Cina

  • CORREGGERE E NON SOLO DIFENDERE LE SOCIETA’ APERTE

    Lo scontro inevitabile tra società aperta e Autorità morale, su clima, capitalismo e Cina

     

     

    di Ettore Gotti Tedeschi

    “Difendere le società aperte” titola Angelo Panebianco il suo editoriale sul Corriere di lunedì 22. Il significato di questo richiamo sta nell’opinione un po’ sdegnata, in crescita soprattutto dopo Glasgow, che rileva che le proteste per il clima non sono verso la Cina (società chiusa), il maggior inquinatore al mondo che non vuole fare accordi sul clima. Ma dette proteste (modello Greta) sono espresse in chiave anticapitalistica verso l’Occidente (società aperta), accusato di aver violentato l’ambiente. Da qui l’invito a difender le società aperte.

    Certo, le società aperte vanno difese, soprattutto se l’alternativa sono società chiuse, ma le società aperte vanno anche corrette per omissione di valutazione strettamente morale delle sue decisioni.

    E dovrebbe esser l’autorità morale a farlo, ma ciò non sembra avvenire come dovrebbe. In realtà il problema di deterioramento dell’ambiente legato al modello capitalistico occidentale è un tema   un po’ più complesso e sono certo che non ci sia una visione comune in proposito.

    Il problema ambientale negli ultimi trenta anni nasce proprio nel mondo occidentale che, rifiutando relativisticamente i criteri morali riferiti alla vita e alle nascite, è stato costretto a compensare il crollo della crescita del Pil (dovuto al crollo della natalità in Occidente) con la crescita dei consumi individuali (consumismo) che, per crescere il potere di acquisto, ha necessariamente generato la delocalizzazione produttiva in Asia (Cina) per ragioni di bassi costi necessari a sostenere gli alti consumi crescenti.

    Crescente consumismo di massa in Occidente e produzioni a sempre più basso costo e conseguente attenzione all’ambiente in Asia, ha generato il problema ambientale. Ma chi in realtà oggi contesta il modello capitalistico che, secondo l’accusa, ha provocato impatto sul clima, non è solo il modello Greta, è anche l’autorità morale cattolica, persino con documenti di magistero. Pur essendo un’autorità morale oggi molto meno assolutista, meno “nemica” della società aperta, eppure più in contrasto nelle posizioni verso capitalismo ed ambiente.

    La società aperta è quella sognata e progettata da Henry Bergson, Karl Popper e poi attuata dal loro discepolo Soros. Questa società aperta si fonda sul correttissimo principio che tutti i componenti della società devono partecipare ai processi decisionali che li riguardano. Ma, attenzione, la loro società aperta dice che, poiché l’umanità non ha una verità assoluta, deve dare la massima libertà di espressione ai suoi individui. In più Soros auspica che la verità vada cercata solo scientificamente. E questo è il punto più complesso da capire e realizzare e dovrebbe essere l’inevitabile punto di scontro con l’autorità morale di una fede assolutista.

    Invece lo scontro è altrove. La società aperta difende il capitalismo occidentale, “inventato” dalla cultura cristiana, mentre l’attuale maggior critico del modello capitalistico occidentale è proprio l’attuale autorità morale cattolica. Autorità morale che in più difende proprio  la Cina «quale miglior realizzatrice della Dottrina Sociale della Chiesa». Di fatto, dimostrando un po’ di stanchezza nel voler difendere i valori assoluti, benedicendola quale società aperta, più aperta di quella occidentale .

    Infatti mons. Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze, “esalta la Cina come paese dove il bene comune è il valore primario, dove non ci sono baraccopoli, né droghe, dove si rispetta l’ambiente. Non come gli Usa di Trump” (P.Bernardo Cervellera-PIME. AsiaNews 07-02-2018). Non tutti quindi son d’accordo che sia la Cina a non rispettare l’ambiente ed a essere una società chiusa.

    L’Occidente va difeso nei suoi unici valori storici di cui tutta l’umanità ha beneficiato, ma oggi deve correggersi e ritrovare la sua anima se vuole servire e non cedere all’Oriente il potere economico morale-pragmatico. La crisi economica degli ultimi decenni, che ha concorso a generare la crisi ambientale, ha cause morali. Quelle stesse cause morali che la citata società aperta pretenderebbe negare perché non deve esserci verità assoluta se non scientificamente approvata. E quelle stesse cause che l’autorità morale fatica a voler difendere a tutti i costi.

    Solo se si esalta una società aperta anche ai valori morali, frutto di verità assolute, riusciremo a riaffermare la civiltà occidentale che si fonda su radici cristiane. Se insistiamo a negarlo da una parte o ignorarlo dall’altra parte, io temo che la porta della società aperta sia destinata ad aprirsi ad ogni errore umano e chiudersi ad ogni valore oggi più che mai necessario.

    Perciò difendiamo certamente le società aperte anche a valori morali. Correttamente nell’articolo citato si richiama una considerazione di Joseph Schumpeter per diffidare di quegli intellettuali, allevati nella civiltà occidentale, che si son attribuiti il compito di contribuire a distruggerla. Lo stesso vale per i teologi? Diceva infatti Albert Camus che l’intellettuale è un uomo la cui mente osserva sé stessa e Jaques Prevért raccomandava di non lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi. Altrimenti incendiano o confondono. Ugualmente i teologi?

     

    Fonte: La Verità, 28 Novembre 2021.

  • Il giorno in cui l’Occidente morì

    di Julio Loredo

    Ci sono certi eventi che echeggiano nella storia e nell’eternità come solenni rintocchi di campane. Alcuni sono festosi, come la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria, il 1° novembre 1950. Altri, invece, sono rintocchi a morto, come la caduta di Costantinopoli, il 29 maggio 1453, che segnò la fine dell’Impero bizantino e aprì le porte dell’Europa all’islam.

    Il 15 agosto 2021, giorno dell’ingresso dei talebani a Kabul, sarà ricordato nella storia come il giorno in cui l’Occidente morì. Non nel senso che abbia tout court smesso di esistere come entità politica, economica e culturale, ma nel senso che si è reso palese che non ha nessuna voglia di vivere. Sembra che il “declino americano” – in realtà occidentale – abbia toccato il fondo.

    L’Occidente già non aveva voglia di vivere quando, a Doha, l’amministrazione Trump patteggiava con i talebani il ritiro delle truppe americane. Anche se l’ex presidente Trump e il suo Segretario di Stato Pompeo dicono che quegli accordi prevedevano una ritirata in ordine, e non lo scempio che abbiamo visto, e che avrebbero salvato le vite umane che andavano salvate ed evitato di lasciare in mano ai terroristi un arsenale moderno e letale, rimane il fatto di essersi fidati delle promesse di estremisti islamisti disposti a tutto, pronti a praticare la taqiyya islamica che permette di ingannare la controparte senza nessun limite quando si tratta di favorire la propria causa, il che mostra quanto gli occidentali abbiamo perso l’avvedutezza che una volta li caratterizzava.

    Oggi l’Occidente si lamenta che il nuovo Emirato non abbia incluso alcuna donna al governo e, anzi, che stia restringendo sempre di più la loro libertà. “Non sembra la formazione inclusiva e rappresentativa in termini di ricca diversità etnica e religiosa dell’Afghanistan che speravamo di vedere e che i talebani avevano promesso nelle ultime settimane”, ha affermato Peter Stano, portavoce dell’ufficio per la politica estera dell’UE. Davvero? Una delle due: o sapevano che sarebbe andata così e, quindi, sono da ritenere degli ipocriti; oppure non lo sapevano, e quindi sono da ritenere degli sprovveduti che non meritano di avere in mano la politica estera europea.

    Ben diceva il deputato britannico Sir Iain Duncan: “Questo è una vergogna per gli Stati Uniti e per tutto l’Occidente”. Un Paese che non prova più vergogna è un Paese pronto a essere inghiottito dalla storia.

    La caduta dell’Afghanistan è un chiaro segnale al terrorismo islamista: avete le mani libere! Con la ricostituzione del “Califfato che minaccia l’Occidente” (Massimo Giannini, su La Stampa), si ripresenta in tutta la sua pericolosità la sfida islamista, precisamente vent’anni dopo quell’11 Settembre.

    La fuga dall’Afghanistan segna la ritirata dell’Occidente come potenza egemonica. Ne hanno approfittato Russia e Cina che, contrariamente a quanto fatto dai paesi occidentali, non hanno chiuso le proprie ambasciate. Anzi, la Russia era perfettamente preparata a questa eventualità. Nonostante i talebani siano ancora nella lista nera del Governo, prevedendo la ritirata americana, il Cremlino ha cominciato a trattare con loro. “Manteniamo contatti con i talebani da più di sette anni, abbiamo discusso molte questioni – ha dichiarato l’inviato speciale del Cremlino in Afghanistan Zamir Kabulov – Noi vediamo i talebani come una forza che giocherà un ruolo di primo piano”. Un mese prima della caduta di Kabul, una delegazione afghana di alto livello si è recata a Mosca per assicurare i russi che i loro interessi non correvano nessun rischio. “Abbiamo eccellenti rapporti con la Russia”, ha dichiarato Mohammad Sohail Shaheen, portavoce dei talebani.

    E anche la Cina alza i toni. A metà agosto, un portavoce del governo di Pechino ha avvertito: “La caduta dell’Afghanistan prepara quella di Taiwan. Siamo sicuri che l’Occidente non la difenderà”. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha più volte paragonato la ritirata dall’Afghanistan alla caduta di Saigon, che aprì le porte del Sudest asiatico al comunismo. Mentre il suo collega Hua Chunying ha definito gli Stati Uniti “distruttivi”, aggiungendo che “ovunque gli Stati Uniti mettono piede... vediamo turbolenze, divisioni, famiglie distrutte, morti e altre cicatrici”. Non sorprende, dunque, che i leader della regione siano molto preoccupati. “Tutti stiamo guardando agli Stati Uniti per vedere come si riposizionano”, ha dichiarato il Primo Ministro di Singapore, Lee Hsien.

    Taiwan, Corea del Sud e Giappone – i principali alleati USA nella regione – non sono certo l’Afghanistan. La ritirata di agosto, però, ha gettato un’alone di dubbio sull’affidabilità degli americani nel continuare a giocare un ruolo mondiale. E il viaggio in Oriente di Kamala Harris per rassicurare gli alleati non l’ha affatto dissipata.

    L’Occidente non sembra disposto a difendere l’Oriente come non sta difendendo l’America Latina. Dopo un periodo di relativa tranquillità, il comunismo – quello vero, stalinista e amico della guerriglia – si sta riprendendo il continente. Negli ultimi due anni, sei paesi della regione sono caduti nelle mani di regimi ispirati a forme di marxismo-leninismo, senza che l’Occidente se ne sia nemmeno accorto. L’ultimo è stato il Perù, dove è salita al potere un’alleanza di ex-terroristi guevaristi. È come se in Italia governassero le Brigate Rosse insieme a Lotta Continua. Questi regimi di estrema sinistra sono alleati geopolitici della Russia e della Cina, che così rafforzano enormemente la loro presenza nel continente.

    E mentre i nemici dell’Occidente attaccano, quest’ultimo si preoccupa di trovare forme sempre più efficaci per suicidarsi: aborto, eutanasia, omosessualismo… Si racconta che i teologi di Bisanzio discutessero sul sesso degli angeli mentre i turchi assalivano le mura della città. Che cosa dirà la posterità di un mondo che discute se un uomo è un uomo e una donna, una donna?

    Già indeboliti da una crisi d’identità, sin dal 2019 gli Stati Uniti sono scossi da una ribellione anarchico-comunista – che va sotto diversi nomi, come Black Lives Matter, Wokee Cancel Culture – la cui idea base è quella di cancellare la cultura occidentale, distruggendone i simboli. Questo movimento si è esteso ad altri Paesi, come lGran Bretagna, Cile e Colombia.

    Riflette Gennaro Malgieri: “Mi torna alla memoria un gran libro del 1964 sul quale, purtroppo, si è depositata la polvere:Il suicidio dell’Occidente. Un saggio sul significato e sul destino del liberalismo americano. L’autore è James Burnham, vecchio trotzkista divenuto guru del conservatorismo americano nel dopoguerra. Gridava ancora quel libro alla nostra ignavia e ci metteva in guardia dai barbari che premono alle frontiere. I barbari del pensiero e delle idee che si sarebbero trasformati in miserabili delinquenti appostati dietro le formulette ideologiche pronti a colpire brutalmente il loro e il nostro mondo. Il ‘suicidio’ da tempo si è manifestato in forme particolarmente crudeli. Ma soltanto oggi con l’attentato sistematico e violento alla nostra memoria ne prendiamo contezza davanti alla vile pretesa di abbattere i simboli stessi dell’Occidente, come se demolendo una statua si possa cancellare un’intera civiltà”.

    Black Lives Matter e Woke sono, infatti, solo la punta dell’iceberg di un profondo malessere che corrode l’Occidente e lo porta verso l’autodistruzione.

    Se tutto questo fosse vero, ma la Chiesa fosse salda, potremmo dire con tranquillità: Stat Crux dum volbitur orbis! Purtroppo, anche la Santa Chiesa di Dio ha raggiunto un grado di autodistruzione mai sognato prima. Col motu proprio Traditiones custodes Papa Francesco ha palesato ancor di più il proposito di distruggere quanto possa rimanere in piedi della società spirituale.

    Ma la Provvidenza ha le sue vie…

    Nel 1571 la Cristianità medievale non c’era più. Corrosa dallo spirito umanista e rinascimentale, spaccata dallo scisma luterano, indebolita dalle politiche machiavelliche, in balìa dei godimenti sensuali che la nascente modernità offriva, l’Europa sembrava un frutto marcio pronto a cadere nelle mani di un popolo guerriero e credente, anche se nell’errore: l’Impero Ottomano. Nessuno parlava più di crociata. Le stesse guerre di contenimento contro il nemico musulmano, per esempio nell’Adriatico, erano dettate più da motivi politici e strategici che religiosi. Le crociate erano ormai un ricordo scomodo del passato.

    Eppure, qualcosa risuonò nel più profondo dell’anima europea. Un vento di crociata soffiò impetuoso. Papa San Pio V lanciò un nuovo appello Deus vult! Se ne fecero eco alcuni principi cristiani, in primis Filippo II di Spagna, allora signore anche di parte dell’Italia. Il 7 ottobre 1571 si combatté la battaglia navale di Lepanto, “la più grande giornata che videro i secoli”, nelle parole dello scrittore Miguel de Cervantes, che vi prese parte, perdendo perfino una mano. Motivo per il quale è chiamato “il monco di Lepanto”. Alla fine della giornata, contro ogni previsione, i cristiani avevano riportato una vittoria così schiacciante da fermare definitivamente l’avanzata marittima dei turchi. Non mancò chi intravedesse una rinascita dell’antica cavalleria.

    La battaglia, piena di miracoli e di fatti prodigiosi, si combatté sotto la protezione di Maria Ausiliatrice. Papa San Pio V vide misticamente l’esito dello scontro mentre si trovava in Vaticano, e aggiunse l’invocazione “Auxilium Christianorum” alla Litania lauretana. Lepanto fu un trionfo di Maria. E questo fu riconosciuto da tutti. Nella Sala del Consiglio, nel Palazzo ducale di Venezia, si può ammirare un immenso dipinto della battaglia con sopra le parole: “Non virtus, non arma non duces sed Maria Rosarii victores nos fecit”- Non il valore, non le armi non i condottieri, bensì Maria del Rosario ci ha dato la vittoria.

    Nel commemorare i 450 anni della battaglia, preghiamo Maria Santissima che faccia soffiare un nuovo vento di crociata perché possiamo combattere i nemici odierni della Chiesa e della Civiltà cristiana, mille volte peggiori e più insidiosi dei musulmani turchi di allora.

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  • Il Papa e la Cina: un grave errore di prospettiva

     

     

    di Stefano Fontana

    Continua la pubblicazione “a pezzi” della intervista che papa Francesco ha rilasciato alla Reuters, rispondendo alle domande del corrispondente Philiph Pullella. La “puntata” del 5 luglio riguardava la Cina. Francesco si è augurato che l’accordo segreto tra il Vaticano e il governo comunista cinese, firmato nel 2018 e in scadenza nel prossimo ottobre, venga rinnovato, dato che finora, secondo lui, è andato bene (valutazione analoga ha espresso il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian).

    Francesco si è quindi abbandonato ad una valutazione storica sulla politica diplomatica di apertura verso i governi comunisti che la Santa Sede ha portato avanti dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi, la cosiddetta Ostpolitik, lodandola e apprezzandone i risultati. Queste le sue parole di compiacimento: “In tanti hanno detto tante cose contro Giovanni XXIII, contro Paolo VI, contro Casaroli… ma la diplomazia è così. Di fronte ad una situazione chiusa bisogna cercare il possibile, non l’ideale, la diplomazia è l’arte del possibile e di rendere reale il possibile. La Santa Sede ha sempre avuto questi grandi uomini. Ma questo con la Cina lo fa Parolin”.

    Queste affermazioni cozzano ampiamente sia contro le notizie che arrivano dalla Cina, sia contro la valutazione degli esiti della Ostpolitik. A proposito del primo ambito possiamo fare un esempio recentissimo. Come riportato nei giorni scorsi dall’agenzia AsiaNews, il 29 giugno scorso, è stato celebrato nella cattedrale di Leshan (nello Sichuan) l’anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese. Ha partecipato alla celebrazione il vescovo Lei Shiyin, il quale nella sua omelia ha invitato i fedeli ad “ascoltare la parola del Partito, sentire la grazia del Partito e seguire il Partito".
    L’agenzia informa che Monsignor Lei, dopo essere stato ordinato sacerdote senza mandato pontificio nel 2011, è stato accusato di avere un’amante e figli ed è stato scomunicato; nel 2018 papa Francesco ha revocato la scomunica. La Bussola ha più volte informato sulle grandi difficoltà dei cattolici cinesi davanti al progetto tendente a rendere le religioni organi di Stato (vedi qui). Non si riesce a comprendere in cosa possa consistere il successo della Ostpolitik del cardinale Parolin in Cina.

    Ancora meno si riesce a capire in cosa sia consistito il successo della Ospolitik firmata Casaroli. Nel 1974, Casaroli, ministro degli esteri vaticano dal 1967, si era recato in visita a Cuba. In quella occasione aveva rilasciato le seguenti dichiarazioni:  “I cattolici che vivono a Cuba sono felici sotto il regime socialista": "i cattolici e, in generale, il popolo cubano, non hanno la sia pur minima difficoltà con il governo socialista"; "i cattolici dell’isola sono rispettati nelle loro credenze come tutti gli altri cittadini""la Chiesa cattolica cubana e la sua guida spirituale cercano sempre di non creare problemi di nessun tipo al regime socialista che governa l’isola".

    A ben vedere, anche l’attuale linguaggio del Vaticano nei confronti del regime comunista cinese è dello stesso tenore. Non si sa se, nell’accordo segreto, una clausola imponga al Vaticano di non criticare Pechino – la cosa è altamente probabile – si sa però con certezza che il Vaticano non lo fa. Da quando è in vigore l’accordo segreto non si sono sentite parole di condanna o almeno di critica verso le politiche lesive dei diritti umani in Cina, quei diritti umani davanti ai quali Giovanni Paolo II aveva solennemente dichiarato: “Ci alzeremo in piedi!”.
    Non solo però il Vaticano si astiene dalle critiche, si effonde anche in lodi, proprio come Casaroli a Cuba. Tutti ricordiamo che l’arcivescovo Sánchez Sorondo, dal Vaticano, proprio nel 2018, anno dell’accordo segreto, affermava che “quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi".

    Quando Casaroli pronunciava quelle falsità diplomatiche sulla situazione dei cattolici a Cuba, si poteva pensare che il comunismo cubano fosse compatibile con la religione cattolica. Lo stesso si può pensare oggi del comunismo cinese. La Ostpolitik di ieri e di oggi promuove il comunismo, presentandolo senza macchia.

    Quando nel 1971 il cardinale Willebrands andò in Ucraina, allora Unione Sovietica, per incontrare il Primate ortodosso Pimen, dovette accettare la sua dichiarazione di nullità dell’atto con cui, nel 1595, gli ucraini erano ritornati dallo scisma alla Chiesa cattolica. Ne valeva la pena? Ed è valsa la pena non ascoltare i motivi di dissenso del cardinale Slipyj al sinodo dei vescovi del 1971? O destituire nel 1974 il cardinale Mindszenty dall’arcidiocesi di Esztergom, per facilitare l’avvicinamento al governo comunista ungherese? É valsa la pena accettare di non dire una parola sul comunismo durante il Concilio senza però poter nemmeno evitare che i servizi segreti sovietici facessero base stabile a Roma, influenzassero perfino le discussioni dei Padri e architettassero la campagna denigratoria verso il cardinale Wyszynski (come ricorda George Weigel nelle sue biografie su Giovanni Paolo II)?

    Giovanni Paolo II mantenne Casaroli agli esteri fino al 1990, ma portò avanti una propria Ostpolitik, molto diversa. Per il secondo il sistema sovietico sarebbe durato sempre e bisognava conviverci. Per il primo era l’incarnazione del male e bisognava contrastarlo. Il crollo del 1989 e del 1991 ha dato ragione al papa polacco. Anche del regime comunista cinese non bisogna pensare che durerà sempre, come sembra prevedere la nuova Ostpolitik vaticana.

     

    Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 7 luglio 2022.

    • In Cina, il Covid non uccide nessuno

       

       

      di John Horvat

      Nel trattare con il pubblico, i funzionari sanitari che gestiscono la crisi del COVID dovrebbero presentare i fatti senza pregiudizi politici. Se vogliono che la gente li prenda sul serio, devono essere coerenti e logici nelle loro politiche di contenimento del virus. Non possono presentare per un certo scenario per un luogo e uno diverso per un altro. I funzionari dovrebbero evitare falsità e incorrettezze ovunque operino.

      Questa mancanza di zelo per la verità è il motivo per cui la crisi del COVID ha incontrato tanti e tali problemi di credibilità. La malattia è reale ed è costata un alto numero di vite umane. Tuttavia, i funzionari pubblici non hanno presentando tutti i fatti e quando i funzionari mentono e la gente muore, diventa impossibile costruire la fiducia.

      Gli ultimi sviluppi della crisi del COVID-19 confermano questo inganno. Mentre il virus si placa in Occidente, infuria in Cina. I focolai stanno mettendo enormi aree sotto isolamento radicale. Più di venticinque milioni di persone a Shanghai sono chiuse nelle loro case; più di 130.000 casi di contagio, la maggior parte dei quali asintomatici, sono stati segnalati dal 1° marzo. I cinesi stanno soffrendo per la mancanza di cibo e altre forniture a causa delle misure estreme.

      Tuttavia, un fatto strano dell'epidemia dovrebbe indurre tutti a porsi delle domande. Mentre decine di migliaia di persone vengono infettate, i funzionari cinesi riferiscono che nessuna di esse è morta, e che c'è un solo paziente gravemente malato.

      Le statistiche cinesi affermano che solo due persone sono morte della malattia che ha avuto origine nel paese nell'aprile 2020. I funzionari comunisti che perseguono una strategia Covid-Zero insistono sul fatto che nessuno è morto durante la più recente ondata epidemica, anche se non ci sono fonti di notizie indipendenti per verificare tale affermazione.

      La cosa più sorprendente è che i funzionari hanno rinchiuso 25 milioni di persone a Shanghai per proteggerle da una malattia che non uccide nessuno. Stanno chiudendo vasti settori della loro economia di fronte a una minaccia fantasma che non rappresenta una grave minaccia. Peggio ancora, le fonti delle notizie occidentali ripetono le statistiche di zero morti come se fosse tutto vero e senza porsi alcun dubbio.

      C'è qualcosa di seriamente sbagliato in questa narrazione che non ha senso. Nessuno prende misure così drastiche contro un nemico che non infligge vittime. Tuttavia, questa è la storia cinese che, nonostante tutto, i funzionari della sanità mondiale ripetono. Questo racconto serve agli scopi della macchina della propaganda cinese specializzata nel fornire ai media impossibili statistiche, presentate come indiscutibili verità.

      E i media accettano o scusano i cinesi. Purtuttavia, osservatori come il Dr. Sean Sylvia dell'Università del North Carolina, a Chapel Hill, ammettono l'improbabilità delle statistiche. In un recente commento al Wall Street Journal, egli attribuisce la mancanza di morti per COVID alla tendenza dell'establishment sanitario cinese di incolpare le condizioni di base piuttosto che il virus. "Abbiamo delle stime", dice, "ma in un sacco di posti, sono molto incerte, e la Cina è uno di quei posti".

      La Cina non è una piccola nazione. Un tale errore non ha senso nel paese più popolato del mondo. Statistiche accurate sono essenziali per un serio sforzo mondiale contro il COVID. Tuttavia, la Cina si sottrae a questo dovere.

      Il virus diventa politico quando rispetta le frontiere. Il governo cinese non poteva nascondere gli oltre 6.000 morti di Hong Kong durante una recente ondata di epidemia. Tuttavia, appena oltre il confine, la varietà a morte-zero del virus prospera senza gravi conseguenze.

      Una spiegazione più probabile di questa strana variante non letale di COVID-19 è che sia proprio come tutte le altre che hanno colpito il mondo. Il regime comunista è impegnato in una sistematica distorsione e soppressione dei dati. George Calhoun, direttore dello Stevens Institute of Technology di Hoboken, New Jersey, sostiene che le cifre delle vittime sono probabilmente più vicine a 1,7 milioni rispetto ai 4.638 morti ufficiali ammessi dall'inizio della peste. Quindi, le statistiche cinesi sarebbero paragonabili a quelle del resto del mondo.

      Dunque, la vera ragione dell'estrema chiusura è probabilmente perché sta uccidendo persone nella zona di Shanghai. La Cina preferisce far soffrire la gente piuttosto che ammettere che la sua politica COVID-zero è sbagliata. Il governo comunista preferisce usare la frode piuttosto che affrontare la verità.

      Nondimeno, la suddetta frode incrimina anche le organizzazioni sanitarie mondiali che rendono possibile questo inganno. Qualsiasi sforzo serio per contenere il COVID deve includere i dati della sua nazione d'origine. Una cosa difficile da fare quando la popolatissima Cina non ammette alcun decesso.

       

      Fonte: Return to Order, aprile 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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    • La banda degli sprovveduti

       

       

      di Julio Loredo

      Nella sua infinita sapienza, il Parlamento europeo ha deciso di bandire dal nostro continente tutte le auto a diesel e a benzina entro il 2035. Il recente voto fa parte del pacchetto Fit-for-55, che in un precedente articolo abbiamo definito “l’ultima sciocchezza ambientalista”[1]. Per l’approvazione finale dello stop alle auto endotermiche serve ancora il via libera dal Consiglio europeo. Anche se non è chiaro quali potrebbero essere le scadenze, i poteri forti hanno già deciso che la decisione finale dovrà arrivare entro l’autunno.

      Il Parlamento ha respinto una scappatoia per i carburanti sintetici, una soluzione “green” (E-fuels) lanciata per cercare di prolungare la vendita dei motori a combustione oltre i termini della cosiddetta “decarbonizzazione”.

      Una “rivoluzione fordiana”

      Tutto ciò comporterebbe quella che gli esperti chiamano una “rivoluzione fordiana”. L’intero sistema di trasporto pubblico e privato dovrà essere rivisto per raggiungere l’obiettivo di zero emissioni per auto entro il 2035. Questa Rivoluzione si basa sulla sostituzione dei veicoli a diesel e a benzina con quelli elettrici. Ciò solleva molteplici questioni:

               - In primo luogo, sarà ancora necessario produrre in qualche modo l’elettricità per alimentare questi veicoli. E questa può venire solo da centrali nucleari o a carbone, poiché l’energia solare e quella eolica non sono in grado di coprire la domanda. In altre parole, si spoglia un santo per vestirne un altro.

               - In secondo luogo, le batterie sono una delle cose più inquinanti sulla terra, una volta scartate. A differenza delle auto normali, quelle elettriche non possono essere riciclate. Devono essere smaltite in “cimiteri” molto inquinanti. Se prendiamo in considerazione che la vita media di una batteria è di 4-5 anni (a confronto dei 15-20 di un motore normale) iniziamo a intravedere l’incubo ambientale che ci aspetta.

               - In terzo luogo c’è da menzionare un aspetto non secondario: il prezzo. I veicoli elettrici sono molto più costosi e molto meno efficienti. Non c’è da stupirsi che l’industria automobilistica europea abbia dato una risposta piuttosto fredda a questa proposta.

               - In quarto luogo – ed ecco l’aspetto di gran lunga più importante – il massiccio passaggio alle auto elettriche consegnerebbe ancor di più l’economia, e quindi la sovranità, dell’Europa nelle mani della Cina comunista. La Cina controlla il 51% del totale globale del litio chimico, il 62% del cobalto chimico e il 100% della grafite sferica, i principali componenti delle batterie agli ioni di litio. E ad oggi produce il 75% delle batterie al litio[2]. Sarà quindi la Cina a controllare il mercato globale delle auto elettriche. È ciò che vogliono i promotori del Fit-for-55?

      Abbiamo creato noi la minaccia cinese

      Questo è l’ultimo passo di un processo, ormai vecchio di quasi un secolo, in cui certi leader dell’Occidente hanno progressivamente creato, nutrito e promosso i sogni espansionistici di Pechino, cioè del Partito Comunista Cinese. Ne abbiamo parlato in un lungo articolo nel 2020[3].

      Uno dei grandi enigmi della nostra epoca – un vero mistero d’iniquità – è come certi leader occidentali, che si vantano di essere democratici e liberali, abbiano potuto sottomettersi in modo così servile a un governo dittatoriale dominato da un Partito Comunista. E come i tycoon dell’industria e della finanza, che si vantavano di aver creato la civiltà più ricca della storia, abbiano poi lasciato che quella ricchezza – insieme al potere che essa comporta – passasse nelle mani di una potenza nemica. Pur di far più soldi, l’Occidente ha posto – coscientemente e volontariamente – la testa nella ghigliottina. Possiamo meravigliarci che il boia tiri la leva?

      Eppure, questa situazione era perfettamente prevedibile e, quindi, evitabile. Già nel 1937, Plinio Corrêa de Oliveira si stupiva: “Non capisco come l’Occidente venda armi ai comunisti cinesi, il nemico più pericoloso e abominevole della civiltà[4]. Nel 1943 egli si lamentava: “L’Occidente sembra non accorgersi del pericolo del paganesimo giallo”[5]. In un lungo articolo nel gennaio del 1951, Plinio Corrêa de Oliveira elencò “Gli errori di Roosevelt nella seconda Guerra mondiale”, tra cui: “Di fronte all’espansionismo comunista, il Dipartimento di Stato, invece di opporvi una resistenza energica, lo favorì indirettamente col suo atteggiamento remissivo. (…) In Asia, le cose andarono peggio. Il presidente Truman decise di continuare la politica di fidarsi del comunismo cinese, come aveva fatto il suo predecessore”[6].

      La politica concessiva e arrendevole dell’Occidente nei confronti della Cina comunista fece un balzo in avanti col famigerato viaggio del presidente Richard Nixon a Pechino nel 1972, che produsse l’Accordo di Shanghai. Commentò allora il pensatore brasiliano: “L’Accordo di Shanghai è la peggiore catastrofe politica del secolo XX. Yalta fu una calamità maggiore di Monaco. Fu Monaco moltiplicato per Monaco. L’Accordo di Shanghai è Yalta moltiplicata per Yalta! Dove ci porterà?”[7].

      Ecco dove ci ha portato: nel 1980, il reddito pro capite cinese era inferiore a quello delle nazioni africane più povere. Oggi, la Cina produce più del 50% di tutti i beni industriali del mondo. Tutto ciò, va ribadito, con i soldi e il know-how dell’Occidente, improvvidamente trasferiti in Cina seguendo la logica – o meglio la mancanza di logica – del capitalismo selvaggio e della globalizzazione. Mentre gli occidentali riempivano la Cina di soldi e di tecnologia, i cinesi seguivano scrupolosamente ciò che un analista occidentale definì una “politica bismarkiana”, cioè un progetto ben preciso di dominazione imperale. E adesso la leva della ghigliottina è nelle loro mani.

      La corda di acciaio

      Pechino non è l’unica a tenere la leva della ghigliottina, approfittando dell’arrendevolezza occidentale. Al suo fianco, c’è anche la sua grande alleata: Mosca.

      Scontenta dall’appoggio europeo all’Ucraina nella guerra ora in corso, la Federazione Russa ha contrattaccato con la sua arma forse più letale: il taglio delle forniture di gas e di carburante, di cui l’Unione Europea ha disperatamente bisogno. Ed ecco che, dalla notte al giorno, proprio mentre ci disponiamo a partire per le vacanze, i prezzi dei carburanti sono saliti alle stelle, e pure quello del gas, al punto da prospettarsi tagli e razionamenti entro l’autunno come in tempo di guerra. Ciò ha trainato l’inflazione, che è salita a livelli mai visti da decenni. La dipendenza europea dalla Russia in materia energetica si ripercuote anche nell’impossibilità di mantenere una politica uniforme nei suoi confronti, poiché importanti Paesi, come la Germania e l’Ungheria, ormai non possono permettersi di contrariare il Cremlino. Piaccia o meno, il fatto è che la sorte dell’Europa, soprattutto durante l’inverno, è nelle mani dell’occupante della cittadella fortificata di Mosca. Ben il 47% del gas consumato nell’Unione Europea proviene dalla Russia.

      Eppure, anche questa situazione era perfettamente prevedibile e, quindi, evitabile.

      “L’Europa è un Achille che di calcagni vulnerabili ne ha non uno bensì due”, scriveva Plinio Corrêa de Oliveira nel luglio 1972. E proseguiva: “Un calcagno è il petrolio e il gas di provenienza sovietica nonché dei paesi arabi più o meno comandati da Mosca. Se, da un momento all’altro, la Russia tagliasse il rifornimento di gas e di petrolio, potrebbe paralizzare buona parte dell’industria e dei trasporti in Europa. (...) L’altro calcagno è la situazione militare. Le forze sovietiche superano quelle dell’Europa occidentale in proporzione di quasi sette a uno. (...) In questo modo la Russia sta accerchiando l’Europa”. Egli definì i vari gasdotti che dalla Russia fornivano l’Europa “un’immensa corda di acciaio con la quale Mosca potrebbe inforcare sia l’Europa occidentale che quella orientale, visto che tutte e due diverranno largamente dipendenti dal gas sovietico per affrontare i rigori dell’inverno”[8].

      Il pensatore cattolico brasiliano stava commentando un editoriale del New York Times, scritto da C.L. Sulzberger, nel quale il noto giornalista ammoniva: “È innegabile che l’Europa occidentale sta diventando, in modo sempre più irreversibile, dipendente dalla buona volontà di Mosca per la sua sicurezza e per il suo progresso economico”.

      Questa contingenza era il risultato della politica di détente nei confronti dell’URSS che, parafrasando Churchill, consisteva nell’alimentare l’orso sperando di essere mangiato per ultimo. Politica rispecchiata poi, in campo ecclesiastico, dalla famigerata ostpolitik. Si cominciava a prospettare il rischio che l’Europa fosse “finlandizzata”, un’espressione del gergo politico di allora per descrivere un paese in una situazione simile a quella della Finlandia, cioè sovrana sulla carta ma del tutto dipendente dall’Unione Sovietica. Mentre i più lungimiranti proponevano un atteggiamento più fermo per proteggere l’Europa, i fautori della détente e dell’ostpolitik consigliavano invece di raddoppiare la razione all’orso... Plinio Corrêa de Oliveira li battezzò “la banda degli sprovveduti”.[9]

      Errare è umano. Perseverare nell’errore è diabolico. Fin dove arriva l’ingenuità e dove invece inizia la malafede?

       

      Note

      [1] Julio Loredo, “Fit For 55. L’ultima sciocchezza ambientalista”, Tradizione Famiglia Proprietà, dicembre 2021, https://www.atfp.it/novita/2057-fit-for-55-l-ultima-sciocchezza-ambientalista

      [2] “How China came to dominate the market for lithium batteries and why the U.S. cannot copy their model”, OneCharge, 27/01/2022.

      [3] Julio Loredo, “Ripensare la Cina”, Tradizione Famiglia Proprietà, maggio 2020, https://www.atfp.it/rivista-tfp/2020/299-maggio-2020/1816-ripensare-la-cina

      [4] Plinio Corrêa de Oliveira, “7 Dias em Revista”, Legionário, no. 274, Dec. 12, 1937.

      [5] Plinio Corrêa de Oliveira, “A Questão Libanesa”, Legionário, no. 591, Dec. 5, 1943.

      [6] Plinio Corrêa de Oliveira, “Erros de Roosevelt na Segunda Guerra Mundial”, Catolicismo, no. 1, Jan. 1951.

      [7] Plinio Corrêa de Oliveira, “Yalta Multiplicada por Yalta”, Folha de S. Paulo, Mar. 12, 1972.

      [8] Plinio Corrêa de Oliveira, “Os dois calcanhares”, Folha de S. Paulo, 25-06-72.

      [9] Plinio Corrêa de Oliveira, “A equipe imprevidente I”, Folha de S. Paulo, 02-12-73; “A equipe imprevidente II”, id. 04-12-73.

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    • Le impossibili statistiche del Covid in Cina

       

       

      di John Horvat

      Mentre l'ultima ondata di COVID aumenta in Occidente, tutto è tranquillo in Oriente. È sempre stato tranquillo. Milioni di persone sono morte a causa dell'epidemia di coronavirus che ha colpito il mondo. Tuttavia, pochi sembrano ritenere strano come mai la nazione dove il virus è apparso per la prima volta in mezzo a un pubblico interamente non protetto di 1,3 miliardi di persone, si siano registrate solo 4.636 morti negli ultimi tre anni.

      Eppure, le statistiche ufficiali della Cina rimangono nelle mani di funzionari che fanno attentamente tutto il possibile per assicurarsi che l'immagine del Paese rimanga immacolata. Essi sostengono che i bassi numeri sono dovuti alle brutali politiche di "tolleranza zero" della nazione comunista. La Cina è presentata come un modello per l'Occidente.

      Incominciano ad apparire alcune voci che contestano questa narrativa. Un esperto dice che le cifre delle vittime sono probabilmente più vicine a 1,7 milioni. Questa cifra metterebbe la Cina allo stesso livello del resto del mondo, indicherebbe anche il fallimento dell'isolamento più rigido del mondo e spiegherebbe le recenti chiusure di intere città e regioni a causa del virus che, nella nazione comunista, non uccide nessuno.

      Statisticamente impossibile

      L'analista è George Calhoun, direttore del programma di finanza quantitativa allo Stevens Institute of Technology di Hoboken, nel New Jersey. Egli sostiene che il regime comunista è impegnato in una sistematica soppressione di dati. La sua ricerca si basa su modelli sviluppati da The Economist e riportati da The Epoch Times.

      Le statistiche governative registrano, per esempio, solo due morti in Cina dall'aprile 2020. Questa sorprendente immunità dalla morte è avvenuta mentre la pandemia infuriava ovunque, i trattamenti erano sconosciuti e la popolazione cinese non era protetta.

      "Questo è impossibile. È medicalmente impossibile, è statisticamente impossibile", sostiene il signor Calhoun.

      Altre prove di copertura

      Durante tutta la crisi del COVID, la Cina è stata accusata di nascondere il vero bilancio delle vittime. Cai Xia, un professore cinese, che insegnava all'elitaria Scuola Centrale del Partito, è stato espulso dal Partito Comunista quando ha insistito che il numero dei morti veniva riportato in modo errato.

      Quando il virus è scoppiato per la prima volta a Wuhan, gli abitanti affermarono che il bilancio era molto più alto dei 3.000-4.000 morti rilasciato dal governo. Basandosi sulle consegne di urne funerarie e altri dati, molti stimarono che circa 42.000 persone erano state uccise dal COVID fino al marzo 2020 nella sola Wuhan.

      La statistica come strumento e arma

      Da sempre i partiti comunisti hanno usato le statistiche come strumento e arma per portare avanti la loro agenda. I funzionari si sentono liberi di cambiare i numeri per proiettare una buona luce sullo Stato, che controlla tutto. Tanto, la verità è quella che favorisce le fortune del partito. Se le statistiche dovranno essere truccate di conseguenza, non c'è problema. Da qui, la notoria inaffidabilità delle statistiche comuniste.

      Il problema è ulteriormente complicato da funzionari ansiosi che devono riferire buone notizie ai capi del partito o, altrimenti, affrontare le conseguenze dei loro fallimenti, compresa la morte. Nel caso della crisi del COVID, i numeri della tolleranza zero possono essere statisticamente impossibili e persino assurdi, ma la maggior parte dei funzionari preferisce la propria sopravvivenza alla scomoda verità.

      Inquietante è anche la complicità dei grandi media occidentali che ripetono i numeri cucinati dai regimi comunisti. Quando c'è di mezzo il prestigio della sinistra, sono pochi coloro che osano mettere in discussione cifre impossibili o, almeno, "seguire la scienza". Durante la lunga guerra fredda, l'Occidente presentò l'Unione Sovietica come la seconda economia più grande al mondo. Quando il muro di Berlino cadde, la dimensione reale dell'economia si rivelò essere significativamente inferiore.

      Trattare i cittadini come prigionieri

      I dati COVID mostrano che lo Stato comunista regna sovrano in Cina. Può piegare la realtà per rappresentare ciò che vuole. Inoltre, il regime si preoccupa poco del benessere del suo popolo, l’importante è che tutti servano lo Stato.

      Lo sforzo per salvaguardare la reputazione della Cina sta entrando in una fase cruciale, specialmente con l'avvicinarsi dei Giochi Olimpici Invernali. Focolai di COVID segnalati di appena uno o due casi hanno innescato massicci blocchi di intere città. Le strategie di tolleranza zero sono ora in atto e coinvolgono milioni di persone sotto restrizioni draconiane che includono il divieto di attività all'aperto e persino di fare la spesa.

      I test massicci in intere città sono all'ordine del giorno, mentre le imprese e le scuole sono chiuse. Giganteschi campi di quarantena che contengono migliaia di persone in minuscole cabine di metallo sono stati costruiti in tutto il paese. I cittadini possono essere improvvisamente trasportati in autobus in questi campi, dove trascorrono periodi di isolamento di due settimane.

      Nonostante tutti gli sforzi, i nuovi casi di COVID continuano ad aumentare, chiudendo interi settori dell'economia. Nel frattempo, le statistiche ufficiali mostrano centinaia (solo) di nuovi casi ma continuano a non registrare nuovi decessi… È semplicemente incredibile.

      Pubblicato originariamente sull’American Thinker.

       

      Fonte: Tfp.org, 1 Febbraio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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    • Lo spettro della Cina infesta l’America Latina

       

       

      di Daniel Martins

      Le relazioni con la Cina costituiscono oggi una delle principali questioni geopolitiche per l’America Latina. E sarà così per il prossimo decennio, nel caso in cui i governi di questo continente non prendano le dovute precauzioni.

      Tale affermazione, a prima vista iperbolica, si conferma ogni giorno di più. Infatti, quanto più si indaga e più il tempo passa, più la conclusione diventa ineluttabile: nel nostro continente c’è una strategia graduale di dominio cinese, a volte silenziosa, ma efficace e ostinata. La conquista si realizza attraverso vari mezzi, sebbene quasi sempre si nasconda dietro una facciata meramente economica.

      Base spaziale dipendente dall’Esercito Popolare di Liberazione

      Esempio emblematico di questa politica è la base spaziale di Neuquén, nella Patagonia argentina. Nel 2014, Cina e Argentina hanno firmato un accordo che ha permesso al paese asiatico di costruire un “osservatorio” nella regione. Il contratto, oltre a clausole estremamente vantaggiose per i cinesi, ha una vigenza di 50 anni.

      I punti di sospetto hanno cominciato ad apparire al pubblico dopo la firma. I funzionari contrattati per la base spaziale erano quasi esclusivamente cinesi. La capacità legale e pratica degli argentini di verificare se i fini del progetto fossero solo pacifici e di ricerca era quasi inesistente. Stranamente il testo aveva allegati segreti, ai quali nemmeno i senatori argentini hanno avuto accesso (sic!)[1]. Infine, gli analisti hanno constatato che tale base spaziale era, e ancora è, alle dirette dipendenze dell’esercito cinese. In altre parole, aveva avuto inizio la costruzione della prima base militare della Cina al di fuori del suo territorio[2]. E con quali vantaggi per l’Argentina? Quasi nessuno: solo il 10% del periodo giornaliero totale di monitoraggio spaziale[3].

       

      30 progetti cinesi in Argentina solo nel 2021

      Nel nord dello stesso paese, l’espansione della ferrovia Belgrano Cargasrealizzata dalla Cina ha rivelato un altro aspetto della sua tattica. I prestiti per l’opera supponevano l’uso di imprese di costruzione e di attrezzature cinesi. La rete ferroviaria, “casualmente”, si occupa del trasporto di materiale essenziale per la Cina: soia, grano, miglio. Vantaggi per l’Argentina? Molto dubbi. Dato che il paese ha già nel suo territorio quasi tutta la materia prima e la mano d’opera necessarie per la costruzione, portare materiale dalla Cina non aveva senso, in quanto avrebbe indebolito l’industria locale[4].

      Vale la pena evidenziare che l’espansione della Belgrano Cargas è solo uno dei trenta progetti di investimento cinese in Argentina nel 2021:

      I principali assi sui quali si baserà questo accordo in un Piano Quinquennale, saranno una trentina di progetti di infrastruttura. Centrali, treni e gasdotti sono in testa alle priorità di entrambi i governi. La Corporazione Nucleare Nazionale della Cina cerca di applicare ad Atucha III il suo ultimo sviluppo, la tecnologia Hualong. Si ha anche l’ampliamento della Belgramo Cargas e investimenti nelle linee San Martín e Roca[5].

       

      Debt diplomacy in azione

      La Cina compie in tutta l’America Latina quello che alcuni studiosi chiamano debt diplomacy,la diplomazia del debito. Si tratta di concedere prestiti che i paesi non saranno in condizione di pagare nel prossimo futuro. Nelle clausole dei contratti il pagamento è garantito, nel caso in cui non ci fosse denaro, con materie prime e altri assets di importanza strategica per la Cina.

      “Parte del prestito al Venezuela, ad esempio, viene con una garanzia: se il paese non fosse in grado di rimborsare, la Cina ha il diritto ad essere pagata in petrolio”,spiega Otaviano Canutto, ex vice-presidente della Banca Mondiale[6].

      Lo stesso avviene in Ecuador, che ha contratto enormi debiti con la Cina in termini di petrolio da pagare: “tra l’80 e il 90% di tutta la sua produzione è dovuta alla Cina per i prossimi cinque- dieci anni”[7].

      Questo debito è stato contratto dopo la costruzione, da parte della Cina, della diga Coca Codo Sinclair, nella foresta ecuadoregna. Nell’aprile 2019, l’allora segretario di stato statunitense, Mike Pompeo, visitando Santiago del Cile commentò il caso[8]:

      La diga avrebbe dovuto risolvere il fabbisogno energetico dell'Ecuador e aiutare a salvare il paese e a tenerlo fuori dalla povertà. Ma sappiamo già come finisce questa storia. La diga ora è piena solo a metà. L'acciaio usato per costruirla è pieno di crepe e si stanno verificando incidenti. Quasi tutti gli alti funzionari coinvolti nella costruzione della diga vengono arrestati o condannati per corruzione. Il progetto includeva più di 19 miliardi di dollari in prestiti cinesi come garanzia. La Cina, in cambio, ha ricevuto l'80% del petrolio dell'Ecuador con uno sconto e poi lo ha rivenduto per fare profitto[9].

       

      Il CELAC: Cuba e Venezuela ospitano la Cina

      La principale testa di ponte che la Cina utilizza nel nostro continente è la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi – CELAC. L’interesse della Cina nell’organizzazione è stato recentemente esplicitato dal suo ministro dell’Agricoltura, Renjian Tang, nell’ultima assemblea della CELAC. [10]

      Intanto, l’avvicinamento attraverso questo e non altri organismi più consolidati, come l’Organizzazione degli Stati Americani – OEA, evidenzia il preconcetto ideologico della scelta. Infatti, la CELAC è stata creata nel 2010 per mettere da parte Stati Uniti e Canada, presenti in diversi altri organismi regionali. E come non poteva essere altrimenti, “la creazione del foro CELAC-Cina è stata ottenuta durante il mandato di Cuba come presidentepro tempore di tale blocco di integrazione”[11].

      È evidente l’intenzione della Cina nella scelta dell’istituzione, come ammette il quotidiano El País: “Xi Jinping desidera che Pechino occupi il vuoto geopolitico lasciato dagli USA. I suoi investimenti in diplomazia, armamenti e intelligenza artificiale sono la prova di tutto ciò” [12].

      Anche la compiacenza con il regime di Nicolás Maduro in Venezuela rivela una linea ideologica. Come commenta l’analista Gabriela Moreno,

      La sostanza dell'alleanza tra la Cina e il regime di Nicolás Maduro è un mistero. Ma ci sono sempre più prove della complicità per espandere il business e il comunismo del paese asiatico nei forum internazionali e il recente vertice della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) lo dimostra. (...) Il ministro [venezuelano] dell'agricoltura, Greicys Barrios, nel recente incontro virtuale della CELAC ha proposto di "specificare" un modello di sviluppo indipendente con la Cina. (...) Quasi contemporaneamente, l'ambasciata venezuelana a Pechino riceve dalla Cina Cai Wei, il nuovo direttore generale per l'America e i Caraibi, per "approfondire l'alleanza strategica". [13]

      Seguendo la debt diplomacy, la Cina è entrata nella CELAC con fiumi di prestiti. Gli ultimi dichiarati, tra crediti preferenziali, crediti speciali per le infrastrutture e fondi di cooperazione, raggiungono il totale di non meno di 35 miliardi di dollari.[14]

       

      Oscure manovre finanziarie

      Non sembra essere caduta in disuso la pratica, di stile sovietico, di trucchi finanziari, generalmente non verificabili – o non verificati – dall’Occidente. Ad esempio, la Banca Popolare Cinese, autorità monetaria della Cina, ha indebolito artificialmente la sua moneta nel settembre 2019, per facilitare le sue esportazioni soprattutto verso i paesi del sud.

      Come sottolinea il presidente dell’Associazione del Commercio Estero del Brasile, José Augusto de Castro, “la Cina non dice quel che fa, ma fa e poi si scopre quel che ha fatto. Hanno già anticipato la guerra commerciale”.[15]

      Secondo uno studio dell’Università di Brasilia:

      “Nell'aprile 2009 i presidenti della Banca Centrale dell'Argentina e della Banca Centrale della Cina hanno firmato un contratto di scambio di cambi (in pesos e renminbi) per un importo di 10.200 miliardi di dollari, con validità triennale, volto a garantire l'accesso della valuta al mercato internazionale in caso di eventuale mancanza di liquidità. Lo swap può essere utilizzato per acquistare beni cinesi o argentini, un esempio dell'iniziativa cinese per finanziare i paesi in via di sviluppo per l'acquisto dei loro prodotti. Evidentemente l'accordo è in realtà a senso unico, e mette l'Argentina, con le riserve indebolite della sua Banca Centrale, in una situazione di dipendenza, poiché finisce, in parte, per finanziare le importazioni cinesi"[16] (sottolineature nostre).

       

      Pesci per la tavola di Xi-Jinping

      Segue la stessa logica la politica ittica cinese, non solo nelle vicinanze delle Filippine, ma anche in America Latina. Nell’ottobre 2020, grandi flotte pescherecce illegali cinesi hanno attraversato lo stretto di Magellano e hanno poi circondato le isole Galapagos.

      La flotta peschereccia ha destato la preoccupazione delle Marine peruviana e cilena, anche per la vicinanza con le loro Zone Economiche Esclusive (ZEEs). In tal senso, i casi di pesca illegale, non regolamentata e non dichiarata (INRNR) nelle acque sudamericane rappresentano una sfida per il mantenimento della sovranità dei paesi costieri sulle loro ZEEs e sulle loro risorse.[17]

      In seguito alle proteste, il governo cinese ha promesso di ritirarsi dalle Galapagos. Ma il giorno dopo la marina ecuadoregna ha constatato la presenza di 340 navi con la bandiera cinese. Secondo quanto ha reso noto la Deutsche Welle,

      Gli Stati Uniti avevano già avvertito il governo del Perù della presenza della flotta. Attraverso Twitter, l'ambasciata di Washington a Lima ha riferito che "una flotta di oltre 300 navi di bandiera cinese con una storia di cambio di nomi di navi e di disattivazione del tracciamento GPS è al largo del Perù”.[18]

      Soprattutto per il Perù, la pesca costituisce un’importante porzione della sua attività economica, e non può quindi tollerare una simile intrusione. Affrontato, il governo cinese ha dichiarato di essere vittima di fake news...

      Vari studi mostrano che le flotte cinesi contano quasi 17.000 imbarcazioni sparse nel mondo e sono responsabili del 40% della pesca in tutto il pianeta. Nell’America del Sud, “le flotte illegali agiscono soprattutto nella regione sud della costa brasiliana, più ricca di biomassa ittica, favorita dalla corrente fredda delle Malvinas, ricca di nutrienti”.[19]

       

      Enclavi de facto in America Latina

      In Brasile, silenziosamente, i cinesi, sono andati acquisendo settori strategici di produzione. Ma quando si dice “cinesi”, in realtà si indica lo stato cinese. Non sono multinazionali o imprese straniere private. È la Cina-paese che sta acquistando e prendendo possesso di punti-chiave del territorio latinoamericano, come abbiamo già visto nel caso della base spaziale di Neuquén, in Argentina. La gravità di questa situazione, che si sta ripetendo in tutto il continente, è stata ben commentata da Alexander Busch[20]:

      (...) La Cina segue una strategia: le sue aziende investono direttamente nel DNA industriale del Brasile. Chi controlla le reti energetiche, le autostrade, le ferrovie e forse presto anche le reti telefoniche avrà un enorme vantaggio come investitore quando verrà il momento della digitalizzazione e della trasmissione dati in Brasile.[21]

      Uno studio di InfoMoney elenca esempi preoccupanti di acquisti recenti della Cina in Brasile, i cui principali punti sintetizziamo di seguito (le sottolineature sono nostre):

      Ø  Nel 2017 la China Merchants Group ha pagato 2,8 miliardi di reais per il Terminal di Conteiners del Porto di Paranaguá, il secondo più grande del Brasile.

      Ø  La statale China Communications Construction Company (CCCC) sta investendo 2 miliardi di reais per costruire un porto nel Maranhão [uno stato del nord], formando così due rotte per il flusso della produzione agricola brasiliana, al sud e al nord del paese.

      Ø  La stessa CCCC in questo momento sta negoziando un nuovo progetto, questa volta a Santa Catarina [uno stato del sud], anche per il settore del grano, come nel Maranhão.

      Ø  La statale State Grid, il più grande trasmettitore di energia cinese, ha assunto il controllo della compagnia energetica CPFL, pagando nel 2017 4,5 miliardi di dollari per il 54% dell’impresa, che possiede capitale aperto.

      Ø  L’altra compagnia statale cinese CTG – China Three Gorges, è già padrona della centrale elettrica omonima (‘3 Gole’), la più grande del pianeta. Ha acquistato il controllo di 14 centrali idroelettriche, oltre alla partecipazione di altre 3. L’impresa è oggi la seconda più grande generatrice di energia con capitale privato del paese. La CTG possiede anche 11 parchi eolici nel paese.

      Ø  Insieme, la State Grid e la CTG, oltre alla State Power Investiment Corporation (SPIC), controllano 15,6 mil MW, ovvero il 10% di tutta la produzione brasiliana di energia.

      Ø  L’impresa cerca ancora di riprendere la costruzione del Comperj, complesso petrolchimico della Petrobras a Rio de Janeiro.

      Ø  Nel settore petrolifero, la CNPC, Corporazione Nazionale Cinese del Petrolio, che controlla la PetroChina, è socia della Petrobras nel presale[22]. Anche un’altra statale cinese, la CNOOC, è socia nel campo (entrambe con il 10% ciascuna). Complessivamente i cinesi detengono la partecipazione in 12 aree del presale.

      Ø  La Rete Bandeirantes, proprietaria di grandi emittenti televisive e di radio nel paese, ha siglato un accordo per la produzione di contenuto insieme alla statale cinese China Media Group. ha siglato un accordo per la produzione di contenuto insieme alla statale cinese China Media Group. Anche la statale cinese ha firmato un accordo di coproduzione e uso di tecnologia 5G con la Rete Globo.[23]

      Del complesso dei settori strategici, difficilmente qualcuno rimane fuori dall’avidità cinese. La lista sopracitata non è altro che un elenco esemplificativo. Sembra essersi riferito a questa situazione il presidente Jair Bolsonaro quando ha affermato, subito dopo l’incontro con l’ambasciatore cinese: “tutti i paesi possono comprare in Brasile, ma non comprare il Brasile”[24].

      Un ulteriore esempio recente, estremamente preoccupante, è stato l’investimento cinese di 500 miliardi di dollari per costruire un complesso manifatturiero nel Minas Gerais, stato nel sudest del Brasile. Occupa la superficie di un milione di metri quadrati e produce 7000 unità di macchinari pesanti all’anno. È di proprietà dell’impresa di investimento cinese XCMG, che in Brasile già detiene 17 distributori, 33 punti vendita e 33 centri di sostituzione. Tutto fatto sotto la tutela dell’allora governo di sinistra.[25]

      Considerato l’insieme che stiamo analizzando, si può affermare che questo tipo di acquisizione diventa proprietà di un governo estero, dal momento che sono stati acquistati con il consenso e la registrazione delle istituzioni brasiliane. Così, formano vere enclavi cinesi nel continente.

       

      Conquista della Cina o consegna dei paesi?

      La domanda di cui sopra sembra avere la massima rilevanza. Il fatto che la strategia cinese sia graduale e a volte mediaticamente poco appariscente, con casi inesistenti di uso diretto delle armi - almeno per ora - rivela l'impossibilità che oggi il pachiderma comunista si imponga con la forza in America Latina.

      I fatti raccontati sopra, sebbene riassunti, sembrano dimostrare un desiderio di seppellire previamente “mine” e “bombe ad orologeria” nel terreno dell’avversario, con il sorriso sulle labbra e i soldi in tasca. Presto verranno gli inesorabili indebitamenti, la dipendenza strategica e altre conseguenze della debt diplomacy,come in gran parte già si sta osservando in Venezuela. Con un esercito ogni volta più grande e tecnologicamente attrezzato, e munito di ingenti fondi dalle sue prossime vittime, cosa impedirà alla Cina di imporsi in breve tempo con braccio forte?

      Questo triste scenario, però, diciamolo chiaramente, affonda le sue radici molto più nella stessa America Latina che in Cina. Infatti, se i governi e i settori della comunità imprenditoriale latinoamericana fossero stati lungimiranti, non avrebbero osato fare affari con coloro che, ancora oggi, e con sempre maggiore forza, proclamano le massime comuniste. Come credere nei contratti di chi nega il diritto di proprietà? Come possiamo abbracciare un governo che opprime continuamente la propria popolazione? Questo è ciò che la storia giudicherà duramente, non solo nei confronti dell'America Latina, ma di tutto l'Occidente.

      È interessante notare che questo pericolo viene da lontano. Già nel 1943 (sic!), il grande leader cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, scriveva sul giornale Legionário: “Il pericolo musulmano è immenso. L’Occidente sembra chiudere gli occhi di fronte ad esso, così come li tiene ancora semi-chiusi di fronte all’immenso pericolo del paganesimo giallo”.[26]

      Tuttavia, da allora ha prevalso la mentalità laica e presumibilmente pragmatica nei circoli politici. Da un certo punto in poi, le persone che languono nella miseria comunista hanno cominciato a intrattenere l'Occidente con prodotti molto a buon mercato, frutto del lavoro degli schiavi. Questa politica semplicemente immorale, disumana e ingiusta, mentre distruggeva le industrie nazionali occidentali, ha gradualmente fatto pendere la bilancia del potere economico dalla parte dei maoisti.

      Si potrebbe obiettare che l'aspetto ideologico del commercio con la Cina qualche decennio fa è talmente diminuito che si può quasi dire che, ai fini pratici, abbia cessato di esistere. La Cina sarebbe solo una "potenza emergente" rispetto a un'altra che dovrebbe gradualmente scadere. Mi riferisco, ovviamente, agli Stati Uniti. Secondo questa visione, niente di più normale e prevedibile.

      Tuttavia, un'analisi più approfondita dei movimenti interni della Cina porta ad altre conclusioni. Poiché questo non è lo scopo di questo articolo, ci limitiamo a ricordare che il Partito Comunista Cinese da molto tempo non aveva l'influenza e il potere che ha riconquistato con Xi-Jinping. Sarebbe infantile immaginare che le iniziative espansionistiche della Cina non abbiano come obiettivi gli stessi del suo "soviet supremo", il PC cinese.

      Nel giugno 2020, ad esempio, lo stesso partito, insieme ai suoi omologhi di Cuba, Argentina, Perù, Venezuela e Uruguay, ha organizzato un incontro virtuale per esaltare la “superiorità del socialismo nella lotta al COVID-19”.

      Secondo il quotidiano Panampost, “dietro c’è un doppio gioco. Mentre la Cina attrae i partiti moderati dell’America Latina assicurando il «rispetto reciproco», allo stesso tempo si presenta come forza rivoluzionaria comunista.”[27]

      Il gioco russo dell'era della Guerra Fredda si ripete adesso, dietro le apparenze della neutralità ideologica. Proprio come in quel periodo i partiti comunisti o filo-comunisti erano gli avamposti di Mosca in ogni paese, e cercavano di seguire alla lettera la loro strategia di dominio internazionale, così ora i politici di sinistra di quasi tutti i ceti – per non parlare degli utili-idioti centristi – , servono agli scopi del PC cinese.

      Infatti, se tornassimo ai fatti elencati in questo articolo, vedremmo che la maggior parte di ciò che è stato fatto a favore della Cina, con il disprezzo degli interessi locali, non sarebbe stato possibile senza il compiacimento, per non dire la complicità, di politici latinoamericani di sinistra o di centrosinistra. Nel 1972, il già citato pensatore e leader cattolico brasiliano affermò: “la Storia ancora non ha visto l’esempio di un solo governo di sinistra che, abbandonato alle sue sole forze, abbia decisione, perspicacia e fermezza per resistere al comunismo.”[28]

      È ciò che possiamo osservare oggi. All'inizio di questo articolo, abbiamo visto i problemi riguardanti la base spaziale cinese a Neuquén, in Argentina. L'accordo spurio tra i due governi, che cedeva il territorio a un'agenzia spaziale dipendente dall'esercito cinese, è stato promosso e firmato dall'allora presidente Cristina Kirchner, nota per le sue posizioni radicali peroniste. La sua politica di concessioni alla Cina prosegue oggi a pieno ritmo con la sua creatura politica, Alberto Fernandez, di cui è vicepresidente...

      Questa relazione si è espansa tanto che quest’anno la Cina ha sorpassato il Brasile come principale partner commerciale dell’Argentina. Solo nell’aprile 2021, l’Argentina ha esportato 509 milioni di dollari per la Cina, mentre per il Brasile, il suo storico partner commerciale, i milioni sono stati 309, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Censo (Indec). [29]

      Inoltre, recenti notizie confermano gli sforzi della Cina per rafforzare la cooperazione militare con il Paese. Il 21 maggio 2021 un ente regionale specializzato in aeronautica militare ha avvertito:

      Una delegazione di alto livello della società nazionale di importazione ed esportazione di tecnologia aeronautica cinese, CATIC, è arrivata in Argentina la scorsa settimana per discutere della cooperazione nella difesa e con la proposta di offrire all'aeronautica militare argentina un aereo supersonico, secondo l'agenzia MercoPress e il sito web Zona Militar.[30]

      Questo avvicinamento è iniziato con tutta la sua forza quando nel 2003 il leader socialista Nestor Kirchner è arrivato al governo. La sua unica visita ufficiale in Asia è stata nel Paese di Mao, dove ha rafforzato i legami dell'Argentina con il presidente Hu Jintao. Nel 2004, ha girato l'America Latina per ottenere il riconoscimento per la Cina come economia di mercato:

      In un incontro bilaterale tra Kirchner e Hu, è stato negoziato il riconoscimento della Cina come economia di mercato, finalmente sancito, il 17 novembre 2004, dal Memorandum d'intesa sulla cooperazione in materia di commercio e investimenti, firmato dal ministro degli Esteri Rafael Bielsa e la sua controparte, Li Zhao Xing.[31]

      In Brasile è accaduto lo stesso con l’arrivo al potere, nel 2003, di Lula da Silva e del suo Partito dei Lavoratori – PT. Secondo dati ufficiali, tra il 2003 e il 2019 i cinesi hanno versato 72 miliardi di dollari nelle casse brasiliane, ovvero il 37,3% del totale investito per tutti gli altri paesi insieme.Nel 2004, il Governo Lula diede vita ad “un forum di alto livello per il dialogo e la cooperazione”.Nello stesso anno, così come il suo omologo argentino, riconobbe la Cina come economia di mercato.[32] Sempre nel 2004 è stato fondato il Consiglio Imprenditoriale Brasile-Cina.[33]

      Nel 2009, la Cina diventava il primo partner commerciale del Brasile.[34] Il successore di Lula alla presidenza, Dilma Roussef, nota per la sua partecipazione alle violente guerriglie del periodo militare (1964-84), ha continuato questa politica, che è stata mantenuta fino a tempi recenti. Nonostante l'attuale governo sia di destra, la sinistra non si arrende. L'ultimo episodio è stata la pressione che la senatrice Kátia Abreu, ex ministro dell'Agricoltura di Dilma Roussef, attualmente presidente della Commissione per le relazioni estere del Senato, ha esercitato sul ministro Ernesto Araújo, cancelliere di Bolsonaro fino a marzo 2021.

      Il ministro aveva espresso un parere fermo ma sfumato contro la tendenza egemonica della Cina comunista. Tanto è bastato per suscitare scalpore mediatico, dichiarazioni del potere Legislativo e della Magistratura, provocazioni e minacce. Si è venuto a sapere che all'origine della pressione sul Senato e sul governo federale c’era lo stesso corpo diplomatico cinese. Infine, il cancelliere ha preferito dimettersi.

      Aiutata dalle pressioni interne ed esterne della sinistra, la Cina ha visto una nuova finestra di opportunità con la crisi sanitaria del COVID-19: “Nel mezzo della pandemia, la Cina ha approfittato dei prezzi bassi per aumentare le proprie riserve strategiche ed è diventata la destinazione del 70% del petrolio brasiliano esportato”[35].

      Inoltre, la domanda mondiale di prodotti legati alla crisi, come maschere, guanti, ventilatori e accessori per lo smart working, è stata rapidamente soddisfatta in gran parte dalla Cina[36].

      Pertanto, nonostante l’avversione ideologica dell’attuale governo brasiliano nei confronti del PC cinese, questo si posiziona strategicamente: “Nonostante gli attriti con il Brasile, la Cina è pragmatica e pianifica sul lungo periodo. I cinesi sanno bene che , così come è passato Trump, anche Bolsonaro passerà”.[37]

       

      La Cina ha bisogno dell’America Latina

      In uno scenario internazionale sempre più infiammato da guerre commerciali e di influenza, non va dimenticato che, mentre gli investimenti faraonici del governo cinese mostrano la sua avidità di conquista, fanno anche capire che la Cina ha bisogno dell'America Latina, soprattutto nei settori alimentare e geostrategico.

      Il Direttore Generale della FAO, il cinese Qu Dongyu, nel febbraio 2021 ha tenuto un discorso all'incontro Cina-CELAC e ha riconosciuto il potenziale della regione: i paesi dell'America Latina sono responsabili del 13% della produzione alimentare mondiale e del 45% delle esportazioni di questi prodotti.[38]

      Inoltre, nel maggio 2017, il dittatore Xi-Jinping confermava le sue mire geostrategiche sulla regione. Durante il Forum del Belt and Road Initiative, il dittatore asiatico ha dichiarato che la regione “è un’estensione naturale della via marittima della seta”.[39]

      L'episodio recente più clamoroso è avvenuto nel 2017, quando la Cina ha avuto la sorprendente complicità del presidente di Panama. Tagliando i rapporti con Taiwan, e assumendo formalmente la politica di “One China”, il presidente Juan Carlos Varela ha firmato accordi che consentono un significativo aumento dell'utilizzo finanziario e commerciale del Canale di Panama da parte della Cina, oltre alla “incorporazione graduale all’iniziativa di differenti paesi caraibici e dell’America Latina, rompendo la percezione dell’eventuale ‘periferizzazione’ della regione nella strategia globale di Pechino.”[40]

      Dopo gli Stati Uniti, la Cina è il paese che più utilizza il Canale. La sua espansione aggressiva, con la connivenza locale, ha spinto Washington a chiedere una consultazione con i diplomatici panamensi il 12 settembre 2018.[41]

       

      L’America Latina si sbaglia con la Cina

      Altro pericolo importante da menzionare è quel che ha ben sottolineato il portale tedesco Die Welt:

      “Il Brasile non conosce la Cina – questo è pericoloso. Pochi brasiliani conoscono e comprendono il loro più grande partner commerciale e investitore. I cinesi sanno già quasi tutto del Brasile. Questa è una situazione rischiosa, che può sfociare in un rapporto come quello dell'era coloniale”.[42]

      Benjamin Creutzfeldt, membro del Kissinger Institute on the United States and China, corrobora tale opinione: “Negli ultimi 3 o 4 anni la Cina ha aperto fino a 60 centri di studio presso le università di tutta la Cina per lo studio dell'America Latina, così come altri ricercatori regionali nel mondo”[43].

      Il già citato analista Alexander Busch aggiunge: “In appena un decennio, non è stata solo la presenza dei giornalisti cinesi in Brasile e la loro conoscenza del Paese ad aumentare enormemente. Anche i diplomatici, gli uomini d'affari e i banchieri cinesi hanno da alcuni anni una presenza sempre più forte”.

       

      Conclusione: apprensione e speranza

      Plinio Corrêa de Oliveira, nel 1972, fece una ponderata considerazione al riguardo. Mentre indicava il pericolo comunista, al contempo accendeva una luce di speranza, fondata sul fatto che le nazioni latinoamericane hanno un substrato così fortemente cattolico da fornire loro le condizioni necessarie per reagire, purché abbiano fede e perspicacia.

      Facciamo delle sue parole la nostra conclusione, applicandole non solo al Brasile, ma ipsis litteris a tutta l'America Latina, data l'unità religiosa e in qualche misura temperamentale della regione:

      Dallo splendore di questa solennità vedo affermata ancora una volta una convinzione che ho da tempo, e cioè che i comunisti si sbagliano sul Brasile. Forse hanno l'impressione di poter conquistare facilmente il Brasile e non è vero. Ci sono forze anticomuniste in Brasile molto più grandi di quanto si creda (...)

      Quando questo popolo si sente veramente minacciato, sa come ergersi come un solo uomo e sa come combattere l'aggressione comunista.

      Davvero carissimi, il comunismo si sbaglia con il Brasile, ma devo aggiungere che il Brasile si sbaglia con il comunismo. Perché se questo non è vero, almeno molti brasiliani sbagliano con il comunismo se pensano che nei confronti di questo nemico, ultra addestrato, astuto, falso, specializzato nell'approfittare delle più piccole circostanze per sferrare il suo attacco, valgano i vecchi compromessi pieni della simpatica bonomia di un tempo, questo, miei connazionali, è finito. Noi non siamo di fronte a un avversario qualunque, ma a un giaguaro, a un astuto giaguaro che ci cattura di notte in mezzo all'oscurità, in mezzo alla giungla, per divorarci; che ci cattura forse nelle illusioni della nostra bonomia e che ci crea a un certo momento una certa situazione consumata, che con lungimiranza, con articolazione, con energia, avremmo potuto evitare.

      (...) C'è tra noi un'atmosfera generalizzata come se il pericolo comunista non avesse più ragione di esistere, non esistesse più in Brasile. Come se ci fosse un motivo per una vera smobilitazione psicologica e intellettuale, nel momento in cui tutto il mondo si sta mobilitando.

      (...) Il comunismo non si impadronirà del Brasile - lo credo davvero – a causa dell'intelligenza, della forza, della fede del popolo brasiliano. Ma quanto può costare questo se il popolo brasiliano non è lungimirante!

      Che la Beata Vergine di Guadalupe, patrona delle Americhe, protegga il nostro continente da questa “invasione bianca” cinese, come ci ha difeso in passato dagli artigli sovietici.

       

      Fonte: Tredicesimo Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, 2021. A cura dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân. Traduzione dal portoghese di Federico Catani.

       

      Note

      [1] Alexandre de Barros Freitas. Relações Argentina - China: a construção de um vínculo assimétrico. Articolo presentato come requisito parziale per ottenere il titolo di Specialista in Relazioni Internazionali dall’Università di Brasilia, p. 4.

      [2] Tania Garcia Millan, expert on China -Latin American relations. Interview to Foreign Policy Association documentary: Competing for Influence: China in Latin America, 20/3/20.

      [3] El Mundo, 2-7-2015.

      [4] Cfr. Margaret Myers – Director of Asia and Latin America Programof Inter-American Dialogue. Interview to Foreign Policy Association documentary: Competing for Influence: China in Latin America, 20/3/20.

      [5] Chaco Día por Día, 22/2/2. Disponibile qui: https://www.chacodiapordia.com/2021/02/22/el-gobierno-nacional-anunciara-un-plan-de-inversiones-con-china-por-us35-mil-millones/

      [6] Interview to Foreign Policy Association documentary: Competing for Influence: China in Latin America, 20/3/20.

      [7] John Feeley, Embaixador dos Estados Unidos no Panamá (2015-2018). Interview to Foreign Policy Association documentary: Competing for Influence: China in Latin America, 20/3/20.

      [8] Wall Street Journal, 12/4/19.

      [9] Cfr. La versione integrale del discorso sul sito ufficiale dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Ecuador, 12/4/19. Disponibile qui: https://ec.usembassy.gov/15159/

      [10] Cfr. Sito Ufficiale del Ministero dell’Agricoltura cinese, 26/2/21. Disponibile qui  http://english.moa.gov.cn/news_522/202103/t20210301_300598.html   

      [11] Sito Ufficiale del SELA – Sistema Econômico Latinoamericano y del Caribe, 31/1/21. Disponibile qui http://www.sela.org/es/imprimir/?n=13759

      [12] El País, 4/3/18.

      [13] Panampost, 28/2/21.

      [14] Ivi.

      [15] InfoMoney, 8/9/19.

      [16] Alexandre de Barros Freitas. Relações Argentina - China: a construção de um vínculo assimétrico, cit., p. 18.

      [17] DefesaNet, 12/11/20.

      [18] Deutsche Welle, 2/10/20.

      [19]Agência Boa Imprensa, 13/1/21.

      [20] Alexandre Busch è economista e autore di vari libri sulla situazione brasiliana.

      [21] DefesaNet, 10/5/18.

      [22] Nome dato in Brasile alla riserva di petrolio che si trova sotto un profondo strato di sale.

      [23] InfoMoney, 23/10/20. Isto é o que a China já comprou do Brasil, di Felipe Hermes.

      [24] O Estado de S. Paulo, 5/11/2018.

      [25] Panampost, 28/2/21. Disponibile qui: https://panampost.com/gabriela-moreno/2021/02/28/china-se-enquista-america-latina-celac/

      [26] Plinio Corrêa de Oliveira, “A questão libanesa,” em Legionário, no. 591, Dec. 5, 1943.

      [27] Panampost, 28/2/21. Disponibile qui: https://panampost.com/gabriela-moreno/2021/02/28/china-se-enquista-america-latina-celac/

      [28] Plinio Corrêa de Oliveira, em Folha de S. Paulo, 1/10/72.

      [29] Brasil de Fato, 9/10/20.

      [30] Poder Aéreo, 10/5/21.

      [31] Alexandre de Barros Freitas. Relações Argentina - China: a construção de um vínculo assimétrico, cit., p. 13.

      [32] "Questa caratterizzazione è oggetto di una costante opposizione da parte di entità imprenditoriali, in particolare la Confederazione Nazionale delle Industrie (CNI) e la Federazione delle Industrie dello Stato di São Paulo (FIESP), le cui critiche si concentrano sulla presunta pratica cinese di determinare prezzi ridotti artificialmente, instaurando una concorrenza impari con i prodotti nazionali”. OPEB – Observatório de Política Externa e da Inserção Internacional do Brasil, 21/8/20. Disponibile qui: https://opeb.org/2020/08/21/a-expansao-das-relacoes-comerciais-entre-brasil-e-china-durante-a-pandemia/

      [33] Ivi.

      [34] Zero Hora, 14/1/20.

      [35] OPEB, 21/8/20.

      [36] Agência Estado, 15/2/21.

      [37] Ivi.

      [38] Sito ufficiale della FAO, 25/2/21. Disponibile qui:  http://www.fao.org/news/story/pt/item/1377572/icode/

      [39] André Sandis, Eurasia y America Latina em um mundo multipolar, Icaria Editorial, 2019, p. 152.

      [40] Ibidem, p. 155.

      [41] Ibidem, p. 156.

      [42] Die Welt, 9/5/18. Disponibile qui: https://www.dw.com/pt-br/o-brasil-n%C3%A3o-conhece-a-china-isso-%C3%A9-perigoso/a-43715399

      [43] Interview to the Woodrow Wilson Center program: China’s Presence in Latin America.

    • Perché la Russia ha invaso l'Ucraina

       

       

      di John Horvat

      Proprio quando tutto sembrava tornare alla nuova normalità, l'anormalità ha colpito ancora. La guerra in Ucraina infuria e sta cambiando il volto del mondo globalizzato.

      La situazione è confusa mentre la gente lotta per capire le ragioni dietro all'invasione. Le teorie del complotto abbondano da entrambe le parti. Come le scene di battaglia in Ucraina, il caos regna nella mente di molti. Sembra che non ci sia una logica o una ragione negli attacchi.

      Tuttavia, quattro punti possono aiutare le persone a capire meglio ciò che sta accadendo. C'è del metodo nella follia.

       

      La Russia era già parte dell'ordine mondiale

      Il primo punto è che le sanzioni provano che la Russia era ben integrata nel mondo globalizzato. Vasti settori dell'economia russa erano intrecciati alle reti mondiali e ai mercati delle materie prime. Non era facile sganciarsi da essi.

      Questa conclusione contraddice la tesi di coloro che affermano che la Russia è una potenza che si oppone all'attuale ordine mondiale. Questo non è vero.

      Il denaro e gli investimenti occidentali hanno aiutato a ricostruire il paese nei decenni successivi la guerra fredda. La maggior parte delle grandi compagnie petrolifere, per esempio, erano coinvolte nell'estrazione del petrolio in Russia. Le multinazionali erano ovunque. Le banche e le società di contabilità occidentali hanno aiutato a integrare la Russia nel sistema finanziario. Persino il franchising McDonald's operava in centinaia di sedi russe. Le sanzioni hanno dimostrato tutta l'estensione della partecipazione russa all'economia mondiale.

      Purtroppo, la Russia ha assorbito completamente la decadente cultura globalizzata contenuta nei film, nei concerti e nelle cattive mode. Tutte queste cose hanno danneggiato la nazione (così come l’Occidente). Anche sotto questo aspetto, le sanzioni dimostrano che, prima della guerra, la Russia era pienamente integrata nell'ordine mondiale.

       

      Da un momento all’altro, la Russia decide di sganciarsi da questo ordine mondiale

      Il secondo punto è che la Russia sta perseguendo un rapido disimpegno dal suo importante ma secondario posto nell'attuale ordine mondiale. Il presidente Putin ha usato l'unica cosa che avrebbe potuto motivare rapidamente le sanzioni economiche occidentali: una guerra ingiusta che, per la sua brutalità, avrebbe galvanizzato l'opinione pubblica mondiale.

      Egli sa bene che l'Occidente è terrorizzato dalla prospettiva della guerra e che userà ogni sanzione economica possibile per evitare il conflitto. Così, mentre la guerra diventa sempre più intensa, le sanzioni economiche imposte contro la Russia crescono di portata. Il presidente russo facilita le sanzioni economiche immediate e permette che l'Occidente le implementi.

      In poche settimane, è riuscito a distruggere un lavoro di decenni. Per lui, le sanzioni hanno il vantaggio che le imprese occidentali saranno costrette a lasciare la Russia di propria iniziativa con l'approvazione e la pressione dei propri governi. Si lasciano alle spalle beni invenduti o a prezzi stracciati. Tutto cadrà nelle mani dei russi o rischierà la nazionalizzazione.

       

      Un riallineamento geopolitico voluto e forzato

      In terzo luogo, la Russia non ha nascosto il suo allineamento con la Cina nel periodo precedente la guerra. Alle Olimpiadi invernali, il presidente Putin e il leader cinese Xi Jinping hanno firmato una dichiarazione congiunta che segnala il loro desiderio di costruire un nuovo ordine mondiale "multipolare". Hanno concordato di cooperare "senza limiti" per raggiungere l’obiettivo di inaugurare "relazioni internazionali di un nuovo tipo". Il presidente russo ha a lungo idealizzato un'unione eurasiatica per formare un unico blocco commerciale e culturale indipendente dall'Occidente.

      La guerra in Ucraina mette in atto questo piano che non è segreto e che costringe la Russia a unirsi alla Cina, unica potenza abbastanza grande da resistere alla pressione delle sanzioni occidentali. L'aver bruciato i ponti economici con l'Occidente rende la Cina l'unica nazione che può assorbire le massicce quantità di materie prime e cereali che la Russia produce. I due paesi insieme possono stravolgere l'ordine economico e politico post guerra fredda e creare nuove tensioni e carenze. Alcuni ipotizzano che il matrimonio forzato tra Cina e Russia porterà a un sistema finanziario parallelo con lo yuan come valuta di riserva.

      Questo auspicato riallineamento metterà l'Occidente decadente contro l'Oriente post-comunista. Si stanno formando due blocchi politici distinti, che presenteranno al mondo due false alternative: una democrazia liberale fatiscente o un socialismo nazionale autocratico.

       

      L'obiettivo è un Occidente vulnerabile

      Infine, questa mossa arriva in un momento di estrema vulnerabilità dell'Occidente. Due anni di pandemia hanno già disfatto molte relazioni complesse e catene di rifornimento che tenevano insieme il mondo. Restrizioni e ordini brutali hanno polarizzato le popolazioni e ostacolato le capacità dei governi di unire gli sforzi e affrontare i problemi. Decisioni governative irresponsabili e problemi di lavoro e di approvvigionamento stanno alimentando alti livelli di inflazione.

      La guerra porterà scompiglio in Occidente, strapazzando ulteriormente i sistemi produttivi ormai sotto stress. I milioni di rifugiati che si stanno riversando in Europa aumenteranno gli oneri già sostenuti dai paesi ospitanti, assorbendo risorse che potrebbero essere utilizzate per rafforzare le capacità di difesa in Occidente.

      In questo scenario, l'Oriente ha dei vantaggi. L'Est e l'Ovest sono così integrati che non sarà facile per l'Occidente diventare rapidamente libero dai prodotti orientali (soprattutto quelli cinesi). Le merci cinesi dominano talmente il mercato che ci sono poche alternative. I gasdotti sono come un cappio al collo dei paesi occidentali troppo dipendenti dal combustibile russo. La guerra in Ucraina e le sanzioni economiche mettono l'Occidente in una posizione precaria.

      I regimi autocratici (leggi totalitari) dell'Est soffrono molto meno di questi problemi rispetto alle frammentate società occidentali. L'Oriente ha molto da guadagnare e l'Occidente molto da perdere da questa scissione.

      C'è un metodo in questa follia. Un risultato finale della guerra in Ucraina sarà questa divisione permanente tra Est e Ovest, che segnerà il fallimento dell'esperimento post guerra fredda, il quale, si supponeva, avrebbe dovuto determinate la fine della storia. Ci sarà un grande riallineamento geopolitico che potrebbe avere conseguenze drammatiche e portare alla guerra mondiale.

       

      Fonte: American Thinker, 16 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

      © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

    • Una guerra culturale globale che l'Occidente deve vincere

       

       

      di John Horvat

      Falso e vero Occidente

      La guerra in Ucraina è più di un'ingiusta guerra di aggressione da parte della Russia. Ha come obiettivo anche l'Occidente come concetto e come blocco geopolitico. Una guerra culturale globale si profila all'orizzonte, minacciando di distruggere ogni cosa.

      Due nozioni di ciò che si intende per "Occidente", una vera e l'altra falsa, sono al centro di questa battaglia culturale. Questi due modelli uniscono i liberale mettono i conservatori l'uno contro l'altro. L'opinione pubblica si trova confusa, incapace di determinare quale versione debba essere difesa o quale contrastata.

      La nozione di Cristianità

      L’autentica nozione potrebbe essere chiamata Occidente "veramente cristiano" e corrisponde a quel blocco di nazioni che hanno guidato il mondo grazie al loro legame con il passato europeo e in modo particolare, con la sua ricca cultura cristiana. Quell’Occidente coincide con la Cristianità e si applica a tutte quelle aree – anche nel Nuovo Mondo - che hanno condiviso una visione metafisica e religiosa della vita.

      Questo Occidente ha sviluppato sistemi di legge, educazione, di logica e di morale che favoriscono il progresso e la prosperità umana. La sua metafisica si basa sulla natura delle cose e su una verità oggettiva conoscibile. Il centro di questa civiltà è Dio, la sua legge e la Chiesa.

      La società moderna beneficia dei resti sopravvissuti di questa Cristianità, anche se ripudia le sue lontane radici. Se oggi c'è un resto di ordine nella società occidentale è perché le tracce di essa si trovano ancora nelle sue strutture, leggi e istituzioni.

      Ma la società secolare postmoderna di oggi rifiuta questo modello. Anzi, l'establishment "occidentale" e la sua corrispondente cultura scristianizzata e decadente, lo disprezzano.

      L'Occidente guidato da Davos

      Il secondo concetto di "Occidente" è qualcosa di completamente diverso dal concetto di Cristianità. Sia la sinistra che la destra usano questa definizione per attaccare il vero Occidente cristiano. Questo "Occidente" è associato a quelle stesse nazioni legate in un modo o nell’altro all'Europa, e si esprime in vaste reti economiche e politiche che incarnano un ordine basato su regole che sostengono il liberalismo come sistema politico della modernità. Tale “Occidente” potrebbe essere definito come l'Occidente guidato da Davos.

      Questo "Occidente" prende in prestito enormemente dal capitale sociale e dall'infrastruttura razionale dell'Occidente cristiano, anche se mai riconosce questo debito. Esso è vittima della paradossale tenebrosità dei pensatori cosiddetti illuministi che hanno rotto l'unità sociale e morale del vero Occidente cristiano promuovendo un mondo individualista e materialista. Tuttavia, questo “Occidente” diffonde anche la propria decadenza secolare accelerando la sua caduta.

      Se il vero Occidente cristiano è il bambino, la versione guidata da Davos è l'acqua della vasca1. La seconda viene usata contro la prima. I liberal odiano i valori del vero Occidente cristiano, pur godendo di tutte le comodità e i progressi che ne derivano. I conservatori ripudiano l'Occidente guidato da Davos mentre devono lottare per sopravvivere in mezzo alla sua depravazione morale e al suo secolarismo senza Dio.

      Questo Occidente guidato da Davos sembrava aver trionfato ovunque nel periodo successivo alla Guerra Fredda. Tutto pareva andare diritto verso un unico villaggio globale che inseguiva piaceri e passioni in un festival di frenetica sregolatezza, senza alcun riconoscimento di Dio. La sua tecnologia avanzata ha permesso poi di unire tutte le cose in modo istantaneo e senza sforzo.

      La frantumazione dell’Occidente guidato da Davos

      Questo trionfo è parso sicuro fino a quando il COVID e poi l'Ucraina hanno destabilizzato ulteriormente le cose. Il conflitto in Ucraina prende di mira l'Occidente guidato da Davos e le sue vaste reti. Le reti globali che mantenevano l'egemonia occidentale sono ora lacerate. In pochi mesi, la guerra in Ucraina ha spazzato via il lavoro di globalizzazione di una intera generazione.

      Entrambe le parti sono impegnate in un lavoro di disaccoppiamento. Ogni nuova sanzione imposta alla Russia rende più difficile la ricostituzione di un mondo globalizzato. Ogni nuovo passo della Russia dentro il territorio dell'Ucraina rappresenta la frantumazione del mondo in nuove egemonie, blocchi commerciali, correnti ideologiche e partnership scomode. Il risultato finale sarà l'irreparabile separazione dell'Est dall'Ovest.

      Questo Occidente come unità geopolitica si sta frantumando, aprendo la strada a un mondo multipolare sconosciuto. Molti a destra accolgono questo sviluppo come una liberazione da quella 'acqua sporca’ che occupa la vasca culturale. Allo stesso tempo, gli esponenti della sinistra celebrano la scomparsa dell'influenza del ‘bambino’, cioè di quell’Occidente cristiano che ancora mantiene un certo ordine morale nella società.

      L'annientamento del vero Occidente cristiano

      Tuttavia, l'obiettivo più importante della guerra in Ucraina è il vero Occidente cristiano. La Russia non si è mai del tutto unita a questo vero Occidente cristiano. È una nazione dell'Europa orientale che l'Ortodossia di stampo orientale ha dominato per quasi un millennio. Partendo da questo passato, il movimento eurasiatico di Vladimir Putin cerca di creare una rete anti-occidentale di Paesi orientati da strane ideologie e rigide autocrazie. La Russia, la Cina e i loro Stati clienti cercano di soppiantare il vero Occidente cristiano con un quadro che ricicla vecchi errori (molti dei quali paradossalmente occidentali) basati su un misto di nazionalismo, marxismo, gnosticismo e persino elementi mistici. In effetti, ciò che unisce l'euroasiatismo pan-slavo della Russia odierna (e di Alexander Dugin) con la "nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi" di Xi Jinping è il loro comune carattere militante anti-occidentale e filo-marxista.

      Gli ideologi russi euroasiatisti odiano le tracce del vero Occidente cristiano che ancora sopravvivono nelle istituzioni, nelle regole e nei sistemi di oggi. Da molto, prendono di mira soprattutto la Chiesa cattolica e le sue dottrine che mettono in crisi la stagnante ortodossia. Questi pensatori rifiutano l'ordine razionale dell'Occidente e immaginano una Russia primitiva, mistica, comunitaria e tribale.

      Molti filosofi occidentali, alcuni dei quali si auto-definiscono pagani o occultisti, si uniscono alla loro controparte euroasiatica nell'ammirare questo ideale russo primitivo. L'autore Matthew Rose nel suo libro del 2022, Un mondo dopo il liberalismo: Filosofi della Destra Radicale2[qui una recensione], esplora il pensiero di cinque figure chiave che hanno influenzato l'attuale dibattito contro l'Occidente: Oswald Spengler, Julius Evola, Alain de Benoist, Francis Parker Yockey e Samuel Francis. La loro posizione filorussa include critiche severe al cristianesimo occidentale che, secondo loro, devitalizza gli impulsi naturali e deforma le relazioni sociali.

      E poi c’è la sinistra mondiale che odia tutte le manifestazioni del vero Occidente cristiano perché insinua una forma di superiorità in un mondo che deve essere egualitario. L'odio è così intenso che l'establishment woke3 ora è impegnato in quella che si potrebbe definire una "guerra civile contro tutto e tutti", nel tentativo di annientare qualsiasi valore cristiano nella società occidentale.

      Il bersaglio è sempre l'Occidente

      La Russia odierna rifiuta quindi entrambi gli Occidenti, quello vero e quello falso. Cerca di distruggere le vaste reti del falso Occidente guidato da Davos, credendo erroneamente che, togliendogli la prosperità, anche il vero Occidente verrà rovinato. Russia e Cina sfidano le reti di Davos contrapponendole un Oriente anti-Davos, che creerà il caos economico e distruggerà la preminenza americana. Inoltre, la Russia odierna propone false ideologie che sostituirebbero ogni traccia di civiltà cristiana occidentale.

      D’altra parte, la guerra sta spezzando l'unità delle vaste reti e catene di approvvigionamento, già compromesse da decenni di fiducia dagli accordi commerciali con i comunisti.

      Più tragico ancora, le nazioni occidentali se la prendono in ogni modo contro la loro origine cristiana. La guerra culturale all'interno del vero Occidente cristiano sta trascinando quest’ultimo verso un mondo simile a quello pagano, panteista e selvaggio, che distruggerà la civiltà moderna, buttando sia il bambino che l'acqua sporca.

      È quindi iniziata una guerra culturale globale e la posta in gioco è il futuro dell'Occidente.

      Per combattere in questa guerra, l'Occidente non deve rifiutare l'ordine razionale, lo Stato di diritto e la metafisica oggettiva che gli conferiscono struttura e ordine. Deve resistere alla distruzione postmoderna della logica e alle narrazioni strambe. Soprattutto, l'Occidente deve tornare alle sue origini che si trovano in Dio, nella sua legge e nella sua santa Chiesa.

      Queste soluzioni ricordano quei messaggi inascoltati che furono rivelati dalla Madonna a Fatima nel 1917, quando il pericolo russo esplose sulla scena mondiale, validi oggi come allora.

       

      Note

      1. L’immagine impiegata si riferisce al detto popolare “non buttare il bambino con l’acqua sporca”.
      2. A World After Liberalism: Philosophers of the Radical Right.
      3. Denominazione che viene data alla nuova sinistra occidentale decostruzionista.

       

      Fonte: Tfp.org, 20 giugno 2022.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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