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Il beato Imperatore Carlo e lo spirito cattolico: fonte di speranza in tempi tragici

 

 

Duca Paul von Oldenburg

Il giovane Imperatore Carlo dovette vivere in tempi tragici, come sono anche tragici i tempi che si stagliano davanti a noi. Alle nostre porte infuria una guerra che può sfociare in un conflitto mondiale.

L’analogia non si ferma qui. Entrambe le guerre sono state precedute da lunghi decenni di euforia e di ottimismo: accumulazione di ricchezza, un turbine di feste e di viaggi, disinteresse per l’immediato futuro. Unica differenza: oggi non c’è più lo splendore, l’eleganza e il fascino della Belle Époque.  A confronto del maestoso protocollo delle Corti europee di allora, i festeggiamenti repubblicani odierni sembrano dei funerali...

Anche dal punto di vista della vita religiosa c’è una certa analogia tra i primi anni del Novecento e i nostri giorni. Già allora l’eresia modernista – oggi dominante nei seminari, nelle facoltà teologiche, nei giornali cattolici e nelle file del clero – era oggetto di grandi polemiche. Già allora questa eresia aveva invaso molti ambienti cattolici, infestandoli con lo spirito del mondo.

In campo religioso, la grande differenza tra i tempi dell’Imperatore Carlo e quelli nostri è che sul trono di S. Pietro sedeva san Pio X, che combatté il modernismo con estrema energia, mentre oggi l’autorità ecclesiastica non solo tollera la diffusione delle eresie ma, in alcuni casi, perfino le promuove. Alcuni autori parlano di un’eclissi del Magistero pontificio.

Queste analogie ci permettono di cogliere i “segni dei tempi”, cioè il senso provvidenziale degli avvenimenti, e di ricordare l’abitudine della Divina Provvidenza di suscitare vocazioni simboliche, che riflettono cioè quelle virtù opposte ai vizi di una certa epoca.

Il carattere provvidenziale dell’ascesa di Karl von Habsburg è innegabile. E non mi riferisco solo alla misteriosa profezia di san Pio X alla giovane coppia di arciduchi che sarebbero saliti al trono austro-ungarico. Senza una serie di circostanze, alcune delle quali tanto inaspettate quanto drammatiche, l’arciduca Carlo non sarebbe mai diventato l’erede del suo prozio Francesco Giuseppe.

La breve ma ricca biografia di Carlo I d’Austria, IV d’Ungheria, III di Boemia, IV di Croazia - Slavonia, Re di Dalmazia, Galizia e Lodomiria, colpisce perché ci fa vedere il richiamo della grazia divina a praticare virtù in contrasto con i vizi e gli errori dei suoi contemporanei.

Mentre suo padre - come tanti alla Corte viennese - conduceva una vita di scandali, Carlo beneficiava della vicinanza di due donne di grande virtù e di grande spirito cattolico: sua madre, la principessa Maria José di Sassonia, e la madre di costei, l’Infanta Maria Ana del Portogallo, che gli trasmise la serietà e la religiosità tipica di quella terra dove “il nero è un colore”, una religiosità che si intravede negli occhi scuri e profondi di Giacinta e Francisco, i due pastorelli di Fatima.

Carlo era molto legato anche alla principessa Maria Teresa di Bragança, la terza moglie del nonno, che aveva solo dieci anni in più della madre. Era figlia di Miguel I, legittimo erede al trono portoghese, fedele cattolico e tradizionalista, che in esilio sposò Adelaide zu Löwenstein – Wertheim – Rosenberg, del ramo cattolico dei Löwenstein, e che, dopo aver avuto un figlio e sei figlie, terminò la sua vita nella comunità monastica di Solesmes. Suo fratello era il famoso principe zu Löwenstein che, dopo aver avuto molti figli ed essere rimasto vedovo, divenne domenicano.

Con questi modelli, possiamo ben immaginare la profondità delle credenze cattoliche e l’esempio di pietà che la principessa Maria Teresa di Bragança instillò nel bambino Carlo. La vicinanza tra loro fu così grande che la principessa non esitò a seguire l’Imperatore nell’esilio a Madeira e a prendersene cura durante la sua ultima malattia, poiché aveva un diploma di infermiera.

Quando Carlo fece la sua prima comunione a Vienna nel 1898, era così ben preparato che uno degli assistenti osservò: “Se non sapessi pregare, imparerei da questo giovane”. Più tardi, dopo la Messa di fidanzamento, Carlo disse alla futura moglie, Zita di Borbone – Parma: “Ora dobbiamo aiutarci a vicenda per conquistare il paradiso!”. Egli consacrò la propria famiglia al Sacro Cuore di Gesù. Come Imperatore, partecipava ogni giorno alla Santa Messa e riceveva la Santa Comunione. Pregava quotidianamente il Rosario, e visitava i santuari dedicati alla Beata Vergine. All’inizio della guerra nel 1914 fece incidere sulla sua sciabola Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei genitrix.

Questa profonda pietà, così come il suo carattere serio e riservato, ma allo stesso tempo aperto e caritatevole, erano agli antipodi del modello d’uomo positivista, irreligioso, frivolo e donnaiolo della Parigi o della Vienna del tempo, spesso massone e anti-clericale. Un modello ormai diffuso nei circoli aristocratici in tutta Europa.

Sebbene Carlo fosse stato educato al Liceo benedettino scozzese, prevalse l’influenza iberica della madre e della prozia. Egli praticava in modo esimio il principio dell’agere contra insegnato da Sant’Ignazio di Loyola, non solo nel suo aspetto individuale, cioè fare l’opposto del primo impulso, ma anche nel suo aspetto collettivo, cioè fare l’opposto del “socialmente corretto” o “politicamente corretto”.

Un esempio di questo agere contra è il fatto che, in soli dieci anni di matrimonio, diede alla moglie otto figli, contrastando in questo modo la pressione sociale a favore del controllo delle nascite, che già cominciava a soffiare come una tempesta nelle classi abbienti, e che spinse Papa Pio XI a pubblicare, nel 1930, l’enciclica Casti connubi, ricordando agli sposi il proprio dovere. Carlo aveva tanta simpatia per le famiglie numerose che, durante la guerra, decretò che ai soldati nelle cui famiglie ci fossero già due morti, e ai padri di famiglie con più di sei figli, non dovevano essere assegnati incarichi pericolosi.

Un altro campo in cui si può chiaramente osservare l’intento della Provvidenza di contrastare, attraverso Carlo, i pregiudizi rivoluzionari del tempo, fu l’austerità con cui adempiva ai suoi obblighi dinastici.

La mitologia rivoluzionaria aveva creato una caricatura della nobiltà e della regalità che servì da giustificazione psicologica per il rovesciamento delle monarchie. Secondo questa caricatura, i nobili, e ancor di più i re, erano un bell’ornamento della società, ma troppo costoso per il popolo, che doveva sostenerli con le tasse, in contrasto con la borghesia industriale e commerciale, che creava ricchezza con le sue aziende e contribuiva al Tesoro dello Stato. Secondo questa caricatura, i popolani erano gente seria, laboriosa e umile, mentre i nobili erano arroganti e beffardi della vita, perdevano il tempo in intrighi, erano seri nelle cose frivole e frivoli nelle cose serie.

Questa caricatura era sbagliata, almeno per quanto riguardava il mondo germanico e austro-ungarico, dove la nobiltà formava la spina dorsale dell’esercito e della pubblica amministrazione, e le cui terre erano lavorate con le più avanzate tecnologie. Ma la propaganda rivoluzionaria aveva ottenuto questa vittoria nell’immaginario popolare.

Al tramonto delle due grandi monarchie germaniche, la Provvidenza portò al trono più glorioso del mondo un giovane che aveva rifiutato radicalmente questa caricatura, assumendo la grave responsabilità con un alto senso del dovere. Quando indossò la Corona di Santo Stefano a Budapest, nel dicembre 1916, disse: “Essere re non significa soddisfare un’ambizione, ma sacrificarsi per il bene di tutto il popolo”.

Mettendo in pratica questo motto, si stabilì nel castello di Laxenburg, restrinse lo stile di vita e si dotò di moderni mezzi di governo. Fece ampio uso del telefono e del telegrafo, e moltiplicò i viaggi in treno per stabilire i collegamenti con l’esercito e la popolazione. Intraprese non meno di ottantadue viaggi e percorse 80.000 chilometri in soli 24 mesi. Trasformò il treno imperiale nella capitale itinerante della Monarchia.

Tuttavia, la dimensione più importante, che mostra l’opera della Provvidenza nella sua persona, fu il modo in cui l’imperatore Carlo si oppose all’anticlericalismo massonico e al secolarismo, allora l’aspetto più dinamico del processo rivoluzionario. Un decennio dopo che la Repubblica francese aveva spogliato la Chiesa di tutti i suoi privilegi, ponendo le basi dottrinali e legali per l’ipocrita laicità che ora regna in quasi tutti gli stati membri dell’Unione Europea, l’Imperatore Carlo scelse di perdere il trono prima che i possedimenti dell’Impero si trasformassero in territori apparentemente laici, in realtà atei.

Come è noto, fin dal Settecento le logge massoniche europee sognavano una società transnazionale e transdenominazionale, all’interno di una federazione degli Stati Uniti d’Europa. L’ostacolo principale a questo progetto era lo Stato Pontificio e la Monarchia Duale, plasmata dalla pietas austriaca della famiglia imperiale e dalle belle espressioni di unità tra Chiesa e Stato, come la partecipazione dell’Imperatore, dell’intera Corte e delle istituzioni pubbliche alla processione del Corpus Domini per le strade di Vienna.

Lo Stato Pontificio era stato liquidato con la breccia di Porta Pia; ora toccava alla monarchia austro-ungarica. Nel suo libro Requiem per un Impero Defunto, lo storico ebreo ungherese François Fejtö ammette che il progetto massonico degli Stati Uniti d’Europa prevedeva la distruzione della monarchia cattolica dell’Austria-Ungheria. Secondo lui, la massoneria ebbe un ruolo preponderante nella liquidazione dell’Impero.

Non è indifferente che proprio a Vienna, dopo la caduta dell’impero tedesco, il conte Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi sia stato iniziato alla Massoneria e abbia fondato il movimento paneuropeo. In uno dei suoi scritti paragona addirittura lo “spirito d’Europa” allo spirito di Lucifero: “Nella mitologia ebraica, lo spirito europeo corrisponde a Lucifero - in greco Prometeo: il portatore di luce, che porta sulla terra la scintilla divina, [...] il Padre della tecnologia, dell’illuminazione e del progresso”.

Sarebbe stato più vantaggioso per la Massoneria internazionale, invece di distruggere l’Austria, mettere il prestigio della Monarchia Duale al servizio dei suoi ideali, proprio come Stalin mise la Chiesa Ortodossa Russa al servizio dell’Unione Sovietica, con risultati notevolmente migliori rispetto alla persecuzione religiosa di Lenin.

Fu questa sottomissione del trono austriaco ai piani massonici che l’imperatore Carlo rifiutò. Ciò gli costò il trono e lo portò eventualmente alla morte su un’isola perduta nell’Atlantico. Questa verità storica è documentata nei due volumi della Congregazione per le Cause dei Santi – la Positio super virtutibus – serviti come base per la sua beatificazione.

Nella sua dichiarazione giurata durante il processo, l’Imperatrice Zita affermò che le attività dei massoni contro l’Imperatore Carlo si svilupparono in tre fasi consecutive:

         – il contrasto ai tentativi di pace e la rivoluzione del novembre 1918;

         – tre offerte nel 1919 per conquistare personalmente l’Imperatore deposto;

         – un ultimo tentativo nel 1922 quando era già in esilio.

Secondo l’Imperatrice Zita, “la decisione finale della Massoneria di liquidare la monarchia austro-ungarica fu presa durante il Congresso eucaristico di Vienna del 1912”. L’allora arciduca Carlo ne venne a conoscenza pochi giorni dopo. Una risoluzione della Gran Loggia di Francia del 28 maggio 1915, allegata alla Positio, informava il governo britannico e francese che la Massoneria voleva la rovina della Casa d’Asburgo, come era successo ai Borbone in Francia.

La Positio super virtutibus contiene anche dichiarazioni dell’arciduchessa Isabella Carlotta, figlia di Carlo e Zita, e del fratello dell’Imperatrice, il principe Xavier di Borbone-Parma. Entrambi confermano che l’Imperatore fu avvicinato diverse volte da agenti della Massoneria, in Svizzera e Madeira. Questi agenti promettevano di riportarlo sul trono se Carlo fosse entrato nella Massoneria. Secondo il principe Xavier, gli agenti proposero a Carlo il ritorno a Vienna e la restaurazione politica ed economica dell’Austria-Ungheria in cambio del riconoscimento della Massoneria, dell’instaurazione di un’educazione laica e dell’introduzione del divorzio. In seguito, ridussero le esigenze alla semplice tolleranza della Massoneria.

L’Imperatore Carlo respinse tutti questi tentativi. Egli così si confidò col cognato: “Umanamente parlando avrei tutte le garanzie per riconquistare i miei stati. Sono state esercitate forti pressioni su di me da tutte le parti per non rifiutare quest’ultima opportunità. Ma davanti a Dio non posso giustificare il raggiungimento del bene con l’aiuto del male. Non ci sarebbe alcuna benedizione per questo”.

Carlo era consapevole che uno Stato riceve la benedizione divina solo se riconosce Dio nella sua legislazione e rimane unito all’unica vera Chiesa. Egli preferiva subire una tragedia per la sua famiglia, e persino per la Monarchia Duale, piuttosto che lasciare che il prestigio della corona servisse da copertura per i più grandi crimini, come accade oggi nei paesi con regimi monarchici, dove esistono l’aborto, l’eutanasia, le unioni omosessuali e altre nefandezze.

Lo stesso vale per il suo rifiuto di abdicare al trono, un gesto che mostra come, oltre le combinazioni politiche, egli aveva una speranza di matrice cattolica che sarebbe arrivato il giorno in cui il trono austro-ungarico (e, perché no, il trono di un Sacro Romano Impero risorto dalle sue ceneri?) sarebbe stato nuovamente occupato da uno dei suoi discendenti. Per gli atei questa prospettiva è una chimera, ma per le persone di fede tutto è possibile per coloro che confidano in Dio, come insegna san Paolo.

Com’è noto, dopo le successive sconfitte militari, le rivoluzioni scoppiate nei territori dell’Impero, la defezione di molti capi militari e autorità civili, nel novembre 1918 Carlo non poté che prendere atto dello scioglimento della sua autorità. Egli tuttavia non firmò l’abdicazione, bensì una rinuncia alla “partecipazione al governo austriaco”. Due giorni dopo rinunciò anche a qualsiasi “partecipazione agli affari dello Stato ungherese”. Tuttavia, era così convinto della sua legittimità che, con l’appoggio di papa Benedetto XV, tentò due volte di riprendere il trono ungherese, fallendo in ambedue le occasioni.

Un segno ancora più chiaro della sua speranza per una futura restaurazione del trono furono le due visite del console inglese a Madeira, chiedendo a Carlo di abdicare in cambio di grandi benefici materiali per sé e per la sua famiglia, cosa che egli rifiutò. La prima volta il Console informò Carlo, in nome della Conferenza degli Ambasciatori, che se avesse abdicato gli sarebbero state restituite tutte le sue proprietà e la sua famiglia avrebbe ricevuto sostegno materiale dall’Inghilterra. Se avesse invece rifiutato, non avrebbe ricevuto nulla e, anzi, sarebbe stato proibito qualsiasi invio di denaro per il suo mantenimento. Secondo le dichiarazioni dell’Imperatrice Zita nella Positio super virtutibus, Carlo rispose che la sua corona non era in vendita.

La seconda volta, lo stesso console minacciò l’Imperatore Carlo, in nome delle potenze vittoriose della Grande Guerra, che se fosse stato sospettato di pianificare un nuovo tentativo di restaurare la monarchia, sarebbe stato trasferito in un altro luogo e separato dalla moglie e dai bambini. Anche in questa occasione rimase irremovibile. Egli disse all’Imperatrice: “Dobbiamo confidare in Dio; il Sacro Cuore di Gesù dirigerà tutto in modo che la volontà divina, qualunque essa sia, possa essere compiuta”.

Con l’inizio della malattia che lo porterà tra le braccia del Creatore, l’Imperatore Carlo si convinse che Dio gli chiedeva il sacrificio della vita per la salvezza del suo popolo. Egli confidò questo pensiero a Zita, aggiungendo: “Io sono pronto al sacrificio!”, un’ultima indicazione che, oltre la tragedia, conservava nel suo cuore la luce della speranza che in futuro potesse avvenire una resurrezione spirituale dell’Austria-Ungheria.

È quella speranza che ci unisce stasera attorno alla sua memoria.

È una speranza che include non solo l’Austria e gli antichi possedimenti della Monarchia Duale, ma tutte le nazioni cristiane dell’Occidente. Posso immaginare la reazione degli scettici. A essi rispondo con le parole del prof. Plinio Corrêa de Oliveira sull’invincibilità della controrivoluzione:

“Omnia possum in eo qui me confortat (Fil 4,3). Quando gli uomini decidono di collaborare con la grazia di Dio, allora nella storia accadono cose meravigliose: la conversione dell’Impero romano, la formazione del Medioevo, la riconquista della Spagna a partire da Covadonga, sono tutti avvenimenti di questo tipo, che accadono come frutto delle grandi risurrezioni dell’anima di cui anche i popoli sono suscettibili. Risurrezioni invincibili, perché non vi è nulla che possa sconfiggere un popolo virtuoso e che ami veramente Dio”.

Poniamo questa speranza di una risurrezione dell’anima cristiana dell’Occidente ai piedi della statua della Madonna di Fatima, certi che con una grazia immensa Ella non solo convertirà la Russia e riporterà la pace nel mondo, ma farà sì che la Monarchia Duale risorga in tutto il suo splendore.

 

Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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