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Russia-Nato: i fatti

 

 

di Julio Loredo

Secondo una certa versione, il fattore scatenante dell’attuale guerra tra la Russia e l’Ucraina sarebbe stata l’espansione della Nato verso Est, fino a rappresentare una minaccia diretta alla Federazione Russa che, di conseguenza, avrebbe reagito per legittima difesa. I fatti, però, raccontano una storia diversa.

Tralasciando che, per mezzo secolo, le forze Nato si siano già “toccate” con quelle del Patto di Varsavia, divise da frontiere che a volte erano un semplice fiume, o un muro, resta il fatto che fino al 2014 la stessa Federazione Russa era avviata a integrarsi nel sistema difensivo euro-atlantico.

 

Le due visioni diplomatiche

All’epoca del crollo della Cortina di Ferro, nel 1989, in Occidente si confrontavano due opposte visioni diplomatiche riguardo al futuro dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste. L’una, chiamata a volte dagli specialisti “Congresso di Vienna”, proponeva un nuovo partenariato con la Russia post-sovietica, attirandola verso l’ambito occidentale, come si era fatto con la Francia post-napoleonica nel 1815. L’altra, battezzata “Trattato di Versailles”, proponeva l’esatto opposto: la Russia doveva essere punita duramente, come lo fu la Germania dopo la I Guerra Mondiale.

Per diversi motivi, tra cui il rischio di fomentare una mentalità revanscista foriera di futuri guai, prevalse largamente la prima visione, e l’Occidente tese una mano conciliatrice alla morente URSS. Iniziarono così una serie di contatti che man mano approssimarono l’URSS (poi, dal gennaio 1992, la Federazione Russa) all’Occidente: viaggio del Segretario di Stato James Baker a Mosca nel febbraio 1990; viaggio di Michail Gorbaciov negli Stati Uniti nel maggio 1990; partecipazione dell’Unione Sovietica al vertice del G7 a Houston a luglio 1990; viaggio del presidente George H. Bush in Russia nel luglio 1991; ammissione della Russia al G8 e poi al WTO, e via di seguito. La Russia sembrava aver definitivamente voltato pagina.

 

Il cammino verso la NATO

Faceva parte dell’accelerato disgelo fra la Russia e l’Occidente un riavvicinamento con l’Europa e, in concreto, con la Nato. L’analista Francesco Randazzo parla di “un moltiplicarsi di iniziative bilaterali per la conciliazione e la normalizzazione dei rapporti [fra la Nato e la Russia]”.[1]

Nel vertice Nato tenutosi a Londra nel 1990, i Paesi membri approvarono la London Declaration on a Transformed North Atlantic Alliance. Prendendo atto che “l’Unione Sovietica ha iniziato la sua trasformazione verso una società libera”, e che, quindi,“la Nato non vede più i paesi del Patto di Varsavia come nemici”, la Dichiarazione apriva canali di comunicazione e di collaborazione con gli ex stati del blocco orientale, ai quali tendeva “una mano amichevole”.[2]

Sulla scia della London Declaration, il 20 dicembre 1991 fu creato il North Atlantic Cooperation Council, un forum di dialogo e di cooperazione fra la Nato e gli ex membri del Patto di Varsavia. Tale era il ritmo del cambiamento in Europa che la riunione inaugurale della stessa NACC fu testimone di un evento storico: mentre si discuteva sul comunicato finale, l’ambasciatore sovietico annunciò che l’Unione Sovietica si era sciolta durante la riunione e che egli ora rappresentava solo la Federazione Russa.

Nel novembre 1993, i presidenti della Federazione Russa, del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea firmarono a Bruxelles un Accordo d’intesa politica ed economica. Nel 1996, la Federazione Russa fu ammessa nel Consiglio d’Europa, con rappresentanza anche nel Comitato dei Ministri e nell’Assemblea Parlamentare.

Possiamo desumere il clima allora regnante da un articolo del generale Sergei V. Stepashin, capo del Comitato di Difesa e Sicurezza del Soviet Supremo della Federazione Russa, pubblicato nel 1993. Il generale proponeva uno “stretto coordinamento” con la Nato e la trasformazione della Russia in un ponte geopolitico tra il sistema di sicurezza euro-atlantico e quello asiatico-pacifico. L’articolo culminava con l’appello per “un nuovo Piano Marshall per la rinascita post-comunista, con la conversione della Russia in una società democratica”.[3]

Nel giugno 1992, fu firmato a Washington il Russian Federation-United States Charter for Partnership and Friendship. Affermando il comune intento di rafforzare la democrazia e la libertà, il Trattato prevedeva “il rafforzamento della Comunità Euro-Atlantica” e la “creazione di una capacità euro-atlantica di mantenimento della pace che includa NACC, NATO e WEU”. [4] L’espressione “Euro-Atlantic peacekeeping capability” rifletteva il desiderio di integrare le Forze Armate dell’ex Patto di Varsavia nel sistema di difesa euro-atlantico.

Nel 1994, la Russia aderì formalmente al Partnership for Peace della Nato, un Patto per stabilire forti legami tra la Nato i suoi nuovi partner democratici dell’ex blocco sovietico e alcuni paesi europei tradizionalmente neutrali, per rafforzare la sicurezza europea.[5] In seguito, quattordici Paesi membri del Patto aderirono alla Nato. A dicembre fu firmato il Budapest Memorandum sulla riduzione delle armi nucleari tra gli Stati Uniti, Gran Bretagna e la Federazione Russa.

I rapporti Russia-Nato erano così stretti che, nel 1996 un contingente russo prese parte alla missione militare NATO-SFOR in Bosnia ed Erzegovina.

Via di questo passo, si arrivò al grande Summit di Parigi, nel maggio 1997, a conclusione del quale la Russia firmò un solenne accordo con la Nato: il Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security between NATO and the Russian Federation. Dopo la firma di questo Atto, l’appartenenza della Russia alla Nato era data per scontata. Henri Kissinger arrivò a dichiarare: “[Dopo Parigi] la Russia ha ottenuto uno status preponderante nella Nato rispetto a qualsiasi candidato all’ammissione”.[6] Per favorire tale ammissione, fu creato il NATO-Russia Permanent Joint Council.

Tra l’altro, l’Atto stabiliva: “Gli Stati membri della Nato ribadiscono di non avere alcuna intenzione, nessun piano e nessun motivo per schierare armi nucleari sul territorio dei nuovi membri”. Da queste parole si desume in modo apodittico l’assenso della Russia all’ammissione di “nuovi membri”, purché la Nato non vi avesse schierato armi nucleari.

L’Atto di Parigi fu perfezionato dalla Dichiarazione di Roma, sottoscritta a Pratica di Mare nel maggio 2002 dai Paesi membri della Nato e la Federazione Russa.[7] Questa Dichiarazione mise ufficialmente fine alla Guerra Fredda.

Nel documento si legge: “Come firmatari del Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, riaffermiamo gli obiettivi, i principi e gli impegni assunti allora: in particolare la determinazione a costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia, sicurezza cooperativa e all’asserto che la sicurezza di tutta la comunità euro-atlantica sia indivisibile. Siamo convinti che la qualità della nuova relazione fra NATO e Russia fornirà un contributo essenziale al raggiungimento di questo obiettivo”. L’accordo prevedeva la nascita del NATO-Russia Council. Questo documento situava, quindi, la Russia al cuore del sistema euro-atlantico.

Nel 2002 le Forze Armate russe affiancarono quelle della Nato nella missione pacificatrice nel Kosovo. Nel 2004, e poi nel 2008, la Marina di guerra russa partecipò alle manovre navali NATO Active Endeavour. Nel 2011 la Russia partecipò alle manovre militari Nato Vigilant Skies. Nello stesso anno, la Russia permise che equipaggiamento militare della NATO transitasse attraverso il suo territorio verso l’Afghanistan. Tutto questi erano passi verso l’integrazione delle Forze armate russe nel sistema di difesa euro-atlantico.

 

L’idillio si incrina

I rapporti tra la Russia e l’Occidente cominciarono a incrinarsi per causa di due fattori: l’uno superabile, l’altro invece dirimente.

Il primo fattore fu l’intervento della Nato nel Kosovo nel 1998, ai danni della Serbia di Milosevic, l’unico alleato russo a Ovest. Questo intervento costituì, nelle parole di Eltsin, “un tragico errore della leadership americana”.[8] Anche se con copertura ONU e OCSE, e all’interno di una situazione alquanto caotica (le guerre jugoslave), l’intervento servì per alimentare la retorica anti-occidentale del nazionalismo russo. Si trattava, comunque, di un ostacolo superabile come i fatti successivi dimostrarono. La partecipazione congiunta Nato-Russia alla missione di mantenimento della pace in Kosovo (KFOR) servì a ristabilire un minimo di cooperazione e fiducia reciproca tra le due parti.

L’altro fattore, invece, si dimostrò molto più decisivo: l’ascesa di Vladimir Putin nel panorama politico russo, fino ad assumere le fattezze di “Zar”, soprattutto dopo il 2014.

Tutti gli analisti sono concordi nel dire che c’è un Putin 1 e un Putin 2. Il primo è quello sorridente e dialogante, immortalato con Bush e Berlusconi mentre firma la Dichiarazione di Pratica di Mare nel 2002. A quel tempo si dimostrava amichevole nei confronti dell’Occidente, col quale auspicava una stretta alleanza. Si arrivò a dire che, di fronte all’assalto del crescente nazionalismo, egli era “l’ultima alternativa pro-occidentale della Russia”.[9] Poi c’è il Putin 2, quello dell’invasione della Crimea e dell’Ucraina, che se la prende con “la feccia dei traditori pro-occidentali”.[10] Che cosa l’ha fatto cambiare così radicalmente? Che cosa lo fece allontanare dall’atteggiamento pro-occidentale, approssimandolo invece al panslavismo di Dugin e di Ilyin? Si tratta di un cambiamento sincero, oppure stava bleffando per guadagnare tempo mentre ricostituiva il potere bellico dell’URSS? È impossibile giudicare le intenzioni, e chiaramente non è il caso di fare dietrologie. Il dubbio, comunque, resta.

Il fatto è che, sotto l’egida di questo Putin, il nazionalismo russo avanzò, con tutta la sua carica pan-slavista e anti-occidentale, alimentato anche dalla nostalgia del periodo sovietico. Crebbe la convinzione che la Nato fosse “uno strumento di guerra, uccisione e aggressione”.[11] Spiega Francesco Randazzo: “Con Yevgeniy Primakov ora alla guida del nuovo ministero degli Esteri, l’ondeggiante partenariato Est-Ovest gradualmente lasciò il posto a una nuova dottrina multipolare, volta a far rivivere vecchie relazioni - o stabilirne di nuove - con nazioni non europee relativamente ostili agli Stati Uniti: Cina, Iran, Iraq e Siria”.[12]

La nuova leadership russa iniziò così ad abbandonare lo spirito dell’era di Gorbaciov e di Eltsin (che, tra l’altro, aveva esplicitamente accennato a un’eventuale adesione della Russia alla Nato) per chiudersi in un nazionalismo sempre più aggressivo. Crebbe in questo modo il partito “pan-slavista” che esigeva la rimilitarizzazione della Federazione Russa. Gli interventi militari russi cominciarono a essere visti, dai nazionalisti, non come una collaborazione con l’Occidente, bensì come un riappropriarsi del ruolo “imperiale” di sovietica memoria.[13] Cioè, il campo nazionalista russo iniziò paradossalmente a rivendicare l’internazionalismo come all’epoca dell’URSS. Si iniziò perfino a parlare di “sovranità limitata” per i paesi limitrofi, in una sorta di re-edizione della Dottrina Breshnev.

A questo nazionalismo non mancava un tocco di machiavellismo. Lo studioso A. Arbatov ha fatto notare l’iniziale posizione implicitamente compiacente dei nazionalisti russi nei confronti della Nato, nella speranza che il suo allargamento portasse a una nuova escalation con l’Occidente, creando le condizioni ideali per la soppressione della democrazia in Russia e la restaurazione dell’impero nello spazio ex sovietico.[14]

 

Pacta sunt servanda

Fra settembre 1990 e marzo 1991 l’URSS partecipò a diverse conferenze internazionali, firmando con gli Stati Uniti e con la Comunità Europea una serie di trattati di amicizia e di cooperazione. Nel corso di questi colloqui, si parlò anche dei rapporti URSS-Nato. Dai verbali delle riunioni, oggi declassificati, risultano diverse esternazioni – del segretario James Baker, del cancelliere Helmut Kohl e di altri – che sembrano indicare promesse orali fatte a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe espansa a Est.

Come ben osserva Stefano Magni, queste esternazioni – sempre orali e mai formalizzate – furono fatte in un preciso contesto geopolitico che in seguito cambiò: “C’era il Patto di Varsavia, c’era l’Urss, le tre repubbliche baltiche erano ancora parte integrante del territorio sovietico, c’erano ancora le basi dell’armata rossa nei Paesi dell’Europa centrale e orientale di cui si parlava. Un ritiro era appena iniziato, ma non erano neppure nella mente di Dio gli eventi che si sarebbero susseguiti di lì alla fine dell’anno”.[15] Infatti, poco dopo il Patto di Varsavia si sciolse, seguito dalla stessa URSS.

La Federazione Russa non è l’URSS. Ha ereditato il suo seggio all’Onu e, dal 1994, ha mantenuto il monopolio sull’arsenale nucleare dell’ex impero rosso. Ma non ha ereditato né i debiti con l’estero, né gli accordi con altre potenze. Dal Partnership for Peace nel 1994, al Nato-Russia Founding Act nel 1997, alla Dichiarazione di Roma nel 2002, tutti i nuovi accordi furono firmati dalla Federazione Russa, soggetto internazionale, che così se ne assumeva la responsabilità.

Al momento dello scioglimento dell’URSS, l’Ucraina era la terza potenza nucleare del mondo. Dopo due durissimi scontri con la Russia, nel maggio 1992 e nel settembre 1993, che rischiarono di degenerare in un conflitto atomico, la tensione scemò grazie alla mediazione degli Stati Uniti che convinsero l’Ucraina a cedere il suo arsenale nucleare alla Russia, in cambio della promessa russa di rispettare la sua integrità, ottenuta dopo il plebiscito del 1991, in cui il 92,5% scelse l’indipendenza. Scrive Magni: “In cambio di questa cessione, che ridiede alla Russia lo status di superpotenza nucleare, l’Ucraina chiese garanzie per la sua indipendenza. Vennero stabilite a Budapest, con un memorandum sottoscritto il 5 dicembre 1994 da Russia, Ucraina, Usa e Regno Unito: la Russia, in cambio del disarmo nucleare di Kiev, si impegnava a non invadere l’Ucraina e a rispettarne i confini (per i distratti: Crimea inclusa) e l’integrità territoriale”.[16]

Gli accordi furono violati una prima volta nel 2014, con l’annessione russa della Crimea. E sono stati violati definitivamente il 24 febbraio scorso, con l’invasione dell’Ucraina. Inutile rispolverare verbali di vecchie riunioni con un soggetto politico che non esiste più e, invece, tacere su trattati ufficialmente firmati e quindi violati.

 

Note

[1] Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation. In M. de Leonardis (ed.), NATO in the Post-Cold War Era: Continuity and Transformation, Palgrave Macmillan, London 2022 (in corso di pubblicazione).

[2] Declaration on a Transformed North Atlantic Alliance, North Atlantic Treaty Organization, 5 luglio 1990. Si veda anche United States Security Strategy for Europe and Nato, United States Department of Defense, 18 settembre 2014.

[3] Stepashin S., Russia and NATO: A vital partnership for European security, in “The RUSI Journal”, 138:4 (1993), pp. 11-17.

[4] Dal testo ufficiale, U.S. Department of State.

[5] Questi i Paesi membri: Albania, Armenia, Austria, Azerbaigian, Bielorussia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Macedonia, Georgia, Ungheria, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. Fonte: U.S. Department of State.

[6] Cfr. Piontkovsky A. & Tsygichko V., Russia and NATO after Paris and Madrid: A perspective from Moscow, in “Contemporary Security Policy”, 19:2 (1998), pp. 121-125.

[7] NATO-Russia Relations: A New Quality, NATO Rome Summit, 28 maggio 2002.

[8] Cit. Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

[9] Glenn Diesen, Putin: Russia’s last ‘pro-Western’ alternative, The Lowy Institute, 7 giugno 2016.

[10] Putin warns Russia against pro-Western ‘traitors’ and ‘scum’, Swissinfo, 16 marzo 2022.

[11] Antonenko O., Russia, NATO and European Security After Kosovo, in “Survival”, 41:4 (1999-2000), pp. 124-144.

[12] Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

[13] Va ricordato che anche la Russia intervenne a gamba tesa, in modo non dissimile alla Nato, in Moldavia e in Georgia, fra il 1992 e il 1994.

[14] Arbatov A., NATO and Russia, in “Security Dialogue”, 26:2 (1995), pp. 135-146. Cit. Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

[15] Stefano Magni, Il falso storico delle promesse Nato alla Russia. Putin, invece, ha violato trattati, “Atlantico”, 27 marzo 2022.

[16] Stefano Magni, Il falso storico delle promesse Nato alla Russia. Putin, invece, ha violato trattati.

 

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