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Cattolici e conservatori non siano più zaristi dello zar

 

 

di don Angelo Citati

La recente omelia in cui il patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, ha lasciato trapelare in filigrana una sua «benedizione» alla guerra mossa da Putin all’Ucraina, alla quale ha attribuito addirittura un «significato metafisico», ha rimesso sul tappeto una questione che viene spesso agitata quando a contrapporsi in un conflitto armato non sono soltanto due nazioni, ma due culture diverse: questa guerra è anche, e magari soprattutto, una guerra di religione e uno scontro tra civiltà? E, se lo è, da quale parte dovrebbe schierarsi una persona legata ai valori tradizionali della Chiesa?

Nella Chiesa, non è un mistero e non è una novità, esistono due sensibilità diverse, che con un linguaggio tolto alla politica – e con un’etichettatura non molto corretta, ma di innegabile praticità – sono generalmente qualificate l’una come conservatrice, come progressista l’altra. Se l’area progressista, in questo caso, ha reagito in modo piuttosto unanime – condanna senza riserve dell’attacco russo e pieno appoggio alla linea dell’asse atlantico, guidato, del resto, in questo momento proprio da un cattolico progressista, Joe Biden –, il fronte tradizionalista appare meno compatto. A sinistra, certo, non mancano quelli che nel loro sostegno incondizionato a Zelensky finiscono con l’essere più papisti del papa – che alcuni hanno criticato, ad esempio, per la scelta, dal sapore molto tradizionale per il richiamo alla mariofania di Fatima, di consacrare la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, nonché per aver sì condannato con fermezza la guerra, ma senza schierarsi esplicitamente contro la Russia, conformemente alla saggia tradizione diplomatica del Vaticano; ma a destra oggi la tentazione sembra invece essere quella, per una malintesa fedeltà ai valori tradizionali, di diventare più zaristi dello zar.

Ciò che può sedurre maggiormente coloro che si sentono vicini ai valori tradizionali della Chiesa è proprio il fatto che, mentre l’Occidente si trova rappresentato oggi da un presidente degli Stati Uniti democratico, Joe Biden, e da un papa riformista e innovatore, Francesco, e mentre il capo dello stesso governo ucraino è un progressista, la Russia sembra invece presentarsi come il baluardo di quel sistema di valori – famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, difesa della sovranità popolare e dei confini, difesa delle tradizioni della propria terra – tipico delle società tradizionali. Lo scontro in atto, secondo questa prospettiva, andrebbe ben al di là delle rivendicazioni degli ucraini russofoni del Donbass e della difesa della propria sovranità territoriale da parte del governo ucraino; si tratterebbe di un vero e proprio scontro di civiltà: da una parte l’Occidente corrotto e decaduto delle «parate gay» e della schiavitù finanziaria, dall’altra i sani princìpi che furono un tempo dell’Occidente e che oggi sopravvivrebbero in Russia, unico fronte di resistenza al «nuovo ordine mondiale». Se accetta acriticamente questa narrativa, il theoconservative, che è sempre stato schierato, quasi costituzionalmente, sul fronte atlantico, si sentirà inevitabilmente attratto da Putin e – abbagliato dal fascino degli alti princìpi di cui è presentato come il difensore – anche dalla tentazione di difendere, di conseguenza, la politica estera del «nuovo zar».

Quest’approccio è errato, per due ordini di motivi. Il primo è di natura etica: può mai essere moralmente accettabile, di fronte ad una guerra che miete vittime innocenti, decidere il proprio posizionamento su basi ideologiche? Si può mai appoggiare l’illegittima invasione di uno stato sovrano solo perché – anche se fosse realmente così – l’invasore ha in altri campi idee che approviamo, mentre il governo del paese invaso e quelli dei suoi alleati sono schierati politicamente dalla parte opposta alla nostra? Ma c’è di più. La vera domanda da porsi è la seguente: è davvero questa la linea dello «zar»? Oppure è solo una rappresentazione geopolitica degli zaristi, di cui lo «zar» si serve artatamente per i suoi scopi? 

La chiave di lettura che proietta sul conflitto russo-ucraino uno scontro di civiltà, lo scontro (finale?) tra la Tradizione e il Nuovo Ordine Mondiale, è in realtà prigioniera di sovrastrutture ideologiche che, se forse costituiscono lo sfondo remoto su cui si muovono gli attori di questa vicenda, certamente non ne rappresentano il movente. Uno sfondo, peraltro, dai confini molto più sfumati di quanto i putiniani occidentali non siano disposti a vedere: basti pensare che tra i paesi che militano più attivamente sul fronte filo-ucraino figura anche la cattolicissima Polonia (che certamente non riterrà di star così difendendo le parate gay), e che contro la Russia si è schierato anche il paese che finora era, tra quelli europei, il più vicino a Putin, l’Ungheria di Viktor Orbán, oltretutto ancorato – molto di più e molto più sinceramente di Putin – proprio alla ‘visione tradizionale’ della società caratteristica dei conservatori (e da molti di loro, infatti, preso spesso come punto di riferimento). Mentre invece gli unici che si sono apertamente schierati in favore di Putin, votando contro la risoluzione ONU di condanna dell’attacco all’Ucraina, sono stati (oltre alla più ambigua Cina, che si è invece astenuta) Bielorussia, Corea del Nord, Eritrea e Siria: piuttosto imbarazzante come fronte di resistenza al «nuovo ordine mondiale» e baluardo dei valori cristiani…

Riferimento principale di chi vede in Putin il salvatore dei valori tradizionali è, invece, un filosofo russo le cui citazioni stanno circolando molto in Europa occidentale in questo periodo: Aleksandr Dugin. Proprio a questo controverso intellettuale, studioso di Julius Evola e padre della cosiddetta «quarta teoria politica» (secondo cui, dopo la fine del liberalismo, del nazifascismo e del comunismo, l’ideologia dominante del XXI secolo è destinata ad essere un neocomunitarismo patriottico e gerarchico, che passa – naturalmente – per Mosca e per la sua estensione «eurasiatica»), si deve in buona parte la proiezione sul conflitto russo-ucraino delle sovrastrutture ideologiche della guerra di civiltà. E, poiché Dugin viene spesso presentato come l’ideologo della politica di Putin, se ne trae la conseguenza che la Russia di Putin sia appunto il baluardo di questo grande progetto di civiltà. In realtà, Dugin è un filosofo non particolarmente noto in Russia e molto sopravvalutato in Occidente; queste sue proiezioni ideologiche fanno molta più presa in ambienti europei, generalmente di estrema destra, che non nella sua madrepatria. E lo stesso si può dire del patriarca Kirill: i suoi inviti alla «crociata metafisica» solleticano le simpatie dei tradizionalisti occidentali, ma ben poco quelle del popolo russo. 

Né Dugin né Kirill sono gli ideologi di Putin, e in nessun modo la sua politica estera si può inquadrare in questo fantomatico «progetto di civiltà» dal significato metafisico. Di questa sua politica forse è più realistico (e certamente più prudente) ripetere, mutatis mutandis, quello che della Russia disse un politico – una figura che, questa sì, dovrebbe essere cara ai conservatori – che la politica estera la conosceva molto bene, Winston Churchill: «Non posso prevedere le mosse della Russia. È un rebus avvolto in un mistero dentro un enigma. Ma forse una chiave c’è: è l’interesse nazionale russo». E, non a caso, chi è che invece si compiace nel vedere in Putin non un freddo calcolatore che pur di fare gli interessi della sua nazione non esita a calpestare i diritti delle altre, ma bensì «lo zar», l’uomo cioè del ritorno allo zarismo dopo la parentesi sovietica? Sono proprio quelli che leggono l’attuale conflitto con il filtro delle sovrastrutture ideologiche della battaglia di civiltà: da una parte l’intellighenzia liberal, dall’altra i conservatori sedotti da Putin. In questo, gli acerrimi nemici si incontrano.

Ma se a muovere Putin non sono ideologie particolari né battaglie metafisiche, come si spiega lo spazio che trovano – come si è detto, molto più in Occidente che in Russia – queste teorie? La risposta è che «se le autorità governative russe (dalla presidenza sino ai singoli ministeri o enti pubblici) nel corso degli anni hanno supportato la promozione di queste teorie, ciò non è certo accaduto perché in esse si trovino i reali princìpi della politica estera di Mosca, bensì perché la loro diffusione risulta utile a stimolare un sentimento filorusso in alcuni ambienti politici europei e a coltivare schiere di “utili idioti” convinti che, servendo acriticamente la causa della Russia, stiano servendo le proprie idee e la propria patria». 

Questa lettura ideologica è, d’altronde, esattamente speculare – e quindi funzionale – a quella liberal che in questo conflitto vede, di nuovo, non un conflitto tra due paesi ma una battaglia di civiltà, nella quale stavolta però i buoni starebbero a sinistra, in difesa dei «valori» dell’Occidente di oggi: le teorie gender, i diritti LGBT, la cancel culture, il multiculti. Nella prospettiva liberal, insomma, supportare l’Ucraina nella sua difesa dall’attacco russo non significa semplicemente soccorrere un paese che è stato ingiustamente invaso da un altro, ma significa difendere quel sistema di valori contro quelli «tradizionalisti» di Putin: proprio come pensano anche, ma sul fronte specularmente opposto, i putiniani d’Occidente. Senza rendersene conto, quindi, chi appoggia, o comunque manifesta una certa ambiguità nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina in nome di presunti valori conservatori incarnati dalla Russia di Putin, porta detrimento proprio a questi valori, perché avalla così una lettura ideologica condivisa dai progressisti: questa reazione, cioè, li radica ulteriormente nella convinzione di trovarsi ingaggiati in una lotta che trascende la geopolitica e avrebbe invece – proprio come sostiene il loro «nemico» Kirill – un significato metafisico. 

Certamente, non si può negare che molte prese di posizione di parte conservatrice verrebbero, in Russia, percepite come molto meno «politicamente scorrette» di quanto non avvenga oggi nella maggior parte dei paesi occidentali – caratteristica che la Russia condivide, peraltro, con molti dei paesi ex sovietici. Indagare sulle ragioni antropologiche, storiche, economiche e culturali che hanno contribuito a questa diversificazione tra Europa occidentale ed orientale sarebbe senz’altro un terreno di ricerca molto interessante; quel ch’è certo è che trarne la conseguenza che si tratti di posizioni assunte scientemente e ideologicamente nel quadro di uno scontro di civiltà sarebbe una lettura estremamente fuorviante. 

Per fare un esempio: anche in Italia alla metà del secolo scorso si potevano leggere manifesti del PCI che recitavano (con foto di famiglia tradizionale in bella posa): «Il Partito Comunista difende la famiglia!». Tuttavia, nessuno ne trarrebbe la conclusione che il comunismo sia una corrente di pensiero ideologicamente schierata in difesa della famiglia naturale. Era, semplicemente, la realtà sociale e culturale dell’Italia (di tutta l’Italia) del Dopoguerra. La società russa contemporanea, questo forse lo si può affermare, somiglia di più all’Europa occidentale di allora che a quella di oggi. Da sinistra lo si deplorerà («sono rimasti indietro»), da destra se ne tesserà l’elogio («sono rimasti ancorati ai princìpi del diritto naturale»), ma comunque la si veda è semplicemente la realtà delle cose e non un’ideologia. Fare per questo della Russia il baluardo dei valori tradizionali e, quel ch’è peggio, appoggiare in nome di questo una politica estera guerrafondaia è una tentazione alla quale i cattolici e i conservatori non possono assolutamente permettersi di cedere.   

E in fondo, se tornano alle loro radici e ai loro (veri) riferimenti culturali, si accorgeranno che non solo non se lo possono permettere, ma che in realtà neppure ne hanno bisogno: non hanno bisogno di cercare in nuove ideologie ciò che la nostra tradizione ci insegna già. La vera «battaglia metafisica» dell’Occidente cristiano l’ha ricordata, ad esempio, con la sua consueta finezza e profondità di teologo, Joseph Ratzinger nella storica omelia del 18 aprile 2005 – la vigilia della sua elezione al soglio pontificio – in occasione della Missa pro eligendo Romano Pontifice, divenuta poi una sorta di programma del suo pontificato:

«Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cfr. Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità si realizza nella carità».  

In questo delicato frangente storico, cattolici e conservatori hanno quindi il dovere di non proiettare su questo conflitto categorie ideologiche inappropriate e di guardarlo per quello che è realmente, senza attribuirgli una portata metafisica che non ha – anche perché la situazione è già sufficientemente grave da non averne davvero bisogno. Certo, alcuni punti fermi l’etica cristiana li impone. Il primo è la chiara condanna, senza ambiguità, dell’invasione russa, perché nessuna guerra offensiva e di espansione può mai essere moralmente lecita. Il secondo è il sostegno ai civili vittime della guerra e l’accoglienza dei rifugiati (azione umanitaria, quest’ultima, che sta vedendo in prima linea proprio i paesi che, come la Polonia, fino a poco tempo fa i vertici europei accusavano di ostilità verso gli immigrati). Il terzo punto fermo è evitare e condannare ogni sentimento anti-russo che possa sorgere dalla pur doverosa condanna dell’attacco di Putin: stigmatizzare in nome di questo la cultura russa nel suo insieme è, infatti, un atteggiamento profondamente sbagliato, che rischia solo di fomentare altro odio. Quarto punto fermo: l’uso delle armi per difendersi in guerra (e quindi anche fornirle a chi si sta difendendo) è moralmente legittimo, come insegna chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica e come ha ribadito recentemente anche il cardinale Parolin. 

Su tutto il resto – se l’invio di armi agli ucraini sia, oltre che legittimo, anche opportuno; quante e quali siano le responsabilità dei paesi di area atlantica in questo conflitto; se la strategia difensiva scelta dal presidente Zelensky sia la migliore; se l’Italia avrebbe dovuto giocare un ruolo più da mediatore che da parte in causa; se tutte le sanzioni economiche irrogate alla Russia siano realmente lo strumento più efficace; se l’informazione dei media occidentali si stia rivelando all’altezza della situazione – la coscienza cristiana può scegliere liberamente, secondo le proprie personali opinioni e propensioni: in dubiis libertas. Ma non sbagli, almeno, da che parte della storia stare: stare da quella di chi proprio questa libertas non la garantisce al suo popolo sarebbe un errore madornale e controproducente.Certo, che quell’Occidente che, per dirla con Croce, «non può non dirsi cristiano», si presenti a questo appuntamento con la storia disarmato proprio di quei valori, tra i quali quelli cristiani, che più di tutti lo avrebbero reso credibile e coeso nella sfida ai sistemi autoritari, resta una realtà triste e deplorevole. Ma questo non autorizza i cattolici a cadere nel tranello di schierarsi dall’altra parte, e all’interno di questa giocare il ruolo di «utili idioti» più zaristi dello zar. Pur con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, la sfera atlantica resta oggettivamente, per cattolici e conservatori, l’unica alternativa credibile e possibile (il che non significa approvare tutte le scelte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea). Pertanto, allo sguaiato interventismo o all’incomprensibile ‘putinismo’ di certi imprudenti prelati, tutti coloro che, credenti o no, si sentono legati ai valori tradizionali della Chiesa non smettano di preferire la linea diplomatica della Santa Sede; alle seduzioni dei filosofemi evoliani di Dugin, la grande tradizione filosofica dell’Occidente cristiano, dalla Scolastica medievale fino ai maggiori filosofi cattolici del Novecento, come Jacques Maritain, Etienne Gilson e Augusto Del Noce; alla tentazione di vedere in Putin un difensore dei valori cristiani antepongano i veri statisti cristiani a cui dovrebbero ispirarsi i politici contemporanei, come don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer; all’ambigua e strumentalizzata «battaglia dal significato metafisico» del patriarca ortodosso Kirill preferiscano la grande, la vera battaglia metafisica del cristiano, ricordata con pregnanza e finezza da Joseph Ratzinger, cioè quella contro il relativismo e i «venti di dottrina»: siano, questi venti, quelli di decadenza dell’Occidente o quelli dell’imperialismo di Putin.

 

Attribuzione immagine: By Antonio Cruz/Agência Brasil, CC BY 3.0 br, via Wikimedia.

Fonte: Nazione Futura, 22 Marzo 2022.