chiesa greco-cattolica

  • Onore all’Ucraina e al cardinale Josyf Slipyi, nel 130esimo anniversario della sua nascita (1892-2022)

     

     

    di Roberto de Mattei

    Vi sono uomini che incarnano le virtù e i valori più profondi di un popolo. Tale fu il cardinale Josyf Slipyj, arcivescovo maggiore di Halyč e di Leopoli degli Ucraini, di cui ricorre il 130esimo anniversario della nascita, proprio mentre la sua terra natale conosce una nuova immane tragedia. 

    Nato 17 febbraio 1892 a Zazdrist, nell’Ucraina occidentale, a diciannove anni Josef Slipyj entrò nel Seminario di Leopoli, dove fu ordinato sacerdote il 30 settembre 1917 e poi inviato a Roma per completare i suoi studi presso l’Istituto Orientale e l’Università Gregoriana. Nel 1925 venne nominato Rettore del seminario di Leopoli e nel 1929 dell’Accademia teologica della stessa città. L’Ucraina intanto era caduta sotto il giogo sovietico e Stalin, tra il 1932 e il 1933, requisì tutta la produzione agricola per imporre la collettivizzazione forzata del paese attraverso la carestia, conosciuta come Holodomor (cfr. Anne Applebaum, La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina, tr. it. Mondadori, Milano 2019).

    Mentre si avvicinava la guerra, il metropolita greco-cattolico dell’Ucraina Andrej Szeptycki (1865-1944), che lo aveva avviato al sacerdozio, lo richiese a Pio XII come suo coadiutore con diritto di successione. Così, nel 1939, mons. Josef Slipyj venne nominato esarca dell’Ucraina orientale e alla morte del metropolita Szeptycki, il 1° novembre 1944, divenne Capo e padre della Chiesa cattolica ucraina. Era un momento terribile per il suo Paese, stretto tra la morsa dei nazisti e dei comunisti. L’11 aprile 1945 il metropolita Slipyj venne arrestato dai sovietici e condannato a otto anni di lavori forzati nei gulag, mentre veniva inscenato un Sinodo illegale che proclamava la “riunificazione” della Chiesa cattolica ucraina con il Patriarcato ortodosso di Mosca, dominato dal regime sovietico. Le chiese dei greco-cattolici, circa 3.000, vennero date agli ortodossi e quasi tutti i vescovi e i sacerdoti furono uccisi o incarcerati. Nel 1953 l’arcivescovo Slipyj subì una seconda condanna a cinque anni di Siberia e nel 1958 una terza a quattro anni di lavori forzati. Nel 1962, a settant’anni, patì la quarta condanna, consistente nella deportazione a vita nel durissimo campo di Mordovia. In tutto, l’eroico presule passò 18 anni nelle carceri e nei gulag. 

    Il padre gesuita Pietro Leoni (1909-1995), sopravvissuto ai lager sovietici, descrivendo gli orrori del campo di transito di Kivov, racconta che un giorno alcuni detenuti furono introdotti nella sua cella. “Sull’imbrunire mi sentii chiamare da una voce sconosciuta: un uomo anziano, con la barba, stava in piedi davanti al mio posto; mi porse la mano presentandosi: Giuseppe Slipyj. Fu allo stesso tempo una gioia e un dolore sapermi insieme al mio metropolita” (Mons. Giovanni Choma, Josyf Slipyj, padre e confessore della Chiesa ucraina martire, La Casa di Matriona, Milano 2001, p. 68).

    Pio XII intervenne ripetutamente in favore degli ucraini e del loro metropolita incoraggiandoli a resistere alle persecuzioni, soprattutto con l’enciclica Orientales Omnes Ecclesias del 23 dicembre 1945. Tuttavia, nel 1958, dopo la morte di Pio XII, i rapporti tra la Russia e il Vaticano iniziarono a mutare. Quando Giovanni XXIII annunciò il Concilio Vaticano II, volle che ad esso partecipassero i rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Le autorità del Cremlino imposero come condizione il silenzio del Concilio sul comunismo. Un accordo segreto fu siglato, nell’agosto del 1962, nella cittadina francese di Metz tra il cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano, e il vescovo ortodosso Nikodim da parte russa. La grande assemblea convocata per discutere sui problemi del proprio tempo avrebbe taciuto sulla maggiore catastrofe politica del Novecento (R. de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai, Lindau, Torino 2010, pp. 174-177).

    In quegli anni i gulag comunisti pullulavano di prigionieri per motivi religiosi, specialmente della Chiesa cattolica ucraina. Sarebbe stato uno scandalo se nell’aula del Concilio fossero stati assenti i vescovi vittime della persecuzione e presenti invece gli esponenti del Patriarcato di Mosca, che appoggiavano i carnefici. Fu svolta dunque una trattativa tra la Santa Sede e il Cremlino, per permettere al metropolita Slipyj di partecipare al Concilio. Il capo della Chiesa ucraina non voleva abbandonare il suo paese, ma ubbidì al Papa e prima di lasciare Mosca consacrò clandestinamente vescovo il sacerdote redentorista ucraino Wasyl Welyckowskyj.

    Giunse a Roma il 9 febbraio 1963, ma non tacque. L’11 ottobre 1963 Slipyj intervenne in Concilio parlando della testimonianza di sangue della Chiesa ucraina e proponendo di elevare la sede di Kiev-Halyč al rango patriarcale. Egli ricorda di aver rivolto questa richiesta numerose volte a Paolo VI ma di avere sempre ricevuto un diniego per ragioni politiche. Il riconoscimento del Patriarcato ucraino avrebbe infatti ostacolato l’Ostpolitik e il dialogo ecumenico con la chiesa ortodossa di Mosca (Memorie, Università Cattolica Ucraina, Leopoli-Roma 2018, pp. 512-513). Però, il 25 gennaio 1965 fu creato cardinale da papa Paolo VI, che elevò la Chiesa greco-cattolica ucraina al rango di Arcivescovato maggiore di Leopoli degli Ucraini.

    Fra il 1968 e il 1976, malgrado l’età avanzata, il cardinale Slipyj intraprese lunghi e faticosi viaggi presso le comunità della diaspora ucraina nelle Americhe, in Australia e in Europa, continuando a svolgere il ruolo di Pastore del suo popolo. Nel 1976 lanciò un appello alle Nazione Unite in favore delle vittime del comunismo e nel 1977, in un drammatico intervento presso il Tribunale Sakharov, denunciò ancora una volta la persecuzione religiosa in Ucraina.  Il mondo guardava a lui e al cardinale József Mindszenty (1892-1975) come a due grandi testimoni della fede cattolica nel Novecento.

    Per assicurare il futuro della Chiesa ucraina, il cardinale Slipyj non arretrò di fronte a gesti estremi. Peter Kwasniewski ha recentemente ricordato come il 2 aprile 1977 egli ordinò clandestinamente tre vescovi, senza l’autorizzazione di Paolo VI, incorrendo automaticamente nelle censure canoniche previste dal can. 953 del Codice allora vigente. Però, a differenza di quanto accadrà per mons. Marcel Lefebvre, scomunicato nel 1986 per la stessa infrazione della legge canonica, nessuna misura scattò ipso facto, nei confronti del cardinale Slipyj (http://blog.messainlatino.it/2021/10/card-wojtya-disobbedi-al-papa-al-pari.html). Uno dei vescovi da lui ordinati era mons. Lubomyr Husar (1933-2017), che Giovanni Paolo II nominò, dopo Slipyj, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica e cardinale. A lui successe come primate Svjatoslav Ševčuk, che si trova in questo momento sotto le bombe nella città assediata di Kiev. Nel 2004 la sede dell’arcivescovato maggiore è stata trasferita a Kiev e ha mutato il proprio nome in quello attuale di Kiev-Halyč.

    Il cardinale Josef Slipyj morì in esilio a Roma a novantadue anni il 7 settembre 1984 ed è ora sepolto a Leopoli, nella cripta della cattedrale di San Giorgio, accanto al metropolita Andrej Szeptycki. Giovanni Paolo II lo definì «uomo di fede invitta, pastore di fermo coraggio, testimone di fedeltà eroica, eminente personalità della Chiesa» (L’Osservatore Romano, 19 ottobre 1984). 

    Mentre l’identità religiosa e politica della sua terra è ancora una volta brutalmente calpestata, la memoria dell’eroica resistenza del cardinale Josyf Slipyj ci aiuta a confidare nel futuro dell’Ucraina. Kiev fu il luogo della conversione del popolo russo alla Chiesa cattolica, e da Kiev, non da Mosca, è destinata a partire la seconda grande conversione della Russia annunciata dalla Madonna a Fatima. Del messaggio di Fatima il cardinale Slipyj fu un grande zelatore. Nel 1980 egli presentò a Giovanni Paolo II due milioni di firme raccolte dall’Armata Azzurra, insistendo in un lungo colloquio con il Papa sulla necessità di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria (John Haffert, Dear Bishop! Memoirs of the Author concerning the History of the Blue Army, AMI International Press, Washington 1982, p. 229). Questa consacrazione non è ancora avvenuta secondo le modalità richieste dalla Beatissima Vergine, alla quale il cardinale Slipyj così si rivolse nel suo testamento: «Seduto sulla slitta e facendomi strada verso l’eternità…recito una preghiera alla nostra protettrice e Regina del Cielo, la sempre Vergine Madre di Dio. Prendi la nostra Chiesa ucraina e il nostro popolo ucraino sotto la tua efficace protezione!» (Memorie, pp. 524-525). Facendo nostre le sue parole in questo momento tragico della storia del mondo non possiamo che proclamare a voce alta: “Onore al cardinale Slipyj e al suo popolo martire”.

     

    Attribuzione foto: By Pkravchenko - Own work, CC BY-SA 3.0,Wikimedia.

    Fonte: Corrispondenza Romana, 2 Marzo 2022.

  • Ucraina: storia di una Chiesa martire*

     

    La cattedrale di San Giorgio a Leopoli

     

    Il 23 dicembre 1595, accompagnato dalla Corte pontificia, dal Corpo diplomatico e dai trentatré cardinali presenti a Roma, papa Clemente VIII si recò nell’Aula di Costantino del Palazzo Apostolico per accogliere la definitiva riunione dei fedeli ucraini con la Chiesa cattolica romana. Il giorno dopo, i vescovi uniati parteciparono alle celebrazioni di Natale nella Basilica di San Pietro. Qualche mese dopo, il 10 ottobre 1596, nella chiesa di San Nicola, a Brest, l’unione fu sancita dal metropolita di Kyiv-Halyč, che aveva giurisdizione su tutta l’Ucraina e la Bielorussia.

     

    Alle origini della Russia cattolica

    I contatti tra Roma e gli ucraini erano antichi. Olga, Grande Principessa di Kyiv, era stata battezzata a Costantinopoli nel 955. Suo nipote Vladimiro il Grande, Principe di Novgorod, Gran Principe di Kyiv e Capo della Rus’ di Kyiv, si convertì a sua volta alla fede cattolica romana nel 988 e volle mantenere stretti rapporti col Papato, nonostante l’opposizione dei greci. Oggi, essi sono entrambi venerati come santi.

    Nel 1075, poco dopo lo scisma d’Oriente, il Gran Principe Iziaslav I divenne il primo Re della Rus', con l’appoggio di Enrico IV, Imperatore del Sacro Impero, e di papa san Gregorio VII, che gli mandò una corona.  In seguito, a metà del XIII secolo, i principi ucraini Danilo e Vasylko si rivolsero alla Santa Sede per ottenere sostegno contro le invasioni tatare. In risposta, la Santa Sede conclamò una crociata contro i tatari che, però, non arrivò mai a concretizzarsi. Il Papa inviò comunque missionari, alcuni dei quali si spinsero fino alla corte del Gran Khan. Nonostante l’Oriente fosse già caduto nello scisma, quella che sarebbe stata conosciuta come Ucraina si ostinava a mantenere rapporti con Roma.

    Nel 1253, il Legato pontificio incoronò Danilo di Galizia, noto anche come Danilo di Rus’, come primo Re di Rutenia. Leggiamo nell’atta d’incoronazione: “Ti incoroniamo con la corona di Dio, della Santa Chiesa cattolica, dei Santi Apostoli, di San Pietro e di Papa Innocenzo”. Erano tutti fatti che puntavano verso la riunione della chiesa ucraina con Roma, cosa auspicata da molti, come testimoniava un vescovo ucraino partecipante al Concilio di Lione nel 1245.

    Purtroppo, lo scisma d’Occidente, e la conseguente decadenza del Papato, rallentarono questo processo. L’unione di Brest si realizzerà solo nel 1596. Nel 1646 ci fu una seconda unione, quella di Užhorod, interessando soprattutto il clero della zona dei Carpazi. Anche se sotto la protezione del Sacro Romano Impero, al clero ucraino fu permesso di conservare intatta la liturgia bizantina. Si formarono in questo modo le diocesi cattoliche bizantine di Užhorod e di Mukačevo.

     

    La persecuzione scismatica

    I capi dello scisma detto ortodosso, specialmente quelli di Costantinopoli, scatenarono una vera e propria persecuzione contro ogni tentativo di riunirsi a Roma. Il loro odio si concentrò sulla figura del grande san Giosafat, arcivescovo di Polock. Pregando giorno e notte con spirito di mortificazione e di penitenza, egli dedicò la vita a convertire gli scismatici. Dopo essere sfuggito a vari agguati, fu infine ucciso a Vitebsk, Bielorussia, il 12 novembre 1623. Crivellato dai proiettili, col cranio fracassato a colpi d’ascia, fu gettato nel fiume Dvina. Le cronache raccontano che il suo corpo, splendente di luce, risalì a galla e fu recuperato dai fedeli. Fu beatificato da papa Urbano VIII e canonizzato da Pio IX nel 1867. Dopo un periodo a Vienna, i suoi resti furono traslati nella Basilica di San Pietro in Vaticano dove tutt’ora riposano.

    Nonostante la variabile e difficile situazione politica, la Chiesa cattolica ucraina continuò a svilupparsi. Scrive lo storico Valentyn Yakovych Moroz: “La Chiesa uniata penetrò nel corpo vivo della spiritualità ucraina, fino ad acquisire un carattere nazionale”, diffondendosi quindi per tutto il Paese.

    Un tesoro dell’anima ucraina è, senza dubbio, la devozione alla Madonna. Gli esperti di spiritualità cattolica orientale attestano che la devozione a Maria Santissima ha un particolare rilievo in Ucraina. È stato addirittura affermato: “La Mariologia e la devozione mariana hanno raggiunto in Ucraina un apice non superato in nessun’altra parte del mondo”.[1]

    La persecuzione contro il cattolicesimo in Ucraina continuò con gli Zar della dinastia Romanov, che trasferirono la capitale da Kyiv a Mosca e poi a San Pietroburgo. La persecuzione si intensificò sotto Pietro I, provocando migliaia di vittime. Pietro era chiamato “Martello della Chiesa Cattolica ucraina”, e si vantava di aver ucciso con le proprie mani due sacerdoti dell’Ordine di San Basilio. Nel 1721, egli ordinò la liquidazione della Chiesa greca cattolica ucraina. Poco dopo, con la forza militare, Caterina II costrinse otto dei dodici milioni di cattolici ucraini a entrare nella chiesa ortodossa russa. Le spedizioni militari contro l’Ucraina, come quella del 1826 di Nicola I, divennero un elemento della politica estera russa. Nel 1839 furono soppresse la Sede metropolita di Kyiv e le Eparchie di Bielorussia e di Ucraina. Ancora una volta, vi furono migliaia di martiri e di confessori della fede fra i sacerdoti e i laici che resistettero. Nel 1875, Alessandro II soppresse la diocesi di Kholm, l’ultima diocesi greca cattolica rimasta nell’impero russo.[2]

    Nel corso della prima Guerra mondiale, le truppe russe invasero l’Ucraina occidentale e “abolirono” l’Unione di Brest. Misero anche in prigione il conte Andrej Sheptytsky, metropolita di Kyiv-Halyč. Con la ritirata dei russi nel 1915, il prelato poté ritornare nella sua Sede.[3] Il peggio, però, doveva ancora arrivare. Nel 1917 prese il potere in Russia il peggiore nemico della Civiltà cristiana: il comunismo.

     

    Il periodo comunista

    Da questo momento, la sorte del cattolicesimo in Ucraina si intreccia con la storia del comunismo, e anche con quella dell’Ostpolitik vaticana, acquisendo così una valenza universale.

    Alla fine della prima Guerra mondiale, l’Ucraina occidentale, con la sua grande popolazione cattolica, passò sotto il controllo della Polonia. Lì la situazione rimasse tranquilla. Dal settore orientale sotto il dominio della Russia comunista, però, cominciarono ad arrivare notizie terribili: era in corso un dramma umanitario. Dopo la disfatta dei Russi Bianchi nella guerra civile, lo Stato bolscevico aveva avviato una campagna di sterminio degli anticomunisti. Iniziò anche il processo di collettivizzazione delle proprietà rurali. Di fronte alla resistenza dei piccoli proprietari terrieri ucraini, Mosca inviò l’Armata Rossa per confiscare la produzione agricola e i capi di bestiame, lasciando la popolazione nell’impossibilità di nutrirsi. Ne seguì una carestia – totalmente indotta, poiché i raccolti erano abbondanti, ma venivano ipso facto confiscati e portati via – che provocò la morte di decine di migliaia di persone. A Kherson, per esempio, morì l’85% della popolazione.[4] Così facendo, Lenin pretendeva cancellare alla radice ogni attaccamento alla proprietà privata, il “peccato originale” secondo l’ideologia marxista. All’inizio degli anni Trenta, le necessità politiche del comunismo indussero Stalin a provocare una nuova carestia artificiale, indescrivibilmente peggiore di quella precedente. Il numero di morti è stato calcolato in più di sette milioni. Interi villaggi scomparvero, e l’Ucraina si riempì di campi di concentramento. Fu uno dei più terribili olocausti della storia, noto oggi come Holodomor (assassinio di massa per fame).[5]

    Nel 1933, mons. Sheptytsky, metropolita di Kyiv-Halyč, rivolse al mondo un appello che rimarrà nella storia: “Noi vediamo già le conseguenze del regime comunista: ogni giorno la situazione diventa più spaventosa. La vista di questi crimini inorridisce la natura umana e gela il sangue. Non essendo in grado di portare aiuto materiale ai nostri fratelli morenti, imploriamo i fedeli di assalire il Cielo con preghiere, digiuni, penitenze e opere di misericordia. Protestiamo davanti al mondo intero contro la persecuzione dei bambini, i poveri, i malati e gli innocenti. Citiamo i persecutori davanti al Tribunale di Dio onnipotente. Il sangue dei contadini affamati che lavorano il suolo dell’Ucraina grida vendetta al cospetto di Dio. Il lamento dei nostri fratelli moribondi raggiunge il Cielo”.[6]

    Come sardonica risposta, i comunisti costruirono un Arco di trionfo a Kirivohran con le parole: “Stiamo entrando nella prima fase del comunismo, il socialismo”. Attorno all’arco giacevano decine di cadaveri emaciati: era il prezzo del socialismo.[7]

     

    Lo scellerato patto nazismo-comunismo

    Nella città di Brest, laddove nel 1596 gli uniati erano tornati nel grembo della Chiesa, i sovietici firmarono nel 1939 un Patto di collaborazione con i nazisti, noto come Patto Ribbentrop – Molotov. Le due dittature avevano concordato la spartizione della Polonia. Di conseguenza, i carri armati sovietici occuparono l’Ucraina occidentale, la zona a più forte presenza cattolica. Prevedendo tempi difficili, il metropolita Sheptytsky scelse un brillante successore, mons. Josyf Slipyj, consacrandolo in segreto Vescovo coadiutore di Lviv con diritto alla successione. Era il 21 dicembre 1939. All’inizio, i comunisti russi evitarono uno scontro frontale con i cattolici, per paura del popolo, ma iniziarono comunque a confiscare le proprietà della Chiesa e a imporre restrizioni.

    Nel frattempo, escogitarono un modo per distruggere la Chiesa cattolica avvalendosi della Chiesa ortodossa russa di Mosca (COR). Cercarono in questo modo di dare l’aspetto di una disputa religiosa (greco-cattolici vs. ortodossi) a ciò che in realtà era un tentativo politico di sopprimere la Chiesa cattolica.

    Da quando Stalin aveva ricostituito la gerarchia della COR, questa era diventata un docile ed utile strumento nelle mani della dittatura sovietica. Nel 1927, Sergio, metropolita di Mosca, aveva stilato una dichiarazione di obbedienza al regime bolscevico. Nel 1928 dichiarò: “Le gioie e le vittorie dell’Unione Sovietica sono anche le nostre gioie e le nostre vittorie”. In un libro pubblicato nel 1942, affermò: “Nessuno è stato mai perseguitato nell’Unione Sovietica a causa della sua religione”. Nel 1943 Stalin lo ricompensò ricostituendo nella sua persona il “Patriarcato” di Mosca, che divenne una sorta di Ministero per la religione del regime comunista sovietico.[8]

     

    Il ruolo della Chiesa “ortodossa”

    Occupata dai nazisti nel 1941, l’Ucraina fu ripresa dai russi nel 1944. Il 1° novembre moriva il metropolita Sheptytsky, e mons. Slipyj assumeva la carica di arcivescovo metropolita di Lviv. I comunisti aprirono allora una nuova fase nella guerra contro la Chiesa cattolica, utilizzando come grimaldello il “Patriarcato” di Mosca.[9] All’inizio del 1945, il patriarca Aleksej, successore di Sergio, inviò una lettera a mons. Slipyj, ampiamente ripresa dalla stampa comunista, nella quale invitava i cattolici ucraini a lasciare la vera Chiesa per unirsi a quella ortodossa russa. Naturalmente, l’appello fu respinto.[10] L’8 aprile 1945 un certo Volodymyr Rosoycyc pubblicò un violento articolo contro i cattolici ucraini sul giornale comunista Vilna Ucraina di Lviv. L’11 aprile mons. Slipyj e altri quattro vescovi furono imprigionati senza alcuna spiegazione. Uno a uno tutti i vescovi cattolici finirono nelle galere sovietiche. I comunisti cercarono di farli apostatare. A mons. Slipyj venne addirittura offerta la carica di “Patriarca”. L’intero episcopato, però, rimase fedele.[11]

    Mentre migliaia di cattolici, tra cui molti sacerdoti e suore, venivano deportati nei campi di concentramento, le associazioni cattoliche furono soppresse. Poco dopo, alcuni sacerdoti apostati costituirono il “Gruppo d’Azione”, teso a “unire il cattolicesimo ucraino al Patriarcato di Mosca”. Con l’aiuto di questo minuscolo gruppo, la COR iniziò a occupare le sedi lasciate vuote dai vescovi incarcerati.[12] Sostenuto dal “Patriarcato” di Mosca, il Gruppo d’Azione tenne uno pseudo-sinodo a Lviv. Vi parteciparono solo 216 dei più di tremila sacerdoti, e nessun vescovo. Questo conciliabolo ratificò l’“abolizione” dell’Unione di Brest. Inutile risaltare la sua fondamentale illegittimità.[13]

    Poco dopo, un’identica procedura fu messa in atto nella zona dei Carpazi, dove l’Unione di Užhorod venne “abolita” da un altro conciliabolo. Per l’inciso, la stessa tattica fu utilizzata anche in Romania, dove un pugno di sacerdoti apostati fece nel 1948 lo pseudo-sinodo di Alba Julia, che “abolì” l’Unione del 1698.

    Per valutare correttamente lo spirito che animava questi sacerdoti apostati, basta considerare un passaggio della lettera che Padre Kostelnyk, capo del Gruppo d’Azione, scrisse il 29 maggio 1945 alle autorità sovietiche, comunicando loro l’abolizione dell’Unione di Brest: “Sotto la guida del Primo Maresciallo, l’incomparabile Stalin, il coraggioso e magnifico esercito sovietico si è coperto di gloria immortale. Ha distrutto l’armata hitleriana e ha così salvato l’Europa dalla terribile dominazione nazista e tutti i popoli slavi da una sicura perdizione. I vecchi sogni degli ucraini si sono realizzati. Tutte le terre ucraine sono state riunite alla Madre Patria. L’Ucraina risorge in una paterna unione con Mosca e con tutti i popoli sovietici. Adesso la nostra Patria ha piena sicurezza. Per essa si apre un’era di splendido sviluppo. Il Maresciallo Stalin entrerà nella storia dell’eternità come l’uomo che unì le terre ucraine. Tutti gli ucraini occidentali lo ringraziano con la massima cordialità. Non saremmo mai in grado di ripagare sufficientemente il debito morale che abbiamo contratto con l’Unione Sovietica. Anche Nikita Krusciov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo ucraino, merita la nostra gratitudine per il suo ruolo nell’unificazione dell’Ucraina. (…) Abbiamo totale fiducia nel Governo sovietico. Vogliamo lavorare per il bene di questa terra ortodossa”.[14]

    È un titolo di gloria per il clero ucraino che, nonostante le pressioni, le minacce e le torture, appena quarantadue sacerdoti aderirono ufficialmente al Gruppo di Padre Kostelnyk, mentre centinaia morirono nei campi di concentramento.[15] Poco dopo, tutti i vescovi cattolici furono condannati da un Tribunale segreto.[16] Nella situazione di sede vacante, i canonici del Duomo di Lviv elessero un vicario capitolare, che fu immediatamente messo in prigione. Identica sorte toccò al suo successore.

    Mons. Slipyj fu l’unico vescovo a sopravvivere alle torture comuniste, anche perché molti si sacrificarono affinché egli restasse vivo, come simbolo della resistenza cattolica. Dopo diciotto anni di crudeli lavori forzati, egli fu liberato nel 1963. Solo dopo si venne a sapere che la sua liberazione era stata concordata direttamente con la Segreteria di Stato del Vaticano, che accettò tutte le condizioni del Cremlino, tra cui che mons. Slipyj (inconsapevole dell’accordo) non tornasse più in Ucraina e non parlasse contro il comunismo.[17]

    Nel frattempo, la persecuzione anticattolica in Ucraina si intensificò. Tutti i monasteri e conventi cattolici furono chiusi, e tutte le chiese trasferite sotto l’autorità del “Patriarcato” di Mosca. Il 1° gennaio 1948 l’agenzia di stampa sovietica Tass pubblicò un comunicato dichiarando che la Chiesa cattolica ucraina “aveva cessato d’esistere”.[18] Per ironia del destino, anche molti sacerdoti che avevano aderito al “Gruppo d’Azione” furono uccisi dai comunisti.[19]

     

    La Chiesa del silenzio

    Pochissimi sacerdoti apostatarono, passando alla Chiesa ortodossa. La maggior parte entrò in clandestinità, formando ciò che poi sarà chiamata “Chiesa del silenzio”. La maggior parte dei cinque milioni di cattolici rimase fedele a questa Chiesa delle catacombe.[20] Nonostante il rischio incombente, la Chiesa delle catacombe continuò a distribuire i sacramenti e a celebrare la Messa. Si calcola che nella clandestinità furono ordinati più di trecento sacerdoti e consacrati alcuni vescovi. La Chiesa delle catacombe attirava il rispetto perfino di alcuni sacerdoti ortodossi. Alcuni furono puniti per aver nascosto preti clandestini.[21] Questo preoccupava molto i padroni del Cremlino. C’erano anche comunità religiose clandestine, senza parlare degli incontri di preghiera in case private, o dei raduni segreti nei boschi e nelle montagne per pregare il Rosario o i Vespri.[22] Se fossero stati scoperti, sarebbero stati ipso facto deportati in Siberia. Ancor oggi [1977, ndr] centinaia di migliaia di ucraini stanno marcendo nelle carceri sovietiche.[23]

     

    Ostacoli e silenzi. Il ruolo del Vaticano

    Nel saggio La libertà della Chiesa dello Stato comunista,[24] Plinio Corrêa de Oliveira, dimostra come, anche se uno Stato comunista consentisse alla Chiesa la libertà di amministrare i sacramenti, sarebbe immorale stabilire un rapporto con esso. La dottrina cattolica sulla famiglia e sulla proprietà privata fa parte del depositum fidei,e non è lecito alla Chiesa tacere su questi temi di fronte agli errori del comunismo.

    Fino all’inizio degli anni Sessanta, il Vaticano allertava spesso i fedeli contro gli errori del comunismo, arrivando a condannare esplicitamente la tattica della “coesistenza pacifica”. Nel 1945 papa Pio XII scrisse l’enciclica Orientales omnes Ecclesias sulla triste situazione della Chiesa in Ucraina. In occasione dei mille anni del battesimo di sant’Olga di Kyiv, egli rivolse una memorabile Lettera apostolica a mons. Slipyj, ancora in prigione, protestando contro la persecuzione sovietica. Da parte loro, il Cremlino, il Partito Comunista sovietico e il “Patriarcato” di Mosca, rispondevano per le rime, attaccando il Vaticano e la Chiesa cattolica. Questo cambiò radicalmente con l’avvento di Giovanni XXIII e l’avvio dell’Ostpolitik.

    Per valutare correttamente l’Ostpolitik, è importante tenere presente le parole del “Patriarca” di Mosca Aleksej: “La Chiesa ortodossa russa sostiene pienamente la politica estera del nostro governo”. Abbondano le citazioni in questo senso da parte dei vertici della COR.[25] Parlando al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra, Pimen, successore di Aleksej, attaccò duramente quelli che criticavano l’URSS, tacciandoli di “ciechi ai meriti del sistema socialista”. Aggiunse che i mali che affliggevano l’uomo moderno erano cospicuamente assenti dal sistema sovietico.[26]

    Nel 1961 il clima iniziò a cambiare. Il leader russo Nikita Krusciov inviò un messaggio a papa Giovanni XXIII in occasione del suo ottantesimo compleanno. Il 7 marzo 1963, il Pontefice ricevette in udienza in Vaticano Alexis Adjubei, genero di Krusciov. L’allora mons., poi cardinale, Johanes Willebrands iniziò a preparare la partecipazione di vescovi moscoviti al Concilio Vaticano II. Vari autori osservano che questa partecipazione fu accettata a condizione che il Concilio non condannasse il comunismo.[27]

    Su suggerimento di Plinio Corrêa de Oliveira, nel 1965 mons. Geraldo di Proença Sigaud e mons. Antonio de Castro Mayer presentarono al Concilio una petizione, firmata da 454 Padri conciliari, chiedendo l’esplicita condanna del comunismo. La richiesta fu semplicemente messa a tacere in un cassetto e mai sottoposta al voto.[28] D’altronde, durante la Conferenza pan-ortodossa di Rodi, gli stessi ortodossi confessarono che Mosca aveva messo come conditio sine qua non il silenzio del Concilio sul comunismo.[29]

    Questo fu l’inizio di una lunga lista di concessioni unilaterali da parte del Vaticano, in ciò che si andò configurando come una delle vittorie più impressionanti del comunismo sovietico. In tutto questo tempo, Roma non disse una sola parola in favore dei cattolici uniati ucraini, che continuavano a essere brutalmente perseguitati per la loro fedeltà… a Roma.

    Nikodim, metropolita ortodosso di Leningrado, ebbe la sfrontatezza di dichiarare, contro ogni evidenza: “Nell’URSS i credenti hanno gli stessi diritti di ogni cittadino”. In un incontro ecumenico a Leningrado su “Pensiero sociale cattolico”, egli affermò: “Oggi la Chiesa cattolica accetta la forma di proprietà collettiva proposta dal socialismo sovietico”.[30] Pare chiaro che l’URSS avesse un interesse nel favorire l’Ostpolitik, vedendovi uno strumento per la diffusione del pensiero socialista fra i cattolici.

    Dopo il Concilio, i contatti tra il Vaticano e la COR si intensificarono. Con l’auspicio di papa Paolo VI, nel 1975 si tenne a Trento un incontro ecumenico, a cui partecipò Nikodim, in conclusione del quale fu firmata una Dichiarazione congiunta che equivaleva a un appello ai cattolici ad abbracciare il socialismo.[31] Poco dopo, Paolo VI autorizzò la celebrazione di una liturgia ecumenica sulla tomba di S. Pietro, presieduta dallo stesso Nikodim.[32]

    Nel 1971 Pimen fu eletto “Patriarca” di Mosca. Nella cerimonia di insediamento, alla presenza del cardinale Willebrands, egli parlò in tono vittorioso, ribadendo che Mosca esigeva la definitiva abolizione dell’Unione di Brest, e “il trionfale ritorno degli uniati alla Chiesa ortodossa”. Willebrands, rappresentante ufficiale di papa Paulo VI, non sollevò nessuna obiezione, né fu elevata nessuna protesta da parte della Segreteria di Stato. Era un chiaro esempio di silenzio-assenso.

    Un altro fatto clamoroso fu il trattamento riservato a Roma nel 1972 a mons. Vasyl Velychkovsky, vescovo ucraino consacrato nella clandestinità, e nominato da Giovanni XXIII vescovo ausiliare di Leopoli degli Ucraini. Dopo anni passati nelle carceri sovietiche, dove venne torturato in modo selvaggio, fu liberato per motivi di salute. Recandosi in Vaticano, fu trattato come semplice sacerdote. Perfino l’Osservatore Romanosi riferiva a lui come Padre Velychkovsky. Oggi si sa che mons. Velychkovsky fu scoperto, arrestato e incarcerato per diretto intervento di Filarete, esarca ortodosso dell’Ucraina, senza che il Vaticano elevasse alcuna protesta. Evidentemente, non si voleva scalfire l’Ostpolitik con Mosca.[33]

    Nel 1971, Filarete presiedette a Kyiv le celebrazioni per commemorare l’“abolizione” delle Unioni di Brest e di Užhorod. Qualche settimana dopo, a Zagorsk (una sorta di Vaticano della COR, vicino a Mosca), si tennero simili celebrazioni. Si prospettava la veloce sparizione della Chiesa cattolica in Ucraina. Per sardonica ironia, proprio a Zagorsk si realizzò nel 1973 un incontro ecumenico tra la chiesa russa e il Vaticano sul tema “La Chiesa in un mondo in trasformazione”. Sui cattolici ucraini, nemmeno una parola…

    Si sviluppò una vera e propria sudditanza psicologica dell’Ostpolitik vaticana nei confronti del Cremlino, a scapito della Chiesa cattolica in Ucraina. Esempio caratteristico fu il memorando scritto nel 1971 da P. Paul Mailleux, della Congregazione per i Riti orientali e Rettore del Pontificio Collegio Russicum a Roma, in cui si dichiarava contrario all’erezione di un Patriarcato cattolico a Kyiv perché “ciò potrebbe essere considerato un’ingerenza ostile negli affari interni dell’URSS”.[34] Nel frattempo, la polizia italiana scoprì una rete di spionaggio sovietico proprio all’interno del Pontificio Collegio Russicum. Il Vaticano intervenne velocemente, e il caso fu insabbiato.[35]

    Questo zelo del Vaticano per non adirare Mosca non era, però, corrisposto dalla controparte. Per esempio, nel 1969 fu consacrata la Basilica di Santa Sofia degli Ucraini, in via Boccea a Roma, alla presenza del cardinale Josyf Slipyj. Il metropolita di Leningrado, Nicodemo, si recò a Roma affermando già all’arrivo che tale atto era “contrario al dialogo ecumenico” e “non dovrebbe essere ripetuto”. Nella stessa occasione egli ribadì la posizione del “Patriarcato” di Mosca: la Chiesa greco-cattolica ucraina doveva essere eliminata.[36]

    Agendo in questa logica, la COR istituì un Vicariato metropolita di Kyiv per “governare” le parrocchie ucraine in Canada e negli Stati Uniti, una chiara ingerenza da parte dei russi negli affari interni delle Chiese in Occidente.[37] Significativo anche a questo riguardo la richiesta del “Patriarca” Pimen al governo federale tedesco di riconoscere come proprietà dello Stato sovietico le chiese ortodosse esistenti nel territorio della Germania occidentale.[38]

    La sudditanza del Vaticano a Mosca, disposta a sacrificare la Chiesa cattolica ucraina sull’altare dell’Ostpolitik, scandalizzava perfino la stampa laica. La stessa rivista Newsweek scrisse: “Il Vaticano pare deciso a sacrificare cinque milioni di cattolici di rito ucraino nell’Unione Sovietica”.[39]

    I contatti amichevoli tra il Vaticano e la COR si sono moltiplicati. Il 13 luglio 1975, per esempio, poco dopo aver ricevuto il ministro sovietico Andrej Gromyko, Paolo VI ricevette calorosamente Nikodim, al quale estese congratulazioni a “Sua Santità il Patriarca di Mosca”, Pimen.[40]

    D’altronde, il Vaticano ha cercato di creare costantemente ostacoli alla vita interna della Chiesa cattolica ucraina in Occidente, adducendo presunti vantaggi che i russi concederebbero in cambio. A farne la spesa è stato anche il cardinale Slipyj, ostacolato da continui intoppi al suo lavoro pastorale. Più di una volta, il Vaticano è giunto a proibirgli di lasciare Roma per andare incontro alle sue pecorelle in altri Paesi, quasi fosse un prigioniero.

    Questa tragica situazione è percepita anche dai fedeli delle catacombe. Scrive The Ukranian Herald, che raccoglie informazioni clandestine: “Speso riportiamo esempi di iniquità perpetrate dal regime contro i fedeli cattolici di Lviv. Lo steso succede in tutta l’Ucraina occidentale. L’unica cosa che non capiamo è perché il Vaticano abbia dimenticato la parte ucraina del suo gregge sbranato da lupi feroci”.[41] Curiosamente, molti ortodossi ucraini hanno mostrato simpatia verso gli uniati, e appoggerebbero la costituzione di un Patriarcato.

    Con l’Ostpolitik, la persecuzione ai cattolici ucraini crebbe ancora. Informava nel 1969 il giornale clandestino The Chronicle of Current Events: “Il numero di sacerdoti imprigionati e maltrattati dalla Polizia è molto aumentato. Sono previste severe pene detentive per chiunque partecipi a una Messa cattolica uniata”. In una riunione della COR, il metropolita Filarete chiese al governo sovietico “misure più efficaci” per eliminare i resti della Chiesa cattolica in Ucraina.[42] In una riunione del Politburo del Partito comunista d’Ucraina, il leader Valentin Malanchuk (poi Segretario generale) si lamentava che la Chiesa cattolica uniata non fosse stata ancora del tutto estinta.[43]

     

    Un leone grida nel deserto

    La Santa Chiesa Cattolica e l’Ucraina hanno un degno paladino nella persona del cardinale Josyf Slipyj. Dopo il lungo silenzio impostogli dal Vaticano, il prelato decise di parlare. Nel Sinodo dei vescovi a Roma, nel 1971, egli dichiarò: “I cattolici ucraini, che hanno già sacrificato montagne di corpi e versato fiumi di sangue per la Fede Cattolica e per la loro fedeltà alla Santa Sede, anche adesso stanno subendo una persecuzione terribile. Ma quel che è peggio è che non sono difesi da nessuno. Migliaia e migliaia sono stati uccisi. Altri sono stati deportati nelle regioni polari di Siberia. Ora, però, a causa delle trattative e della diplomazia, i cattolici ucraini, martiri e confessori, sono messi da parte come scomodi testimoni. Nelle lettere e comunicazioni che ricevo, i fedeli si lamentano: ‘Perché abbiamo sofferto tanto? Dove si trova la giustizia? La diplomazia ecclesiastica ci ha etichettati come impedimenti. Il cardinale Slipyj non fa nulla per la sua Chiesa!’

    E io rispondo: cosa posso fare? Quando Pimen, il patriarca di Mosca, ha dichiarato apertamente in un sinodo che l’Unione di Brest è stata annullata, nessuno dei delegati vaticani presenti protestò”.[44]

     

    Un appello all’Occidente

    Finora, l’Occidente è stato come un vasto deserto in cui le grida dei martiri ucraini hanno risuonato a vuoto. Questa indifferenza deve cessare. I popoli occidentali hanno la grave responsabilità di opporsi al comunismo. Un’analisi attenta mostra che le nazioni prigioniere, come l’Ucraina, costituiscono un elemento chiave in quella che è veramente una lotta globale. Queste nazioni sono il tallone d’Achille del comunismo. Tuttavia, per i cattolici la questione di coscienza è molto più grave dei problemi politici. I cattolici hanno l’obbligo di aiutare i fratelli martiri dietro la Cortina di ferro.

    In vista del clamoroso silenzio di Roma, facciamo un appello all’opinione pubblica occidentale, e in particolare a quella cattolica, per protestare contro ciò che sta succedendo in Ucraina. Dall’atteggiamento dell’opinione pubblica occidentale dipenderà il futuro dell’Ucraina e del mondo.

    “Attraverso te, mia Rutenia, io spero di convertire l’Oriente”. Così parlò la Roma Cattolica, la Roma dei Santi e dei Martiri, la Roma eterna, per bocca di papa Urbano VIII nell’atto di beatificare San Giosafat.[45] Preghiamo per i nostri fratelli ucraini con le parole di S. Luigi Maria Grignion di Montfort nella Preghiera infuocata:

    “Hanno violato la tua legge, è stato abbandonato il tuo Vangelo, torrenti di iniquità dilagano sulla terra e travolgono perfino i tuoi servi. Tutta la terra si trova in uno stato deplorevole, l’empietà siede sul trono, il tuo santuario è profanato e l’abominio è giunto nel luogo santo. Signore, Dio giusto, lascerai nel tuo zelo, che tutto vada in rovina? Tutto diverrà alla fine come Sodoma e Gomorra? Continuerai sempre a tacere e sempre pazienterai? La tua volontà non deve compiersi in terra come in cielo, e non deve stabilirsi il tuo regno? Non hai rivelato, già da tempo, a qualcuno dei tuoi amici un futuro rinnovamento della Chiesa? Tutti i santi del cielo gridano: non farai giustizia? Tutti i giusti della terra implorano: Amen. Vieni, Signore! E invocano la tua venuta che restauri ogni cosa”.

     

    *Traduzione, leggermente abbreviata, del saggio “Gold, Mourning and Blood. Ukraine: a Tragedy Without Frontiers”, Crusade for a Christian Civilization, 1977.

    Attribuzione fotodi Mykola Swarnyk - Opera propria, CC BY-SA 3.0, Wikimedia.

     

    Note

    [1] Miroslav Labunka e Leonid Rudnytzky, The Ukrainian Catholic Church: 1945-1 975, St. Sophia

    Assoc., Philadelphia, 1976, pp . 120-122 .

    [2] Ludwig Pastor, Historia de los Papas desde fines de la Edad Media, Gidi S.A., Buenos Aires 1958, vol. XVI, pp. 351-355.

    [3] Analecta OSBM, First Victims of Communism, Rome 1950, pp. 2-5.

    [4] ABN Magazine, Monaco, vol. XXIV, n. 2, aprile 1973.

    [5] Ethnocide of Ukrainians in the USSR, Smoloskyp, Baltimore, 1976. Studio basato su The Ukrainian Herald, n. 7-8, pp. 45-63.

    [6] Ibid., pp. 14-16.

    [7] Ibid., p. 47.

    [8] Ulisse Floridi, S.J., The Role of Ukraine in Recent Soviet-Vatican Diplomacy, Thomas Bird Co., New York 1972, pp. 63-69. Mettiamo “Patriarcato” fra virgolette perché non creato dall’autorità legittima.

    [9] Vasyl Markus, The Soviet Government and the Ukrainian Catholic Church, La Salle College, Philadelphia 1976, pp. 20-34.

    [10] P. John Mowat, The Vatican and the Silent Church, La Salle College, Philadelphia 1976, pp. 70-87.

    [11] Ulisse Floridi, S.J., Mosca e il Vaticano,  Casa di Matriona, Milano 1976, p. 275.

    [12] Vasyl Markus, Religion and Nationality - the Uniates and Ukraine, University of Toronto Press, Toronto 1975, p. 105.

    [13] Bohdan Bociurkiw, “The Uniate Church in the Soviet Ukraine”, Canadian Slavonic Papers, Toronto 1965, pp. 89-113.

    [14] Eastern Catholics Under Soviet Rule, Sword of the Spirit, Londra 1946, pp. 54-59.

    [15] Ibid., p. 35.

    [16] Analecta OSBM, White Book on the Religious Persecutions in Ukraine, Rome 1953.

    [17] Norman Cousins , The Improbable Triumvirate, Norton Co., New York 1972, p. 29. Cfr. anche Ulisse Floridi, S.J., op. cit., p. 278.

    [18] Kurt Hutten, Iron Curtain Christians, Augsburg Co., Minneapolis 1967, p. 31.

    [19] Ibid., p. 6

    [20] A. Monterati, “II Cristo Distrutto”, Famiglia Cristiana, aprile 1972.

    [21] Bohdan Bociurkiw,  Religion and Atheism in the USSR and Eastern Europe, University of Toronto Press, Toronto 1975.

    [22] Russia Cristiana, Milano, vol. XVI, n. 143, 1975, p. 56.

    [23] Yaroslav Bihun (a cura di), Boomerang - The Works of Valentyn Moroz, Baltimore 1974, pp. 48-61.

    [24] Plinio Corrêa de Oliveira, La libertà della Chiesa nello Stato comunista, Il Tempo, Roma, 1963.

    [25] H. Hoffman, “Comment les Chefs d’Églises préfèrent Cesar à Dieu”, Catacombes, n. 28, gennaio 1974.

    [26] The New York Times, 18 settembre 1973.

    [27] Questo, che all’epoca del presente articolo (1977) era solo un’ipotesi, oggi è pienamente dimostrato. Si tratta dell’Accordo di Metz tra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa russa, sottoscritto il 13 agosto 1962, che impegnava la Chiesa a non condannare il comunismo in cambio della partecipazione di vescovi “ortodossi” al Concilio.

    [28] Gianfranco Svidercoschi, Storia del Concilio, Milano 1967, pp. 601-607.

    [29] Georges Dejaifve, Civilità Cattolica, vol. IV, 1964, pp. 461-462.

    [30] Catacombes, maggio 1972.

    [31] Ulisse Floridi, S.J., Mosca e il Vaticano, pp. 291-292.

    [32] The Brooklyn Tablet, 17 luglio 1975.

    [33] Vasyl Markus, Religion and Nationality - the Uniates of Ukraine, p. 110.

    [34] Ulisse Floridi, S.J., op. cit., p. 293.

    [35] Daria Kuzyk, Religious Genocide, Society for the Patriarchate, Londra 1976, p. 70.

    [36] Eva Piddubechesen, And Bless thy Inheritance, Eric Hugo Co., Schenectady, N.Y. 1970, pp. 48-49 .

    [37] Bohdan Bosiurkiw, “The Orthodox and the Soviet Regime in Ukraine,” Canadian Slavonic Papers,

    vol. XIV, n. 2, Toronto 1972, pp. 191, 211.

    [38] “Manifesto of the Orthodox Action  Movement in Western Europe,” Catecombes, n . 32, 15 maggio 1974.

    [39] Newsweek, 6 dicembre 1971.

    [40] L’Osservatore Romano, 4 luglio 1975.

    [41] The Ukrainian Herald, n. 7-8, p . 159.

    [42] “Die Ukrainische Kirche lebt”, Der Fels, Regensburg, n. 5, 1972, pp. 146- 149.

    [43] Svoboda, Jersey City, 14 giugno 197 5.

    [44] Vistiy Rymu, Rik 9, n. 16-17, Roma dicembre 1971.

    [45] Miroslav Zabunka e Leonid Rudnytzky, The Ukrainian Catholic Church: 1945-1975, p. 9.

     

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    Una Chiesa risorta dalle ceneri in Ucraina

     

     

    di Don Benedict Kiely*

    Qualche settimana fa, mentre attraversavo a piedi il confine dall'Ucraina alla Polonia, ha iniziato a piovere a dirotto. Pur non essendo rifugiati, io e il mio compagno di viaggio, un giornalista di un quotidiano nazionale britannico, eravamo piuttosto malridotti e bisognosi di un riparo. Subito dopo il loro ingresso in Polonia, molte ONG e altri enti caritatevoli avevano inviato tende con cibo, bevande calde e assistenza medica per aiutare le migliaia di donne e bambini ucraini che stavano arrivando.

    Sentendo parlare inglese in una delle tende, siamo stati accolti gentilmente e ci è stato offerto caffè e pizza. Dopo qualche minuto di conversazione, uno dei giovani volontari mi ha chiesto se fossi un sacerdote cattolico. Dopo aver risposto di sì, mi ha chiesto se avevo sentito parlare della sua scuola cattolica in Inghilterra, che in effetti è una delle più famose. Chiedendogli l'età, gli ho chiesto se conosceva la mia figlioccia, che era stata anche lei allieva. Come disse san Giovanni Paolo II, nella provvidenza di Dio "non esistono coincidenze": lui la conosceva bene.

    Il nostro viaggio era iniziato quattro giorni prima. Sempre sotto la pioggerellina, il Giovedì Santo ortodosso e cattolico orientale, abbiamo attraversato la frontiera assieme ad un piccolo numero di donne e bambini ucraini che tornavano per la Pasqua. Nella fila al controllo di frontiera, una madre ci ha detto che stava tornando per vedere il marito, che stava combattendo, e per celebrare con lui i giorni di festa, ma che poi sarebbe tornata in Polonia perché era troppo pericoloso rimanere in Ucraina.

    Eravamo diretti a Leopoli, nell'Ucraina occidentale, relativamente sicura, anche se colpita più volte da missili russi, persino pochi giorni prima del nostro arrivo, con sette morti. Il mio collega stava scrivendo un articolo per il suo giornale sulla "Pasqua in Ucraina", tuttavia il mio interesse era rivolto non solo alle celebrazioni liturgiche, ma anche a mostrare solidarietà e sostegno alla Chiesa greco-cattolica ucraina.

    Ero già stato a Leopoli nel 2017, in un periodo di relativa pace, ed ero rimasto affascinato dalla città. Nel centro storico predominano gli incantevoli edifici di epoca asburgica, fortunatamente sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. Governata di volta in volta da polacchi, lituani, russi e, naturalmente, dall'impero austro-ungarico, Leopoli aveva subito non solo l'occupazione nazista ma, come tutta l'Ucraina, decenni di repressione sotto il comunismo ateo dei sovietici.

    La brutale repressione da parte dei comunisti della Chiesa cattolica ucraina, una Chiesa di rito orientale in comunione con Roma dal XVI secolo, non è abbastanza conosciuta dalla maggior parte dei cattolici occidentali, e certamente non lo è dai media. Purtroppo, il mio amico mi ha detto che non poteva scrivere molto su di essa perché i suoi redattori sapevano poco della sua storia e pensavano che il pubblico dei lettori non sarebbe stato particolarmente interessato a saperne di più.

    Essendo la più grande delle Chiese Cattoliche di rito orientale, la storia di questa chiesa è una componente molto importante per comprendere l'attuale guerra di aggressione da parte della Russia e ciò che potrebbe accadere ai nostri fratelli cattolici orientali.

    Costretta da Stalin nel 1946 all'unione con la Chiesa ortodossa russa, la Chiesa greco-cattolica ucraina può davvero essere definita una Chiesa di martiri, sia nel senso che molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici sono stati effettivamente uccisi per la loro fedeltà, ma anche solo nel senso della loro incredibile testimonianza nel corso di oltre quattro decenni di intense persecuzioni.

    Uno dei sacerdoti dell'Università Cattolica Ucraina di Leopoli mi ha descritto la Chiesa sotto il comunismo come una "Chiesa catacombale". I seminari erano sotterranei, le Messe venivano celebrate nei boschi e nelle foreste e non era permesso aprire una sola chiesa. Nel 1989, con la caduta dell'"impero del male", come Ronald Reagan accuratamente descrisse il regime sovietico, la Chiesa emerse dalle ceneri, come Cristo risorto che esce dalla tomba.

    Fu una resurrezione straordinaria, aiutata in modo considerevole dalla diaspora cattolica ucraina, in particolare dal Canada e dagli Stati Uniti. L'università stessa è una testimonianza di questo straordinario rinnovamento, essendo stata costruita ex novo dal 1989.

    Le bellissime liturgie erano piene di gente. Il Venerdì Santo, la fila per venerare la Santa Icona del Cristo morto, simile alla venerazione occidentale della Croce, usciva dalla chiesa e arrivava in strada. Sacerdoti e laici mi hanno detto che si discuteva su cosa fare se la Chiesa fosse dovuta tornare nelle catacombe. Già nell'est dell'Ucraina, nella regione del Donbas e in altre aree conquistate dai russi nel 2014, la Chiesa cattolica ucraina stava sperimentando una nuova forma di repressione e soppressione, un fatto a malapena riportato dai media occidentali.

    Molti temono che, con un ingenuo ottimismo o con una deliberata ignoranza, le autorità di Roma si siano concentrate troppo a lungo sull'ecumenismo con gli ortodossi russi a scapito di un sostegno forte e visibile alla Chiesa greco-cattolica dell’Ucraina. C’è fra loro un vero e proprio shock per il fatto che il Papa non abbia ancora nominato la Russia come aggressore e anche la speranza che presto nomini cardinale il leader della loro Chiesa, l'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, cosa che è avvenuta con i quattro predecessori.

    Come qualcuno che ha dedicato il suo intero ministero sacerdotale all'aiuto e alla difesa dei cristiani perseguitati, è stato particolarmente scioccante vedere le somiglianze tra ciò che sta accadendo in Ucraina e ciò che ho visto in Iraq e in Siria durante le mie molteplici visite dal 2015. Ancora una volta, una grande maggioranza della popolazione è diventata "IDP" (Internally Displaced Persons, cioè sfollati, ndt). Non si può essere rifugiati nel proprio Paese! La tragedia e lo scandalo di questa guerra è che a causarla non sono gli estremisti islamici, ma i fratelli cristiani.

    Tuttavia, mentre la Chiesa cattolica ucraina è emersa dalle ceneri del comunismo, la Messa della domenica di Pasqua a Lviv, nonostante le sirene dei raid aerei che hanno punteggiato la nostra visita, mi ha dimostrato con il suo canto gioioso e la navata piena, che il male non avrà l'ultima parola. Visitando la scuola di iconografia dell'Università di Leopoli, ho comprato una bellissima icona della Resurrezione. Mi ha colpito, in qualche modo, in quanto vero simbolo della vita della Chiesa cattolica ucraina. Cristo tende le mani ad Adamo ed Eva, pronto a tirarli fuori dalle tenebre dell'inferno verso la luce della sua gloria. Dobbiamo pregare che questo sia vero per tutto il popolo ucraino.

    *Padre Benedict Kiely è un sacerdote dell'Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham. Nel 2014 ha fondato Nasarean.org, un'associazione benefica con sede a Stowe, nel Vermont, che cerca di servire i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

     

    Attribuzione foto: By Jerzy Strzelecki - Own work, CC BY-SA 3.0, Wikimedia.

     

    Fonte: National Catholic Register, 9 maggio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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