controllo sociale

  • Cresce l’invadenza del potere tecnico-politico: dal corpo sociale a quello individuale

     

     

    di Guido Vignelli

    Speranze e timori di trent’anni fa

    Se vogliamo capire meglio la pericolosa situazione in cui ci troviamo, bisogna fare un passo indietro e rievocare le illusioni di trent’anni fa al fine di valutare le delusioni di oggi.

    Dopo il crollo dei regimi sovietici, gran parte della pubblicistica sosteneva che la diffusione delle comunicazioni e la crisi delle ideologie avrebbero provocato la morte del comunismo, il tramonto del socialismo e la vittoria del sopravvissuto modello politico liberale. Il sistema caratterizzato da eguaglianza, uniformità, accentramento, pianificazione e controllo avrebbe ceduto a quello caratterizzato da libertà, diversità, pluralismo, partecipazione, decentramento e semplificazione.

    Gli ottimisti speravano che la politica liberale avrebbe favorito le forze sane della società, estinto quelle sovversive e abbattuto i regimi oppressivi, aprendo un’epoca di progresso. Per contro, i pessimisti temevano che la politica liberale avrebbe favorito le forze sovversive e indebolito quelle sane, aprendo un’epoca di barbarie e di caos.

    Tuttavia, un’altra pubblicistica prevedeva uno scenario futuro non tanto distruttivo quanto costruttivo, anch’essa però dividendosi sul modo di valutarlo.

    Gli ottimisti speravano che la politica liberale avrebbe accelerato la costruzione di un “nuovo ordine mondiale”, guidato da una élite cosmopolitica di competenti, che avrebbe promosso le “libertà civili” ottenute dalle moderne democrazie. Per contro, i pessimisti temevano che quest’ordine avrebbe imposto un regime tendenzialmente totalitario, basato sul controllo delle società assicurato da una tecnocrazia che avrebbe ristretto gli spazi di libertà.

     

    Un risultato apparentemente paradossale

    Negli ultimi decenni, queste previsioni si sono parzialmente realizzate, ma in modo diverso da quello allora descritto, tanto paradossale da mettere in dubbio sia la sconfitta del social-comunismo che la vittoria del liberalismo.

    Infatti, la fine dei regimi sovietici europei non ha coinvolto quella dei regimi comunisti orientali, ma anzi ne ha creati di nuovi, ad esempio nell’America Latina.

    Inoltre, la crisi dei movimenti socialisti non ha impedito ai loro partiti di rilanciarsi in chiave ecologista e di andare o ritornare al potere in molti Stati, Italia compresa. Infine, la vittoria del liberalismo sta favorendo la formazione di un nuovo sistema di potere cosmopolitico che ricupera alcuni aspetti del programma social-comunista; per esempio, la sharing economy auspicata dal Great Reset prevede di sostituire la proprietà privata dei beni con il loro uso collettivo tramite internet.

    Ciò non deve meravigliare. Il liberalismo è un metodo (falsamente) critico capace di distruggere ma incapace di costruire, mentre il comunismo è un progetto (falsamente) costruttivo che presuppone l’opera distruttiva del liberalismo. Essendo prodotti dalla stessa rivoluzione, metodo liberale e progetto comunista sono funzionali tra loro per cui, quando l’uno è in crisi, l’altro gli viene in soccorso.

    Oggi che il progetto comunista è fallito, il metodo liberale lo sta soccorrendo nel tentativo di surrogarlo. Infatti, la cultura scettica e permissiva impedisce alla società di disintossicarsi dal relativismo e dal materialismo; inoltre, la politica cinica e compromissoria impedisce alle forze sane di organizzare un’alternativa efficace alla ricorrente tentazione comunista.

    La progettata “società postmoderna” sarà un compromesso tra quella liberale e quella comunista, che si presenta come una sintesi dei loro pregi, ma in realtà è una sintesi dei loro difetti, di permissivismo liberale e oppressione comunista. Ciò spiega come mai molti socialisti di ieri siano diventati i liberali di oggi, mentre molti liberali di oggi stiano diventando i socialisti di domani.

    Questo risultato era stato previsto e temuto da personalità cattoliche, come il prof. Plinio Corrêa de Oliveira. Già cinquant’anni fa, riflettendo sulle conseguenze del “Sessantotto”, egli aveva ammonito che la “quarta Rivoluzione” avrebbe tentato di realizzare quella sintesi tra liberté ed égalité che avrebbe prodotto una fraternité che mira a creare l’“uomo nuovo” e a unire tutti i popoli nella massonica “Repubblica Universale”.

     

    Verso una nuova forma di totalitarismo

    Trent’anni fa, sembrava che il trionfo del liberalismo avrebbe fatto diminuire il potere politico spostandolo dal vertice alla base, dal centro alla periferia; all’insegna di motti come “meno Stato più società”, “meno controllo più condivisione”, si prometteva deregulation, decentramento e partecipazione.

    Eppure, oggi risulta evidente che sta accadendo l’esatto contrario. Una nuova forma di potere politico-economico-mediatico sta sempre più intervenendo in settori che non gli competono mediante commissioni, authority, leggi e prescrizioni che di volta in volta permettono, obbligano e vietano di tutto, restringendo sempre più gli spazi di libertà concreta anche nella vita quotidiana.

    Questo potere tenta oggi di diventare totalitario estendendosi dal settore pubblico a quello privato, dal campo sociale a quello individuale, al fine di sedurre menti, volontà e coscienze, di manipolare tendenze, opinioni e scelte, d’imporsi a popoli, classi, società e famiglie, usando tutti i numerosi mezzi tecnici messi a sua disposizione.

    Essendosi rifiutato di riconoscere una verità certa e di tendere a un bene oggettivo, questo potere si riduce alla tecnica “gestione delle risorse”, siano esse cose o persone, per cui tutto si riduce ad “applicare le regole”, nel campo politico come in quello etico e religioso. Eppure, in nome del relativismo, questo potere pretende d’imporre le proprie convinzioni come indiscutibili e, in nome del permissivismo, pretende d’imporre le proprie decisioni come inappellabili.

    Non c’è da meravigliarsi di questo paradossale risultato: il permissivismo liberale suscita una tendenza anarchica che richiede di essere bilanciata dalla repressione comunista. Del resto, permettere e tutelare le false libertà di alcuni comporta inevitabilmente vietare e reprimere le vere libertà di altri. Ad esempio, tutelare per legge i “diritti civili” libertari richiede che i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari (locali, nazionali, soprannazionali) controllino dispoticamente l’intera vita sociale.

    Insomma, assistiamo alla maturazione di quella democrazia totalitaria già tentata dalla Rivoluzione Francese mediante il Terrore giacobino. Pertanto, oggi dobbiamo ripetere il profetico ammonimento rivolto due secoli fa da Juan Donoso Cortès: “il mondo cammina verso la costituzione di un dispotismo, il più gigantesco e assoluto mai esistito a memoria d’uomo” (Discorso al Parlamento spagnolo, 4-1-1849). Il fatto ch’esso forse ci sarà risparmiato dalla Divina Provvidenza non ci esime dall’impedire che prevalga nelle società odierne.

     

    Dalla biocrazia alla sanitocrazia

    La novità del nostro tempo è costituita dal fatto che l’ingerenza del potere nella vita quotidiana sta facendo un salto di qualità, estendendosi dal corpo sociale a quello individuale. La sociocrazia del positivismo ottocentesco ha prodotto una biocrazia che oggi si realizza in una sanitocrazia, tentando d’imporre un capillare controllo sanitario che assicuri la “purezza” e la “qualità della vita” di ambienti, famiglie e individui.

    Di conseguenza, la vita quotidiana viene “medicalizzata” in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue fasi: dal concepimento alla nascita, dalla pubertà alla riproduzione, dalla vecchiaia alla morte; essere in salute è un dovere di “solidarietà sociale”. Pertanto, se non vogliono essere scartati, anche i sani devono sottoporsi alla inquisizione sanitaria, realizzata da procedure diagnostiche e terapeutiche effettuate da sempre più sofisticati e invasivi apparecchi tecnologici.

    Anche in questo nuovo settore, il potere totalitario tenta di giustificare la propria invadenza propagandando una falsità, o almeno una verità falsificata, che suscita spavento e dispone alla sottomissione. Si prospetta cioè il dovere affrontare un grave pericolo – cospirazione, rivolta, terrorismo, guerra, carestia, epidemia, inquinamento – che minaccia la integrità o la salvezza di una classe o di un popolo.

    Per esempio, da molti anni, potenti organizzazioni cosmopolitiche – come ONU, UNESCO, FAO, OMS, Unione Europea e World Economic Forum – sostengono che la sopravvivenza del pianeta sia minacciata dalla eccessiva crescita della natalità umana. Pertanto, essi pretendono che le arti mediche s’impegnino non tanto a far nascere, guarire e salvare vite umane, quanto a realizzare una politica antinatalista ed eugenetica mediante sterilizzazione, contraccezione, aborto, eutanasia di massa.

    Più recentemente, le sopra citate organizzazioni alimentano una propaganda mondiale sulla nota epidemia da virus SARS/COVID-19, presentandola come talmente pericolosa da costituire un’assoluta emergenza. Secondo loro, la crisi potrà essere risolta solo mediante una drastica politica sanitaria che affidi pieni poteri a un nuovo sistema politico-medico-farmaceutico, di carattere cosmopolitico, capace di esercitare un “nuovo potere costituente” tale, da avviare il maggior esperimento sociale d’inquadramento burocratico della popolazione finora tentato nei regimi democratici.

    In realtà, questa manovra ha finalità non tanto sanitaria quanto di potere, perché mira a ottenere un controllo assoluto del corpo sia sociale che biologico, sospendendo i diritti civili e le leggi fondamentali degli Stati, eludendo le esigenze di qualunque altro valore, anche morali e religiose. Lo dimostra il provvedimento che impone a tutti un green pass senza il quale non si può fare nulla.

    Questa politica sanitaria presuppone le seguenti tesi materialistiche: il corpo è il massimo bene umano; mantenerlo in salute è il massimo dovere civile; preservare l’integrità biologica della società è il massimo interesse comune. Di conseguenza, l’autorità sanitaria e il potere politico hanno diritto di sacrificare le esigenze spirituali a quelle cliniche, anche impedendo ad ogni individuo, famiglia e comunità di compiere i propri doveri civili, morali e religiosi.

    Tesi così false attuano un totale sovvertimento dei valori, sottomettendo quelli spirituali a quelli materiali; pertanto, esse sono condannate non solo dalla verità cattolica, ma anche dalla bioetica e dal diritto naturale. A questa prospettiva bisogna obiettare, parafrasando un noto ammonimento evangelico: “chi pretenderà di salvare la salute materiale sacrificandole quella spirituale, finirà col perdere entrambe; chi invece sarà disposto fare l’inverso, le salverà entrambe”.

     

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