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La liceità della resistenza[1]

 

 

Ci sono occasioni in cui è legittimo sospendere prudenzialmente l’assenso

         L’infallibilità dell’insegnamento – ossia la non contraddizione con il deposito della fede – è stata garantita alla Chiesa unicamente in due situazioni ben precise: a. nelle dichiarazioni solenni (ex cathedra) del Papa o di un Concilio riunito e approvato dal Papa; e b. nell’insegnamento ordinario universale dei vescovi in unione con il Papa[2], ovvero, in quello che è stato insegnato “dovunque, sempre e da tutti” [3]. Quindi, gli insegnamenti del magistero quotidiano o autentico che non godono di nessuna antichità e presentano novità, non sono rivestiti dal carisma dell’infallibilità e per ciò stesso non sono regola prossima della fede (la quale non ammette nessun dubbio), e a essi si deve dare, non un assenso di fede, ma soltanto un assenso religioso di intelligenza e di volontà[4].

         Ora, quando appare chiaramente una contraddizione tra una novità magisteriale e l’insegnamento tradizionale – o quando un insegnamento o una precisazione sono chiaramente contrari alla ragione (come nella questione dell’immigrazione o dell’agenda ecologica radicale) – non è obbligatorio “errare con il Papa”[5], essendo perfettamente legittimo sospendere prudenzialmente l’assenso[6] e persino fargli una “correzione fraterna” [7]. Vale per il magistero pontificio o per i gesti e atteggiamenti del Papa ciò che mons. Brunero Gherardini, a lungo decano della facoltà di Teologia dell’Università Lateranense, ha affermato, con la sua profondità abituale, nei confronti del magistero della Chiesa in generale: “Il Magistero non è una superchiesa che imponga giudizi e comportamenti alla Chiesa stessa; né una casta privilegiata al di sopra del popolo di Dio, una sorta di potere forte al quale è doveroso obbedire e basta. (...) Troppo spesso, però, si fa dello strumento un valore a sé e si fa appello ad esso per troncare sul nascere ogni discussione, come se esso fosse al di sopra della Chiesa e come se davanti a sé non avesse la mole enorme della Tradizione da accogliere, interpretare e ritrasmettere nella sua integrità e fedeltà”[8].

 

La resistenza pubblica agli insegnamenti errati è legittima

         Ancor più, nei casi gravi è legittimo resistere pubblicamente ai pastori, persino al Pastore Supremo, quando la resistenza privata o il semplice silenzio ossequioso non siano sufficienti perché i fedeli rimangano forti nella fede (1 Pt 5, 9), perché la fede della Chiesa sia salvaguardata o ancora perché possa essere difeso quel poco che rimane di cristiano nei paesi dei quali i fedeli sono cittadini.

         Sono innumerevoli i trattatisti della miglior caratura che riconoscono esplicitamente la legittimità della resistenza pubblica alle decisioni o insegnamenti sbagliati dei pastori, compreso il Sovrano Pontefice. Essi sono stati ampiamente citati dallo studio di Arnaldo Xavier da Silveira intitolato “Resistenza pubblica a decisioni dell’autorità ecclesiastica” e pubblicato dalla rivista Catolicismo nell’agosto 1969. Il primo di questi grandi autori citati è lo stesso san Tommaso d’Aquino[9], seguito da san Roberto Bellarmino[10], Suárez[11], Vitoria[12], Cornelio a Lapide[13], Werns-Vidal[14] e Peinador[15].

         Analizzando i passaggi in cui certi autori sembrano legittimare soltanto l’ossequioso silenzio, ma non la resistenza pubblica, il citato studio mostra che tali autori trattano di casi ordinari, ma non i casi straordinari in cui c’è un “pericolo prossimo per la fede” del popolo cristiano (San Tommaso), una manifesta “aggressione alle anime” (San Roberto Bellarmino) o uno “scandalo pubblico” (Cornelio A Lapide). “Sostenere il contrario sarebbe misconoscere il ruolo fondamentale della fede nella vita cristiana”, conclude A. Xavier da Silveira, e, nella sua opinione, questo è valido sia per gli insegnamenti dottrinali che per le decisioni disciplinari.

         Il diritto a seguire la via della fedeltà al Vangelo in materia di fede e di morale e, in materia contingente, la libertà di coscienza di seguire le proprie convinzioni (basate su analisi della propria ragione) sono tanto più inevitabili quando il cambiamento di paradigma della Chiesa promosso da Papa Francesco, e descritto in questo libro, apre le porte alla penetrazione torrenziale della Rivoluzione anticristiana nella Chiesa.

         Tale cambiamento comporta una coazione della coscienza ben formata di milioni di cattolici, che si vedono spinti dalle più alte autorità della Chiesa Cattolica ad accettare:

  • una nuova fede che non corrisponde, in certi punti essenziali, agli insegnamenti perenni di Nostro Signore Gesù Cristo;
    • gli errori della filosofia gnostica e relativista della cosiddetta Modernità e della Rivoluzione anticristiana che ne costituisce il fulcro;
    • soluzioni politiche e socio-economiche o ipotesi scientifiche che non corrispondono alla conclusione cui si giunge dopo una riflessione matura e obiettiva.

        Questa coazione sulle anime è ancor più raddoppiata dal fatto che Papa Francesco sovente cerca di squalificare l’atteggiamento di fedeltà ai dettami del Vangelo e della ragione con immagini ed epiteti offensivi che trovano ampia ripercussione nei grandi media e che favoriscono una vera “caccia alle streghe” di coloro che dissentono dall’orientamento dell’attuale pontificato. “Fondamentalisti”, “rigidi”, “ipocriti”, “duri di cuore”, “legalisti”, “restaurazionisti”, “casuisti”, “ragionieri dello Spirito”, “pelagiani”, “cupi”, “pietisti”, “dottori della legge”, “reazionari”, etc., sono gli epiteti che Papa Francesco si compiace di usare per marchiare, senza nominarli esplicitamente, quanti criticano le sue opzioni pastorali e le idee che le fondamentano[16].

         In realtà, in questo caso si applica ciò che ha commentato il vescovo Athanasius Schneider nei confronti delle discussioni nei due sinodi sulla famiglia: “Nella grande crisi ariana del IV secolo, i difensori della divinità del Figlio di Dio anch’essi sono stati apostrofati come ‘intransigenti e ‘tradizionalisti’. Sant’Atanasio fu persino scomunicato da Papa Liberio e il Papa giustificò quest’atto con l’argomento che Atanasio non era in comunione con i vescovi orientali, la maggioranza dei quali erano eretici o semi-eretici. In quella situazione, san Basilio il Grande dichiarò quanto segue: ‘Soltanto un ‘peccato’ è oggi castigato con severità: l’osservanza attenta alle tradizioni dei Padri della Chiesa. Per questo motivo i buoni vengono spogliati delle loro cariche e cacciati nel deserto’ (Ep. 243)’. “A dire il vero - prosegue mons. Schneider - i vescovi che appoggiano la santa Comunione per i ‘divorziati risposati’ sono i nuovi Farisei e Scribi, giacché disprezzano il comandamento di Dio, contribuendo così a che gli adultèri continuino a provenire dal corpo e dal cuore dei semplici ‘divorziati risposati’ (Mt 15, 19), e perché vogliono una soluzione esteriormente ‘pulita’ ed essi stessi apparire ‘puliti’ agli occhi dei potenti (i media, l’opinione pubblica)”[17].

Il diritto di resistenza si trasforma in un dovere quando è in gioco il bene comune

         Nostro Signore nel Vangelo ci insegna a “porgere l’altra guancia” e a “pregare per coloro che ci perseguitano” (Mt 5, 39-44). In ciò che corrisponde alle loro persone individuali, siamo sicuri che questi milioni di cattolici perplessi accettano con rassegnazione tale coazione sulle loro convinzioni razionali e sulla loro integrità morale. Ma essi possono, e a volte devono, parlare quando questi attacchi mettono a repentaglio non soltanto la loro stessa fede, ma quella di milioni di altri più deboli e persino la stessa esistenza delle loro nazioni. Posti davanti all’alternativa di incrociare le braccia per non discordare con Papa Francesco o di resistere alle sue opzioni pastorali e socio-politiche, per una questione di coscienza essi possono vedersi costretti a “resistergli in faccia”, come san Paolo resistette a san Pietro (Gal 2,11-14).

         Il modello di resistenza ferma, ma intrisa di venerazione e di rispetto per il Sommo Pontefice, sulla falsariga della quale i cattolici posso condurre la propria reazione è la dichiarazione di resistenza alla Östpolitik di Papa Paolo VI redatta dal compianto prof. Plinio Corrêa de Oliveira nell’anno 1974 e intitolata “La politica di distensione vaticana verso i governi comunisti - Per la TFP: cessare la lotta? O resistere?”, che nel suo capoverso cruciale affermava: “Il vincolo di ubbidienza al Successore di Pietro, che mai romperemo, che amiamo dal più profondo della nostra anima, al quale tributiamo il meglio del nostro amore, questo vincolo noi lo baciamo nel momento in cui, macerati dal dolore, affermiamo la nostra posizione. E in ginocchio, fissando con venerazione la figura di S.S. Papa Paolo VI, noi gli manifestiamo tutta la nostra fedeltà.

         “Con questo atto filiale diciamo al Pastore dei Pastori: la nostra anima è Vostra, la nostra vita è Vostra. Ordinateci ciò che desiderate.Solo non comandateci di incrociare le braccia di fronte al lupo orsso che attacca. A questo si oppone la nostra coscienza”.

 

Conclusione

         Giunti alla fine di questa analise del pontificato di Papa Francesco, riteniamo non sia temerario rispondere affermativamente alla domanda che ci siamo posti nel titolo: no, il cambiamento di paradigma non è uno sviluppo organico del magistero tradizionale della Chiesa cattolica; al contrario, assomiglia sempre più a un’inversione di rotta.

         Pertanto, nella misura in cui tale cambiamento di paradigma non esprime nella sua purezza e integrità ciò che Nostro Signore Gesù Cristo ha insegnato, i fedeli possono e persino debbono opporre una lecita resistenza, anche pubblica, alle novità dottrinali che ne derivano e alle sue applicazioni pratiche.

         Questo atteggiamento di resistenza può e deve essere esercitato non soltanto in ciò che riguarda la riammissione degli adulteri alla mensa eucaristica, ma anche per quanto concerne la difesa della vita umana contro ’aborto e l’eutanasia, la difesa del matrimonio indissolubile e il riconoscimento legale delle unioni omosessuali; la difesa della proprietà privata e della libera iniziativa contro le politiche collettiviste e gli assalti dei cosiddetti “movimenti sociali”; il rifiuto della ideologia indigenista e del miserabilismo, proposti come soluzione a un presunto “riscaldamento globale antropico” su cui però la comunità scientifica non è unanime; la difesa dell’identità cristiana e della cultura nazionale sul tema dell’immigrazione e, di conseguenza, il rifiuto dell’islamizzazione dell’Occidente e del relativismo filosofico e spirituale dell’utopia “multiculturale”, così come il rifiuto della Ostpolitik vaticana con i regimi anticristiani che perseguitano i cattolici.

         È necessario, perciò, entrare in uno “stato di resistenza” fintanto che il vero paradigma cattolico non torni ad essere la bussola che guida, ispira e vivifica tutta la vita della Chiesa. Tuttavia, resta una domanda: come relazionarsi con i pastori che fanno proprio e mettono in pratica il “cambiamento di paradigma” di matrice bergogliana? Come rapportarsi con lo stesso Pastore dei pastori che lo promuove?

         La domanda è simile a quella posta da don Nicola Bux nel titolo, intenzionalmente provocatorio, del suo libro scritto nel 2010 sul nuovo rito del sacrificio eucaristico: Come andare a messa e non perdere la fede, a causa delle ambiguità del rito stesso e degli abusi liturgici che ne accompagnano la celebrazione.

         Alla fine di questo lavoro, probabilmente ci dovremmo domandare: come mantenere relazioni con i Pastori che promuovono il cambiamento di paradigma, a tutti i livelli, senza perdere la fede?

         Appare indispensabile evitare due “soluzioni facili” e opposte. Da un lato, quella che dice: “In fin dei conti, il Papa è il rappresentante di Cristo e i vescovi sono i successori degli Apostoli. Sono loro il ‘magistero vivo’: chi sono io per giudicarli? Se il Papa e i vescovi che lo appoggiano si sbagliano, il problema è loro”; dall’altro, quella che afferma: “Tutto questo è chiaramente eresia; dunque, chi lo patrocina non può essere Papa” cadendo così nel sedevacantismo, posizione che dispenserebbe dal dover resistere a un superiore, perché non si riconoscerebbe più la sua autorità.

         È necessario rifiutare questa falsa alternativa, riconoscendo Papa Francesco come il Vicario di Cristo sulla terra e i nostri vescovi diocesani come successori degli Apostoli, ma senza per questo smettere di “resistere loro in faccia”, come san Paolo resistette a san Pietro.

         Questa posizione equilibrata e coraggiosa prenderebbe quindi nella più alta considerazione le sagge parole di un grande canonista del XVII secolo, il padre Paul Laymann S.I., il quale scrive che “mentre il Papa sia tollerato dalla Chiesa e riconosciuto pubblicamente come Pastore universale, egli continua a possedere realmente il potere del Papato, tale che tutti i suoi decreti non hanno meno forza di autorità di quanto avrebbero se egli fosse un vero credente, come Báñez e Suárez spiegano adeguatamente”[18].

         Questa via di mezzo, che evita i due scogli, è stata a suo tempo suggerita dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira ai dirigenti della TFP cilena come conclusione per il libro La Chiesa del silenzio in Cile, in cui veniva denunciata la collaborazione di una parte decisiva dell’episcopato andino con la demolizione di quel paese promossa dal comunismo.

         La proposta ci sembra tanto più valida oggi, in cui un gran numero di membri della gerarchia e persino il Vaticano contribuiscono a demolire non solo la proprietà privata (come nel Cile di Salvador Allende), ma anche i valori assolutamente “non negoziabili” e, soprattutto, la disciplina sacramentale della Chiesa Cattolica, così come, direttamente o indirettamente, la stessa fede cattolica e la sua morale.

         La via di mezzo menzionata cercava di rispondere alla seguente domanda: “Posto il nostro atteggiamento di resistenza, e rivolgendo la nostra attenzione alla nostra vita spirituale di cattolici, siamo costretti, secondo la sana dottrina, ad andare insieme a questi Pastori e questi sacerdoti [demolitori] per ricevere dalle loro labbra gli insegnamenti della Chiesa e dalle loro mani i sacramenti?”.

         A partire dal presupposto secondo il quale “affinché ci sia piena convivenza ecclesiastica è necessario che esista nei rapporti spirituali da pecora a pastore e da figlio a padre un livello minimo di fiducia e di concordia reciproche” e “data la portata e l’importanza che questi Pastori e sacerdoti danno all’azione demolitrice”, la calibrata risposta suggeriva che “nell’ordine concreto non ci sono condizioni per l’esercizio abituale di questa convivenza” senza che essa “non porti con sé rischio prossimo per la fede e grave scandalo per i buoni”. Perciò, “cessare la convivenza ecclesiastica” con tali pastori “è un diritto di coscienza dei cattolici che la giudichino dannosa per la propria fede e vita di pietà, e scandalosa per il popolo fedele”[19].

         Se un qualsiasi lettore si sentisse disturbato da questa proposta – ritenendo che la sospensione della convivenza abituale con i Pastori demolitori equivalga a uno scisma, nonostante si riconosca pienamente la loro autorità e giurisdizione –, facciamo notare che questo diritto dei fedeli ingiustamente sottoposti a coazione è analogo al diritto della sposa e dei figli di un padre prevaricatore, che li aggredisce psicologicamente: senza abbandonare il focolare, essi possono legittimamente decidere di occupare le stanze più lontane della casa, al fine di proteggersi dalla sua cattiva influenza. Tale allontanamento della convivenza quotidiana e abituale non rappresenta un misconoscimento dei vincoli coniugali e filiali indissolubili, né una mancanza contro il dovere di fedeltà dovuta al coniuge o al padre. Anzi, questo allontanamento può portare il padre manchevole a fare un esame di coscienza e a convertirsi facendo sì che riprenda la convivenza familiare normale.

         L’analogia non è forzata, posto che, sulla base dell’epistola di san Paolo agli Efesini ‒ “il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo” (5, 23) ‒ i Padri della Chiesa e più tardi i canonisti medievali si sono serviti ampiamente della metafora del matrimonio mistico, simbolizzato dall’anello episcopale, per descrivere in modo analogico le relazioni mantenute dal vescovo con la propria diocesi[20]. Se, da un lato, la metafora insiste nel dovere di fedeltà e di sottomissione della comunità diocesana in qualità di sposa, essa valorizza, dall’altro, la posizione della donna, perché ricorda i suoi diritti e per il fatto di sottolineare i doveri dello sposo, ossia del vescovo. La metafora è valida, a fortiori, per rappresentare i rapporti fra il Papa e la tota Ecclesia.

         Omnis comparatio claudicat, almeno in parte. Il legame che unisce una coppia in matrimonio è indissolubile dopo la consumazione fisica dello stesso, mentre il matrimonio mistico fra il vescovo e la sua diocesi può essere sciolto dalla rinuncia o dal trasferimento del titolare ad un’altra diocesi[21] (per la rinunzia al Papato, nel caso della Chiesa universale). Ciò non impedisce che, mutatis mutandis¸ l’analogia sia valida per la ricerca di una soluzione di autodifesa della “sposa” ‒ ossia, di una comunità diocesana o del corpo universale dei fedeli ‒ di fronte ad un esercizio abusivo di potere da parte dello “sposo”.

         Fatta eccezione di quanto detto, le situazioni sono analoghe ed è doveroso sottolineare che i diritti del coniuge che si vede forzato a separarsi vanno molto lontano. Il coniuge vittima di abuso ha, di fatto, il diritto di cessare completamente la convivenza, cambiando domicilio o espellendo dal domicilio familiare il coniuge manchevole. Il Codice di Diritto Canonico del 1983, ribadendo la legislazione immemoriale della Chiesa, stabilisce che i “coniugi hanno il dovere e il diritto di osservare la convivenza coniugale, eccetto che ne siano scusati da causa legittima” (c. 1151). Oltre all’adulterio non consentito né perdonato (c. 1152), si ha una causa legittima di separazione con permanenza del vincolo anche “se uno dei coniugi compromette gravemente il bene sia spirituale sia corporale dell’altro o della prole, oppure rende altrimenti troppo dura la vita comune”[22]. Tale separazione può essere richiesta dall’Ordinario “per decisione propria, se vi è pericolo nell’attesa”, con l’unica restrizione che “cessata la causa della separazione, si deve ricostituire la convivenza coniugale” (c. 1153).

         Nella legislazione civile di molti paesi di tradizione cristiana esiste ancora, sulle orme del diritto canonico, l’istituzione della “separazione dei corpi” senza lo scioglimento del vincolo, il che comporta solo una distensione del legame coniugale, poiché l’unico dovere ad essere dispensato è l’obbligo della coabitazione. Tutti i restanti doveri originati dal matrimonio rimangono validi e specialmente il dovere di fedeltà all’obbligo di aiuto nella necessità.

         Questa separazione totale senza lo scioglimento del vincolo, ammessa dal Diritto canonico e dalle legislazioni civili, rappresenta una soluzione più drastica di quella suggerita sopra, che consiste invece in una semplice sospensione dell’esercizio abituale della convivenza – equivalente all’abitare in stanze separate ma all’interno della stessa casa – nei confronti di Pastori il cui gregge si sente psicologicamente aggredito dal tentativo di imposizione di un inaccettabile cambiamento di paradigma nell’insegnamento, nella disciplina e nella vita della Chiesa.

         È questa moderazione nella resistenza che caratterizza la nostra proposta come una “via di mezzo”, che mantiene integri i legami di fedeltà tra i fedeli e i legittimi Pastori, ma che allo stesso tempo prende le misure prudenziali necessarie per preservare l’integrità della fede e pratica la carità verso i più fragili, ad esempio i figli o i nipoti, evitando così che la convivenza abituale con prelati autodemolitori divenga per loro motivo di scandalo.

         Le analisi svolte sopra, così come la proposta di resistenza e di cessazione della convivenza abituale con i Pastori autodemolitori, sono quelle di un semplice laico, studioso delle grandi questioni dottrinali sollevate dallo scontro fra la Chiesa e la Rivoluzione anticristiana ai giorni nostri e guidato soltanto dal sensus fidei e dalla ragione illuminata dalla fede, ma senza alcuna specializzazione nella teologia, nella morale e o nel diritto canonico.

         Rimangono pertanto umilmente sottomesse alla considerazione dei Pastori fedeli che vogliono resistere al cambiamento di paradigma nella Chiesa, ma anche alle critiche degli studiosi – teologi, canonisti, filosofi, storici – e dei leader dei movimenti cattolici che non desiderano abbandonare la lotta in favore dei principi eterni del Vangelo nella nostra società.

         Se dovesse accadere – Deus avertat! – che l’attuale divisione virtuale nel seno della Chiesa, favorita dal cambiamento di paradigma promosso dalle più alte autorità ecclesiastiche, si trasformi in una scissione formale, come qualcuno teme, crediamo che i cattolici fedeli al loro battesimo debbano afferrarsi all’insegnamento perenne del Magistero tradizionale e a quei pastori che lo trasmettono senza alterazioni, in attesa che lo Spirito Santo faccia tornare sulla buona strada quanti se ne sono allontanati, senza tuttavia tormentarsi per lo statuto canonico di questi ultimi, materia teologico-canonica delicata che sfugge totalmente alla competenza dei fedeli comuni e che è motivo di controversia persino fra gli specialisti.

         Nella confusione attuale, che rischia di aggravarsi in un futuro non troppo lontano, una cosa è certa: che i cattolici fedeli al loro battesimo giammai prenderanno l’iniziativa di rompere il sacro legame di amore, venerazione ed obbedienza che li unisce al successore di Pietro e ai successori degli Apostoli, anche se questi ultimi potessero eventualmente opprimere le loro coscienze e autodemolire la Chiesa. Se, abusando del loro potere e cercando di forzarli ad accettare i loro traviamenti, tali prelati venissero a condannarli a causa della loro posizione di fedeltà al Vangelo e di resistenza all’autorità, saranno questi pastori e non i cattolici fedeli i responsabili della rottura e delle sue conseguenze davanti a Dio, alla Chiesa e alla Storia, così come accadde a San Atanasio, vittima di un abuso di potere, tuttavia stella nel firmamento della Chiesa.

         Persino in tale circostanza estrema, e senza attenuare la loro legittima posizione di resistenza, questi fedeli devono continuare a pregare per i Pastori e per la loro conversione, come una buona madre di famiglia e i suoi figli continuano a fare per il marito e padre prevaricatore, dalla cui convivenza abituale si sono allontanati, nella speranza che, cessando la causa di separazione, possa essere restaurata quanto prima la vita coniugale e familiare comune.

* * *

         Chiudiamo questo bilancio del pontificato di Papa Francesco ribadendo ancora una volta la nostra fede incrollabile e la nostra fedeltà immutabile al primato di giurisdizione universale del Romano Pontefice e alla sua infallibilità ex cathedra, così come sono state definite dal Concilio Vaticano I, e alla verità di fede, contenuta nelle Sacre Scritture e proclamata dal Magistero universale ordinario, della indefettibilità della Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica e romana.

         Ovvero quella proprietà soprannaturale che garantisce la perennità e l’immutabilità dei suoi elementi essenziali – la Fede, i Sacramenti e la Sacra Gerarchia –, fondata sulla promessa di Nostro Signore contenuta nel versetto con cui si chiude il Vangelo di San Matteo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

          Fiducia nell’indefettibilità della Chiesa che è stata ancora più rafforzata dalle parole rivolte da suor Lucia, una delle veggenti di Fatima, all’allora don Carlo Caffarra, primo presidente dell’Istituto Giovanni Paolo II per Studi sulla Famiglia e il Matrimonio, che le aveva scritto annunciandole di aver consacrato i lavori del menzionato istituto al Cuore Immacolato di Maria: “Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione. Ma non bisogna aver paura, perché la Madonna gli ha già schiacciato la testa”.

        “Il futuro appartiene a Dio”, ha scritto Plinio Corrêa de Oliveira, aggiungendo, pieno di un santo ottimismo: “Davanti a noi si affacciano molte ragioni di tristezza e di apprensione, perfino nel guardare alcuni fratelli nella fede. Nel calore della lotta è possibile e perfino probabile che vi siano terribili defezioni. Ma è assolutamente certo che lo Spirito Santo continua a suscitare nella Chiesa mirabili e indomabili energie spirituali di fede, purezza, obbedienza e dedizione che al momento opportuno copriranno ancora una volta di gloria il nome cristiano. Il secolo XX[I] sarà non soltanto il secolo della grande lotta, ma soprattutto il secolo dell’immenso trionfo”.

         Dunque, è con la certezza di una futura soluzione dell’attuale crisi di autodemolizione della Chiesa, mediante l’intervento di Maria Santissima, che concludiamo queste righe ispirate unicamente dall’amore al Papato e dal desiderio di vederlo rifulgere con rinnovato splendore.

         Ut adveniat regnum Jesu, adveniat regnum Mariae!

 

[1] Questo testo è il capitolo 10 del libro: José Antonio Ureta, Il «cambio di paradigma» di Papa Francesco, Istituto Plinio Corrêa de Oliveira, Roma 2018.

[2] Costituzione Dei Filius del Concilio Vaticano I: “Quindi si devono credere con fede divina e cattolica tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio, scritta o trasmessa per tradizione, e che vengono proposte dalla Chiesa, o con solenne definizione, o con il magistero ordinario e universale, come divinamente ispirate, e pertanto da credersi”.

[3] Commonitorium di s. Vincenzo di Lerino: “È sommamente necessario di fronte alle molteplici tortuosità dell’errore, che l’interpretazione dei profeti e degli apostoli sia regolata sulla linea e sulla norma del senso ecclesiastico e cattolico. Nella Chiesa cattolica bisogna aver gran cura di ritenere ciò che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti. Questo infatti è veramente e propriamente cattolico, secondo l’idea di universalità espressa dal significato e dalla forza della parola stessa. Gli insegnamenti della Chiesa avranno dunque per regola l’universalità, l’antichità, il consenso generale. Seguiamo l’universalità, quando confessiamo come vera ed unica fede quella che la Chiesa intera professa per tutto il mondo. Seguiamo l’antichità, quando non ci scostiamo per nulla dai sentimenti che notoriamente proclamarono i nostri predecessori e i nostri santi padri. Seguiamo il consenso generale, infine, quando abbracciamo le definizioni e le dottrine di tutti o quasi i vescovi e i dottori”.

[4] Al magistero quotidiano o autentico del Romano Pontefice, dice l’autorevole teologo gesuita
Domenico Palmieri (1829-1909), “si deve, secondariamente, anche un certo assenso religioso, quando non c’è niente che suggerisca (suadeat) prudentemente a una sospensione dell’assenso. Spiego i termini. Non diciamo che si deve un assenso di fede cattolica, poiché una dottrina da professare (tenenda) non è proposta qui dalla Chiesa. Non diciamo che è dovuto l’assenso formale di fede divina, poiché questo assenso si deve alla proposizione infallibile che consta essere tale, e nella nostra ipotesi, tale proposizione non esiste. Non diciamo che si tratta di assentimento metafisicamente certo, poiché non esistendo la certezza dell’infallibilità, non appare, perciò stesso, come impossibile l’errore e, dunque, si vede che l’opposto può essere vero. Se esiste tale conoscenza, non può esserci spazio per la certezza metafisica. Diciamo, allora, che l’assenso è moralmente certo e se, in seguito, appaiono motivi, siano veri che falsi, ma originati da un errore incolpevole, che portino a concludere in altra maniera (quanto alla materia insegnata), diciamo che l’assenso non è dovuto, visto che, in quelle circostanze, la volontà non agisce imprudentemente al sospendere l’assenso.

[5] Nell’articolo “Può esserci errore in un documento del Magistero pontificio o conciliare?” (Catolicismo, luglio 1969), Arnaldo V. Xavier da Silveira, basandosi sui migliori teologi, dimostra la tesi che “in un documento papale può esserci errore per il fatto che non adempie le quattro condizioni dell’infallibilità”, e aggiunge che “il semplice fatto che i documenti del Magistero siano divisi in infallibili e non infallibili, lascia aperta, in tesi, la possibilità dell’errore in qualche caso dei non infallibili”.

[6] Cfr. testo di Domenico Palmieri, nota sopra n° 20.

[7] In un’intervista al National Catholic Register, già citata, il cardinale Raymond Burke ha dichiarato: “Esiste, nella Tradizione della Chiesa, la pratica della correzione al Romano Pontefice. È qualcosa certamente di non comune. Ma, se non c’è risposta a queste questioni [i dubia] allora io direi che sarebbe il caso di fare un atto formale di correzione per un grave errore (...). Obbligatorio in questi casi, e storicamente è accaduto, che cardinali e vescovi chiariscono che il Papa sta insegnando un errore e gli chiedano di correggerlo”.

Il prof. Roberto de Mattei ricorda in un articolo che, oltre gli oneri e i privilegi, i cardinali hanno obblighi precisi, e “tra questi doveri c’è quello di correggere fraternamente il Papa quando commette errori nel governo della Chiesa, come accadde nel 1813, quando Pio VII firmò l’infausto Trattato di Fontainebleau con Napoleone, o nel 1934 quando il cardinale decano Gennaro Granito di Belmonte, ammonì Pio XI, a nome del Sacro Collegio, per l’uso sconsiderato che faceva delle finanze della Santa Sede”.

[8] Il pericolo di questa “strumentalizzazione” del magistero, allo scopo di far accettare le novità, è stata prevista con anticipo da un altro esponente della “scuola romana”, mons. Pietro Parente, poi cardinale, in un articolo del 10 febbraio 1942, pubblicato dall’Osservatore Romano, in cui denunciava “la strana identificazione della Tradizione (fonte di rivelazione) con il Magistero vivo della Chiesa (custode ed interprete della Divina Parola)”. Di fatto, se la Tradizione e il Magistero sono la stessa cosa, la Tradizione smette di essere un deposito immutabile della fede e inizia a cambiare in conformità all’insegnamento del Papa regnante.

[9] “Quando ci fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro prelati anche pubblicamente. Perciò S. Paolo, che pure era suddito di S. Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede lo rimproverò pubblicamente. E S. Agostino [Glossa ord. Su Gal 2, 14] commenta: ‘Pietro stesso diede l‘esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capitasse loro di allontanarsi dalla giusta via’” (Summa II-II, q. 33, a. 4, s. 2).
Studiando l’episodio in cui san Paolo ha resistito in faccia a san Pietro così scrive san Tommaso: “La riprensione fu giusta e utile, e il suo motivo non fu di poco conto: si trattava di un pericolo per la preservazione della verità evangelica (…). Il modo della riprensione fu conveniente, perché fu pubblico e manifesto. Perciò san Paolo scrive: “Parlai a Cefa”, cioè a Pietro, “di fronte a tutti”, perché la simulazione operata da san Pietro comportava un pericolo per tutti. In 1 Tim. 5, 20 leggiamo: “coloro che hanno peccato, riprendili di fronte a tutti”. Questo si deve intendere dei peccatori manifesti, e non di quelli occulti, perché con questi ultimi si deve procedere secondo l’ordine proprio alla correzione fraterna” (ad Gal., vol. I, 2, 11-14, lect. III, nn. 83-84).
“Ai prelati (fu dato esempio) di umiltà, perché non rifiutino di accettare richiami da parte dei loro inferiori e soggetti; e ai soggetti (fu dato) esempio di zelo e libertà, perché non temano di correggere i loro prelati, soprattutto quando la colpa è stata pubblica ed è ridondata in pericolo per molti” (ad Gal, vol. I, 2, 11-14, lect. III, n.77).

[10] “Così come è lecito resistere al Pontefice che aggredisce il corpo, così pure è lecito resistere a quello che aggredisce le anime, o che perturba l’ordine civile, o, soprattutto, a quello che tentasse di distruggere la Chiesa. Dico che è lecito resistergli non facendo quello che ordina e impedendo la esecuzione della sua volontà: non è però lecito giudicarlo, punirlo e deporlo, poiché questi atti sono propri a un superiore” (De Rom. Pont., lib. II, c. 29).

[11] “Se (il Papa) emana un ordine contrario ai buoni costumi, non gli si deve ubbidire; se tenta di fare qualcosa di manifestamente contrario alla giustizia e al bene comune, sarà lecito resistergli; se attaccherà con la forza, potrà essere respinto con la forza, con la moderazione propria della legittima difesa (cum moderamine inculpatae tutelae)” (De Fide, disp. X, sect. VI, n. 16).

[12] “Gaetano, nella stessa opera in cui difende la superiorità del Papa sul concilio, al cap. 27 dice: ‘Orbene, si deve resistere in faccia al Papa che pubblicamente distrugge la Chiesa, per esempio concedendo benefici ecclesiastici solo per denaro o in cambio di servigi; e si deve negare, con tutta l’ubbidienza e il rispetto, la presa di possesso di tali benefici da parte di coloro che li hanno comperati’. “E Silvestro [Prierias], alla parola Papa, par. 4, si chiede ‘Che cosa si deve fare quando il Papa, con i suoi cattivi costumi, distrugge la Chiesa?’ E al par. 15: ‘Che fare se il Papa volesse, senza ragione, abrogare il diritto positivo?’ A questo risponde: ‘Peccherebbe certamente; non gli si dovrebbe permettere di agire così, e non gli si dovrebbe ubbidire in quanto fosse cattivo; ma si dovrebbe resistergli con una riprensione cortese’.
“Di conseguenza, se volesse dare tutto il tesoro della Chiesa o il patrimonio di san Pietro ai suoi parenti, se volesse distruggere la Chiesa, o fare altre cose di questo genere, non gli si dovrebbe permettere di agire in tale modo, ma si avrebbe l’obbligo di opporgli resistenza. La ragione di questo sta nel fatto che egli non ha il potere per distruggere; quindi, constatando che lo fa, è lecito resistergli.
“Da tutto questo deriva che, se il Papa, con i suoi ordini e i suoi atti, distrugge la Chiesa, gli si può resistere e impedire l’esecuzione dei suoi comandi (...)

“Seconda prova della tesi. Per diritto naturale è lecito respingere la violenza con la violenza. Ora, con tali ordini e dispense, il Papa esercita una violenza, perché agisce contro il diritto, come è stato provato sopra. Quindi è lecito resistergli. Come osserva Gaetano, non facciamo questa affermazione nel senso che qualcuno possa essere giudice del Papa o avere autorità su di lui, ma nel senso che è lecito difendersi. Chiunque, infatti, ha il diritto di resistere a un atto ingiusto, di cercare di impedirlo e di difendersi” (Obras de Francisco de Vitoria, pp. 486-487).

[13] “Che i superiori possano essere ripresi, con umiltà e carità, dagli inferiori, affinché la verità sia difesa, è quanto dichiarano, sulla base di questo passo (Gal. 2, 11), sant’Agostino (Epist. 19), san Cipriano, san Gregorio, san Tommaso e altri sopra citati. Essi insegnano chiaramente che san Pietro, pur essendo superiore, fu ripreso da san Paolo (…). A ragione, dunque, san Gregorio dice (Homil. 18 in Ezech.): ‘Pietro tacque, affinché, essendo il primo nella gerarchia apostolica, fosse anche il primo nell’umiltà’. E sant’Agostino affermò (Epist. 19 ad Hieronymum): ‘Insegnando che i superiori non devono rifiutare di lasciarsi richiamare dagli inferiori, san Pietro ha dato alla posterità un esempio più eccezionale e più santo di quello di san Paolo, insegnando che, nella difesa della verità, e con carità, ai minori è dato avere l’audacia di resistere senza timore ai maggiori’” (ad Gal., 2, 11).

[14] “I mezzi che si possono usare contro un cattivo Papa senza offendere la giustizia sono, secondo Suarez (Defensio fidei catholicae, lib. IV, cap. 6, nn. 17-18), l’aiuto abbondantissimo della grazia di Dio, la speciale protezione dell’Angelo custode, la preghiera della Chiesa universale, l’ammonimento o correzione fraterna in segreto o anche in pubblico, e perfino la legittima difesa contro una aggressione sia fisica che morale” (Ius can., vol. II, p. 436).

[15] “‘Anche il suddito può essere obbligato alla correzione fraterna del suo superiore’ (S. T. II-II, 33, 4). Infatti anche il superiore può essere spiritualmente bisognoso, e niente impedisce che da tale bisogno sia liberato dal suddito. Tuttavia ‘nella correzione nella quale i sudditi riprendono i loro prelati, bisogna agire in modo conveniente, cioè non con insolenza e asprezza, ma con mansuetudine e riverenza’ (S. Theol., ibidem). Perciò, in generale il superiore deve sempre essere ammonito privatamente ‘Si tenga però presente che, essendovi pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere richiamati dai sudditi anche pubblicamente’ (S. T., II-II, 33, 4, 2)” (Cursus Brevior Theol. Mor.”, tomus II, vol. I, p. 287).

[16] Un cattolico recentemente convertito che vive a Brighton (Regno Unito) e anima un blog sull’attualità della Chiesa Cattolica ha deciso di stilare una compilazione di questi epiteti e l’ha pubblicata con il titolo Il piccolo libro di insulti di Papa Francesco. Tale è stato il successo della compilazione, che egli l’ha separata dal blog creando una pagina specifica che viene regolarmente aggiornata con nuove voci.

[17] “Against Pharisees”, Polonia Christiana n° 41 (Nov.Dez. 2014).

[18] Theol. Mor., libro 2, tract 1, ch. 7, p. 153. Nello stesso senso scrive il domenicano Charles Billuart, vissuto nel XVIII secolo: “Cristo, in virtù di una dispensa speciale, per il bene comune e la tranquillità della Chiesa, continua a dare giurisdizione persino a un Papa eretico, fintanto che egli non sia dichiarato manifestamente eretico dalla Chiesa” (Secunda Secundae, 4, Dissertazione sui vizi opposti alla fede, A.1).

[19] Com’è naturale, la proposta di interrompere la convivenza abituale con i Pastori demolitori non doveva essere messa in pratica in maniera universale, visto che “è nella natura di questo processo [di demolizione] che le sue peculiarità non si sviluppino in modo assolutamente simultaneo. Al contrario, esso si trova più avanti qui e più in ritardo là”. Trasposto il problema ai giorni di oggi, si direbbe che in materia di riammissione dei divorziati risposati civilmente all’Eucaristia, ad esempio, la situazione non è uguale in Germania e nella vicina Polonia o in Africa. “Bisogna considerare anche”, continuava il documento, “il caso di alcuni ecclesiastici il cui compromesso con il processo di demolizione esiste, ma a un grado circoscritto e molto tenue”. Per la combinazione di queste due circostanze, il documento concludeva che “è comprensibile che [alcuni] fedeli frequentino le chiese dei Pastori e sacerdoti che denunciamo e che altri si rifiutino di farlo e si allontanino da ogni relazione spirituale e religiosa abituale con tali ecclesiastici, anche in ciò che riguarda la vita sacramentale”.

[20] La metafora è stata utilizzata da s. Cipriano, s. Efrem, s. Ambrogio e s. Gregorio Magno. Essa è divenuta frequente fra i canonisti medievali a partire da Uguccione da Pisa, intorno al 1190. V. Laurent Fontbaustier, La déposition du Pape hérétique: Une origine du constitutionnalisme ?, Mare & Martin, Paris, 2016, pp. 53-65.

[21] Il cardinale Bernardin Gantin, Prefetto della Congregazione dei Vescovi fra il 1984 e il 1998, si espresse contro il “carrierismo” favorito dall’attuale pratica di trasferire i vescovi da una diocesi secondaria a un’altra più importante. In un’intervista al mensile 30 Giorni, dichiarò: “Sia chiaro. Quello tra vescovo e diocesi viene raffigurato anche come un matrimonio; e un matrimonio, secondo lo spirito evangelico, è indissolubile. Il nuovo vescovo non deve fare altri progetti personali. Ci possono essere motivi gravi, gravissimi, per cui l’autorità decida che il vescovo vada, per così dire, da una famiglia a un’altra. Nel fare questo l’autorità tiene presente numerosi fattori, e tra questi non vi è certo l’eventuale desiderio di un vescovo di cambiare sede.

[22] Il Codice pio-benedettino del 1917 sviluppava un poco di più le cause legittime della rottura della vita in comune: “Se uno si ascrive a sette acattoliche, educa acattolicamente la prole, vive criminosamente, mette in pericolo l’anima o il corpo del coniuge, lo sevizia, vi può essere causa di allontanamento per autorità dell’Ordinario e può farsi subito anche di propria autorità, se è certa la causa e vi è qualche pericolo” (c. 1131).