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Pietre, serpi e scorpioni

  

 

di Julio Loredo

La sua nomina ad Arcivescovo Metropolita di Lima e Primate del Perù fu un vero terremoto.

Semplice sacerdote in congedo, Carlos Castillo Mattasoglio scavalcò tutti i presuli che, con una lunga e meritevole carriera ecclesiastica alle spalle, erano i candidati naturali a ricoprire questa carica. Non solo. Nel 2012 Padre Castillo era stato censurato da Papa Benedetto XVI per le sue posizioni apertamente marxiste ed eterodosse, quindi rimosso dalla sua cattedra alla Pontificia Università Cattolica del Perù e confinato punitivamente in un quartiere popolare. Sembrava fosse arrivato al capolinea…

Padre Castillo, però, aveva due carte vincenti: una era la sua stretta amicizia col nuovo Papa, Francesco (agevolata dalle comuni origini italiane); l’altra, la comune militanza nel movimento della Teologia della liberazione (o del popolo che si voglia). La scelta di Castillo si inseriva esplicitamente nella politica di sostituzione dei vescovi nominati nei due pontificati precedenti – di linea generalmente moderata o conservatrice – con altri schierati invece con la Teologia della liberazione e con l’utopia politica socialista da essa auspicata. Faceva parte di quel “cambio di paradigma che inspiri un’audace rivoluzione culturale” proposto da Francesco per l’America Latina. Ed ecco che, nel gennaio 2019, egli scelse per la più alta carica ecclesiastica in Perù proprio questo sacerdote, condannato ed esiliato, e d’altronde quasi sconosciuto al di fuori dei circoli accademici della sinistra.

Insediatosi nel marzo 2019 in una cerimonia che ebbe come invitato d’onore padre Gustavo Gutiérrez, il fondatore della Teologia della liberazione, mons. Castillo non ha deluso i suoi patrocinatori. Riprendendo la linea pastorale del cardinale Juan Landázuri, che negli anni 1960-1970 appoggiò senza remore la dittatura comunista del generale Juan Velasco Alvarado, mons. Castillo si è distinto per un continuato e sentito sostegno alla sinistra politica, arrivato al punto di criticare chi si opponga all’attuale presidente Pedro Castillo, di orientamento marxista e vicino alla guerriglia maoista. Citando il suo maestro Gutiérrez, mons. Castillo suole ripetere che “la rivoluzione in Perù dovrà essere religiosa”.

Ciò che provoca più sgomento, però, sono le sue uscite in campo teologico.

Esempio tipico è stata la sua omelia in occasione della Santa Messa domenicale nella cattedrale metropolitana lo scorso 19 dicembre: “Gesù non muore facendo un sacrificio di olocausto, Gesù muore da laico assassinato. … Muore come un essere umano”.

Queste affermazioni contengono due clamorosi errori contro il dogma: Gesù è un laico e non un sacerdote; sul Calvario, Gesù non ha compiuto un atto sacrificale. Così, di colpo, crollano due colonne della Fede e si nega il carattere redentore della missione di Nostro Signore Gesù Cristo, mettendo in discussione anche i suoi insegnamenti, che non sarebbero più quelli della Seconda Persona della Santissima Trinità, incarnatasi per redimere il genere umano, ma di “un essere umano come tutti voi che siete qui presenti”.

Nelle labbra di mons. Castillo questi errori non provengono tanto da qualche eresia cristologica quanto dalla Teologia della liberazione.

La Teologia della liberazione tace sul vero significato della Redenzione, trattandola invece come una liberazione socio-politica.

Redimere significa riappropriarsi di qualcosa pagando il prezzo dovuto. Nella Redenzione, Nostro Signore Gesù Cristo ha pagato a Dio Padre il “caro prezzo” (1 Cor. 6, 20) del debito che l’umanità aveva contratto con il peccato originale, consentendo perciò all’uomo di entrare nel Cielo. Solo Lui poteva pagare questo debito. Poiché il reato era stato commesso contro il Dio infinito, solo il Figlio di Dio, ugualmente infinito, poteva redimerlo. Lui è stato la Vittima innocente, l’Agnello di Dio che, in un atto gratuito di puro amore, ha espiato per l’umanità intera. Questa è la causa efficiente della nostra Redenzione. Ogni atto di Nostro Signore aveva un carattere redentore. Ma la Sua opera redentrice giunge all’apice con la Sua passione e morte in Croce.

D’altronde, solo un Essere infinito poteva realizzare questo sacrificio. Sulla croce, dunque, Nostro Signore è stato allo stesso tempo Sacerdote e Vittima. Questa è la dottrina dogmatica della Chiesa, da sempre insegnata e riproposta anche di recente dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Il sacrificio del Calvario si perpetua, poi, in modo incruento nel Santo Sacrificio della Messa. Tutto questo non fa senso dal punto di vista della Teologia della liberazione. Ed ecco che negano che Nostro Signore Gesù Cristo sia stato un sacerdote, e che abbia compiuto sulla Croce un atto sacrificale di carattere redentore.

Il gesuita Ignacio Ellacuría, per esempio, afferma che nella morte di Gesù “non troviamo alcun significato mistico espiatorio”. Il teologo spagnolo va pure oltre.

Dopo aver questionato l’attendibilità dei racconti evangelici, egli nega che Nostro Signore abbia avuto un’idea del motivo per cui stesse morendo: “Nemmeno gli evangelisti, nella loro reinterpretazione teologica, si sono sentiti autorizzati a mettere nelle labbra e nella coscienza manifesta di Gesù una chiara dichiarazione del significato della sua morte”. Per Ellacuría, i riferimenti alla morte di Nostro Signore contenuti nei Vangeli “non suppongo che Gesù abbia concepito se stesso come servo di Yahvé, compiendo una missione messianica con la sua morte espiatoria” [1].

Le incredibili parole di mons. Carlos Castillo nella Messa dominicale nella cattedrale metropolitana di Lima meriterebbero altri commenti teologici. Non vado oltre. Chiudo con alcune considerazioni di natura pastorale.

La gerarchia ecclesiastica, e in particolare i vescovi che hanno la pienezza del sacerdozio, riceve da Dio Nostro Signore una triplice missione: insegnare, governare e santificare. Deve renderne conto a Dio. Oltre ad amministrare i sacramenti che trasmettono la grazia santificante e governare il Popolo di Dio affinché cammini sulla retta via, i Vescovi, uniti al Papa, hanno il sacrosanto dovere di insegnare la sana dottrina. Così come i fedeli hanno il sacrosanto diritto di ricevere la Verità senza macchia dai loro pastori.

Le parole di mons. Castillo non hanno fatto vacillare la mia Fede nemmeno di un millimetro. Conosco il suo pensiero e, francamente, nulla mi sorprende più. Ma temo che possano aver avuto l’effetto di una bomba su persone meno preparate teologicamente, e ingenuamente inclini ad accettare tutto ciò che viene dal loro vescovo. Mi vengono in mente le parole di Nostro Signore Gesù Cristo: “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?” (Lc 11, 11-12).     

Nei bei vecchi tempi, un tale scivolone da parte della più alta autorità ecclesiastica del Perù avrebbe ipso facto richiamato l’attenzione del Sant’Uffizio, pardon della Congregazione per la Dottrina della Fede. Vogliamo scommettere che non succederà nulla a mons. Carlos Castillo?

 

Note

[1] Ignacio ELLACURÍA, Por qué muere Jesús y por qué le matan, in Desafíos Cristianos, a cura di MISIÓN ABIERTA, Lóguez Ediciones, Madrid 1988, pp. 35, 38.

© La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

 

[Fonte immagine: di Uriel jesusfb - Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=110150666]