Marcia per la vita 2014
Trentamila secondo la Polizia Municipale di Roma. Quarantamila secondo gli organizzatori. Tanti erano i partecipanti alla Marcia Nazionale per la Vita, ormai alla sua quarta edizione.
Il corteo è partito da un luogo altamente simbolico: la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, in piazza della Repubblica, eretta dai Romani Pontefici per commemorare i migliaia di martiri cristiani uccisi nelle Terme di Diocleziano. Oggi, duemila anni dopo, il sangue innocente scorre di nuovo. Non più nelle Terme, nel Circo o nel Colosseo, bensì nelle cliniche abortiste. Proprio per fermare questa strage degli innocenti, il popolo per la vita si mobilita per far sentire la sua voce nel cuore della Cristianità. Snodandosi per le strade del Centro Storico, la Marcia si è conclusa a piazza S. Pietro, dove i partecipanti hanno assistito all’Angelus di Papa Francesco che, dopo aver salutato la Marcia, ha avuto calde parole di incoraggiamento: “Andate avanti!”.
La Marcia coinvolge una vastissima coalizione di associazioni, religiose e laicali, unite nel comune desiderio di difendere la vita umana dal concepimento alla morte naturale, cancellando la legge 194 che nel 1978 aprì la porta alla strage degli innocenti. La Marcia ha dovuto superare ostacoli non indifferenti, sia psicologici che politici. Non è infrequente, infatti, trovare in giro l’idea che la legge 194 sia “una legge buona applicata male”. Niente di più fuorviante e pericoloso.
Secondo questa idea, la 194 conterrebbe anche aspetti positivi che, però, non sono stati mai attuati. Invece di chiederne l’abolizione, dovremmo batterci per la sua applicazione integrale. Questo è un tranello che bisogna dissipare.
Nella normativa legale precedente alla 194, l’aborto in Italia non era consentito, e anzi veniva sanzionato dalle norme contenute nel titolo X del libro II del Codice penale, che prevedeva la reclusione da due a cinque anni a chiunque cagionasse l’aborto di una donna consenziente. Nel caso di donna non consenziente, la pena saliva da sette a quindici anni. Tuttavia, alla luce dell’articolo 54 dello stesso Codice, venivano contemplate alcune eccezioni, quale per esempio ‘salvare la vita della gestante’.
La 194 capovolge questa concezione giuridica, ritenendo l’aborto un atto di per sé legale, salvo poi applicare qualche restrizione. La 194 suddivide in modo del tutto arbitrario la vita intrauterina in tre periodi, fissando per ciascuno di essi una differente disciplina e avendo come esclusivo criterio di riferimento i rischi per la salute della donna, senza il benché minimo accenno ai diritti del nascituro, al quale viene pertanto negata la condizione di persona. Ecco l’intrinseca malvagità di questa legge.
Secondo la morale cattolica, nell’impossibilità di ottenere il bene perfetto, è lecito scegliere un male minore, purché — ed ecco la sfumatura fondamentale — si indichi chiaramente trattarsi di una scelta non perfetta in attesa di tempi migliori. Applicato al caso sarebbe dunque moralmente lecito affermare: “Come primo passo, vediamo pure di migliorare la 194, applicandola bene, fermo restando che noi, come cattolici, puntiamo alla sua abolizione e ci batteremo in questo senso”. È quest’ultima affermazione — essenziale per la moralità dell’atto — che manca in molte persone. E allora la scelta diventa immorale: non si può assolutamente accettare tout court la 194 come buona.
Ed è proprio per trasmettere questo messaggio che è nata la Marcia per la Vita di Roma, alla quale l’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà – TFP partecipa sin dall’inizio.
Per uno slide show della Marcia, cliccate qui http://it.gloria.tv/?media=607033
