La Chiesa non muore!

di Plinio Corrêa de Oliveira
In un recente articolo, abbiamo mostrato che le meditazioni sull’ingratitudine, la codardia e la cecità degli Apostoli durante la Passione non dovrebbero essere per noi di mero interesse speculativo. Anche noi abbiamo, verso Nostro Signore, ingratitudini, codardia e cecità molto simili a quelle degli Apostoli, e sarebbe ridicolo pensare solo ai loro difetti senza considerare anche la trave nel nostro occhio. Nessuno si santifica meditando sulle virtù o sui difetti altrui, a meno che non lo faccia in un modo che accresca le proprie virtù o combatta i propri difetti. Pertanto, con lo sguardo fisso sulla Passione di Nostro Signore, non dobbiamo dimenticare noi stessi. Nostro Signore non ci chiede solo di piangere con la Madonna per le sofferenze dell’Agnello di Dio, ma anche di fare attenzione a non trasformare le nostre anime in una seconda edizione di coloro che lo hanno sacrificato.
Questa riflessione, assolutamente vera per quanto riguarda i dolci dolori della Settimana Santa, si applica anche, punto per punto, alle austere gioie della Risurrezione. Tante persone sono stupite e indignate per il turbamento pieno di sconforto e l’indecisione di spirito manifestato dagli Apostoli nei confronti della Risurrezione. Il Redentore aveva predetto con certezza che sarebbe risorto dai morti. Tuttavia, dopo la sua morte in croce, gli Apostoli si lasciarono sopraffare da uno sconforto che rivelava chiaramente tutta l’indecisione delle loro anime. San Tommaso volle perfino toccare il Salvatore con le sue mani per credere alla realtà della Risurrezione.
Anche noi siamo soggetti alla stessa debolezza, e non di rado essa ci abbatte, contando sul nostro consenso. Certamente, tutti crediamo, grazie a Dio, con fermezza e senza la minima esitazione, alla realtà della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Ma c’è un’altra verità, che ammettiamo senza dubbio, ma che a volte ammettiamo con tale timore da darle un significato quasi puramente speculativo e così ristretto da meritarci perfettamente la censura dello Spirito Santo: “le verità sono diminuite tra i figli degli uomini”. Questa non è una verità che mettiamo in dubbio, ma una verità di cui abbiamo, nella nostra mente, una comprensione diminuita. Tuttavia, quanti errori ne derivano!
Questa verità, che Nostro Signore ha affermato in modo irrefutabile, e riguardo alla quale la Sua parola non è meno infallibile di quando predisse la Sua Risurrezione, è la fecondità soprannaturale della Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana, che rimarrà in piedi, torreggiante al di sopra degli attacchi di tutti i suoi nemici, fino alla consumazione dei secoli, sempre capace di attrarre uomini di buona volontà attraverso la grazia.
Tutti i cattolici, evidentemente, sono obbligati a credere in questa verità. La Chiesa non perderà mai questo dono di attrarre le anime. Negarlo implica negare che Gesù Cristo sia Dio, o che i Vangeli siano libri ispirati. Negarlo significa, quindi, negare la Religione stessa. Ma questa verità, che tutti accettano, la possiedono tutti nella stessa misura? La vedono tutti con uguale chiarezza? Ne traggono tutti le stesse conclusioni?
In questi tempi bui che stiamo vivendo, quando vediamo l’eresia diffondersi in Europa e minacciare il mondo intero, quanti considerano la Chiesa così intimidita da sentirsi incline a fare concessioni dottrinali agli attuali governanti del mondo? Oggigiorno, la paganizzazione generale dei costumi è penetrata in tutte le sfere della società e ha scavato un abisso sempre più profondo tra lo spirito della Chiesa e lo spirito del tempo. In considerazione di ciò, quanti sono coloro che le consigliano di fare concessioni morali capaci di riconciliarla con questa società, senza il cui sostegno si teme che subisca un crollo che, se non la morte, sarebbe almeno un sonno prolungato?
Alla luce del formarsi di correnti pseudoscientifiche sempre più diffuse che contraddicono gli insegnamenti infallibili della Chiesa, quanti vorrebbero che la Chiesa, se non alterasse verità già definite, almeno non affermasse esplicitamente la propria dottrina su punti ancora controversi, dove qualsiasi definizione da parte del cattolicesimo potrebbe accrescere ulteriormente le divergenze con il nostro tempo?
Evidentemente, tutti questi errori derivano da un timore più o meno inconscio riguardo alla fecondità della Chiesa.
Infatti, cos’è la dottrina cattolica? È un insieme di verità. Se anche una sola verità all’interno di quell’insieme fosse adulterata, la dottrina cattolica non sarebbe più sé stessa. Quindi, cercare di accoglierla, adattarla, modificarla, significa fare in modo che perda la sua identità con sé stessa: in altre parole, significa cercare di ucciderla. E pensare che l’apostolato non sia possibile senza questo adattamento significa pensare che la Chiesa possa vincere solo morendo!
Chiaramente, questa esitazione, in un vero cattolico, non può riferirsi a certe verità già definite in modo inconfutabile dalla Chiesa. Ma sono innumerevoli le applicazioni pratiche dei principi, o le deduzioni dottrinali riguardanti principi già definiti, in cui questa debolezza si manifesta. Invece di ricercare, nell’uso dottrinale o pratico dei principi, la verità, tutta la verità e solo la verità, le riflessioni fatte al riguardo sono più o meno permeate dalla preoccupazione di condonare gli errori del secolo. E così, invece di cercare di trarre dal tesoro delle verità cattoliche tutti i frutti intellettuali e morali che contengono, ci si concentra maggiormente su ciò che può essere etichettato come discutibile e quindi come materia libera, piuttosto che su ciò che può essere etichettato come vero e quindi come materia certa.
In altre parole, l'immutabile mania di condonare porta molte persone a cercare di ampliare gli spazi intellettuali riservati al dubbio. Di fronte a un’affermazione dedotta dalla dottrina cattolica, la domanda dovrebbe essere: posso incorporare questa ulteriore ricchezza nel patrimonio delle mie convinzioni? Ma, in generale, la questione è un’altra: quali ragioni posso trovare per dubitare anche di questo?
Pio XI, ricevendo in udienza il Reverendissimo Arcivescovo di Cuiabá, gli diede come motto per i giornalisti cattolici in Brasile: “Dilatate spatia veritatis” (ampliare lo spazio della verità). Molti amano fare il contrario: invece di impegnarsi a scoprire nuove verità dottrinali dedotte da quelle già note, o ad ampliare il più possibile l’applicazione pratica di queste verità, tutto il loro impegno è rivolto a negare il più possibile qualsiasi cosa positiva si faccia in questo modo. In breve, questo è esattamente l’opposto del vero spirito costruttivo; si tratta di ampliare gli spazi, non di verità, ma di dubbio.
Se la Rivelazione è un tesoro e la diffusione del Vangelo un bene, più questo tesoro si diffonde e questo bene viene distribuito, più dovremmo essere contenti. Molti, tuttavia, la pensano diversamente. Quanto più si nasconde lo svolgimento logico della Rivelazione e si abbreviano le conseguenze di ciò che è nel Vangelo, tanto più si considera ciò caritatevole! Quanto caritatevole sarebbe stato Dio se avesse imposto una morale meno severa! Perché non ha previsto che nel XX secolo questa morale sarebbe stata un peso insopportabile! Correggiamo l’opera di Dio: abbreviamo ciò che è troppo lungo nella Sua opera, affievoliamo la luce di ciò che brilla troppo, e così avremo portato grande beneficio all’umanità. Quante persone, nella pratica, ragionano in questo modo!
Ora, procedere in questo modo non riflette forse il timore che la Chiesa non abbia più il sostegno di Dio e, se non diventa più frugale, non sarà più in grado di influenzare le masse? E questo dubbio sull’aiuto soprannaturale, che Dio dà alla Chiesa, non sembra molto simile al dubbio che si nutriva su questo fatto prima della Risurrezione?
Riflettiamo su questo. E chiediamo al Signore che, risuscitando in noi i tesori di grazia che abbiamo rifiutato, possiamo ritornare ancora una volta a quella verginale ortodossia della fede e a quella perfezione di vita che forse il peccato, per nostra grandissima colpa, ci ha rubato.
Fonte: “Nós também”, O Legionário, n° 448, 13 aprile 1941. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.
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