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Le impossibili statistiche del Covid in Cina

 

 

di John Horvat

Mentre l'ultima ondata di COVID aumenta in Occidente, tutto è tranquillo in Oriente. È sempre stato tranquillo. Milioni di persone sono morte a causa dell'epidemia di coronavirus che ha colpito il mondo. Tuttavia, pochi sembrano ritenere strano come mai la nazione dove il virus è apparso per la prima volta in mezzo a un pubblico interamente non protetto di 1,3 miliardi di persone, si siano registrate solo 4.636 morti negli ultimi tre anni.

Eppure, le statistiche ufficiali della Cina rimangono nelle mani di funzionari che fanno attentamente tutto il possibile per assicurarsi che l'immagine del Paese rimanga immacolata. Essi sostengono che i bassi numeri sono dovuti alle brutali politiche di "tolleranza zero" della nazione comunista. La Cina è presentata come un modello per l'Occidente.

Incominciano ad apparire alcune voci che contestano questa narrativa. Un esperto dice che le cifre delle vittime sono probabilmente più vicine a 1,7 milioni. Questa cifra metterebbe la Cina allo stesso livello del resto del mondo, indicherebbe anche il fallimento dell'isolamento più rigido del mondo e spiegherebbe le recenti chiusure di intere città e regioni a causa del virus che, nella nazione comunista, non uccide nessuno.

Statisticamente impossibile

L'analista è George Calhoun, direttore del programma di finanza quantitativa allo Stevens Institute of Technology di Hoboken, nel New Jersey. Egli sostiene che il regime comunista è impegnato in una sistematica soppressione di dati. La sua ricerca si basa su modelli sviluppati da The Economist e riportati da The Epoch Times.

Le statistiche governative registrano, per esempio, solo due morti in Cina dall'aprile 2020. Questa sorprendente immunità dalla morte è avvenuta mentre la pandemia infuriava ovunque, i trattamenti erano sconosciuti e la popolazione cinese non era protetta.

"Questo è impossibile. È medicalmente impossibile, è statisticamente impossibile", sostiene il signor Calhoun.

Altre prove di copertura

Durante tutta la crisi del COVID, la Cina è stata accusata di nascondere il vero bilancio delle vittime. Cai Xia, un professore cinese, che insegnava all'elitaria Scuola Centrale del Partito, è stato espulso dal Partito Comunista quando ha insistito che il numero dei morti veniva riportato in modo errato.

Quando il virus è scoppiato per la prima volta a Wuhan, gli abitanti affermarono che il bilancio era molto più alto dei 3.000-4.000 morti rilasciato dal governo. Basandosi sulle consegne di urne funerarie e altri dati, molti stimarono che circa 42.000 persone erano state uccise dal COVID fino al marzo 2020 nella sola Wuhan.

La statistica come strumento e arma

Da sempre i partiti comunisti hanno usato le statistiche come strumento e arma per portare avanti la loro agenda. I funzionari si sentono liberi di cambiare i numeri per proiettare una buona luce sullo Stato, che controlla tutto. Tanto, la verità è quella che favorisce le fortune del partito. Se le statistiche dovranno essere truccate di conseguenza, non c'è problema. Da qui, la notoria inaffidabilità delle statistiche comuniste.

Il problema è ulteriormente complicato da funzionari ansiosi che devono riferire buone notizie ai capi del partito o, altrimenti, affrontare le conseguenze dei loro fallimenti, compresa la morte. Nel caso della crisi del COVID, i numeri della tolleranza zero possono essere statisticamente impossibili e persino assurdi, ma la maggior parte dei funzionari preferisce la propria sopravvivenza alla scomoda verità.

Inquietante è anche la complicità dei grandi media occidentali che ripetono i numeri cucinati dai regimi comunisti. Quando c'è di mezzo il prestigio della sinistra, sono pochi coloro che osano mettere in discussione cifre impossibili o, almeno, "seguire la scienza". Durante la lunga guerra fredda, l'Occidente presentò l'Unione Sovietica come la seconda economia più grande al mondo. Quando il muro di Berlino cadde, la dimensione reale dell'economia si rivelò essere significativamente inferiore.

Trattare i cittadini come prigionieri

I dati COVID mostrano che lo Stato comunista regna sovrano in Cina. Può piegare la realtà per rappresentare ciò che vuole. Inoltre, il regime si preoccupa poco del benessere del suo popolo, l’importante è che tutti servano lo Stato.

Lo sforzo per salvaguardare la reputazione della Cina sta entrando in una fase cruciale, specialmente con l'avvicinarsi dei Giochi Olimpici Invernali. Focolai di COVID segnalati di appena uno o due casi hanno innescato massicci blocchi di intere città. Le strategie di tolleranza zero sono ora in atto e coinvolgono milioni di persone sotto restrizioni draconiane che includono il divieto di attività all'aperto e persino di fare la spesa.

I test massicci in intere città sono all'ordine del giorno, mentre le imprese e le scuole sono chiuse. Giganteschi campi di quarantena che contengono migliaia di persone in minuscole cabine di metallo sono stati costruiti in tutto il paese. I cittadini possono essere improvvisamente trasportati in autobus in questi campi, dove trascorrono periodi di isolamento di due settimane.

Nonostante tutti gli sforzi, i nuovi casi di COVID continuano ad aumentare, chiudendo interi settori dell'economia. Nel frattempo, le statistiche ufficiali mostrano centinaia (solo) di nuovi casi ma continuano a non registrare nuovi decessi… È semplicemente incredibile.

Pubblicato originariamente sull’American Thinker.

 

Fonte: Tfp.org, 1 Febbraio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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