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La Madonna Addolorata 

Sebbene nel calendario liturgico attuale la memoria della Madonna Addolorata ricorra il 15 settembre, nella tradizione più antica della Chiesa essa veniva contemplata anche nel venerdì che precede la Domenica delle Palme, nel cosiddetto Tempo di Passione. Non è un dettaglio secondario: significa riconoscere che il dolore di Maria non è un ricordo lontano, ma una presenza viva proprio nei giorni immediatamente precedenti la Passione di Cristo. Per questo, nell’imminenza della Settimana Santa, ci è sembrato particolarmente opportuno riproporre oggi questa riflessione: perché guardare alla Madonna Addolorata ora ci aiuta a entrare più profondamente nel mistero della Croce, unendo il nostro cuore al suo dolore e al suo amore per il Figlio.

 

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Oggi è la festa dei Sette Dolori della Vergine Maria, collocata, con grande sapienza, subito dopo la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. «Festa estesa a tutta la Chiesa da Pio VIII, in memoria della protezione della Santissima Vergine nella liberazione di Pio VII». A questo proposito commenta Dom Guéranger:

«Mentre il giorno della nascita consideravamo la grazia, la bellezza della bambina che era nata, non ci si presentava il pensiero del dolore, ma se ci fossimo posta la domanda: “Che cosa sarà mai di questa bambina?”, avremmo veduto che se tutte le nazioni dovevano un giorno proclamarla beata, Maria doveva prima soffrire con il Figlio per la salvezza del mondo. Ella stessa, con la voce della liturgia, ci invita a considerare il suo dolore: “O voi tutti che passate per la via, fermatevi e vedete se vi è un dolore simile al mio dolore. Dio mi ha posta e stabilita nella desolazione. Il mio dolore è opera di Dio”».

«Predestinandola ad essere Madre del Figlio suo, l’ha unita in modo indissolubile alla persona, alla vita, ai misteri, alla sofferenza di Gesù, perché fosse cooperatrice fedele nell’opera della redenzione. Se Dio, che tanto ama il Figlio, gli diede la sofferenza in eredità, bisogna che la sofferenza sia un bene notevole, ma siccome, dopo il Figlio ama la Santissima Vergine più che tutte le altre creature, anche a lei l’ha offerta come il più ricco dei doni. La sofferenza di Maria non comincia solo sul Calvario. La sua infanzia fu senza dubbio tranquilla ed esente da pene. La sofferenza cominciò con Gesù “questo bambino molesto, dice Bossuet, perché dove entra, entra con la sua croce, porta con sé le spine, e le divide con quelli che ama”».

«La solennità di oggi, che ci presenta Maria al Calvario, ci ricorda, insieme con il dolore supremo, tutti gli altri noti ed ignoti, che riempirono la vita della Santa Vergine. La Chiesa si è fermata a considerarne sette solo, perché questo numero esprime sempre l’idea della totalità e dell’universalità. Per misurare l’estensione e l’intensità della sofferenza della Santissima Vergine, bisognerebbe capire quale fu il suo amore per Gesù. Il suo amore aumenta la sofferenza. “Natura e grazia, dice Bossuet, concorrono a determinare nel cuore di Maria impressioni profondissime. Nulla è più forte e più pressante dell’amore naturale per un figlio e dell’amore che sa dare la grazia per Dio”».

Sono così numerosi i pensieri eccellenti, che si sarebbe tentati di sviluppare eccessivamente questo Santo del giorno. Tuttavia, concentriamoci su due idee fondamentali qui presenti:

  1. Dio, avendo amato con amore infinito il suo Verbo Incarnato, Nostro Signore Gesù Cristo, e avendo amato con un amore inferiore a questo, ma superiore a ogni altro, la Madonna, ha loro concesso tutto ciò che vi è di buono. E per questo ha concesso loro quell’immensità di croci rappresentata dal numero sette. Sono sette dolori, cioè tutte le sofferenze. E la Vergine dei Dolori potrebbe essere chiamata perfettamente Madonna di tutti i dolori, perché non vi fu dolore che Ella non abbia patito.
  2. Per questo, se è vero che tutte le generazioni la chiameranno beata, a un titolo minore, ma immensamente reale, tutte le generazioni avrebbero potuto chiamarla anche “infelice”. Ora, se è così, dovremmo comprendere meglio, quando il dolore entra nella nostra vita, che esso è una prova dell’amore di Dio. E che finché il dolore non penetra nella nostra esistenza, non abbiamo tutte le prove dell’amore di Dio. Aggiungerei – e più avanti lo giustificherò – che non abbiamo nemmeno la principale prova dell’amore di Dio verso di noi.

Che cosa significa questo? Vi sono molte persone di cui osservo la fisionomia e, in fondo ad essa, vedo questo: manca ancora il soffrire; manca una nota di maturità, di stabilità, di razionalità, un’elevazione che possiede solo chi ha sofferto, e ha sofferto molto. In chi conduce una vita senza sofferenza, questa nota non traspare nel volto e, ciò che è ben peggio, non traspare nell’anima.

Dobbiamo comprendere questo quando cominciano a sorgere contrattempi, difficoltà nel nostro apostolato, malintesi con gli amici nel Gruppo(*), malintesi con i superiori, problemi di salute, affari che vanno male, difficoltà in famiglia. Non dovremmo considerare tutto questo come qualcosa di mostruoso, come vorrebbe lo spirito hollywoodiano, cioè come qualcosa che non dovrebbe accadere. “Come è potuto succedere?”… No, signore!

Chi non soffre dovrebbe piuttosto chiedersi: come mai mi accade questo, se non soffro nulla? Perché il normale è soffrire. Colui che Dio ama, colui che la Madonna ama, soffre, perché Dio non negherà a questo figlio ciò che ha concesso in abbondanza ai due esseri che più ha amato: Nostro Signore Gesù Cristo e la sua Santissima Madre.

Comprendete dunque che il normale è soffrire. E consideratelo normale nella vostra vita: tentazioni, prove del corpo o dell’anima, ogni genere di difficoltà. Certamente dobbiamo chiedere che cessino, ma nella misura in cui non cessano, dobbiamo benedire Dio, benedire la Madonna. San Luigi Maria Grignion de Montfort arriva a dire che chi non soffre dovrebbe fare pellegrinaggi e pregare per ottenere la sofferenza, pur subordinando questa richiesta all’approvazione di un direttore spirituale, perché si tratta di una domanda molto grave. Ma è perché chi non soffre non procede tanto bene quanto potrebbe, e talvolta procede addirittura male.

Ecco allora la frase stupenda di Bossuet a proposito del Bambin Gesù: “questo bambino molesto”. Quanto sono incomodi tutti coloro che vogliono seguire Nostro Signore! A volte ne abbiamo un’esperienza concreta. Cominciamo a dare un consiglio, un esempio, a chiedere un sacrificio, e il volto del nostro interlocutore rivela che ci considera fastidiosi. Quanto sarebbe più facile dire una battuta, fare uno scherzo, concludere tutto con una pacca sulla spalla ed esentare da ogni obbligo!

Quanto sarebbe piacevole comandare, se fosse così! Ma comandare è il contrario: è esigere che il subordinato prenda le cose sul serio, che le guardi nel loro lato più profondo, più alto, più serio, più sublime; che guardi in faccia la propria anima, che si esamini con attenzione, che cerchi di correggere davvero e seriamente i propri difetti. E quanto questo è scomodo!

Ebbene, l’essere scomodi è uno dei pesi più grandi, e anche questo dobbiamo portarlo. Nelle nostre famiglie ci trovano scomodi perché ricordiamo il dovere. La rassegnazione rende lieta questa scomodità. Il coraggio di essere scomodi in ogni circostanza; il preferire l’amicizia dei nostri amici scomodi, quando la loro scomodità consiste nel ricordarci il dovere: sono queste le virtù che, nel giorno della Madonna Addolorata, dobbiamo chiederle.

Lei, che ebbe anche un Figlio che le procurò tanti divini “incomodi”, e che, invitandoci a meditare sul suo dolore, ci invita a meditare sulla serietà e sulla sublimità della sua e della nostra esistenza, e che per questo è per noi anche maternalmente e magnificamente scomoda.

 

(*) Qui il Prof. Plinio si riferisce ai membri della TFP, ai quali si rivolgeva. Poiché questa ebbe origine, più recentemente, dal “Gruppo del Catolicismo”, cioè dai redattori e da tutti coloro che gravitavano attorno alla rivista “Catolicismo”, si diffuse nel linguaggio interno della TFP l’uso di riferirsi a sé stessa come “il Gruppo”.

 

Fonte: pliniocorreadeoliveira.info, 15 settembre 1965 (forse 1966). Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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