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Ucraina: guerra oltre le linee, oltre ogni limite

 

 

di Renato Cristin

Che in Ucraina si trattasse di guerra vera, lo avevamo capito dagli oltre centomila soldati russi schierati e dal dispiegamento di mezzi, e che fosse unilaterale lo si vedeva dal pretesto addotto (la Russia ha attaccato l’Ucraina perché si sentiva minacciata nella sua esistenza: tesi tanto assurda da sconfinare nel grottesco); che fosse una guerra di invasione, lo si è intuito dopo un paio di giorni dallo scoppio con l’attacco da tutti i lati (tranne ovviamente quello occidentale), e che fosse di conquista era implicito nelle premesse politiche; che fosse una guerra sporca lo abbiamo visto solo da poco, da quando cioè abbiamo saputo che numerosi agenti russi si erano infiltrati da tempo in tutte le zone nevralgiche del Paese, facendo da punto di riferimento per le azioni e per i bombardamenti; ma che fosse tanto sporca da essere paragonabile a quella nella ex-Jugoslavia o in Libano, lo abbiamo visto solo quando un soldato russo ha potuto farsi largo tra la folla ucraina stringendo due granate nelle mani e minacciando di farle esplodere. Ecco, ora all’azione militare può affiancarsi quella terroristica.

Questa, infatti, è una guerra senza fronti o dalle linee molto sfrangiate, in cui i soldati invasori si mischiano alla popolazione civile, dietro le linee; e che sta diventando senza quartiere e senza regole, come mostra il bombardamento della centrale nucleare di Zaporizhzhya, che è un fatto di gravità assoluta e prelude ad altri eventi che – meno gravi sul piano della distruzione di massa ma non meno funesti sul piano delle atrocità – in questa situazione di caos possono facilmente accadere, come devastazioni e violenze personali su civili inermi: oltre ogni linea, oltre ogni limite. E poiché gli ultimi proclami di Vladimir Putin vanno in questa direzione, parlando di distruzione del presunto nemico “nazi-occidentale” (falsa immagine contraddetta non solo dalla realtà occidentale, Ucraina inclusa, ma anche dal bombardamento russo del Memoriale di Babyn Yar), è possibile che la guerra sporca si trasformi in guerra di annientamento, che unisca la conquista del territorio con lo sterminio di chi vi si oppone, militari o civili che siano.

Tutto ciò potrebbe culminare in una distruzione generalizzata (Kiev come Varsavia nel 1939 e nel 1944), oppure rimanere sul piano di distruzione localizzata sulle infrastrutture militari, oppure arrestarsi in qualsiasi momento e trasformarsi in una tregua che porti alla pace. Pregare e operare per quest’ultimo esito è ciò che tutta l’Europa sta facendo, ma al tempo stesso è necessario essere preparati anche ad altre ipotesi. Tregua e pace, dunque, ma sapendo che pace non è pacificazione. Le tossine che una certa Russia nostalgica dell’Unione Sovietica ha così pesantemente e diffusamente sparso, ben oltre i confini ucraini, non potranno essere smaltite così facilmente; e il risentimento che i governanti russi provano e mostrano verso l’Occidente non potrà essere rapidamente cancellato. Nelle province separatiste ci sono state azioni di gruppi paramilitari ucraini anche nei confronti dei civili filorussi, che vanno condannate come esecrabili, ma ciò che qui balza agli occhi è la sproporzione della risposta russa: non si può replicare con un intervento su larga scala e con mezzi da guerra globale ad attacchi localizzati e oltretutto non estendibili perché erano causati da una spinta secessionistica filorussa non presente in altre zone dell’Ucraina.

La sproporzione bellica, in questo caso, è il segno di una volontà di potenza che precede qualsiasi atteggiamento o atto militare dell’Occidente e dell’Ucraina verso la Russia, e in ogni caso a un atteggiamento ostile non si può rispondere mettendo a ferro e fuoco le città, uccidendo civili, disarticolando il tessuto sociale e familiare di un intero popolo che, oltretutto, gli aggressori definiscono come popolo fratello (il massimo della contraddizione e del cinismo). La Russia ha oltrepassato un limite; sarebbe sacrosanto tornare indietro, ma il rischio è che proceda oltre. E poiché questo oltre è l’Occidente stesso, è al proprio interno che l’Occidente deve non solo pensare a come organizzarsi per agire, ma anche a come recuperare la propria identità.

Quest’ultima esigenza sembra pura astrazione, staccata dalla realtà operativa che la guerra impone, e invece è la massima concretezza, perché riguarda i fondamenti su cui qualsiasi azione deve basarsi, che precedono la strategia militare o economica, perché riguardano l’identità stessa di chi agisce, senza la quale ogni atto diventa casuale, occasionale, incoerente, isolato dal contesto spirituale e morale, e in questo senso può essere anche un atto arbitrario. Se, dunque, questo fondamento è assente o molto labile, ogni interlocutore si sente in grado di sfidarci o, nel caso di un nemico, di aggredirci. Il medesimo schema che più volte abbiamo evidenziato nello scontro con il radicalismo islamico vale oggi anche nel confronto con la Russia, o in altri termini, per fortuna, con la Cina: senza identità precisa, forte ed esplicita, non si va da nessuna parte e tanto meno si vincono le sfide con gli avversari.

La Russia aggredisce l’Occidente per due cause, una efficiente e una finale: perché le istituzioni occidentali hanno mostrato tutta la debolezza che deriva dall’aver smarrito i propri valori fondanti (e ciò permette l’attacco), e perché essa sostiene di sentirsi minacciata e, soprattutto – ecco la finalità – perché con il pretesto del Lebensraum cerca di rafforzarsi su tutti gli scenari possibili, dal Medio Oriente all’America Latina e, oggi, all’Europa. L’erosione dei valori e la loro trasfigurazione nei simulacri valoriali propagandati dal politicamente corretto forniscono indirettamente agli avversari, nel caso odierno alla Russia, strumenti per aggredirci, ora in forma bellica, ieri in quella teorica o politica. Il nihilismo dell’Occidente attuale conduce a una doppia perdita: di identità e di potenza, di spirito e di spazio. E a entrambe queste sottrazioni si accompagna una perdita di libertà, come possiamo intravedere dagli sviluppi del confronto militare con la Russia e come abbiamo già amaramente constatato con la illiberale gestione politico-sanitaria della pandemia in molti Paesi occidentali, Italia in testa (orribile primato la cui gravità non potrà essere cancellata come se nulla fosse accaduto).

Non bastano le armi, siano pure testate nucleari, per vincere una guerra e, da quanto si è visto, nemmeno più per evitarla; occorrono motivazioni autentiche e soprattutto un’identità forte. Anche la Russia non è in buona salute da questo punto di vista, perché la struttura economico-finanziaria su cui si regge non solo il gruppo degli oligarchi ma l’intero sistema sociale è l’antitesi della spiritualità che contraddistingue la tradizione russa più nobile e genuina. Il nihilismo post-sovietico è diverso da quello dell’Occidente odierno, ma produce una medesima debolezza dello spirito, che permette in entrambe le parti l’ascesa di gruppi di dominio che, per entrambe le parti, sono dannosi come il veleno e da rifuggire come la peste. Gruppi animati non solo dalla brama di profitto (cosa in sé assolutamente lecita e, anzi, produttiva se rispettosa della persona, della sua dignità e della sua vita), ma dalla volontà positivistica di controllo e di limitazione della libertà personale, da un positivismo burocratico che in Russia si presenta come frutto ideologico dell’eredità sovietica e che in Occidente assume le sembianze del funzionalismo totalitario di cui la sciagura pandemica ha svelato motivazioni e scopi. È questo nihilismo la peste dell’Occidente e dell’Oriente, e chi riuscirà a sconfiggerlo sarà in grado di imporre la pace o, nel non auspicabile caso peggiore, di vincere lo scontro. Noi ovviamente facciamo il possibile affinché sia l’Occidente a debellare per primo il virus nihilistico.

 

Fonte: L’opinione degli Altri, 5 Marzo 2022.