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Trump e la sindrome di Sansone

 

 

di Julio Loredo

Tutti ricordiamo il noto episodio biblico di Sansone che abbatte il tempio. Fatto prigioniero dai Filistei, che gli tagliarono i capelli così da privarlo della sua forza titanica, fu portato al tempio di Dagon per divertire i suoi nemici. Legato con catene ai pilastri che reggevano l’edificio, pregò Dio di ritrovare la sua forza, dopodiché li fece cadere spingendoli mentre gridava: “Muoia Sansone con tutti i Filistei!”. L’intero edificio crollò, uccidendo tutti coloro che si trovavano all’interno.

Questo episodio biblico mi viene in mente quando considero la feroce campagna che la sinistra sta conducendo contro Donald Trump, nel disperato tentativo di impedirgli di vincere le prossime elezioni presidenziali. Nella frenesia di fermarlo, la sinistra sta distruggendo le fondamenta stesse dell’ordine americano.

La sinistra lo sta perseguitando con tale violenza da ledere lo stesso stato di diritto che, secondo loro, Trump disprezza. In particolare, l’uso diffuso del “lawfare”, cioè l’abuso del sistema giudiziario per perseguitare politicamente qualcuno, caratterizza più una dittatura che una democrazia.

“Il disperato tentativo dei democratici di distruggere il presidente Donald Trump è l’esempio più chiaro del crollo dello stato di diritto che sta accadendo oggi”, afferma Newt Gingrich, ex presidente della Camera e noto leader conservatore. “I democratici sono disposti ad abbattere ogni legge pur di liquidare Trump”, scrive l’analista politica Laura Hollis. I commentatori sottolineano che non è solo Donald Trump ad essere sotto processo, ma lo stesso Stato di diritto. Ciò presagisce una dittatura di sinistra. “Questo è un pericolo per tutti gli americani – dice Gingrich – se il sistema è abbastanza corrotto da perseguitare un ex presidente e attuale candidato presidenziale, può colpire chiunque di noi”.

Paradossalmente, arrecando un danno così grave allo stato di diritto, la sinistra sta effettivamente aiutando la causa di Trump agli occhi degli americani. La sua popolarità era in calo circa un anno fa, ma dopo tutte le cause legali e i processi contro di lui, si è risollevato nei suoi sondaggi. Adesso è più popolare di Biden e probabilmente vincerà a novembre.

La campagna della sinistra contro il candidato repubblicano viene talvolta descritta come “l’élite contro Trump”, dove, ovviamente, l’“élite” è il cattivo. Ciò è riduttivo e fuorviante.

Nella sua lunga carriera di celebre uomo d’affari, Trump ha usato la parola “élite” in senso positivo, più o meno intercambiabile con “classe” o “lusso”. I suoi campi da golf erano “d’élite”; i suoi edifici, a New York o Toronto, a Panama o Las Vegas, erano “d’élite”; la sua villa a Mar-a-Lago era “d’élite”, e così via. Applicato alle persone, nella bocca di Trump era un chiaro complimento. Egli infatti si considerava “d’élite”.

La situazione è cambiata nel 2015, quando si è candidato alla presidenza. “Elite” divenne una parolaccia. Ha quindi attaccato l’“élite dei media”, l’”élite politica” e così via, presentandosi come leader del “popolo americano”. Gli analisti iniziarono a chiamare la sua posizione “populismo” e i suoi seguaci “destra populista”. La sinistra cominiciò a denunciare “la minaccia populista”.

Ma poi egli ha vinto, e ora sta provando a vincere ancora. Di conseguenza, ha iniziato a fare qualcosa che nessuno dei populisti aveva mai tentato. Ha rivendicato la parola “élite” con un orgoglio quasi vendicativo. Dopo aver sconfitto i suoi avversari alle urne, dopo aver criticato le “élite” definendole corrotte, incompetenti e fuori dal mondo, Trump ora vuole conferire a se stesso, così come ai suoi più ferventi sostenitori, il mantello di “élite”. “Sapete cosa?” ha detto in Arizona, “penso che siamo l’élite”. Nella Carolina del Sud ha addirittura affermato: “Siamo la super élite”.

Descrivere lo scontro tra sinistra e destra come uno scontro tra “élite” e “popolo” implica accettare il nucleo stesso dell’ideologia rivoluzionaria, vale a dire la lotta di classe. Si rischia di cadere in un facile egualitarismo. Dobbiamo piuttosto parlare di questioni dottrinali, cioè quali idee difende Trump in opposizione alla sinistra. O meglio, che cosa rappresenta Trump nella cornice del “conservative revival” da tempo in atto negli Stati Uniti.

D’altro canto, dobbiamo stare attenti a non identificare Donald Trump semplicemente con il conservatorismo. La situazione non è così chiara. Contiene molteplici sfumature che devono essere prese in considerazione per una visione equilibrata.

Per alcuni potrebbe sembrare una novità, ma il fatto è che Donald Trump non è universalmente amato dai conservatori, anche se sono sicuro che voteranno comunque per lui a novembre, per evitare una seconda presidenza Biden.

Un primo fattore di diffidenza è la sua stessa personalità, molto lontana da quella che i conservatori considerano l’anima tradizionale del Paese, raffigurata per esempio dal contegno nobile e posato di George Washington. La nota irruenza di Trump, lo scarso rispetto per le tradizioni, l’uso frequente di linguaggio volgare e di metafore immorali, costituiscono di per sé una Rivoluzione culturale. Perciò molti americani dalla mentalità tradizionale sprezzano il magnate di New York.

Poi abbiamo le questioni morali, in cui Trump spesso si schiera con la sinistra, al punto da essere considerato “il presidente più pro-gay della storia americana”, come ha affermato Richard Grenell, ex direttore dell’intelligence nazionale. Anche se questo potrebbe non essere del tutto vero (contende il dubbio primato a Joe Biden), Trump ha una lunga storia di sostegno ai “diritti” LGBT. Nel 2016 twittava: “Grazie alla comunità lgbt. Combatterò per voi!”. Trump è apparso in manifestazioni politiche portando la bandiera arcobaleno LGBT, e ha ricevuto diversi riconoscimenti dalle lobby LGBT. È stato perfino nominato “Uomo dell’anno” da diverse riviste LGBT.

Molti conservatori non sempre seguono Trump nel suo appoggio per Vladimir Putin. Il conservatorismo americano è sinonimo di anticomunismo. È difficile per un conservatore sostenere, o anche solo mostrare simpatia, per qualcuno che rimpiange l’Unione Sovietica. Inoltre, il più volte ribadito sostegno di Putin alla sinistra marxista latinoamericana – al punto di professarsi ammiratore di modelli come Fidel Castro e Che Guevara, anche lo scorso marzo ricevendo una delegazione di parlamentari di quel continente – è difficilmente “digeribile” come discorso conservatore sincero.

Il recente voto sugli aiuti finanziari e militari all’Ucraina è stato eloquente. Nonostante il tentativo di Trump di bloccarlo, minacciando addirittura di ritorsioni i deputati repubblicani che lo favorissero, il pacchetto di aiuti è stato approvato a larga maggioranza. Percependo la mancanza di sostegno alla Russia, Trump ha deciso di non imporre alcuna misura contro i membri del Congresso che hanno votato contro la sua direttiva.

Mentre su alcune questioni Trump si è spostato verso sinistra, il movimento conservatore attorno a lui si sta spostando costantemente verso destra.

Recentemente la prestigiosa Heritage Foundation ha lanciato il “Progetto 2025” per tracciare le linee di un futuro governo conservatore.

“Non è sufficiente che i conservatori vincano le elezioni. Se vogliamo salvare il Paese dalla morsa della sinistra radicale, abbiamo bisogno sia di un programma di governo che delle persone giuste sul posto, pronte a portare avanti questo programma il primo giorno della prossima amministrazione conservatrice”, si legge nel documento del progetto. Introduzione.

Ricordiamo che fu la Heritage Foundation a offrire il più importante contributo intellettuale all’amministrazione Reagan, consentendo così il conservative revival negli anni ’80 che pose fine al dominio decennale della sinistra. Più recentemente, l’amministrazione Trump ha fatto molto affidamento sul “Mandate for Leadership” della Heritage per l’orientamento politico, abbracciando quasi due terzi delle proposte della Heritage.

I conservatori sperano che faccia lo stesso nel suo secondo mandato che, per come stanno le cose oggi, sembra l’esito più probabile delle elezioni presidenziali di novembre.

Un recente sondaggio del Wall Street Journal mostra che il presidente Biden è in svantaggio rispetto a Trump in sei dei sette cosiddetti “swing states”, cioè quelli che possono cambiare l’esito delle elezioni. I sondaggi mostrano anche che i pilastri che reggono la coalizione democratica mostrano fratture. Il mix di elettori neri, latini e giovani che sono stati cruciali per l’elezione dei candidati democratici sta negando il sostegno a Biden o si sta spostando verso Donald Trump.

Tutto ciò sembra indicare una vittoria di Trump a novembre.

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