perché il Concilio Vaticano II non condannò il comunismo

     

     

    di Javier Navascués

    Juan Miguel Montes, direttore dell'Ufficio Tradizione Famiglia Proprietà di Roma, spiega perché il comunismo non fu denunciato al Concilio Vaticano II e quali furono le conseguenze di questo silenzio.

    Per molti anni il patto segreto tra Vaticano e URSS per non condannare il comunismo al Concilio Vaticano II è stato considerato una leggenda. Come è stata possibile una cosa così incomprensibile?

    Il patto era legato all'impegno di non condannare il comunismo in cambio del permesso a rappresentanti qualificati del Patriarcato di Mosca di partecipare al Concilio. Non sfuggiva a nessuno che all'epoca la Chiesa ortodossa russa era profondamente legata al regime sovietico. Oggi può sembrare incomprensibile, ma nelle grandi manovre geopolitiche di quel difficile periodo della guerra fredda, questo patto aveva molto senso per l'URSS, che era in piena espansione territoriale e culturale. Due blocchi si contendevano l'egemonia mondiale e la Chiesa cattolica aveva un'influenza decisiva sull'opinione pubblica occidentale, molto più grande di quella che ha oggi. Il suo silenzio sul comunismo avrebbe significato una sorta di passaporto per quest'ultimo in modo da poter continuare la forte penetrazione che esso già stava operando attraverso la guerriglia e le guerre nel terzo mondo e, soprattutto nel primo mondo, nel campo della cultura e dell'educazione in generale.

    Come nacque questo misterioso patto e su iniziativa di chi venne sviluppato?

    Non saprei dire chi disse la prima parola, ma entrambe le parti avevano interesse a farlo. Ho già parlato dell'interesse sovietico. Da parte di ampi settori della Chiesa c'era una mentalità secondo cui la strategia del dialogo avrebbe trovato comprensione nel "buon cuore" degli avversari, e che alla fine essi avrebbero ricambiato tale benevolenza allentando le misure repressive contro i credenti nei paesi dominati dal comunismo ateo. Erano gli anni della famosa "Ostpolitik vaticana", la cui figura di maggiore spicco divenne il futuro cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli, e che, secondo un altro cardinale, lo slovacco Ján Chryzostom Korec, portò a risultati disastrosi per la Chiesa. Il cardinale Korec arrivò a sostenere che la Chiesa clandestina, che stava fiorendo nella tribolazione, fu "svenduta" dalla Ospolitik vaticana in cambio di "vaghe e incerte promesse da parte dei comunisti", il tutto, poi, a causa del silenzio sul comunismo da parte del Concilio. Un silenzio che Plinio Corrêa de Oliveira, nella sua nota dichiarazione di resistenza alla Ostpolitik vaticana, definì "enigmatico, sconcertante, sorprendente e apocalitticamente tragico", e che, per le sue conseguenze pratiche, avrebbe fatto passare il Concilio alla storia come “a-pastorale” per eccellenza.

    Quali sono state le conseguenze "a-pastorali" di questo silenzio conciliare nella Chiesa?

    Forse la più grave è stata la diffusione della Teologia della Liberazione nelle sue varie componenti: "teologia della lotta di classe", "teologia del popolo", "teologia indigenista", ecc. In paesi fino ad allora massicciamente cattolici, questa predicazione malsana ebbe due effetti: secolarizzò una parte dei fedeli, scambiando il messaggio evangelico di salvezza con un ideale di lotta puramente politica e sociale. D'altra parte - e qui stiamo parlando di milioni e milioni di persone - ha incoraggiato l'emigrazione verso comunità e sette protestanti e neoprotestanti che hanno rapidamente sostituito la Chiesa cattolica romana attraverso l’offerta di soddisfare gli aneliti spirituali di queste moltitudini. Quest'ultimo fatto è stato categoricamente denunciato in Brasile da Papa Benedetto XVI. E pensare che nonostante questa devastazione, c'è chi nella Chiesa di oggi continua a glorificare la teologia della liberazione.

    L'URSS ottenne molto, in piena guerra fredda, mentre il Vaticano ottenne molto poco, a parte la presenza degli ortodossi. Non era un patto eccessivamente squilibrato?

    Certamente, lo era. Oltre alla "strategia del dialogo", al Vaticano interessava anche un aspetto strettamente religioso: promuovere con le comunità cristiane quello che il cardinale Walter Kasper ha chiamato l'ecumenismo dei cammini paralleli di un'unica "Chiesa di Cristo" che marcia, ognuno per la sua strada, verso la seconda venuta di Nostro Signore Gesù Cristo. Questo ecumenismo dei cammini paralleli doveva sostituire l'"ecumenismo della convergenza" praticato fino ad allora, in cui i cristiani a-cattolici, come si diceva una volta, venivano caritatevolmente invitati a convergere nella Chiesa Cattolica per formare, come dice San Giovanni, "un solo gregge con un solo pastore".

    Ma anche su questo fronte, vediamo un clamoroso fallimento delle illusioni post-conciliari. Mentre le vecchie denominazioni protestanti si stanno muovendo verso la completa autodissoluzione e insignificanza e la grande maggioranza degli ortodossi orientali sono riluttanti a dialogare con Roma, il vasto nuovo mondo dei neo-evangelici e dei pentecostali rimane come unica materia prima per continuare il dialogo ecumenico. Ma questa volta sono gli esponenti cattolici dell'ecumenismo post-conciliare a rifiutarsi di parlare con loro, a causa della loro frequente opposizione a piegarsi ai "segni dei tempi" che vedono nei cambiamenti della società secolarizzata dell'Occidente.

    Nella sua opera di riferimento sul Concilio, il professor De Mattei sottolinea che Giovanni XXIII si lasciò manipolare dalla strategia sovietica, che usava il "pacifismo" come argomento principale. L'enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII è stata anche controversa perché sembra essere molto simpatica al comunismo e all'URSS. Cosa ne pensa?

    Credo che il professor de Mattei abbia ragione. Papa Giovanni XXIII aveva una spiccata capacità di emozionarsi e fu impressionato dai comunisti "di buon cuore", specialmente da Nikita Khrushchev, che gli inviò un telegramma molto gentile, e furbo, di congratulazioni per il suo ottantesimo anniversario. A questo gesto ne seguirono molti altri, come, ad esempio, la già citata delegazione di ortodossi russi autorizzata dal Partito a venire al Concilio.

    Forse la cosa più triste è che questo atteggiamento stupefacente ha quasi completamente minimizzato gli avvertimenti della Beata Vergine a Fatima che la Russia avrebbe diffuso i suoi errori in tutto il mondo. Non crede?

    Certo che sì. Suor Lucia di Fatima insisteva che il terzo segreto fosse diffuso nel 1960. Ma come si poteva fare in quel contesto? Lì si parlava di una tremenda persecuzione della Chiesa e questo era legato a ciò che già si sapeva degli "errori della Russia" che si sarebbero diffusi nel mondo. Ora, nel 1960, nonostante l'intensità della guerra fredda guidata dai sovietici, tre figure di spicco irradiavano grande ottimismo, Papa Giovanni, il presidente americano Kennedy e il paffuto e sorridente Krusciov, che, nonostante il suo cordiale telegramma al Papa, aveva brutalmente perseguitato i cattolici in Ucraina durante il suo precedente mandato in quella nazione. Il Messaggio della Madonna a Fatima suonava francamente "stonato" rispetto allo spirito ottimista che la propaganda dei media e i grandi personaggi pubblici dell'epoca volevano rappresentare.

    Come hanno potuto essere ignorate le voci di così tanti vescovi di tutto il mondo, specialmente quelli dei paesi che soffrivano le atrocità del comunismo?

    Un giorno, tutti noi, davanti al Giudice Divino, sapremo perché cardinali come Mindszenty, Korec, Swiatek, interi episcopati come quello rumeno, ucraino e altri poterono essere abbandonati al loro destino in quegli anni. È vero che negli ultimi decenni, molti esponenti di questo martirio in odium fidei sono stati riconosciuti e sono saliti alla gloria degli altari. Ma molti ancora mancano in quella lista, mentre oggi sembrano favoriti alcuni dubbi martiri della "Teologia della liberazione", che sono sì morti atrocemente, ma che erano impegnati in cause politiche non strettamente legate alla Fede.

    Fonte: Infocatolica, 9 Novembre 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà - Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Pio XII e l'era di Maria

    In occasione del primo centenario del dogma dell'Immacolata Concezione, nel 1954, proclamato Anno Giubilare Mariano da papa Pio XII, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira scrisse un articolo rilevandone un aspetto capitale, anche se non messo normalmente in evidenza: il suo carattere profetico come annuncio dell’era del trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Il Santo Padre Pio XII ebbe l’intenzione di risaltare con un atto di massima importanza le manifestazioni di devozione mariana con cui edificò la Cristianità nel corso dell’Anno Giubilare dell’Immacolata Concezione (1954). Egli lo disse con termini espliciti: “Come per incoronare tutte queste testimonianze della Nostra devozione mariana. (...) per concludere lietamente l’Anno Mariano appena terminato, (...) abbiamo deciso di stabilire la festa della Beata Vergine Maria, Regina.”

    Dell’importanza di questo atto parla lo stesso Pontefice quando dichiara che “questo gesto porta con sé la grande speranza che possa sorgere una nuova era, rallegrata dalla pace cristiana e dal trionfo della Religione”. Il Pontefice disse pure che tale speranza ha ragioni molto serie e profonde: “Acquisimmo la convinzione, dopo mature e ponderate riflessioni, che sopravverranno grandi vantaggi per la Chiesa” se la regalità di Maria “solidamente dimostrata, risplenderà con maggiore evidenza agli occhi di tutti, come luce più radiosa posta sul candelabro”.

    Ben inteso, questa grazia che si dirige al cuore dell’uomo deve riformare la sua anima: “nel culto e ad imitazione di una così grande Regina i cristiani si sentiranno infine veramente fratelli e, sovrastata l’invidia e gli immoderati desideri di ricchezza, promuoveranno l’amore sociale, rispetteranno i diritti dei poveri ed ameranno la pace”. Non si tratta di promuovere un movimento mariano puramente esterno e formale, ma di chiedere alle anime una collaborazione seria ed efficace con le grazie che riceveranno dalla loro Madre: “Nessuno, dunque, si ritenga figlio di Maria, degno di essere accolto sotto la sua potentissima tutela, se non segue il suo esempio, mostrandosi umile, giusto e casto, senza ledere o pregiudicare, ma aiutando e confortando”.

    Queste parole del Pontefice meritano la più accurata meditazione. Da un lato, egli parla contro l’invidia: allusione evidente al comportamento di intere masse di uomini che, amareggiati a volte da ingiuste provocazioni e, principalmente, avvelenati dai principi demagogici della Rivoluzione francese e del comunismo, odiano i ricchi solo perché gli invidiano i beni. E desiderano distruggere ogni gerarchia sociale.

    Il Santo Padre parla pure del desiderio smoderato di ricchezze. Questo è un male che tormenta tutte o quasi tutte le nazioni della terra. I potentati dell’industria e del commercio, accumulando nelle loro mani immense fortune - nei confronti delle quali i patrimoni delle aristocrazie di un tempo sarebbero quasi insignificanti - trasformarono l’economia in un regno chiuso, in cui decidono a loro arbitrio il rialzo e l’abbassamento dei prezzi, la circolazione e l’impiego delle ricchezze. A volte opprimono lo Stato, a volte sono oppressi dallo stesso Stato quando sale l’onda della demagogia. E così la società si vede sempre più stretta tra le due forme più o meno velate della dittatura: quella della oligarchia finanziaria e quella della massa. Da questo può solo decorrere lo strozzamento delle autentiche élites sociali e intellettuali, l’oppressione del lavoratore pacifico e coscienzioso, la decimazione della piccola e media borghesia.

    Miserabile fenomeno di lotta di classi, in cui la società, in ciò che ha di più falso e peggiore - combriccole di sanguisughe dell’economia e di volgari demagoghi - divora ciò che esiste, a tutti i livelli, di più autentico e di migliore. Chi mai potrebbe non accorgersi di quanto questo sia all’opposto del “amore sociale” di cui ci parla il Pontefice? Per proteggere la società da questo dominio del peggiore sul migliore, il Pontefice proclama nel mondo la regalità di Maria.

    Questa riforma sociale è senza’altro un’opera ingente. Tanto più quanto Pio XII la situa essenzialmente in termini di riforma morale. Però Maria Santissima ha un immenso potere sull’anima umana, e a Lei devono avvicinarsi gli uomini non solo per “chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nei dolori e nel pianto”, ma anche per “implorare la grazia che vale più di ogni altra cosa”, al fine di “liberarsi dalla schiavitù del peccato”.

    La proclamazione della sovranità di Maria nell’enciclica Ad Caeli Reginam, l’istituzione della sua festa annuale il 31 maggio, l’incoronazione dell’immagine della Madonna Salus Popoli Romani effettuata dallo stesso Pontefice, tutto questo può, dunque, e deve servire da punto di partenza per una nuova era storica: l’era della regalità di Maria.

    Con la caratteristica prudenza della Santa Chiesa, l’enciclica Ad Caeli Reginam fonda la dignità regale di Maria soltanto su argomenti di carattere teologico. Non sarebbe superfluo, frattanto, ricordare che questo grande giorno della proclamazione della Regalità Universale di Maria, e la speranza di un’era di trionfi e di gloria per la Religione, da secoli è l’oggetto degli aneliti delle anime più devote.

    Uno dei fatti più importanti della storia della Chiesa sin dal protestantesimo fu sicuramente la diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Benché questa devozione non fosse sconosciuta dai santi precedenti, la sua propagazione ebbe come punto di partenza le rivelazioni ricevute da Santa Maria Margherita Alacoque a Paray-le-Monial nel secolo XVII, e si accentuò nelle generazioni successive sino a raggiungere il suo apogeo all’inizio di questo secolo.

    Affianco a questa devozione, un’altra grande corrente ebbe pure inizio in Francia e fu la schiavitù d’amore alla Madonna, di cui fu il dottore massimo san Luigi Maria Grignon da Montfort, con il suo Trattato della vera devozione a Maria. Il punto di congiunzione - se così si può dire di cose sostanzialmente unite - di queste due grandi sorgenti di grazie fu la devozione al Cuore Immacolato di Maria, di cui fu dottore e massimo predicatore un grande santo spagnolo, Antonio Maria Claret, che nel secolo scorso fondò la Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria.

    I santi che più si distinsero nell’insegnare la devozione al Sacro Cuore di Gesù scrissero pure parole impregnate di speranza nella vittoria della regalità di Gesù Cristo, dopo i giorni tormentati in cui viviamo. Pregare per questa vittoria è stato uno degli obiettivi dei veri cattolici in tutto il mondo. D’altronde, gli scritti di San Luigi Grignon da Montfort sono pieni di bagliori profetici (usiamo questa parola con le precauzioni del buon linguaggio cattolico) sulla regalità di Maria Santissima, come fine dell’era catastrofica iniziata con la Pseudo-Riforma protestante.

    La regalità di Gesù Cristo e la regalità di Maria Santissima non sono cose diverse. La regalità di Maria non è altro che un mezzo - anzi il mezzo - per l’adempimento della regalità di Gesù Cristo. Il Cuore di Gesù regna e trionfa nel regno e nel trionfo del Cuore di Maria. Il regno ed il trionfo del Cuore di Maria non sono altro che l’attuazione del trionfo e del regno del Cuore di Gesù. E così queste due grandi fonti di devozione, nate poco dopo il protestantesimo, camminano verso lo stesso scopo, la preparazione di uno stesso fatto: la regalità di Gesù e di Maria in un’era storica nuova.

    Queste considerazioni non possono essere estranee a ciò che i pastorelli ascoltarono a Fatima dal Cuore Immacolato di Maria. La Madonna gli pose ben chiara l’alternativa tra un’era di fede e di pace, nel caso le sue richieste fossero esaudite, ed un’era di persecuzioni, nel caso le sue richieste non fossero accolte. Come condizione per questa era di fede e di pace, Lei indicò principalmente la consacrazione del mondo al suo Cuore Immacolato e la conversione dei costumi.

    Vedendo che il Santo Padre Pio XII, che ha già consacrato la Russia e il mondo al Cuore Immacolato di Maria, rende annualmente obbligatoria tale consacrazione in occasione della festa della regalità di Maria, chi può fuggire al pensiero che il Papa dà un importantissimo inizio di realizzazione a ciò che tante anime devote sperano da ormai tanti secoli, ed apre le porte dell’era di Maria nella storia del mondo?

    Nell’enciclica Ad Diem Illum, per la commemorazione del cinquantenario della promulgazione del dogma dell’Immacolata Concezione, san Pio X ricordò i frutti ammirevoli che questo fatto produsse: i miracoli di Lourdes e la definizione dell’infallibilità papale. In questo centenario i frutti saranno forse scemati? No! La Provvidenza volle che essi germogliassero dalle sacre mani di Pio XII. Questi frutti furono il dogma dell’Assunzione e la proclamazione della regalità di Maria. Che cosa ci può essere di più ricco, di più fecondo e di più bello?

     

    Fonte: "Catolicismo", Dicembre 1954.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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  • Plinio Corrêa de Oliveira, un Autoritratto filosofico

     

     

    di Julio Loredo

    “Sono tomista convinto. L’aspetto della filosofia che più mi interessa è la filosofia della storia. In funzione di essa trovo il punto d’unione tra i due generi di attività ai quali mi sono dedicato durante la mia vita: lo studio e l’azione”.

    Con queste parole Plinio Corrêa de Oliveira inizia il suo Autoritratto Filosofico, scritto nel 1976 su richiesta del gesuita Stanislas Ladusans, che allora preparava un’Enciclopedia del Pensiero Filosofico Brasiliano in vari volumi. Nel 1989, lo stesso sacerdote gli chiese di aggiornare il testo. A causa dei molteplici impegni, però, riuscì a farlo solo nel 1994, quando il sacerdote era ormai scomparso. Il testo fu finalmente pubblicato post mortem nel 1997. In Italia, fu pubblicato in parte nel marzo 1997 come supplemento alla rivista Tradizione Famiglia Proprietà.

    Ecco che adesso vede la luce una nuova edizione italiana, integrale e in formato libro, curata da Roberto de Mattei (Edizioni Fiducia, 2022).

    L’Autoritratto Filosofico contiene due parti ben definite:

    La prima parte espone la visione storica di Plinio Corrêa de Oliveira, brillantemente condensata nel suo libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Più che disquisizioni teoriche, però, sono riflessioni sulla storia della Civiltà cristiana, sulle cause della sua decadenza dalla fine del Medioevo, e sulle concrete possibilità di una sua rinascita nei giorni nostri. Siamo quindi nel campo della filosofia della storia piuttosto che in quello della filosofia speculativa.

    La seconda parte, la più lunga, è dedicata all’analisi delle sue azioni di contrasto alla Rivoluzione, sia attraverso libri e scritti, sia attraverso le campagne di piazza delle Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà – TFP, da lui fondate e ispirate. Perché questa enfasi sull’azione?

    L’opera intellettuale di Plinio Corrêa de Oliveira è vasta e profonda. Lo stesso prof. de Mattei se n’è occupato nel libro Plinio Corrêa de Oliveira. Apostolo di Fatima, Profeta del Regno di Maria (Edizioni Fiducia, Roma 2017). Nel 2013 è stato pubblicato, per i tipi della Cantagalli, il volume Innocenza primordiale e contemplazione sacrale dell’universo. Più recentemente, ha visto la luce L’Angelica milizia. Gli angeli nel panorama attuale della Chiesa e del mondo (Cantagalli 2021), che contiene la sua teologia sugli angeli.

    La sua opera filosofica/teologica – contenuta in quasi ventimila pagine e famigliarmente conosciuta come MNF – è in fase di sistemazione e pubblicazione. Plinio Corrêa de Oliveira era davvero un pensatore vasto e profondo, di una coerenza, direi una linearità di pensiero che pochi intellettuali possono eguagliare. Eppure, egli si riteneva fondamentalmente un combattente: “Io sono fondamentalmente un combattente. Un combattente che deve pensare per lottare meglio. Un combattente che prega per ottenere dal Cielo le grazie necessarie per la battaglia. Fondamentalmente, però, io sono un combattente. Per me, lo studio è uno strumento che serve per lottare, oltre che per conoscere meglio la verità. Lo studio va fatto nello scontro, nella battaglia, riflettendo su di essa e studiando ciò che è necessario per portarla a termine”.

    Con giustizia, dunque, egli è ritenuto un “crociato del secolo XX”.

    Salutiamo con speranza la pubblicazione del suo Autoritratto Filosofico, proprio in Italia, uno dei paesi dove, per uno speciale favore della Provvidenza, il pensiero e l’esempio di vita di questo grande leader brasiliano hanno trovato molta eco. Che esso possa servire per infondere fiducia e coraggio nei cattolici italiani, spronandoli a impegnarsi, anch’essi, nella crociata del secolo XXI.

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  • Plinio Corrêa de Oliveira: la fine del silenzio

     

     

    di Julio Loredo

    Nel corso di un’intervista negli anni Ottanta, il reporter di un noto quotidiano brasiliano disse a Plinio Corrêa de Oliveira: “Lei è poco conosciuto”. Con quella prontezza di spirito che mai gli mancò, il leader cattolico rispose: “Infatti, ho la fama di essere sconosciuto...”. La vita pubblica di Plinio Corrêa de Oliveira è stata una montagna russa costellata da lunghi periodi di silenzio e ostracismo alternati a momenti di feroci campagne denigratorie via stampa. Bisognava seppellirlo sotto una coltre di silenzio, oppure sotto un cumulo di calunnie.

    Ma il tempo è galantuomo. Venticinque anni dopo la sua scomparsa, la coltre di silenzio si sta assottigliando sempre di più, mentre si moltiplicano gli studi accademici sulla sua vita e la sua opera. Oggi non è più possibile scrivere la storia del cattolicesimo del XX secolo senza menzionare Plinio Corrêa de Oliveira e la TFP.

    Il Servizio di documentazione della TFP ha raccolto negli ultimi anni non meno di 173 libri e tesi di laurea dedicate al leader brasiliano o contenenti almeno lunghe menzioni. Si tratta perlopiù di studi di università brasiliane. Ma crescono anche le pubblicazioni di centri accademici nordamericani ed europei.

    Poco tempo fa abbiamo dato notizia del recente libro di Benjamin Cowan, dell’Università della California, «Moral Majorities», che espone il ruolo del leader brasiliano nella creazione della destra religiosa internazionale[1].

    Usando documenti finora inediti, Cowan mostra il protagonismo di Plinio Corrêa de Oliveira nella reazione tradizionalista durante il Concilio Vaticano II. Protagonismo di solito sottaciuto in favore di altre figure. Il gruppo dei membri della TFP presenti a Roma in quel periodo, secondo Cowan, “ha giocato un ruolo principale, e in un certo senso pioneristico, nella politica del cattolicesimo tradizionalista, in ambito nazionale e transnazionale, durante e dopo il Concilio”.Un ruolo che solo adesso comincia a venire alla luce nelle ricerche accademiche.

    L’importanza diPlinio Corrêa de Oliveira si evidenzia in modo particolare nel campo dottrinale, come maestro del pensiero contro-rivoluzionario contemporaneo. Nel suo profondo studio sul concetto di Rivoluzione, Karol Kasprowicz, dell’Università di Lublin, in Polonia, cita numerose volte il leader brasiliano, annoverandolo fra i “pensatori classici”[2].

    Interessante il libro di Yves Chiron «Histoire des Traditionalistes» (Tallandier, Parigi 2022), che dedica un intero capitolo al leader brasiliano. “La figura di Plinio Corrêa de Oliveira si impone fra i precursori del tradizionalismo”, afferma l’autore, e menziona il libro «In difesa dell’Azione Cattolica», pubblicato nel 1943 allorché Plinio Corrêa de Oliveira era presidente dell’Azione Cattolica a San Paolo. Quest’opera, secondo Chiron, è la prima “denuncia degli errori progressisti che si diffondevano nell’Azione Cattolica e nella società”.

    Un altro studio recente è «Zivilisationismus und rechte Untergangsvorstellungen in Polen, Deutschland und Österreich», di Jos Stübner (Institute of Slavic Studies, Polish Academy of Sciences, 2021), che passa in rivista l’azione di alcune TFP europee ispirate da Plinio Corrêa de Oliveira, nel contrasto alla cosiddetta agenda lgbt. Lo stesso fa riguardo all’azione in Polonia e in Spagna Monica Cornejo Valle, dell’Universidad Complutense di Madrid, in uno studio pubblicato recentemente a Londra: «We Don’t Want Rainbow Terror: Religious and Far-Right Sexual Politics in Poland and Spain»(Palgrave Macmillan, United Kingdom 2022). Secondo Cornejo Valle, “la rete internazionale ispirata dalla TFP... è la più efficace organizzazione anti-LGBTQ”.

    Alla stessa conclusione arriva Neil Datta nello studio «Modern Day Crusaders in Europe. Tradition, Family and Property: analysis of a transnational, ultra-conservative, Catholic-inspired influence network», pubblicato dal Forum parlamentare europeo per i diritti sessuali e riproduttivi. Si tratta di una potente lobby con sede a Bruxelles, della quale fanno parte una trentina di europarlamentari, legata alla multinazionale International Planned Parenthood Federation. Secondo lo studio, le TFP sono diventate una delle principali forze di contrasto all’agenda LGBTQ in Europa: “Esse riescono a influenzare i centri di poteri europei”.

    Chi conosce l’opera del pensatore brasiliano è famigliare con l’espressione “false destre”, usata per descrivere un certo tipo di reazione pseudo-controrivoluzionaria che, in realtà, svia i buoni verso posizioni e atteggiamenti che finiscono per favorire il processo rivoluzionario. Ecco un interessante studio in merito di Luis Herrán Ávila: «Las falsas derechas: Conflict and Convergence in Mexico’s Post-Cristero Right after the Second Vatican Council» (Cambridge University Press, marzo 2022). L’autore, dell’Università di New Mexico, identifica nella posizione di Plinio Corrêa de Oliveira il perfetto equilibro della posizione tradizionalista e contro-rivoluzionaria senza cadere nel sedevacantismo né nella trappola delle destre di stampo filonazista o di tendenza esoterica.

    Merita una menzione lo studio del prof. Georg Wink, dell’Università di Copenhague «Brazil, Land of the Past: The Ideological Roots of the New Right» (Bibliotopía 2021, Cuernavaca, México). Con dovizia di documentazione, l’autore mostra come la reazione conservatrice che soffia in Brasile - e solitamente attribuita ad altri personaggi - sia in realtà conseguenza del pluridecennale lavoro propagandistico di Plinio Corrêa de Oliveira e della TFP brasiliana. Degno di nota anche il lavoro di Erika Helgen «Religious Conflict inBrazil», pubblicato nel 2020 dalla Yale University, che contiene numerose menzioni all’azione di Plinio Corrêa de Oliveira.

    In «The Modern Memory of the Military-religious Orders - Engaging the Crusades» (Routledge, London & New York 2022) Luiz Felipe Anchieta Guerra descrive il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nel “sorgere del medievalismo politico, cioè l’uso di simbolismo medievaleggiante nel campo politico”, un fenomeno che, secondo l’autore, contraddistingue la nuova destra mondiale.

    Parlando degli Stati Uniti, possiamo menzionare «The Rise of the Catholic alt-Right», di Dominic Wetzel, del Kingsborough College di New York (2020). Il saggio traccia la nascita della destra tradizionalista cattolica, una realtà finora quasi inesistente negli Stati Uniti. E, di nuovo, conclude che tale sviluppo non sarebbe stato possibile senza il decisivo contributo della TFP Americana.

    Chiudiamo questo campionario, necessariamente breve, menzionando lo studio di Giselle Zanotto «Plinio Corrêa de Oliveira: A Scholar of Reaction, Activist of Conservatism and Crusader of Counterrevolution»(Universidade Estadual de Maringá 2019). Zanotto spiega che il pensiero e l’azione di Plinio Corrêa de Oliveira sono difficili da classificare secondo rigidi criteri accademici, costituendo piuttosto una vasta e profonda reazione contro il processo rivoluzionario in ogni suo aspetto. Donde il qualificativo di “Crociato della Contro-Rivoluzione”.

    Si stanno avverando quelle parole con cui Plinio Corrêa de Oliveira chiudeva il suo Autoritratto filosofico: “Sono sicuro che i princìpi ai quali ho consacrato la mia vita sono oggi più attuali che mai e indicano il cammino che il mondo seguirà nei prossimi secoli. Gli scettici potranno sorridere, ma il sorriso degli scettici non è mai riuscito a fermare la marcia vittoriosa di coloro che hanno Fede”.

     

    Note

    [1] Il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nella creazione della destra religiosa internazionale

    [2] Karol Kasprowicz, Reflections on Historiography and Theory of Revolution, University of Lublin 2020.

     

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  • Prefazione di Don Renzo* Lavatori a libro «L’angelica milizia»**

     

     

     

    Si rimane sorpresi e ammirati dalla grandiosa visione angelica di Plinio Corrêa de Oliveira. Si presenta come un oceano sconfinato di spunti per la riflessione, l’approfondimento, la ricerca pregnante ed entusiasta. Di fatto si assiste ad un mondo, quello angelico, che sembra uscire fuori da un sottofondo immenso, come l’espressione vulcanica di una massa di idee e di progettazioni, di supposizioni e di rimembranze che sfocia in una sorta di contemplazione, non statica e disincarnata, ma ricca di sguardi luminosi e interessanti che si riflettono e si espandono nel cosmo e nell’umanità.

  • RIFLESSIONI SUL SIMBOLISMO*

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    L’uomo è fatto di anima e corpo, ovvero di un elemento angelico e di uno animale. L’uomo è una sorta di centauro. Non un cavallo con tronco e testa di uomo, ma un essere corporale con un’anima spirituale analoga a quella dell’angelo. E ciò determina il suo modo di conoscere le cose.

    L’angelo conosce le cose senza la necessità di un contatto materiale con l’oggetto. L’uomo, invece, è fatto in modo tale che, per conoscere interamente un oggetto, ha bisogno di un certo contatto materiale con esso. Altrimenti non può conoscerlo nella sua interezza.

    Perciò, nella Sua sapienza Dio ha disposto che nell’universo vi siano oggetti materiali che, per analogia, per somiglianza, consentono all’uomo di conoscere meglio le cose dello spirito. In altre parole, oggetti che gli permettono di conoscere con i sensi corporali ciò che il suo spirito forse ha già intuito, ma non è ancora riuscito ad afferrare interamente.

    Vi faccio un esempio. Immaginiamo che, per il bene della causa cattolica, convenga fare un corso di angelologia. Ingaggiamo, perciò, un grande teologo, di intelligenza brillante e ortodossia perfetta. Egli viene a San Paolo e tiene per noi lezioni teoriche di altissimo livello.

    Immaginiamo di applicarci con la massima diligenza allo studio. Alla fine del corso, dovremmo sapere tutto sugli angeli: la loro esistenza, la loro natura, le loro operazioni, la gerarchia angelica e via dicendo. La nostra conoscenza sugli angeli sarebbe, dal punto di vista teorico, perfetta.

    Supponiamo, però, che il nostro teologo chiuda il corso annunciando un evento straordinario: “Cari allievi, ora vi offrirò un vero dono del Cielo. Ho pregato molto durante le Sante Messe, ho fatto una Novena alla Madonna, ed ho ottenuto da Lei una grazia insigne: alla fine di questa lezione, vi apparirà un angelo!”.

    Non è forse vero che questo contatto sensibile con l’angelo completerebbe la nostra conoscenza del mondo angelico? Anzi, credo che il buon teologo non riuscirebbe nemmeno a terminare la lezione, tale sarebbe la nostra trepidazione per vedere, alla fine, l’angelo...

    Perché?

    Perché conoscendo l’oggetto attraverso i sensi corporali, tutto il nostro essere si aggiusta a quella conoscenza che, fino a poco tempo prima, era solo intellettuale. Si stabilisce un’armonia interiore per la quale la conoscenza spirituale viene completata con quella sensibile. Senza l’aspetto sensibile, la conoscenza sarebbe comunque sempre parziale, visto che siamo fatti di spirito e materia. Ci sarebbe uno squilibrio.

    Facciamo un esempio estremo: la conoscenza di Dio.

    Fra tutti i bisogni dell’uomo, il più forte è quello di conoscere Dio. Tuttavia Dio non può mostrarSi all’uomo. Mosè — definito dallo scrittore André Frosard “l’uomo più grande della storia, poiché Gesù Cristo era Dio” — aveva parlato varie volte con Dio ed era stato nella Sua intimità sul monte Sinai. Ma, il bisogno umano di stabilire un contatto sensibile che completi quello spirituale è tale che, a un certo punto, persino Mosè desiderava vederNe il volto. Gli chiese dunque di mostrarSi.

    Risposta di Dio: “Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Ciò nonostante, per misericordia, Egli permise a Mosè di vederLo “di spalle” perché “il mio volto non lo si può vedere”.

    La grandezza di Dio è tale che, se Lo vedessimo faccia a faccia, ci disintegreremmo ipso facto. Ed ecco un’apparente contraddizione nell’opera di Dio. Da una parte abbiamo il fortissimo bisogno di conoscerLo ma, dall’altra, siamo parzialmente impossibilitati a conoscerLo.

    Come si risolve quest’apparente contraddizione?

    Con la Sua divina sapienza Dio ha disposto, in modo meraviglioso, che, pur non vedendoLo, i nostri sensi corporali possano comunque averne una certa conoscenza. Questo è il ruolo dei simboli.

    Cos’è un simbolo? È una creatura di Dio che ci permette di conoscere le realtà spirituali, le realtà soprannaturali, le realtà angeliche e Dio stesso attraverso i nostri sensi, in modo da coinvolgere tutto il nostro essere, anima e corpo. In questo modo, la nostra sensibilità accompagna il nostro intelletto.

    Analizziamo, per esempio, l’eroismo, un elemento della fortezza, una delle quattro virtù cardinali.

    Una persona può possedere tutte le nozioni teoriche sull’eroismo, nonché tutti i risvolti filosofici, teologici e morali collegati a questa virtù. Ma è, o non è vero, che la sua conoscenza dell’eroismo potrà essere arricchita e completata quando vedrà un leone?

    È facile capire come, conoscendo un uomo eroico, si possa ammirarlo e, in questo modo, acquisire nozioni sull’eroismo. Questo si comprende. Ma come si può recepire tutto questo attraverso un animale, cioè un essere di natura inferiore, un essere irrazionale?

    Dio ha creato il leone in modo tale che, certi suoi atteggiamenti e movimenti siano analoghi, in chiave animale, agli atteggiamenti e movimenti che avrebbe un uomo se fosse un eroe.

    Carlo Magno, per esempio, aveva molto di “leonino”. Vedendo un leone noi, che non abbiamo conosciuto il grande imperatore carolingio, possiamo acquisire una conoscenza, attraverso i nostri sensi, di alcuni aspetti eroici della sua anima che, forse, avevamo già nell’intelligenza, ma che sono completati con la conoscenza sensibile.

    Da questo punto di vista, il leone è un simbolo che, per una misteriosa somiglianza con alcuni tratti dell’anima umana, ci permette di conoscere meglio i suoi aspetti “leonini” e, quindi, di capire meglio la virtù cardinale della fortezza.

    Anche l’aquila è un simbolo. Contemplandola possiamo farci un’idea dell’audacia, un’audacia piena di fierezza che non si ferma davanti a interessi meschini, ma vola molto alto. Il volo dell’aquila ricorda certe gesta di uomini audaci. L’uomo “aquilino” non vola, ma il volo dell’aquila può farci conoscere meglio, attraverso i sensi, alcuni aspetti della sua anima.

    Questi che abbiamo menzionato finora sono simboli naturali. Ma possiamo prendere in considerazione anche alcuni simboli che ci permettono di toccare già nel soprannaturale. Per un fenomeno che non esito a definire mistico (non si tratta, chiaramente, della “grande” mistica dei santi contemplativi), Dio può esercitare su un’anima che ammira, per esempio, una vetrata gotica, un’azione che la elevi fino al soprannaturale.

    Immaginiamo di entrare in una cattedrale gotica, in quella, ad esempio, di Bourges nel Belgio. La chiesa è vuota, silenziosa, raccolta, tutta illuminata dagli sfavillanti raggi del sole che, filtrando dalle vetrate, disegnano giochi di luci e colori sul pavimento, rendendolo simile ad un tappeto di pietre preziose... Ad un tratto, il maestro comincia a suonare l’organo. L’eco delle note musicali risuona tra le enormi volte, invade la navata. Così, alla sensibilità visuale delle forme e dei colori, si somma quella uditiva della musica.

    Non è vero che, in tali circostanze, possiamo avvertire qualcosa di soprannaturale? È un’azione della grazia per la quale la persona comprende, quasi, direi, “sente” la misteriosa analogia fra quelle forme, quei colori, quei suoni e alcuni elementi del mondo soprannaturale. In altre parole, in concomitanza con le impressioni sensibili, Dio permette all’uomo di cogliere qualcosa di soprannaturale analogo a ciò che i suoi sensi stanno percependo.

    L’uomo può avere l’impressione che siano le cose sensibili che determinano quella conoscenza. Ma la fede gli dice che è la grazia divina.

    Cos’è la grazia? La grazia è una partecipazione creata nella vita increata di Dio. Attraverso la grazia, la nostra intelligenza può cogliere, in modo fugace, qualcosa dello stesso lumen divino. In questo senso, le forme architettoniche, i colori, i suoni, possono servire all’uomo da strumenti per conoscere qualcosa di Dio stesso. Sono, appunto, simboli.

    È per questo che possiamo comprendere e apprezzare certi simboli dell’araldica, che di per sé sarebbero mostruosi. Io non conosco un simbolo araldico più bello dell’aquila bicipite. Un’aquila con un solo corpo e due teste sarebbe, di per sé, un mostro. Se da un uovo di aquila spuntasse un pulcino con due teste, sarebbe subito portato in qualche istituto di anatomia patologica...

    Ebbene, questo essere che, in natura, sarebbe mostruoso, è il simbolo della Casa Imperiale e Reale d’Austria-Ungheria. Una cosa bellissima! L’aquila bicipite nello stemma degli Asburgo non suscita repulsione. Anzi, esprime la nobiltà e l’universalità del potere della dinastia asburgica, un potere tale che una sola testa non basta per portare la corona.

    Stesso commento per il leone alato. Il leone non vola, è pesante. Per volare avrebbe bisogno di ali di dimensioni inimmaginabili. Una mostruosità. Ebbene, uno dei più bei simboli araldici è il leone alato della Serenissima Repubblica di Venezia.

    Ricordo un episodio letto in un libro di memorie. Al tempo in cui Venezia faceva parte dell’Impero austro-ungarico, durante un ballo di gala un diplomatico austriaco si rivolse a un nobile veneziano e, con tono giocoso, esclamò: “Che strano il vostro Paese dove i leoni hanno ali!”. Senza scomporsi, il gentiluomo rispose per le rime: “Non più strano di quel Paese dove le aquile hanno due teste...”

    In realtà, i due scherzavano, nel modo raffinato consono ai salotti nobiliari, sul fatto che i simboli dei loro rispettivi Paesi sono, dal punto di vista naturale, un’assurdità. Ma, i simboli, essendo tali, sorvolano la realtà concreta, rivelando valori metafisici superiori. Ai simboli si permettono certe audacie che, invece, non si addicono alla realtà concreta.

    Ancora un esempio: il giglio dorato dei Borbone, chiamato in araldica fiordaliso. Io non credo che esista in natura un giglio dorato. Non ne ho mai sentito parlare. Eppure, il giglio dorato su sfondo blu è il simbolo della monarchia francese. Un simbolo per il quale tanti francesi hanno sacrificato la propria vita.

    Se un tale esclamasse: “Ma che strano, un giglio dorato! Non ne ho mai visto uno! I gigli dorati non esistono!” - risponderei - “Mio caro, Lei non ha capito proprio niente...”.

    Giungiamo così alla conclusione che i simboli, pur appartenendo perfettamente al mondo reale, rimettono a una sfera superiore. Il simbolo avrà tanto più valore quanto più rimetta a tale sfera. Il ruolo del simbolo è di offrire alla sensibilità la chiave per comprendere il mondo spirituale.

    Possiamo affermare che la finalità più alta dell’arte è far sì che le cose esprimano questo “imponderabile”.

    Da qui il mio gusto per alcune scuole impressioniste. L’impressionismo mostra la realtà non come si presenta ai sensi, ma avvolta in una sorta di nebbia. L’impressionismo mostra più la simbologia delle cose che non la loro realtà.

    Immaginiamo un castello gotico arroccato sulla cima di un altissimo monte. È bello. Immaginiamolo adesso avvolto nella bruma. È ancor più bello. La bruma fa risaltare il suo aspetto leggendario, favoloso, quasi irreale. La bruma invita la fantasia ad aggiungere qualcosa alla realtà del castello.

    Io ritengo che la sensibilità ai simboli sia un’eccellenza dello spirito. Ma reputo un’eccellenza ancor superiore l’avere uno spirito sensibile ai simboli e, tuttavia, capace di farne a meno. Vi faccio un esempio.

    Immaginate un esercito in battaglia, quale, ad esempio, quello di Goffredo di Buglione nella prima Crociata. Egli, con impeto incontenibile, incita i suoi soldati a caricare. Nella mischia l’avversario s’impadronisce del gonfalone, lo calpesta e lo brucia davanti agli occhi di tutti.

    L’esercito può reagire in due modi. Accendersi ancor più di sacro furore, a prescindere dal simbolo vilipeso, e assalire il nemico con maggiore veemenza fino alla vittoria finale. Oppure davanti alla perdita del vessillo, farsi prendere dallo sgomento e indietreggiare.

    Quale esercito è superiore? Evidentemente il primo. Così deve essere l’uomo: sensibile ai simboli ma, allo stesso tempo, non fare di questa sensibilità un fattore risolutivo.

    La TFP, come credo e mi auspico sia, apprezza molto i simboli e se ne serve abbondantemente. Però, se per qualche motivo essi venissero a mancare, la TFP diventerebbe il simbolo di sé stessa, continuando ad avanzare imperterrita!

    Qualcuno potrebbe obiettare: se i simboli sono dispensabili, perché complicarsi la vita con essi? Non converrebbe piuttosto puntare tutto sulla formazione strettamente intellettuale e abbandonare i simboli?

    Esattamente il contrario. Il simbolo aiuta la sensibilità a elevarsi fino alle vette dove l’intelletto è già arrivato con la ragione e, soprattutto, con la Fede. È così che l’uomo, anima e corpo, trova l’equilibro. Non può fare a meno dei simboli un uomo che, prima, non se ne sia servito abbondantemente.

    Altri potrebbero controbattere: riconosciamo l’importanza del simbolo per la conoscenza totale dell’uomo, ma una volta assolta la sua funzione, cioè aiutare la sensibilità a unirsi all’intelletto, possiamo dispensarlo?

    Nemmeno in questo caso. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Può darsi che un uomo molto coraggioso pensi di non avere bisogno dei simboli. Ma ci sono momenti in cui il pericolo è tale che egli comincia, istintivamente, ad aver paura. L’istinto di conservazione è troppo forte. Nella ribellione contro gli istinti, un simbolo può essere un potente aiuto.

    Ancora un’obiezione: Ma c’è la grazia divina. Dunque il simbolo diviene dispensabile.

    Piano, piano. La grazia supplisce quando mancano i simboli. Ma, avendo la possibilità di usare simboli, messi alla sua portata dalla Divina Provvidenza, l’uomo dovrebbe servirsene per il suo bene. D’altronde, col supporto dei simboli, l’azione della grazia è molto più possente e dinamica. Dio ci ha dato la possibilità di praticare l’eroismo attraverso l’azione congiunta della preghiera, che ci ottiene la grazia divina, e dell’intelletto, ma non ci esonera dal servirci dei simboli che ha messo a nostra disposizione per il nostro bene spirituale.

    È chiaro quindi perché la formazione nella TFP dovrebbe essere intensamente simbolica. L’entusiasmo collettivo suscitato dalle nostre cerimonie — per esempio, la Messa solenne celebrata in occasione del Natale appena trascorso [1987] — è dovuto in larga misura all’uso dei simboli. In tutte le nostre manifestazioni essi sono presenti. E la nostra sensibilità, devastata da milioni di simboli cattivi con cui la Rivoluzione ci bombarda ogni giorno, viene ripulita, quasi come se le cerimonie fossero un detergente spirituale. Le cerimonie disintossicano l’anima dall’azione malefica della Rivoluzione e ristabiliscono l’equilibrio.

    Ecco perché sono convinto che le TFP dovrebbero, beninteso senza eccessi, moltiplicare i loro simboli.

    In quest’ottica va altresì considerata la cortesia abituale che contraddistingue le TFP. Noi ci diamo del “Lei” e siamo nei confronti del prossimo molto cerimoniosi.

    Qualcuno potrebbe replicare: ma cosa cambierebbe se cominciassimo a darci del “tu”?

    Rispondo: cambierebbe il valore simbolico. Il “Lei” è una parola simbolica che induce la persona a collocarsi, nei confronti dell’altro, in una posizione di apprezzamento del suo lato più elevato.

    Due fratelli, sin da piccoli, si danno naturalmente del “tu”, un’abitudine che traduce la legittima uguaglianza che esiste tra fratelli. Ma se entrambi diventano, poi, sacerdoti, il loro passato di intimità viene superato dalla nuova condizione, molto più nobile. Quegli stessi bambini, che giocavano insieme ai soldatini di piombo, sono stati chiamati dalla grazia a servire Dio in modo molto speciale. È come se Dio parlasse loro: “Figli miei, Io vi ho scelto per servirmi nel sacerdozio, deviando il corso naturale delle vostre vite. Dovete abbandonare le piccole prospettive delle vostre vite passate e camminare invece su quelle dell’eroismo e dello splendore. Voi adesso siete Miei!”

    Cosa analoga succede nella TFP. Se due fratelli entrano nella TFP, accedendo dunque a uno stile di vita di dedizione e di eroismo nella lotta contro la Rivoluzione, è logico che il loro comportamento debba rispecchiare la stima per la nuova situazione dell’uno e dell’altro. E, quindi, usano il “Lei” per esprimere reciproco rispetto.

    Un altro esempio. Immaginiamo due principi fratelli che ereditano il trono di due diversi Paesi. Essi non possono più chiamarsi con i nomignoli che usavano quando erano bambini. In un discorso pubblico, per esempio, uno non potrebbe assolutamente rivolgersi all’altro come “mio caro Peppino...” Dovrà chiamarlo “Altezza Reale”. E viceversa.

    Qualcuno dirà: ma questo è il modo in cui un suddito si rivolge al Re. Il fratello del Re, invece, non ha bisogno di queste formule di cortesia poiché è uguale in dignità. Invece ne ha proprio bisogno! Proprio perché l’uguaglianza fra i due rischierebbe di non far risaltare la dignità della carica occupata dall’altro, entrambi i fratelli devono usare formule che esprimano questo rispetto.

    Alla luce di queste considerazioni si comprendono tutt’una serie di usanze nelle TFP. Per esempio, il modo di inginocchiarsi e di pregare il Santo Rosario: deciso, militante. Un modo che sembra dire: Io sono cattolico, apostolico, romano! E me ne vanto!

    Non meno emblematico è il nostro modo di salutarci: Salve Maria! Questo saluto è stato introdotto da me, quando ero leader delle Congregazioni Mariane [negli anni 1930]. Quando ci incontriamo, noi non ci diciamo “Buongiorno” o “Buonasera”, ma “Salve Maria!”. Questo saluto intende sottolineare la nostra primordiale appartenenza alla Madonna. Se noi ci incontriamo per pregare, per pranzare o per lavorare, ci salutiamo Salve Maria! per indicare che facciamo tutto ciò per la gloria di Nostra Signora.

    Esiste, poi, un rapporto molto intimo fra la purezza e la sensibilità ai simboli. Vi ricordate della beatitudine “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”?

    Questa beatitudine implica una promessa: i puri di cuore vedranno Dio. E questo si può realizzare già su questa terra. Il puro di cuore diventa molto sensibile ai simboli, che gli permettono di elevarsi a Dio. Egli approfitta abbondantemente dei simboli che Dio ha messo a sua disposizione sulla terra.

    Il puro di cuore è dotato, inoltre, un certo discernimento dello spirito per cui è capace di vedere la virtù nelle altre persone, ravvisandovi il soprannaturale, proprio perché “vede Dio”. Cioè, egli “vede Dio” simboleggiato in quella virtù. Egli discerne la grazia che è una partecipazione nella vita di Dio.

    Questa purezza di cuore produce la castità.

    Fra tutti i difetti dell’uomo, l’impurezza è quella che più lo avvilisce perché colloca la sua intelligenza al di sotto della sua sensibilità, degradandolo a una condizione quasi animalesca. L’impurezza impedisce all’uomo di “vedere Dio”. L’uomo impuro insegue soltanto i godimenti della carne, perde interesse per le cose più elevate e può addirittura diventare insensibile alla grazia divina.

    Dio non smette mai di bussare al cuore di un peccatore. Ma se questi se ne infischia, al punto da diventare insensibile a questo appello?

    Dio affida a talune persone la missione di essere simboli. Esse hanno un portamento, un modo d’essere che corrisponde a una certa grazia, accompagnato dalla capacità di esprimere sensibilmente questa grazia. Hanno un modo d’essere che rende particolarmente allettante la virtù legate alla grazia. Perciò sono chiamate non solo a praticarla in modo esimio, ma a simboleggiarla. Scusatemi per la banalità della metafora, ma queste persone sono come cartelloni pubblicitari della virtù.

     

    *Annotazioni raccolte durante una conversazione informale del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nel corso di una cena nella Fazenda de Morro Alto, San Paolo, 6 gennaio 1988. Senza revisione dell'autore.

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  • Studio / Il riscatto della Tradizione e il ruolo di Plinio Corrêa de Oliveira nella creazione della destra religiosa internazionale

     

     

    di Julio Loredo

    Nella mitologia rivoluzionaria il processo storico va costantemente “avanti”, cioè verso forme di pensare, di sentire e di vivere sempre più liberali, più ugualitarie, più tolleranti, più laiche, più inclusive, insomma più “moderne”. In altre parole, va sempre verso sinistra. Inesorabilmente.

     

    Dal “malaise” al “Revival”

    A cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, questa sembrava una verità inoppugnabile. Mentre in campo culturale le tossine del Sessantotto scioglievano le fondamenta morali e psicologiche dell’Occidente, in campo socio-politico il comunismo avanzava imperterrito. Gli Stati Uniti, leader de facto del mondo non comunista, arretravano, specialmente dopo il disastro del Vietnam. Il popolo americano sprofondò psicologicamente in ciò che gli analisti chiamarono un “malaise”, interpretato come avvisaglia di una morte non molto lontana. Questo “malaise” si propagò, poi, per tutto il mondo occidentale.

    In campo ecclesiastico, i fautori della cosiddetta ermeneutica della rottura e della discontinuità, che interpretano il Concilio Vaticano II come la nascita di una Nuova Chiesa, cantavano vittoria. Soffiava forte nella Chiesa la cosiddetta “euforia del dissenso”. La linea progressista trionfava ovunque. Il tradizionalismo era ridotto, quasi letteralmente, a quattro gatti.

    Nel 1979, però, tutto cominciò a cambiare.

    A maggio, Margaret Thatcher vinse le elezioni in Gran Bretagna, avviando quindi una riscossa conservatrice che, in pochi anni, smantellò l’apparato socialista che aveva dominato il Paese per più di mezzo secolo. Poi, nel novembre 1980, vinse le elezioni americane Ronald Reagan, conducendo al potere il Conservative Movement. E, anche qui, il Paese fu investito da una svolta copernicana. “The Sixties are Over! – Gli anni Sessanta sono finiti!”, era uno degli slogan più ripetuti. Era l’inizio del Conservative Revival, la Rinascita Conservatrice, che si estese poi per il mondo, portando al governo in molti Paesi una nuova destra di chiara ispirazione religiosa.

    In campo ecclesiastico, il pontificato di Giovanni Paolo II, seppur con luci e ombre, segnò in ugual modo una svolta, della quale fu esempio il motu proprio Ecclesia Dei (1988), che aprì di nuovo le porte alla Messa tridentina. Il tradizionalismo cominciò a crescere ovunque, specialmente tra i giovani. Nacquero diversi istituti religiosi ed ecclesiastici di orientamento conservatore/tradizionalista. Gli eccessi della teologia progressista furono condannati. Questa svolta si rafforzò ulteriormente nel pontificato di Benedetto XVI, per esempio col motu proprio Summorum Pontificum, arrivando a situazioni come quella francese, dove quasi la metà dei sacerdoti ordinati è di rito tradizionale.

    Il Conservative Revival, sia nei suoi aspetti temporali sia in quelli religiosi, è stato studiato con dovizia di particolari e profondità da molti intellettuali. Abbonda la letteratura accademica in merito. Eppure c’è un punto ancora non sufficientemente esplorato: il ruolo del Brasile e, in concreto, del professor Plinio Corrêa de Oliveira nella gestazione e nello sviluppo di questa reazione.

    Per iniziare a colmare questo vuoto, Benjamin A. Cowan ha recentemente pubblicato il libro Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious RightBrazil, the United States and the Creation of the Religious Right (University of North Carolina Press, 2021, 294 pp.). Laureato a Harvard, il professor Cowan è docente di storia all’Università della California a San Diego.

    Il lavoro di ricerca è corposo. Non meno di 824 note a piè di pagina attestano la dovizia di riferimenti con cui l’autore ha voluto arricchire la sua opera. Buona parte delle fonti è inedita: l’archivio personale di monsignor. Geraldo di Proença Sigaud; rapporti dei Servizi d’intelligence brasiliani; i Paul Weyrich Papers della sezione manoscritti della Library of Congress; gli archivi diocesani di San Paolo e Diamantina; l’archivio del ministero degli Esteri brasiliano e via dicendo.

    Come in ogni lavoro di analisi storica, ci sarebbero da fare alcuni distinguo, specialmente da parte di persone, come il sottoscritto, che hanno partecipato ad alcuni dei fatti raccontati, oppure hanno avuto contatto intimo con chi vi ha preso parte. Ciò nonostante, si tratta di un’opera sostanziosa, destinata a condizionare la ricerca accademica sull’argomento. Giova ricordare che il professor Cowan è un liberal, e si colloca pertanto in una posizione ideologica opposta a quella delle realtà studiate. Lungi dall’essere un’apologia, la sua è una critica, a volte perfino caustica.

     

    Il Concilio Vaticano II

    Il primo capitolo è dedicato al Concilio Vaticano II.

    Nonostante l’ingente bibliografia ormai disponibile sul Concilio, Cowan sostiene che gli studiosi non hanno ancora dato il dovuto rilievo all’“azione decisiva di un gruppo coeso di brasiliani che ha lavorato durante e dopo il Concilio per arginare l’onda riformista. (…) La centralità dei brasiliani [nella reazione tradizionalista] è solitamente avvolta nell’ombra” [1]. Si sono trascurati, per esempio, gli interventi di mons. José Maurício da Rocha, vescovo di Bragança Paulista, “monarchico, ferocemente antimodernista, anticomunista e antiliberale”. Più nota, ma ancora non ben studiata, è l’azione di monsignor Geraldo de Proença Sigaud, arcivescovo di Diamantina, e di monsignor Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos.

    Questo “gruppo coeso di brasiliani” era formato da questi ultimi due Padri conciliari, animati e sostenuti dai membri della TFP, che per l’occasione avevano aperto ben due sedi nella Città Eterna. L’ispiratore e forza motrice del gruppo era, senza dubbio, il professor. Plinio Corrêa de Oliveira.

    Nonostante questo gruppo “abbia giocato un ruolo principale, e in certo senso pioneristico, nella politica del cattolicesimo tradizionalista, in ambito nazionale e transnazionale, durante e dopo il Concilio, Mayer, Sigaud e la sensazionale TFP sono spesso lasciati fuori dalla storiografia sulla genesi della reazione cattolica arciconservatrice nel mondo. (…) I ricercatori hanno largamente ignorato questo contributo brasiliano. (…) In questo primo capitolo vorrei tratteggiare questo attivismo dei brasiliani conservatori durante il Concilio Vaticano II come un elemento nella costruzione e lo sviluppo del tradizionalismo cattolico transnazionale. (…) I brasiliani furono, in alcun modo, la principale – e finora trascurata –  forza dietro la resistenza conservatrice nel Vaticano II” [2].

    Ovviamente, Cowan non afferma che questa sia stata l’unica componente della reazione tradizionalista durante il Concilio. Sostiene appena che finora non le si è data la dovuta attenzione.

    L’azione antiprogressista di Plinio Corrêa de Oliveira, secondo Cowan, comincia negli anni Trenta con la costituzione del Gruppo del Legionario, e continua con la sua opposizione al neomodernismo in seno all’Azione Cattolica negli anni Quaranta, e con la fondazione del movimento Catolicismo negli anni Cinquanta. Allo scoccare dei Sessanta, l’opera antimodernista di Plinio “aveva riverberato in Brasile [e anche] avuto significative ripercussioni internazionali che aiutarono a plasmare e a sostentare la reazione cattolica globale alla modernizzazione e la secolarizzazione” [3]. Quando il dottor Plinio giunse a Roma nel 1962, dunque, egli aveva già le idee molto chiare e un piano di battaglia perfettamente tracciato, a differenza di tanti altri conservatori che “furono colti di sorpresa dalla svolta progressista del Concilio” [4]. Infatti, spiega Cowan, “la TFP anticipò l’orientamento del Concilio, e iniziò a organizzarsi prima che esso cominciasse” [5]. L’archivio privato di monsignor Sigaud contiene il resoconto delle riunioni con Plinio Corrêa de Oliveira per preparare il piano di opposizione all’assalto progressista nel Concilio, prima di recarsi nella Città Eterna.

    Questo piano è contenuto nel votum presentato al Concilio da mons. Sigaud ma ispirato, e forse in parte scritto, da Plinio Corrêa de Oliveira: “La Chiesa deve organizzare, su scala mondiale, la lotta contro la Rivoluzione” [6]. La visione realisticamente preoccupata del dottor Plinio contrastava notevolmente col “giubilo” che non pochi conservatori nutrivano per l’indizione del Concilio, vedendovi un’opportunità di “rinnovamento conservatore”, mentre il leader brasiliano temeva che si trasformasse in una debacle [7].

    Durante il Concilio, i tradizionalisti si riunirono nel Coetus Internationalis Patrum. Dall’archivio di mons. Sigaud emerge la centralità di costui nella formazione del Coetus, sempre incoraggiato da Plinio Corrêa de Oliveira. Sono suoi, per esempio, i manoscritti con “gli schemi per la struttura, riunioni, pubblicazioni, attività e finanziamento” del Coetus. In una lettera al ministro degli Esteri brasiliano, chiedendogli sostegno economico, mons. Sigaud scrive: “Non trovo [a Roma] collaboratori disinteressati e affidabili. Gli attivisti brasiliani, al contrario, lavorano appena per un senso di dedizione alla nostra causa, con grande efficacia e discrezione.(…)  Essi sono specialisti, ognuno in un aspetto del Concilio. (…) La spina dorsale del Coetus è sempre stata, e deve continuare a essere affidata a questi attivisti brasiliani” [8]. Conclude Cowan: “L’attivismo della TFP assunse un’importanza centrale nella mobilitazione del blocco conservatore”.

    Lo stesso monsignor Marcel Lefebvre definiva la TFP il “comitato direzionale” del Coetus [9]. Opinione condivisa dallo storico francese Henri Fesquet. In conclusione, Cowan afferma: “Come abbiamo visto, Marcel Lefebvre e i suoi seguaci erano tra coloro che ritenevano i brasiliani gli attori principali, perfino degli eroi, in questo campo” [10].

    Trascuriamo un lungo capitolo intitolato La bellezza delle gerarchie, in cui Cowan spiega le dottrine che animano la TFP. È interessante, comunque, rilevare come, secondo Cowan, la TFP deduce dalla sua visione cattolica non solo una visione antiprogressista in campo religioso ma anche una concezione tradizionalista della società temporale, intimamente collegata alla prima. Donde le sue battaglie in campo politico, sociale, culturale, morale e religioso. È interessante rilevare anche l’insistenza di Cowan sulla “dimensione estetica” della Contro-Rivoluzione voluta dalla TFP.

    Conclude il professor Cowan: “Anche se il tradizionalismo cattolico è il campo in cui questi attivisti [della TFP] hanno avuto l’effetto più diretto e riconosciuto, il loro impatto si estende pure al più ampio campo del moderno conservatorismo religioso. È ciò che tratterò nei prossimi capitoli. (…) L’attivismo [della TFP] fece del Brasile un locus importante per lo sviluppo di questo particolare brand di conservatorismo religioso, che poi troverà eco dentro e fuori dal Brasile” [11].

     

    Creazione della “Nuova Destra transnazionale”

    Nel quarto capitolo, Cowan intende “tracciare il ruolo del Brasile come un nucleo principale nella rete che diede origine alla Nuova Destra transnazionale” [12]. Bisogna subito chiarire che la “Nuova Destra” alla quale egli si riferisce non ha niente a che fare con la Nouvelle Droite europea, di matrice neopagana. I fondamenti di questa Nuova Destra, secondo Cowan, erano l’anticomunismo, la difesa dei valori morali e della cultura occidentale. Proprio la comune avversione al comunismo – allora il peggiore nemico della civiltà cristiana occidentale – portò molti gruppi e movimenti a cercare di accomunare gli sforzi. Cowan mostra che la TFP ebbe in questo un ruolo principale: “Il Brasile divenne un cardine per la gestazione e l’accreditamento [empowerment] di personaggi e di movimenti di destra, la cui importanza varcherà i confini nazionali” [13].

    Con base a documenti perlopiù inediti, l’autore analizza specialmente i rapporti tra le TFP e la New Right americana. Per capirli bisogna fare un passo indietro.

    Sulla fine degli anni Quaranta, con la pubblicazione di Burke’s Politics [14], comincia a prendere corpo negli Stati Uniti ciò che più tardi si chiamerà il Conservative Movement [15]. Dopo un periodo di elaborazione dottrinale, e un prematuro, e quindi fallito, tentativo elettorale con Barry Goldwater nel 1964, sulla fine degli anni Sessanta questo movimento sbarcò a Washington, dove fondò think tanks come l’Heritage Foundation, e strutture per l’azione politica come la Free Congress Foundation. Ne era l’anima Paul Weyrich, un cattolico tradizionalista di origini austriache[16]. Nel 1980 questa New Right contribuì a portare alla presidenza Ronald Reagan, il primo presidente “conservatore”. Inizia quindi un profondo e vigoroso Conservative Revival, che incide non solo sulla politica ma anche sulla cultura[17].

    Oltre all’azione politica e culturale, i cattolici della New Right (difatti la voce predominante) iniziarono una campagna di opposizione al progressismo dentro la Chiesa. A questo fine fondarono il Catholic Center, per “combattere il movimento progressista di sinistra nella Chiesa” [18]. È da questa fucina, per esempio, che uscì nel 1986 la prima denuncia delle lobby omosessuali[19]. Come pure uscirono diversi studi contro la cosiddetta Teologia della liberazione[20]. Non è un caso che oggi ci siano non meno di quindici Messe in rito romano antico nell’area metropolitana di Washington D.C. È l’onda lunga del Conservative Revival.

    Attento agli sviluppi che avrebbero potuto indicare una reazione potenzialmente contro-rivoluzionaria, il professor Plinio Corrêa de Oliveira diede molta importanza all’ascesa di questa New Right, sia per la sua azione concreta, sia soprattutto per ciò che rappresentava come cambiamento nel panorama ideologico nord-americano. Al fine di stringere i rapporti con essa, la TFP americana incrementò la sua presenza nella capitale col TFP Washington Bureau, al quale Cowan dedica non poco spazio.

    Nel giugno 1981, Plinio Corrêa de Oliveira ricevette a San Paolo la visita di James Lucier, consigliere della Commissione esteri del Senato americano, e Francis Bouchey, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Interamericano, entrambi esponente di spicco della New Right. Poi, nel 1988, egli ricevette la visita dei dirigenti della New Right, tra cui Paul Weyrich e Morton Blackwell. Nel discorso ai soci e cooperatori della TFP brasiliana, Weyrich confidò: “Le conversazioni che ho avuto col vostro leader [Plinio Corrêa de Oliveira] sono state le più straordinarie di tutta la mia carriera politica” [21].

    A Cowan interessa, soprattutto, l’internazionalizzazione di questa Nuova Destra. Egli dedica quindi diverse pagine a raccontare la storia dell’International Policy Forum, un’alleanza di associazioni conservatrici concepita da Paul Weyrich e presieduta da Morton Blackwell. “La costruzione di una Nuova Destra transnazionale – spiega Cowan – fu fatta attraverso organizzazioni specificamente create a questo scopo. (…) L’International Policy Forum (IPF) fu una di queste organizzazioni, forse l’esempio paradigmatico. (…) L’IPF ha ricevuto relativamente poca attenzione accademica” [22]. La prima riunione si tenne a Washington nel 1985.

    “Da più di due secoli gli intellettuali e gli attivisti della sinistra avevano costruito le loro reti internazionali [mentre] i conservatori erano totalmente ignari dei loro consimili in altri Paesi”, leggiamo in un documento dell’IPF[23]. Il riferimento a “più di due secoli” è interessante, e mostra come i membri dell’IPF non fossero esclusivamente anticomunisti, ma avessero una visione più ampia del processo rivoluzionario.

    L’idea di una “transnazionale conservatrice” non era nuova. Infatti, le Società per la difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà – TFP, ormai presenti in venti Paesi, formavano già una sorta di “Internazionale della Contro-Rivoluzione”. Fu proprio su suggerimento di Plinio Corrêa de Oliveira, e ispirato all’esempio delle TFP, che Paul Weyrich concepì l’IPF, invitando quindi il leader brasiliano a fare parte del Board of Governors“Weyrich stabilì uno stretto e fruttifero rapporto con la Società brasiliana di difesa della Tradizione Famiglia e Proprietà (TFP), o meglio, con la rete transnazionale di associazioni TFP” [24]. Infatti, in molti dei suoi viaggi internazionali, per prendere contatto con realtà conservatrici/tradizionaliste, il leader della New Right era accompagnato da membri delle TFP che “introducevano Weyrich nella rete degli amici locali”.

    Tutti questi sforzi, spiega Cowan, “costruivano coalizioni internazionali in difesa del cristianesimo tradizionale” [25]. Cowan torna spesso sull’idea della “centralità della TFP”: “La TFP proliferò geograficamente, stabilendo branche in tutto il mondo atlantico. Più importante ancora, la TFP manteneva rapporti con la maggior parte dei movimenti della Nuova Destra ed estremisti [sic], collocandosi nel centro degli sforzi per creare vincoli internazionali di collaborazione” [26].

    In questo modo, prese corpo ciò che Cowan chiama una “Nuova Destra transnazionale”. Afferma il docente californiano: “Questi rappresentanti della destra brasiliana furono i pionieri nel creare reti di collaborazione con simili realtà del Nord, una collaborazione che mise le basi per la costituzione di una Nuova Destra transnazionale” [27]. L’autore passa quindi ad enumerare le idee-base di questa Nuova Destra: “Nostalgia per il passato, meglio se medievale; visione soprannaturale; anticomunismo; antimodernismo; moralismo; antiecumenismo; difesa delle gerarchie; difesa della proprietà privata e della libera iniziativa” [28]. Secondo l’autore, “la TFP era l’attore principale nello sviluppo di questa crociata neoconservatrice nel continente e nel mondo”.

    È importante notare che lo stesso Cowan ammette che, nel corso di queste trattative, la TFP mantenne sempre la sua identità di “cattolici militanti”, senza mai cedere a compromessi e senza mai nascondere che il suo scopo era la Contro-Rivoluzione, cioè la restaurazione della Civiltà cristiana nella sua integrità.

    Oltre a questi sforzi per mettere in comunicazione la galassia New Right, Cowan descrive seppur brevemente gli sforzi per entrare in contatto con realtà tradizionaliste europee, come Alleanza Cattolica in Italia e Lecture et Tradition in Francia.

    Benjamin Cowan conclude auspicando che il ruolo della TFP e del prof. Plinio Corrêa de Oliveira nella formazione della reazione antiprogressista nel mondo possa essere meglio studiato dagli specialisti.

     

    Note

    [1] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas. Brazil, the United States and the Creation of the Religious Right, University of North Carolina Press, 2021, pp. 16-17.

    [2] Ibid., pp. 17-19.

    [3] Ibid., p. 18.

    [4] Ibid., p. 25.

    [5] Ibid., p. 25

    [6] Ibid., p. 230.

    [7] Ibid., p. 234.

    [8]Ibid., p. 23.

    [9] Ibid., p. 24.

    [10] Ibid., p. 59.

    [11] Ibid., p. 59.

    [12] Ibid., p. 137.

    [13] Ibid., p. 137.

    [14] Hoffman, Ross J. S., and Paul Levak (Eds.). Burke’s Politics: Selected Writings and Speeches of Edmund Burke on Reform, Revolution, and War. Pp. xxxvii, 536. New York: Alfred A. Knopf, 1949.

    [15] La letteratura sul Conservative Movement è vastissima. Un riassunto si trova in Modern Age, vol. 26, n° 3-4, 1982.

    [16] Cfr. Patriottismo, combattività e appetenza del soprannaturale. Intervista a Paul WeyrichTradizione Famiglia Proprietà, marzo 2002. https://www.atfp.it/rivista-tfp/2002/103-marzo-2002/733-intervista-a-paul-weyrich

    [17] In realtà, la New Right si collocava assai più a destra di Reagan, a cui rinfacciava di fare troppo poco.

    [18] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 146.

    [19] Enrique T. Rueda, The Homosexual Network. Private Lives and Public Policy, Devin Adair, 1986.

    [20] Enrique T. Rueda, The Marxist Character of Liberation Theology, The Catholic Center, 1986.

    [21] Benjamin A. Cowan, Moral Majorities across the Americas, p. 151.

    [22] Ibid., p. 144.

    [23] Ibid., p. 146.

    [24] Ibid., p. 151.

    [25] Ibid., p. 152.

    [26] Ibid., p. 153.

    [27] Ibid., p. 60.

    [28] Ibid., pp. 154-155.

     

    Fonte: Duc in Altum – Aldo Maria Valli, 30 settembre 2021.

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    Tradizione Famiglia Proprietà: il perché di un lemma

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    La seguente interessante testimonianza, proprio perché proviene da un ambito ideologico del tutto opposto a quello delle TFP, può essere considerata al di sopra di ogni sospetto:

    "In diversi paesi dell'America Latina esiste un gruppo integrista (sic) che si chiama 'Tradizione, Famiglia e Proprietà'. La sua esistenza e la sua attività sono molto inquietanti, ma quello che attira specialmente la mia attenzione è il nome. Osservatori superficiali potrebbero sorprendersi del trinomio 'Tradizione - Famiglia - Proprietà' come se si trattasse di un amalgama artificiale. In realtà, l'unione di questi tre termini non è dovuta al caso, né è stata una scelta arbitraria quella di metterli insieme per fornire il nome a un movimento di estrema destra (sic) particolarmente poderoso. Così come vengono intese nella maggior parte delle volte, la tradizione, la famiglia e la proprietà costituiscono di fatto tre alienazioni (sic) fondamentali dell'uomo, che coesistono l'una accanto all'altra sostenendosi continuamente mediante un tessuto estremamente complesso di rapporti e interdipendenze di ordine economico, psicologico, giuridico.

    "Sarebbe assai facile dimostrare come, ad esempio, l'accesso alla proprietà privata sia stato possibile soltanto in unione allo sviluppo del particolarismo familiare, e come il suo mantenimento possa essere garantito soltanto grazie a un sistema che fissi la cellula familiare nel suo individualismo. Si potrebbe anche dimostrare in quale maniera una certa tradizione, fatta di abitudini solidificatesi in istituzioni di ogni tipo, possa essere lo strumento adeguato di questo immobilismo, ecc.

    "'Tradizione - Famiglia - Proprietà' costituiscono un blocco coerente che si può accettare o rifiutare, ma i cui elementi non è possibile separare". [Max Delespesse, «Jésus et la triple constestation - Tradition, Famille, Proprieté», Fluerus, Novalis, Paris/Ottawa, 1972, pp. 7-8.]

    Bisogna notare che l'autore di questa testimonianza ha assorbito, da buon progressista, linguaggio ed idee marxiste, per cui non sorprende che qualifichi la tradizione, la famiglia e la proprietà come le "tre grandi alienazioni dell'uomo", qualifichi le TFP come movimenti integristi e di estrema destra, accusi la famiglia di essere corrosa dall'individualismo e imputi alla tradizione di essere causa di immobilismo.

    Ciò nonostante va riconosciuto che l'autore ha saputo vedere il vincolo inscindibile che unisce i tre concetti e l'importanza del ruolo che svolgono questi tre valori quali pilastri dell'ordine attuale.

    Per sostituire quest'ordine con una società collettivista e autogestionaria — come lo vogliono i post-comunisti ed i progressisti di tutte le sfumature — è necessaria la distruzione di questi tre pilastri della nostra civiltà.

    Tradizione, Famiglia e Proprietà non è dunque un lemma qualsiasi. È il trinomio anticomunista e antiprogressista per eccellenza, che suscita la simpatia di quanti amano la civiltà cristiana e l'avversione, se non addirittura l'odio, di tutti coloro che, in grado minore o maggiore, si sono lasciati infettare dal virus rivoluzionario.

    Tradizione

    Quando si parla di tradizione, molti pensano subito all'Inghilterra attuale, con la sua regina, la sua camera dei Lord, le sue Rolls Royce, i cappelli a cilindro, la proverbiale raffinatezza e flemma britannica. Fondamentalmente, la parola evoca reminiscenze di tempi remoti che, nell'insieme, provocano negli spiriti reazioni contraddittorie. 

    Per innumerevoli persone, la tradizione così intesa è qualcosa che cambia di aspetto nel corso dei giorni a seconda delle impressioni che di volta in volta lo stile di vita odierno va suscitando in loro. Ci sono dei momenti in cui restano affascinate dall'agitazione delle megalopoli moderne e guardano con entusiasmo alle organizzazioni colossali, alle pianificazioni ciclopiche e alle tecniche odierne, che vanno mutuando in realtà tanti temi cari alla fantascienza. In questi momenti a molti dei nostri contemporanei la tradizione appare come una triste arretratezza, qualcosa di asfissiante, una sorta di giogo a fronte della bufera che va abbattendo ogni gerarchia, portandosi via anche gli ultimi resti di pudore e di rispetto sociale.

    Nelle occasioni in cui, di contro, la volgarità trionfante di un mondo sempre più ugualitario, i ritmi assordanti, frenetici e complicati della esistenza attuale, la minacciosa instabilità di tutte le istituzioni, di tutti i diritti, di tutte le situazioni provocano nevrosi, angoscie e stress in milioni di nostri simili, la tradizione si presenta loro come un'oasi di elevazione dell'anima, buon senso, buon ordine, buona educazione e, insomma, saggia arte di vivere.

    Dunque, che cosa è la tradizione?

    Tradizione viene dal latino "tradere", che significa trasmettere. Si chiama tradizione -- vera tradizione -- il complesso di realizzazioni che una generazione porta a compimento -- nel senso della propia elevazione spirituale, religiosa, morale, culturale e materiale -- e comunica alla successiva.

    In questo senso, tradizione è sinonimo di progresso, un progresso distillato che si trasmette da una generazione all'altra.

    Un luminoso brano di Pio XII illustra queste considerazioni:

    "La tradizione è cosa molto diversa dal semplice attaccamento ad un passato scomparso; è tutto l'opposto di una reazione che diffida di ogni sano progresso. Il suo stesso vocabolo etimologicamente è sinonimo di cammino e di avanzamento. Sinonimia, non identità. Mentre infatti il progresso indica soltanto il fatto del cammino in avanti passo innanzi passo, cercando con lo sguardo un certo avvenire; la tradizione dice pure un cammino in avanti, ma un cammino continuo che si svolge in pari tempo tranquillo e vivace, secondo le leggi della vita, sfuggendo all'angoscia alternativa: 'Si jeunesse savait, si vieillese pouvait'; simile a quel signore di Turenne, di cui fu detto: 'Il y a dans sa jeunesse toute la prudence d'une âge avancé, et dans une âge avancé toute la vigueur de la jeunesse' (Fléchier, Oraison Funèbre, 1676). In forza della tradizione, la gioventù, illuminata e guidata dall'esperienza degli anziani, si avanza di un passo più sicuro, la vecchiaia trasmette e consegna fiduciosa l'aratro a mani più vigorose che prosseguono il solco cominciato. Come indica col suo nome, la tradizione e il dono che passa di generazione in generazione la fiaccola che il corridore ad ogni cambio pone in mano e affida all'altro corridore. Senza che la corsa si arresti o si rallenti. Tradizione e progresso si integrano a vicenda con tanta armonia, che, come la tradizione senza il progresso contraddirebbe a sè stessa, così il progresso senza la tradizione sarebbe una impressa temeraria, un salto nel buio". [Allocuzione al Patriziato ed alla Nobiltà romana, 14 gennaio 1944. Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Tipografia Poliglota Vaticana, vol. V, pp. 177-182.]

    La tradizione, naturalmente, può venire intesa anche in un senso peggiorativo. Ciò avviene quando, cadute in preda all'inerzia, le generazioni successive non realizzano nuovi perfezionamenti, accontentandosi dei valori ricevuti dal passato. Così come ciò che non si rinnova muore, in queste situazioni di sclerosi gli stessi valori del passato incominciano a deperire fino ad estinguersi del tutto.

    Ciò non avviene con la vera tradizione.

    Questa nega che il passato debba rimanere immobile o che tutto quanto esiste nel presente debba essere accettato senza discussione, poiché essa non è a favore del passato in quanto passato, nè a favore del presente in quanto presente.

    La vera tradizione presuppone invece che tutto l'ordinamento autentico e vivo abbia una spinta propulsiva verso il miglioramento e la perfezione: perciò il vero progresso non consiste nel distruggere ma nel costruire. Cioè, la tradizione è la somma del passato al presente, facendo del giorno di oggi non la negazione di quello di ieri, ma la sua armonica continuazione.

    In termini più concreti, la tradizone cristiana è un valore incomparabile, che deve regolare i giorni attuali, evitando ad esempio che l'uguaglianza venga intesa come distruzione delle élites ed esaltazione della volgarità; non consentendo che la libertà serva di pretesto alla depravazione ed al caos; adoperandosi perché il dinamismo non si trasformi in delirio, perché la tecnica non schiavizzi l'uomo: in una parola, la tradizione cerca di impedire che il progresso diventi inumano, insopportabile, odioso.

    Pertanto, la tradizione non vuole estinguere il progresso ma salvarlo da possibili deviazioni suscettibili di trasformarlo in barbarie organizzata, alla quale altri contrappongono una barbarie altrettanto insensata e foribonda, quella del caos creativo, filosofia che fa da battistrada a forme sempre più aberranti di neo-barbarie.

    Tradizione e famiglia

    La tradizione trova la sua vera spiegazione solo alla luce della nozione di famiglia. Se non ci fosse la famiglia, non esisterebbe neppure la tradizione. E in tutti i luoghi dove fiorisce rigogliosa la vita familiare, sia i costumi privati che pubblici, la cultura e la civiltà sono impregnati di tradizioni. 

    Persino in istituzioni quali gli ordini religiosi, le università, le imprese private, il governo e l'amministrazione, ecc., le tradizioni si stabiliscono solo quando si formano, per così dire, famiglie di anime che, sempre rinnovandosi, perseguono tuttavia l'ideale di progredire verso l'alto all'interno di un solco ben determinato.

    Ancora una volta è in Pio XII che troveremo preziosi testi esplicativi. Trattando dei fattori dell'ordine naturale, morale e soprannaturale che fanno della famiglia una ricchissima fonte di continuità fra le generazioni nel corso dei secoli, egli afferma:

    "Di questa grande e misteriosa cosa che è l'eredità, vale a dire il passaggio in una stirpe perpetuantesi di generazione in generazione, di un ricco insieme di beni materiali e spirituali, la continuità di un medesimo tipo fisico e morale conservantesi da padre in figlio, la tradizione che unisce attraverso i secoli membri di una medesima famiglia di questa eredità, diciamo, si può senza dubbio travisare la vera natura con teorie materialiste. Ma si può anche e si deve considerare una tale realtà di così grande importanza nella pienezza della sua verità umana e soprannaturale. Non si negherà certamente il fatto di un sostratto materiale alla trasmissione dei caratteri ereditari; per meravigliarsene bisognerebbe dimenticare l'unione intima della nostra anima col nostro corpo, in quale larga misura le stesse nostre attività più spirituali siano dipendenti dal nostro temperamente fisico. Perciò la morale cristiana non manca di ricordare ai genitori le gravi responsabilità che loro spettano a tale riguardo. Ma quel che più vale è l'eredità spirituale, trasmessa non tanto per mezzo di questi misteriosi legami della generazione materiale, quanto con l'azione permanente di quel ambiente privilegiato che costituisce la famiglia con la lenta e profonda formazione delle anime nell'atmosfera di un focolare ricco di alte tradizioni intellettuali, morali e soprattutto cristiane, con la mutua influenza fra coloro che dimorano in una medesima casa, influenza i cui benefici effetti si prolungano ben al di là degli anni della fanciullezza e della gioventù, sino al termine di una lunga vita, in quelle anime elette che sanno fondere in sè stesse i tesori di una preziosa eredità col contributo delle loro proprie qualità ed esperienze. Tale è il patrimonio, sopra ogni altro pregevole, che, illuminato da una fede salda, vivificato da una forte e fedele pratica della vita cristiana in tutte le sue esigenze, eleverà, affinerà, arricchirà le anime dei vostri figli". [Id. 5 gennaio 1941. Ibid. vol. II, pp.363-366]

    Ma ci si chiederà: questa concezione non si oppone alla democrazia? Pio XII sembra abbia prevenuto l'obiezione quando dice:

    "Per testimonianza della storia, là ove vige una vera democrazia, la vita del popolo è come impregnata di sane tradizioni, che non è lecito di abbattere. Rappresentanti di queste tradizioni sono anzittutto le classi dirigenti, ossia i gruppi di uomini e donne o le associazioni, che danno come suol dirsi il tono nel villaggio e nella città, nella regione e nell'intero paese. Di qui, in tutti i popoli civili, l'esistenza e l'influsso di istituzioni eminentemente aristocratiche nel senso più alto della parola come sono talune accademie di vasta e ben meritata rinomanza". [ Id. 16 gennaio 1946. Ibid. vol VII, pp. 337-342.]

    Ci si potrebbe anche chiedere: questa concezione della tradizione e della famiglia non porta a una società ordinata in classi diverse? Certamente. È lo stesso Pio XII ad affermarlo:

    "Le ineguaglianze sociali, anche quelle legate alla nascita, sono inevitabili: la natura benigna e la benedizione di Dio all'umanità illuminano e proteggono le culle, le baciano, ma non le pareggiano. Guardate pure le società più inesorabilmente livellate. Nessun'arte ha mai potuto operare tanto che il figlio di un gran capo, di un gran conduttore di folle, restasse in tutto nel medesimo stato di un oscuro cittadino perduto fra il popolo. Ma se tali ineluttabili disparità possono paganamente apparire un'inflessibile conseguenza del conflitto delle forze sociali e della potenza acquisita dagli uni sugli altri, per le leggi cieche che si stimano reggere l'attività umana e mettere capo al trionfo degli uni, come al sacrificio degli altri; da una mente invece cristianamente istruita ed educata essi non possono considerarsi quali disposizione voluta da Dio con il medesimo consiglio delle ineguaglianze nell'interno della famiglia, e quindi destinate a unire maggiormente gli uomini tra loro nel viaggio della vita presente verso la patria del Cielo, gli uni aiutano gli altri, a quel modo che il padre aiuta la madre ed i figli. Se questa concezione della superiorità sociale talvolta, per l'urto delle passioni umane, sospinse gli animi a deviazioni nei rapporti delle persone di rango più elevato con quelle di condizione più umile, la storia dell'umanità decaduta non se ne meraviglia. Tali deviazioni non valgono a diminuire o ad offuscare la verità fondamentale che per il cristiano le disuguaglianze sociali si fondono in una grande famiglia umana". [Id. 5 gennaio 1942. Ibid. vol III, pp. 345-349.]

    Se la famiglia genera di suo la tradizione e la gerarchia sociale, per sopprimere queste bisogna dunque fiaccare, depauperare e fare a pezzi la famiglia. È quanto consapevolmente perseguono i rivoluzionari radicali, allo scopo di stabilire il più ferreo ugualitarismo, supremo principio della loro filosofia.

    Tradizione famiglia proprietà

    Un letterato francese raccontò la seguente favola. C'era una volta un giovane tormentato da una critica situazione affettiva. Voleva bene di tutto cuore alla moglie e tributava amore e venerazione profonda alla madre. Orbene, i rapporti fra la nuora e la suocera erano diventati tesi e, accecata dalla gelosia, la giovane donna, incantevole ma cattiva, nutriva un odio immotivato contro l'anziana e rispettabile matrona. Ad un certo momento, la moglie mise il marito davanti ad una terribile alternativa: se non avesse ucciso la madre portandole il suo cuore, lo avrebbe abbandonato. Dopo mille dubbi il giovane cedette, uccise chi gli aveva dato la vita, le strappò il cuore dal petto, lo avvolse in un panno e tornò a casa. Sulla via del ritorno il giovane inciampò e cadde. Udì allora una voce proveniente dal cuore materno che gli chiedeva amorevolmente: "Figlio mio, ti sei fatto male?"

     Con questa commovente narrazione, l'autore voleva mettere in risalto ciò che l'amore materno ha di più sublime e toccante, cioè il suo completo disinteresse, la sua intera gratuità, la illimitata capacità di perdonare. Senza questo amore non esistono paternità o maternità degne di questo nome. Chi nega la eccelsa gratuità di questo amore nega di fatto la stessa famiglia. È questo amore che porta i genitori a voler più bene ai propri figli che agli altri -- in perfetto accordo con la legge di Dio -- e a desiderare per loro la migliore educazione possibile, la migliore istruzione, la vita stabile, la ascesa lungo tutta la scala dei valori, persino quelli sociali.

    Per questo i genitori lavorano, lottano e risparmiano. Il loro istinto, la loro ragione, la propria coscienza li portano in questa direzione. Accumulare un patrimonio per trasmetterlo ai figli in eredità è un desiderio naturale. Negare la sua legittimità è come affermare che il padre deve comportarsi con il figlio come con qualsiasi altra persona, significa distruggere la famiglia. Sì, la eredità è l'istituzione in cui famiglia e proprietà convergono.

    E non solo la famiglia e la proprietà, ma anche la tradizione. Infatti, fra le molteplici forme di eredità che esistono, non è quella del denaro la più preziosa. La eredità -- come viene abitualmente osservato -- fissa molte volte nella stessa stirpe, sia essa nobile o plebea, certi tratti fisionomici e psicologici che costituiscono un anello di congiunzione fra le generazioni, una testimonianza che in qualche modo gli antenati sopravvivono e si perpetuano nei loro discendenti.

    È proprio della famiglia distillare nel corso delle generazioni lo stile di educazione e di vita domestica, così come di attività pubblica e privata, in cui la ricchezza originaria delle sue caratteristiche raggiunga la sua più alta espressione. Questo progresso, realizzato attraverso decenni e secoli, è la tradizione. O una famiglia elabora la propria tradizione come una scuola di vita, di azione, di progresso e di servizio -- per il bene dei suoi membri, come pure per quello della Patria, della Cristianità e della Chiesa -- oppure corre il rischo di generare non di rado individui disadattati, dalla personalità indefinita e senza nessuna possibilità di un radicamento stabile e logico in qualsiasi gruppo sociale.

    A che serve ricevere dai genitori un ricco patrimonio materiale se non viene accompagnato -- almeno in stato germinale quando si tratti di famiglie nuove -- da una tradizione, cioè un patrimonio morale e culturale? Tradizione, certo, che non è un passato atrofizzato ma la vita che un seme riceve dal frutto. Ossia, una capacità di germinare, di produrre qualcosa di nuovo che non sia il contrario dell'antico, ma il suo armonioso sviluppo e arricchimento. Vista così, la tradizione si amalgama armonicamente colla famiglia e colla proprietà, nella formazione dell'eredità e della continuità familiare. Questo principio si fonda sul buon senso e perciò lo recepiscono persino i paesi più democratici.

    Addirittura la gratitudine ha qualcosa di ereditario che ci spinge a fare per i discendenti dei nostri benefattori, anche dopo la loro morte, ciò che questi ci chiederebbero che facessimo. A questa legge sono soggetti non solo i singoli, ma pure gli Stati.

    Lo dimostra questo esempio. Nella guerra civile spagnola i comunisti catturarono il Duca di Veragua, ultimo discendente di Cristoforo Colombo, disponendosi a fucilarlo; però tutte le nazioni americane invocarono all'unisono clemenza perché non potevano guardare con indifferenza all'estinzione della discendenza dell'eroico scopritore.

    Queste sono le logiche conseguenze dell'esistenza della famiglia ed i suoi riflessi sulla tradizione e sulla proprietà. Tutto ciò a dimostrazione di come in effetti, secondo il citato autore francese:

    "Tradizione, Famiglia e Proprietà' costituiscono un blocco coerente che si può accettare o rifiutare, ma i cui elementi non è possibile separare".

     

    (Testo composto da Leo Daniele con brani di diversi articoli del prof. Plinio Corrêa de Oliveira apparsi sulla Folha de S. Paulo: 18-12-1968; 12-03-1969; 24-04-1969; 30-03-1970).

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Una meditazione politica sulla passione e il trionfo di Nostro Signore Gesù Cristo

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Gli eventi che, a partire da oggi, Domenica delle Palme, celebreremo per tutta la prossima settimana, offrono ai cattolici, in mezzo alla tempestosa situazione in cui viviamo, spunti per una meditazione politica molto utile.

    Ci sono due errori funestissimi che, non di rado, incidono sui cattolici. La Settimana Santa ci offre una straordinaria opportunità per smascherarli. Come spesso accade, questi errori non procedono tanto da premesse false quanto incomplete. Sono frutto di una visione parziale e ristretta, e perciò appunto incompleta. Solo una meditazione accurata, fatta alla luce di considerazioni naturali e di argomenti soprannaturali, potrà estirpare il germe velenoso che vi si cela.

    Il primo di questi errori è di ritenere inefficiente l’azione della Chiesa nell’arginare la crisi contemporanea. Si sente dire qua e là, sia in ambienti cattolici sia in ambienti che ruotano intorno ad essi, che la Chiesa è ormai incapace di far fronte, da sola, al comunismo. Dovremmo, quindi, fare appello a un’altra organizzazione al fine di salvare la civiltà cristiana dalla catastrofe incombente.

    Analizziamo con calma l’obiezione. Facciamolo con l’autorità infallibile dei Romani Pontefici. Se per un cattolico un argomento ispirato alle parole dei Papi non è sufficientemente convincente, allora è meglio che se ne torni a studiare il Catechismo prima di tentare di “salvare la civiltà”.

    Papa Leone XIII e, dopo di lui, tutti i Pontefici hanno insegnato che il comunismo è un male di origine eminentemente morale. Nella genesi del movimento comunista vi sono anche fattori economici e politici, ma non sono i principali. Prima di tutto, il comunismo è un movimento che provoca il crollo dei valori morali della civiltà. A sua volta, questa crisi morale ne genera altre economiche, sociali e politiche. Possiamo dunque concludere che i problemi economici, sociali e politici dei popoli contemporanei si risolveranno solo quando si risolverà il problema morale di fondo.

    Orbene, la soluzione al problema morale non può avvenire se non per l’azione della Chiesa, perché solo il cattolicesimo, munito delle risorse naturali e soprannaturali, ha il dono meraviglioso di produrre nelle anime i frutti della virtù, indispensabili perché fiorisca la civiltà cristiana.

    Quanto abbiamo detto è tratto direttamente dalle encicliche dei Papi. Basta studiarle con cura per trovarvi queste verità. O tutti i Papi hanno sbagliato, oppure dobbiamo riconoscere che solo il cattolicesimo può salvare il mondo dalla crisi in cui è immerso. Inutile, dunque, dire che il tal o tale Paese stia agendo bene, oppure che il tal o tale leader dica delle cose giuste.

    Se è vero che solo la Chiesa può rimediare ai mali contemporanei, è nelle fila della Chiesa che noi dobbiamo cercare di lottare per eliminare questi mali. Poco ci importa se altri non fanno il proprio dovere. Facciamo noi il nostro. E se, dopo aver fatto tutto il possibile – sottolineo “tutto”, non parlo di “molto” né di “un po’” – se dopo aver fatto tutto saremo travolti dalla valanga rivoluzionaria, non ci dobbiamo angosciare. Anche se il nostro Paese dovesse sparire, anche se la Chiesa sarà devastata dai lupi dell’eresia, Ella è immortale. Ella saprà galleggiare sopra le acque tempestose del diluvio. Se restiamo nel suo sacro grembo, come Noè nell’arca, dopo il diluvio vi troveremo gli uomini che fonderanno la civiltà cristiana di domani.

    Purtroppo, pochi cattolici vogliono guardare in faccia a questa terribile prospettiva. Come gli ebrei, vogliono vedere Cristo solo su un trono di gloria. Gli sono fedeli solo la Domenica delle Palme, quando la folla Lo acclama e copre la strada con i propri mantelli. Per loro, Cristo deve essere un Re terreno che domina il mondo. Se, invece, per un periodo, l’empietà Lo riduce a un Re crocefisso e vilipeso, allora non ne vogliono più sapere…

    Per tali persone, Cristo non è venuto per salvare le anime per l’eternità. Egli è venuto, piuttosto, per stabilire il regime corporativo oppure per combattere il comunismo. E se, per un attimo, il comunismo sembra vincere, poco manca perché queste stesse persone prendano in mano il flagello e si uniscano agli aguzzini di Cristo: è Lui il grande colpevole della nostra sconfitta!

    Cristo, invece, ha voluto subire tutti gli insulti, gli oltraggi, le umiliazioni, proprio per insegnarci che la storia della Chiesa è piena di Calvari. È molto più meritevole essere fedeli sul Golgota che non sul Tabor.

    C’è, però, un altro errore opposto che non di rado incide su certi cattolici. Ed è per illuminare costoro che Cristo ha voluto la gloria della Domenica delle Palme.

    Ci sono persone dalla mentalità odiosa, che ritengono normale che Cristo soffra, che la Chiesa sia calpestata, umiliata, perseguitata. È gente pigra, che ha come dio il proprio ventre. È gente che pensa che, giacché la Chiesa deve imitare Cristo, è naturale che contro di Essa si scaglino tutti i nemici e la facciano soffrire. Dicono che non sia altro che la Passione di Cristo che si ripete continuamente. E, mentre la Passione si ripete, fanno una vita agiata e confortevole, in mezzo al tumulto dei peccati e all’esacerbazione della sensualità.

    Con tali persone Nostro Signore usò la frusta, scacciandole dal Tempio.

    Non è vero che possiamo incrociare le braccia mentre la Chiesa è assalita dai suoi nemici! Non è vero che possiamo dormire mentre Nostro Signore è portato al Calvario! Cristo stesso ha raccomandato ai Suoi apostoli di “vigilare e pregare”. Se è vero che dobbiamo accettare le sofferenze della Chiesa con la rassegnazione con cui la Madonna accettò le sofferenze del suo Figlio, non è meno vero che sarà per noi motivo di dannazione eterna se contempliamo i dolori del nostro Divino Salvatore con indifferenza, con sonnolenza, con la vigliaccheria dei discepoli infedeli.

    La verità è solo una: dobbiamo essere sempre con la Chiesa, perché solo Ella ha parole di vita eterna. Se la Chiesa è attaccata, dobbiamo lottare per la Chiesa. Dobbiamo lottare fino all’effusione del sangue, impegnandovi tutte le nostre risorse di energia, animo e intelligenza. Se, nonostante tutto ciò, la Chiesa continuerà a essere oppressa, dobbiamo soffrire con la Chiesa, come san Giovanni Evangelista ai piedi della Croce. Così facendo, siamo sicuri che, in questo mondo o nell’altro, Gesù misericordioso non ci rifiuterà lo splendido premio di assistere alla Sua gloria divina e suprema. 

     

    Fonte: «Legionário», São Paulo, N° 236, 21 marzo 1937. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Verso una Chiesa-Nuova?

    Nell’aprile 1969 la rivista “Catolicismo” di San Paolo del Brasile, portavoce della TFP brasiliana, pubblicò un numero speciale doppio contenente il riassunto analitico di un saggio apparso poco prima sulla rivista “Ecclesia”, di Madrid, che denunciava l’esistenza all’interno della Chiesa di gruppi, autoproclamatisi “profetici”, che tramavano per la sua distruzione [“I piccoli gruppi e la corrente profetica”, Ecclesia n° 1423, 11 gennaio 1969]. Riportiamo l’introduzione scritta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira, con una dettagliata disanima della dottrina di questo movimento. Un testo di enorme attualità, che getta luce sulla “Chiesa dei poveri” che taluni settori vorrebbero costruire, anche ai giorni nostri.

     

     

    di Plinio Corrêa de Oliveira

    Insubordinazione e disalienazione: filo rosso dei misteri “profetici”

    Nell’articolo di presentazione di questo numero di “Catolicismo” (intitolato “Il perché di questo numero doppio”), vengono descritti i rapporti fra l’IDOC [Istituto di Documentazione della Chiesa Conciliare, ndr] e i cosiddetti “gruppi profetici”. È facile vedere che questi e quello costituiscono, insieme, una immensa macchina semi-segreta, inserita nella Chiesa, per realizzare il disegno malefico di trasformarla nel contrario di ciò che è stata in questi duemila anni di esistenza.

    Vogliamo, adesso, aiutare il lettore nello studio dell’articolo di “Ecclesia” sui “gruppi profetici”, mettendo in speciale rilievo gli aspetti più profondi e chiarificatori di questa specie di società iniziatiche.

    In questo commento non intendiamo approfondire propriamente la dottrina dei “gruppi profetici”, la coerenza interna delle diverse tesi che la integrano, i loro maestri, i loro precursori, le loro analogie o discrepanze con altri sistemi di pensiero. Né pretendiamo analizzare le condizioni culturali, politiche, sociali, economiche o altre, che favoriscono o avversano la genesi e lo sviluppo di questi gruppi.

    Il nostro obiettivo è più circoscritto e anche di una utilità più immediata. Messi dinanzi alla crescita tangibile dei cosiddetti “gruppi profetici”, alla loro evidente nocività, e quindi alla necessità di sbarrargli il passo, ci domandiamo quale sia il loro programma, se contano con una struttura definita di direzione e di propaganda, com’è questa struttura, come agisce, come vedono le trasformazioni per le quali la Chiesa è passata di recente e continua a passare, quali sono le tecniche di reclutamento, formazione e sovversione usate da questi gruppi, e infine, quali sono i loro rapporti con il comunismo.

    È nell’articolo di “Ecclesia” che cercheremo le risposte a queste domande.

    I. Disalienazione: ribellione contro ogni superiorità e ogni disuguaglianza

    Il concetto-chiave della dottrina dei “gruppi profetici” è, a nostro avviso l’alienazione. Quindi, prendiamola come punto di partenza e come filo conduttore di questa esposizione. Il lettore vedrà che, in questo modo, la materia si farà limpida ed accessibile.

    Alienus è un vocabolo latino che equivale alla parola alieno, cioè di un altro.

    Alienato è colui che non appartiene a se stesso, bensì a un altro.

    Nella prospettiva comunista, ogni autorità, ogni superiorità sociale, economica, religiosa o un’altra qualsiasi, di una classe sull’altra, porta a un’alienazione. Alienante è la classe sociale che esercita l’autorità, o possiede una superiorità, sia attraverso un Re, un Capo di Stato, un Papa, un Vescovo, un Sacerdote, un Generale, un professore o un padrone. Alienata è la classe che presta obbedienza a quella alienante. La classe alienata, per il fatto stesso di essere soggetta a un’altra classe, in misura maggiore o minore, in questa esatta misura non appartiene a se stessa, ed è alienata a quest’altra.

    Trasferendo il concetto di alienazione ai rapporti tra persona e persona nella sfera religiosa, si può dire che un Papa, un Vescovo o un Sacerdote in quanto partecipano alla classe dirigente, che è il Clero, è alienante nei confronti di un semplice fedele, il quale è membro della classa guidata, cioè, il laicato.

    Ogni alienazione è uno sfruttamento dell’alienato da parte dell’alienante. E siccome ogni sfruttamento è odioso, bisogna che l’evoluzione dell’uma- nità conduca alla soppressione di tutte le alienazioni, e perciò di tutte le autorità e disuguaglianze, poiché ogni disuguaglianza crea in qualche modo un’autorità. La formula più conosciuta e popolare della totale disalienazione sta nel motto della Rivoluzione francese: “Libertà, Uguaglianza, Fratellanza”. L’applicazione assolutamente radicale di questo motto condurrebbe a un’anarchia senza caos. La dittatura del proletariato non è altro che una tappa per la realizzazione dell’anarchismo.

    L’egualitarismo radicale è la condizione perché ci sia libertà, ed affinché, cessati gli sfruttamenti e le conseguenti lotte di classi, regni tra gli uomini la fratellanza.

    Ecco la criminale chimera dei comunisti.

    II. Il supremo obiettivo “profetico”: una Chiesa non alienante né alienata

    Dall’articolo di “Ecclesia” si deduce che i “gruppi profetici” vogliono trasformare la Chiesa cattolica da alienante ed alienata, come lo sarebbe ai nostri giorni, in una Chiesa-Nuova, senza nessuna forma di alienazione.

    1ª disalienazione della Chiesa: in relazione a Dio

    a. La Chiesa “costantiniana” (la cui era storica, secondo i “gruppi profetici”, inizierebbe con Costantino, l’Imperatore romano che nel 313 liberò la Chiesa dalle persecuzioni, togliendola dalle catacombe, e si estenderebbe sino ai nostri giorni) crede in un Dio trascendente, personale, dotato di intelligenza e di volontà, un Dio perfetto, eterno, creatore, reggente e giudice di tutti gli uomini. Questi sono infinitamente inferiori a Dio e gli devono ogni soggezione. Quindi, credendo in un tale Dio, gli uomini accettano un Dio alienante. Dunque, la Religione è pura alienazione.

    La Chiesa-Nuova non crede in un Dio alienante. Il Dio della Chiesa “costantiniana” corrisponde a una fase già superata dell’evoluzione dell’uomo, cioè l’uomo infantile e alienato. Oggi, l’uomo, reso adulto dall’evoluzione, non accetta un Dio di cui è, in ultima analisi, un servo, e che lo mantiene nella dipendenza del suo potere paterno, o meglio, paternalista, come dicono in modo peggiorativo i “gruppi profetici”. L’uomo adulto respinge ogni alienazione, e vuole per sé un’altra immagine di Dio: quella di un Dio che non è trascendente nei suoi confronti, ma immanente in lui. Un Dio che è impersonale, come un elemento diffusamente sparso in tutta la natura, e pertanto anche in ogni uomo. In una parola, un Dio che non aliena.

    b. Ed è perché non accetta questa nuova figura di Dio, e si ostina nel mantenere la vecchia figura del Dio personale, trascendente e alienante, che la Chiesa “costantiniana” genera l’ateismo. Infatti, l’uomo adulto di oggi, non potendo accettare questa immagine infantile della divinità, si dichiara ateo. Però, se la Chiesa gli presentasse un Dio aggiornato, immanente e non alienante, egli lo accetterebbe. E smetterebbe di essere ateo.

    c. È vero che l’affermazione di un Dio trascendente e alienante si fonda su numerosi passaggi delle Sacre Scritture. Tuttavia, secondo i “gruppi profetici” questi brani non costituiscono realtà storiche precise. Essi sono miti elaborati dall’uomo non adulto, alienato e bramoso di alienazione. Oggi, queste narrative devono essere reinterpretate secondo un concetto non alienante ma adulto, o persino rifiutate. Con ciò si purifica la Religione dai suoi miti. È propriamente ciò che si chiama demitizzazione.

    d. È, per esempio, ciò che si dovrebbe fare per quanto riguarda la spiegazione della triste condizione dell’uomo, soggetto all’errore, al dolore e alla morte. Per l’uomo adulto, il rimedio per questa situazione non può decorrere da una Redenzione operata dal sacrificio del Dio trascendente incarnato, e completata dalle sofferenze dei fedeli. Il rimedio viene, invece, dall’evoluzione, dalla tecnica e dal progresso. Nel concetto dell’uomo disalienato, non c’è più ragione per le mortificazioni, alquanto masochistiche, che la Chiesa “costantiniana” promuoveva. La Chiesa-Nuova invita a una vita interamente volta alla felicità terrena. La Redenzione-progresso non ha come scopo condurre gli uomini verso un cielo ultraterreno, ma trasformare la terra in un cielo.

    2ª disalienazione della Chiesa: in relazione al soprannaturale e al sacro

    La religione cattolica “costantiniana”, coerente con la sua dottrina sulla trascendenza di Dio, ammette il soprannaturale, e con esso il sacro. Ora, il concetto di un ordine soprannaturale, superiore a quello naturale, di una sfera religiosa e sacra superiore alla sfera temporale, causa evidenti disuguaglianze. Da ciò provengono, ipso facto, molteplici alienazioni. Nella Chiesa-Nuova, disalienante e disalienata, si ammette come realtà soltanto il naturale, il temporale, il profano. È una Chiesa desacralizzata. Da qui decorrono numerose conseguenze:

    a. È ovvio, innanzitutto, che la Chiesa-Nuova è tutta posta nell’ordine naturale. Essa esercita la sua missione salvifica inducendo i fedeli a impegnarsi nel promuovere il benessere terreno.

    b. La nozione della Chiesa come società distinta dallo Stato e sovrana nella sfera spirituale perde, quindi, ogni sua ragion d’essere. La Chiesa desacralizzata è, dentro la società temporale, un gruppo privato come un altro qualsiasi, la cui missione consiste nell’essere all’avanguardia delle forze che promuovono l’evoluzione dell’umanità.

    c. La vita sacramentale cambia pure di contenuto. I Sacramenti hanno un senso simbolico meramente naturale. L’Eucaristia, per esempio, è una cena in cui i fratelli familiarizzano intorno a una stessa tavola. E perciò dev’essere ricevuta come un cibo qualsiasi, durante un comune pasto.

    d. La condizione sacerdotale non dev’essere più considerata sacra, posto che la sacralità muore con la morte delle alienazioni. Nel modo di presentarsi, di vestirsi e di vivere, i sacerdoti devono essere come un laico qualsiasi, poiché la sfera del sacro, a cui appartenevano, è sparita, e devono integrarsi senza riserve nella sfera temporale. Così pure devono comportarsi i religiosi, se ci saranno ancora i tre voti di obbedienza, povertà e castità nella Chiesa, ormai disalienante e disalienata.

    e. Non vi è ragione perché esistano edifici destinati solo al culto, visto che è già morto il soprannaturale e il sacro. In questo mondo evoluto, adulto, contrario alle alienazioni, il culto del Dio immanente e diffuso nella natura può essere praticato in qualunque luogo profano. Se esisteranno edifici destinati al culto, siano utilizzati pure per finalità profane, in modo da evitare la distinzione alienante tra lo spirituale e il temporale.

    3ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla fede, alla morale, al Magistero e all’azione evangelizzatrice

    a. La Chiesa-Nuova è una Chiesa povera. Innanzitutto nel senso spirituale del termine. Una delle ricchezze della Chiesa “costantiniana” consiste nell’affermarsi Maestra infallibile. La Chiesa-Nuova invece non si pretende Maestra. Né tratta i fedeli come discepoli, perché ciò sarebbe alienante.

    Ognuno riceve carismi dallo Spirito Santo, che parla direttamente all’anima. Ed è a questa voce interiore, della quale può prendere coscienza, che ognuno deve credere.

    Tutto ciò, che è vero per le materie riguardanti la fede, lo è pure per la morale. Ognuno ha la morale che gli suggerisce la propria coscienza.

    Insomma, l’uomo vive della testimonianza interiore dei carismi, dei quali prende conoscenza. Così, la Chiesa-Nuova non possiede un patrimonio di verità, di cui immaginerebbe avere il privilegio. In questo risiede il principale aspetto della sua povertà.

    b. Da qui decorre un’altra forma di povertà. La Chiesa-Nuova non ha frontiere. Essa accoglie persone di qualsiasi credo, purché lavorino attivamente per la vera Redenzione, che è il progresso terreno. Essa non è, quindi, come un regno spirituale con frontiere dottrinali definite, bensì qualcosa di etereo, di fluido, che si confonde più o meno con qualsiasi chiesa. In altri termini, la Chiesa-Nuova è super-ecumenica.

    c. Un altro titolo di povertà della Chiesa-Nuova, non essendo Maestra, ed essendo super-ecumenica, è quello di non avere più la necessità di opere di apostolato. Di conseguenza, le università cattoliche, le scuole cattoliche, le opere di assistenza cattoliche mantengono la loro ragion d’essere a patto che non mirino a nessun fine apostolico, né abbiano qualsiasi soggezione alienante e antiecumenica riguardo alla Chiesa: vale a dire, purché rinuncino alla nota cattolica, ed assumano un carattere totalmente profano, secolare e laico.

    d. La povertà della Chiesa-Nuova - essendo la cultura e la civiltà valori dell’ordine temporale e terreno, e non pretendendo esercitare più qualsiasi magistero nel plasmare a sé la società temporale - risiede pure nel fatto che non si può più parlare di cultura né di civiltà cattolica. La cultura e la civiltà dell’uomo evoluto e adulto hanno ricevuto la loro carta di emancipazione: sono desacralizzate e disalienate dalla Religione.

    e. Inoltre, la Chiesa-Nuova è povera nel senso materiale del termine. Essa non solo rifiuta le cattedrali e le basiliche, in cui il sacro ostentava trionfalisticamente la sua superiorità, ma, vivendo nell’era dei poveri, rigetta qualsiasi ricchezza, a qualsiasi titolo possibile.

    f. Infine, la Chiesa-Nuova è povera perché è la Chiesa dei poveri. Da nemica di tutte le alienazioni, si sente anche nemica di tutti gli alienanti, di qualsiasi tipo ed ordine, e invece connaturale alla causa di tutti gli alienati. Perciò, gli sfruttati ed alienati della società attuale hanno nella Chiesa-Nuova il loro posto. Essa è per essenza loro difensore contro i detentori dell’autorità o della superiorità terrena. Per ragioni analoghe in senso inverso, la Chiesa “costantiniana” è complice, per propria natura, di tutte le oligarchie alienanti e sfruttatrici.

    4ª disalienazione della Chiesa: in relazione alla Gerarchia ecclesiastica

    Dal momento che l’autorità è sempre alienante, è doveroso che non esista. E se esistesse, sarebbe soltanto nella misura in cui compiesse la volontà degli alienati, che in questo modo evaderebbero - almeno in certa misura - dal giogo dell’alienazione.

    Nella Chiesa “costantiniana”, la Gerarchia è investita del triplice potere di ordine, magistero e giurisdizione. La Chiesa-Nuova, svuotando i Sacramenti del loro contenuto soprannaturale, che sono sotto il potere della gerarchia di ordine, col negare il Magistero attenta, a rigore di logica, anche contro la gerarchia di giurisdizione.

    Così, l’esistenza di un Papa, monarca spirituale circondato dal Collegio dei principi ecclesiastici, che sono i vescovi - di cui ognuno, nella rispettiva diocesi, è come un monarca soggetto al Papa - non è compatibile con la Chiesa-Nuova. Come pure non possono sussistere i parroci che reggono, sotto gli ordini dei vescovi, porzioni del gregge diocesano.

    Per disalienarla completamente dalla Gerarchia, occorre democratizzare la Chiesa. È necessario costituire in essa un organo rappresentativo dei fedeli che esprima ciò che i carismi dicono nell’intimo della loro coscienza: chiaramente un organo elettivo che rappresenti la moltitudine. Un organo che imponga decisivamente la propria volontà sui gerarchi della Chiesa, i quali, è ugualmente chiaro, dovranno, da quel momento in poi, essere eletti dal popolo.

    A nostro avviso, questa riforma strutturale della Chiesa, auspicata dal movimento “profetico”, è solo una tappa verso la piena realizzazione dei suoi obbiettivi. La totale disalienazione comporterebbe, in una tappa ulteriore, l’abolizione di qualsiasi gerarchia.

    Considerando soltanto la riforma che i “gruppi profetici” ora sostengono esplicitamente, si può dire che vogliono trasformare la Chiesa in una monarchia come quella inglese, cioè, un regime in realtà democratico, diretto fondamentalmente da una Camera popolare elettiva e onnipotente, nel quale va conservato pro-forma un Re decorativo (nel caso della Chiesa-Nuova, il Papa), dei Lord senza potere effettivo (i vescovi e i parroci), e una Camera alta da apparato (il collegio episcopale). Inoltre, affinché l’analogia tra il regime dell’Inghilterra e la Chiesa-Nuova sia completa, è necessario immaginare un Re e dei Lord elettivi (cioè, Papa e vescovi eletti dai fedeli).

    Per completare il quadro della democratizzazione, bisogna aggiungere che nella Chiesa-Nuova le parrocchie costituirebbero dei gruppi fluidi e instabili, e non delle circoscrizioni territoriali definite come sono oggi. A rigore di logica, questa fluidità si estenderebbe pure alle diocesi. La Gerarchia ormai non sarebbe nella Chiesa altro che un vago nome.

    5ª disalienazione della Chiesa: in relazione al Potere Pubblico

    Questa disalienazione è già inclusa, a diversi titoli, nei punti precedenti. La Chiesa “costantiniana”, che ha un governo proprio e sovrano nella sua sfera, desidera l’unione e la collaborazione con il Potere temporale. Così facendo, in un certo modo si alienerebbe ad esso, e in un certo modo lo alienerebbe a sé. Per tutti i motivi sopra esposti, la Chiesa-Nuova dichiara invece di non avere bisogno del Potere pubblico, né di volere con esso relazioni da Potere a Potere. Così, la mutua alienazione sarà cessata.

    Conclusione

    Concludendo, la Chiesa-Nuova sarà interamente disalienata, e smetterà di essere alienante.