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L’Europa “finlandizzata”

 

di Julio Loredo

Ils n’ont rien appris ni rien oublié. Ecco la lapidaria formula con la quale Talleyrand descrisse alcuni dei nobili francesi che rientravano dall’esilio dopo la Restaurazione: non hanno imparato niente né hanno dimenticato niente. Il vecchio mondo era andato in fumo e uno nuovo, assai diverso, era sorto. Ma loro, scappati via durante gli ultimi scampoli dell’Ancien Régime, tornavano in patria sperando di riprendere l’ultimo minuetto nel compasso esatto in cui lo avevano lasciato vent’anni addietro...

Ci sono certe categorie di persone che non imparano niente né dimenticano niente. La crescente tensione con la Russia ne è un esempio stridente.

 

I due talloni d’Achille dell’Europa

In questi giorni, tutti i mezzi stanno informando sulla situazione potenzialmente esplosiva che si sta creando nell’Est europeo, e concretamente in Ucraina. “Mosca vuole invadere l’Ucraina”, ha avvertito il segretario di Stato americano Blinken. Mentre Kiev trasferisce truppe al confine orientale, prevedendo una mossa a sorpresa del Cremlino, e la NATO realizza manovre militari congiunte vicino alla zona contestata, Vladimir Putin non lesina parole: “State oltrepassando un filo rosso!”, e a sua volta minaccia di ammassare truppe russe al confine. “La tensione è salita al massimo tra la Russia e Occidente”, informa da Mosca Fabrizio Dragosei sul Corriere della Sera (1-12-01).

Nonostante finga di fare la voce grossa, di fronte alla Federazione Russa l’Occidente è ormai in “remissive mode”, cioè in modalità cedevole. Lo abbiamo visto nel 2008 quando la Russia strappò alla Georgia, con la forza militare, le province dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia. Lo abbiamo visto nel 2014 quando i russi invasero la Crimea, fomentando contestualmente la creazione delle repubbliche fantocce di Doneck e di Lugansk. A parte qualche protesta pro forma e un paio di “sanzioni” subito allentate, l’Occidente non fece niente per difendere Paesi che volevano restare indipendenti e legati all’Europa.

Tra i motivi di questa vergognosa cedevolezza, forse il principale è quello menzionato dallo stesso Dragosei nell’articolo sopra citato: “Si riapre la questione delle forniture del gas russo all’Europa”. Già! Il gas russo… Piaccia o meno, il fatto è che la sorte dell’Europa, soprattutto durante l’inverno, è nelle mani dell’occupante del Cremlino. Ben il 47% del gas consumato nell’Unione Europea proviene dalla Russia. E questa dipendenza è destinata ad aggravarsi ulteriormente con l'imminente attivazione del gasdotto North Stream 2.

Eppure questa era una situazione perfettamente prevedibile e, quindi, evitabile.

“L’Europa è un Achille che di calcagni vulnerabili ne ha non uno bensì due”, scriveva Plinio Corrêa de Oliveira nel luglio 1972. E proseguiva: “Un calcagno è il petrolio e il gas di provenienza sovietica nonché dei paesi arabi più o meno comandati da Mosca. Se, da un momento all’altro, la Russia tagliasse il rifornimento di gas e di petrolio, potrebbe paralizzare buona parte dell’industria e dei trasporti in Europa. (...) L’altro calcagno è la situazione militare. Le forze sovietiche superano quelle dell’Europa occidentale in proporzione di quasi sette a uno. (...) In questo modo la Russia sta accerchiando l’Europa”. (1)

Il pensatore cattolico brasiliano stava commentando un editoriale del New York Times, scritto da C.L. Sulzberger, nel quale il noto giornalista ammoniva: “È innegabile che l’Europa occidentale sta diventando, in modo sempre più irreversibile, dipendente dalla buona volontà di Mosca per la sua sicurezza e per il suo progresso economico”.

Questa contingenza era il risultato della politica di détente nei confronti dell’URSS che, parafrasando Churchill, consisteva nell’alimentare l’orso sperando di essere mangiato per ultimo. Politica rispecchiata poi, in campo ecclesiastico, dalla famigerata ostpolitik. Si cominciava a prospettare il rischio che l’Europa fosse “finlandizzata”, un’espressione del gergo politico di allora per descrivere un paese in una situazione simile a quella della Finlandia, cioè sovrana sulla carta ma del tutto dipendente dall’Unione Sovietica. Mentre i più lungimiranti proponevano un atteggiamento più fermo per proteggere l’Europa, i fautori della détente e dell’ostpolitik consigliavano invece di raddoppiare la razione all’orso... Plinio Corrêa de Oliveira li battezzò “la banda degli sprovveduti”. (2)

 

Banda degli sprovveduti

Questa situazione di dipendenza si aggravò ulteriormente nel 1982 con la costruzione del gasdotto di Yamal, un mega progetto da 45 miliardi di dollari per esportare gas siberiano nell’Europa occidentale. Inutile dire che questi soldi uscirono dalle banche occidentali... Basato su uno studio dell’Heritage Foundation, di Washington, Plinio Corrêa de Oliveira definì questo gasdotto “un’immensa corda di acciaio con la quale Mosca potrebbe inforcare sia l’Europa occidentale che quella orientale, visto che tutte e due diverranno largamente dipendenti dal gas sovietico per affrontare i rigori dell’inverno”.

All’epoca non poche voci avvertirono sul carattere suicida di una tale politica. Dagli Stati Uniti, durante varie amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, piovvero critiche a questi progetti. Con ragione, gli americani erano preoccupati che la stretta dei legami energetici tra la Russia e l’Europa prefigurasse una crescente dipendenza dell’Unione Europea dal gas russo, e di conseguenza un indebolimento geopolitico del Vecchio Continente a favore di Mosca. Inutile! Per motivi che soltanto gli abitanti del Walhalla politico riescono a capire, i vertici europei scelsero di mettersi al collo la corda di acciaio.

Via di questo passo, nell’ottobre del 2000 l’Unione europea siglò una collaborazione energetica strategica col presidente russo Putin. Sulla scia di questa intesa, il monopolista russo del gas, la Gazprom, siglò un accordo con le multinazionali tedesche Basf ed Eon per costruire il North European Gas Pipeline, noto anche come North Stream, costato la bellezza di 6,5 miliardi di euro, ovviamente finanziati dall’UE. Con questo, l’Europa nel suo complesso è diventata ancor più direttamente dipendente dalle buone relazioni con la Russia per un sicuro approvvigionamento energetico. Non bastassero queste due corde di acciaio attorno al nostro collo, adesso abbiamo anche il North Stream 2, la cui inaugurazione, prevista per settembre, è stata rimandata a febbraio 2022.

Ed eccoci ad affrontare la seconda crisi ucraina all’inizio dell’inverno e, quindi, in una situazione di estrema debolezza, direi quasi di sudditanza.

L’Unione Sovietica si è sgretolata, sostituita dalla Federazione russa. L’Europa è diventata l’Unione Europea, ormai composta da ventisette nazioni, tra cui alcune ex satelliti di Mosca. Il panorama geopolitico, insomma, è profondamente cambiato dagli anni '70. Ma due fattori basilari sembrano perdurare ab aeterno: la determinazione di Mosca di spingersi risolutamente fino ai limiti nella difesa dei suoi interessi, e la molle cedevolezza dell’Europa sempre pronta a patteggiare.

Vraiment, ils n’ont rien appris ni rien oublié…

 

Note

1. Plinio Corrêa de Oliveira, “Os dois calcanhares”, Folha de S. Paulo, 25-06-72.

2. Plinio Corrêa de Oliveira, “A equipe imprevidente I”, Folha de S. Paulo, 02-12-73; “A equipe imprevidente II”, id. 04-12-73.

 

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