crisi economica

  • 10 ricette per prepararsi al crollo economico

     

     

    di Raymond Drake

    Una "intemperanza frenetica" sta destabilizzando la nostra economia. È un impulso inquieto, esplosivo e implacabile dentro l'uomo. Cerca di mollare tutti i legittimi freni e di gratificare tutte le passioni disordinate.

     

    I problemi che dobbiamo affrontare adesso

    A causa della "intemperanza frenetica", la nostra economia sta crollando sotto schiaccianti obblighi di debito: personali, aziendali, statali e locali, spese federali fuori controllo, disavanzi commerciali incontrollati, una base manifatturiera che si è largamente spostata off-shore, e un dollaro traballante il cui status di riserva monetaria è sempre più sfidato in tutto il mondo. Regolamenti socialisti paralizzanti, leggi e tasse che soffocano sia le imprese che gli individui, scoraggiano l'iniziativa e annullano gli incentivi a lavorare e investire.

    Nessuno si aspetta che una casa senza fondamenta sopravviva a un uragano. Allo stesso modo, è irragionevole aspettarsi che, mentre i venti risultanti da decenni di comportamento intemperante e irresponsabile raggiungono la forza di una burrasca, la nostra società possa resistere al loro potere distruttivo.

     

    L'America sopravvivrà?

    Lo sgretolamento dell'"American way of life" non significa necessariamente la fine dell'America. Dobbiamo pregare, lavorare e confidare in Dio perché dalle macerie della nostra società in rovina, sorga una nuova America, un'America di fede e famiglia, servizio e onore.

    Tutto dipenderà da come affronteremo il prossimo crollo economico. Un crollo che può arrivare improvvisamente o a tappe, come i gradini di una scala. Comunque, in entrambi i casi, dobbiamo essere preparati.

    Tratte dall’illuminante libro di John Horvat “Ritorno all'ordine: da una economia frenetica a una società cristiana organica – Dove siamo stati, come siamo arrivati qui, dove dobbiamo andare”, elenchiamo di seguito 10 ricette per aiutarci in questa circostanza.

     

    1. Rimaniamo sul posto

    Di fronte alla crisi, alcuni suggeriscono di fuggire nei recessi remoti dell'America o di trasferirsi all'estero. Questo è sbagliato, perché il mondo è così interconnesso e interdipendente oggi che la crisi ci raggiungerà ovunque, in un modo o nell'altro. Più importante ancora, è il momento di combattere per l'America e non di abbandonarla. Ovunque viviate e qualunque sia la vostra occupazione, dovete resistere, lottando per il bene comune della nazione, legalmente e pacificamente.

     

    2. Rifiutare le false soluzioni

    Abbondano le false soluzioni. Conoscetele e rifiutatele. Le false soluzioni della sinistra comprendono la spinta a più socialismo, la resa della nostra sovranità ai tribunali internazionali, lo spostamento verso un governo globale e verso ideologie sub-consumiste, neo-tribali ed ecologiche. Le false soluzioni della destra comprendono un’avversione quasi anarchica al governo, il secessionismo e il survivalismo (survivalism) energeticamente autonomo.

     

    3. Prepararsi con prudenza

    La prudenza è la virtù con cui scegliamo i mezzi adeguati per raggiungere il nostro fine. Nell'affrontare una crisi, spesso troviamo più facile concentrarci sulle misure pratiche. Certamente queste non sono da trascurare, ma è più importante contare sui mezzi spirituali che ci aiuteranno ad affrontare i problemi che ci attendono.

    Per questo, dobbiamo rafforzare la nostra fede, fortificare i principi e le convinzioni, iniziando questa prudente preparazione con la preghiera e la riflessione calma e ragionata. Questo renderà solidi i nostri principi e saldo il nostro attaccamento alle istituzioni. Solo ragioni profonde e solide ci sosterranno nella dura e lunga lotta.

     

    4. Esaminare stili di vita e abitudini personali

    Il movimento per trasformare l'America inizia dentro ognuno di noi, sul piano individuale. Poiché l'intemperanza frenetica e l'individualismo egoista sono alla radice dei nostri problemi socio-economici, ad essi dobbiamo opporci risolutamente nella nostra vita personale.

    Questo significa eliminare certe abitudini e stili di vita. Per esempio, spendere oltre i propri mezzi o inseguire mode e tendenze; fare investimenti imprudenti, persino spericolati; essere travolti da orari stressanti; permettere che la frenesia dei gadget tecnologici domini la nostra vita; mettere l’interesse per il denaro al di sopra della famiglia, della comunità o della religione; preferire la quantità alla qualità e avere un'avversione per il tempo libero e la riflessione.

     

    5. Ponderare la dimensione morale

    L'intemperanza frenetica è radicata nella sfrenatezza egoistica e favorisce l'individualismo, per cui Dio e il prossimo sono esclusi dall'universo immaginario che creiamo per noi stessi. Insegna infatti san Giovanni: "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4, 20). Quanto diverso dall’individualismo è il principio guida predicato e vissuto dal Nostro Divino Salvatore: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13). Attraverso una generosa donazione di sé sradichiamo dalla nostra vita l'intemperanza frenetica e l'individualismo egoistico.

    Qualunque cosa il collasso economico dell'America comporti per noi e per le nostre famiglie, sviluppare l'abitudine all’abnegazione è un'eccellente modo di preparazione spirituale. Infatti, la dedizione agli altri e al bene comune, cioè la vera carità, ha sostenuto ogni società cristiana per 2.000 anni.

     

    6. “Ci vuole una famiglia”

    Giustamente i genitori vedono i loro figli come una loro estensione e si sacrificano per loro. A loro volta, i figli si sentono obbligati da legami di natura ad amare, onorare e sacrificarsi per i loro genitori che hanno collaborato con Dio per dare loro l'esistenza. Questi legami di affetto e di servizio tendono naturalmente ad espandersi, andando oltre la famiglia nucleare fino alla famiglia latu sensu: nonni, cugini, zii, e così via.

    L'ex senatore degli Stati Uniti Rick Santorum ha giustamente notato che "ci vuole una famiglia". La famiglia è una potente e affettuosa rete di sicurezza sociale, e può fornire molti dei servizi usurpati dal freddo Stato moderno. Come entità economica, la famiglia tende a creare modelli di produzione e consumo diversi dal modello individualista imperfetto di oggi.

    Dal punto di vista economico, le strutture temperate dalla tradizione familiare proteggono le persone dalla concorrenza spietata. L'influenza predatoria dell'usura è diminuita poiché molti ricorrono alla famiglia nei momenti di bisogno. L'ambiente affettuoso delle nostre famiglie è il luogo più facile per praticare la carità cristiana.

     

    7. Ci vuole un villaggio

    Dal suo piedistallo a sinistra, Hillary Clinton ha detto che "ci vuole un villaggio". Questo è forse l'unico punto in cui siamo d'accordo con lei, anche se il presupposto di fondo è diverso. La sua è una visione socialista, la nostra deve essere cristiana.

    Vediamo lo spirito della famiglia rispecchiarsi in associazioni e comunità, paesi e città. Questi corpi intermedi tra la famiglia e lo Stato sono aperti allo spirito temperato della famiglia, che irradia la sua influenza benevola verso l'esterno.

    Questo stesso spirito di famiglia ha una tale capacità di unire e integrare, che tutti, in una regione, anche gli elementi esterni, alla fine condividono una mentalità, un temperamento e un affetto comuni, come in una famiglia. Una persona del Sud, per esempio, partecipa alla grande "famiglia del Sud" o, per estendere ulteriormente l'analogia, alla grande famiglia americana.

    Amiamo la nostra comunità. Lasciamoci coinvolgere, fieri delle buone caratteristiche, tradizioni, prodotti e conquiste culturali della regione, facendo tutto il possibile per svilupparle ulteriormente. Aiutiamo gli altri a vedere le benedizioni che Dio ha messo nella nostra regione.

     

    8. Ci vuole uno Stato cristiano

    Questo sentimento di affetto è, difatti, il più importante elemento di unione per lo Stato. Costituzioni, leggi e istituzioni possono essere elementi unificanti indispensabili, ma il più vitale di tutti è l'affetto familiare, senza il quale lo Stato è destinato ad essere diviso in sé stesso. Tanti Stati moderni si vantano delle loro spaccature! Sono divisi da partiti politici, da fazioni o da un'intensa concorrenza economica. Dovrebbero piuttosto vantarsi nell'unire i gruppi sociali, le fazioni e i partiti. I matrimoni dovrebbero unire famiglie, industrie, regioni. Il vero patriottismo non è altro che questo sentimento familiare e l'amore comune per la terra natale di tutti coloro che abitano in uno stesso paese.

    Lo Stato cristiano dà unità, direzione e finalità al corpo sociale - abbracciando, mai assorbendo; delegando, mai concentrando; incoraggiando, mai soffocando.

    Dobbiamo rimanere impegnati nella guerra culturale e trovare il modo di fare rete con gli altri, facendo tutto il possibile affinché il nostro Stato e le nostre leggi siano conformi alle leggi morali divine e naturali.

     

    9. Ci vuole fedeltà al Battesimo

    Senza la fedeltà al nostro Battesimo cristiano, la competizione e le lotte di potere saranno inevitabili. Come risultato, la famiglia finisce per essere divorata dalla società, e la società dallo Stato.

    Uno spirito familiare cristiano deve permeare la società e lo Stato. "Di tutte le disposizioni e abitudini che portano alla prosperità politica, la religione e la moralità sono i supporti indispensabili", scrisse George Washington nel suo discorso d'addio.

    E, sebbene Sant’Agostino abbia parlato circa 1600 anni fa, il suo insegnamento rimane vero tutt’oggi: "Pertanto coloro che affermano che la dottrina del Cristo è nemica dello Stato, ci diano un tale esercito, quale la dottrina di Cristo volle che fossero i soldati: ci diano tali provinciali, tali mariti, tali sposi, tali genitori, tali figli, tali padroni, tali servi, tali re, tali giudici, infine tali contribuenti e tali esattori del fisco, quali prescrive che siano la dottrina cristiana, e poi osino chiamarla nemica dello Stato e non esitino piuttosto a confessare che, se essa fosse osservata, sarebbe la potente salvezza dello Stato." ("Epis. 138 ad Marcellinum," in Opera Omnia, vol. 2, in J.P. Migne, Patrologia Latina, col. 532.)

    Dobbiamo diventare apostoli di un tale spirito cristiano, aiutando altri a prenderlo a cuore nelle loro vite quotidiane.

     

    10. Ci vuole leadership

    Di fronte all'attuale crisi economica, abbiamo due gruppi. Quelli con qualità di leadership che riescono egregiamente in quello che fanno e quelli che cercano aiuto e direzione. Quello che manca è un modo per unire entrambi i gruppi. Quindi, abbiamo bisogno di rigenerare una cultura che incoraggi figure rappresentative per unificare la nazione e affrontare la crisi.

    Dobbiamo incoraggiare forme di leadership che esprimano legami di fiducia reciproca. Dovremmo pensare a modi concreti - come ci vestiamo, parliamo e comandiamo - per diventare figure veramente rappresentative agli occhi di coloro che ci seguono (nella famiglia, azienda, parrocchia, comunità, regione o stato). Questo ci porterebbe a scoprire modi per abbracciare il dovere, la responsabilità e il sacrificio, rifiutando un individualismo sbagliato ed egoista.

    Con molti leader così impegnati a tutti i livelli della società, lavorando per il bene comune, possiamo restaurare l'America. Si potrà essere leader in alcune aree (grandi o piccole) e seguaci di leader in altre. Comunque, bisogna rendere onorevole la propria leadership e mostrarsi riconoscenti a tutti i leader.

     

    Cos'è un personaggio rappresentativo?

    Un personaggio rappresentativo è una persona che percepisce gli ideali, i principi e le qualità che sono desiderati e ammirati da una famiglia, da una comunità o da una nazione e li traduce in programmi concreti di vita e cultura.

    Si potrebbero indicare figure esponenziali dal generale George Patton a quelle di persone meno famose come i sacerdoti abnegati, gli insegnanti dediti ai loro compiti o i leader locali o corporativi altruisti che disegnano e mettono insieme le persone, dando il tono alle loro comunità. La cultura moderna invece scoraggia l'emergere di personaggi autenticamente rappresentativi e propone personaggi falsi e non rappresentativi, che corrispondono alla nostra società di massa.

     

    Fonte: Return to Order, 10 ottobre 2018.Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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  • Il prezzo della cecità

     

     

    di Julio Loredo

    Essere cieco può costare molto. Non mi riferisco, ovviamente, alla cecità fisica, della quale la persona non ha nessuna colpa e che, vissuta con rassegnazione ed elevatezza di animo, può trasformarsi in uno strumento di sviluppo umano e perfino di santificazione. Mi riferisco alla cecità intellettuale e morale, consapevole e volontaria, che porta le persone e le società a fare delle scelte sbagliate che, alla fine, presentano il conto. Proprio in questi mesi una delle più grandi cecità dell’Europa sta passando un conto salatissimo.

    “Ricatto di Putin. Gas alle stelle”, titola il Corriere della Sera, “l’economia italiana crollerà”. “Gli italiani soffriranno col gas”, informa a sua volta La Stampa, citando la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova. “Il caro energia affossa l’Italia”, intitola Il Tempo, di Roma. “Una grande tempesta globale”, avverte il quotidiano Libero.

    Tutti i mezzi di comunicazione stanno dedicando ampio spazio all’incombente crisi energetica – e quindi economica – innescata dallo stop ai rifornimenti di gas e di petrolio in ritorsione per le sanzioni con le quali è stata colpita la Federazione Russa dopo l’invasione dell’Ucraina. Piaccia o no, l’Europa oggi dipende dalla Russia per il 61% del gas e per il 27,5% del petrolio. Se Mosca chiude il rubinetto, l’Europa resta al gelo, letteralmente.

    Qualche giorno fa, in un’intervista a Radio 24, il presidente di Confindustria Lombardia, Francesco Buzzella, ha reso noto che il 70% delle aziende italiane sono a rischio chiusura dovuto al caro energia. Gli imprenditori, infatti, non riescono a caricare tutto l’aumento del costo di produzione sui clienti. Quel poco che è stato fatto ha già spinto l’inflazione all’8,4% su base annua, incidendo quindi su tutto il paniere dei consumi.

    Un servizio della Fox News, intitolato Back to the Dark Ages (Ritorno ai secoli bui), informa che in Gran Bretagna oltre il 70% dei restauranti cammina verso il fallimento, mentre la Francia ha annunciato forti razionamenti all’energia, come nei tempi di guerra, e in Polonia le famiglie stanno stoccando carbone per affrontare l’inverno. “Siamo tornati ai tempi della seconda guerra”, si lamentava un anziano contadino.

    La subitaneità e l’enormità della crisi è sconcertante, e fa pensare che sotto ci sia qualcosa di più profondo. Come è possibile, per esempio, che due mesi fa la Francia fosse una grande esportatrice di energia, e oggi invece si prepari a un’economia di guerra? Come è possibile che, fino a poche settimane fa, gli Stati Uniti fossero autosufficienti in petrolio, e oggi invece debbano supplicare il Venezuela? Come è possibile che la Germania, che pure ha una vasta rete di impianti a carbone solo di recente chiusi, ne abbia riattivato appena uno?

    È difficile sfuggire all’impressione che, al meno in alcuni aspetti sostanziali, questa crisi abbia alcuni connotati dell’artificialità. Come se a qualcuno facesse comodo spingere la nostra società verso i “secoli bui”, o almeno far balenare questa possibilità.

    Chi conosce, per esempio, i meccanismi che muovono l’ormai famigerata Borsa del Gas di Amsterdam, la Dutch Title Transfer Facility, che decide sul prezzo del gas in Europa? Chi può veramente spiegare perché l’Italia non attiva i suoi numerosi pozzi di gas, per esempio nel Mar Adriatico? In Italia ci sono 1.298 pozzi produttivi di gas naturale. Tra questi, soltanto 514 sono “eroganti”, il resto, cioè il 66%, sono “attivi ma non eroganti”. L’Italia potrebbe triplicare la sua produzione di gas naturale in pochi mesi. Perché non si è attuato un piano in quel senso?

    Trent’anni fa in Italia erano estratti fino a 20 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno, ma per molteplici ragioni questa cifra si è ridotta a circa un sesto. A fermare lo sviluppo e la produzione nazionale c’è soprattutto il Pitesai (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee), il programma varato dal primo governo Conte come strategia alternativa alle trivelle per l’esplorazione e produzione di metano.

    Simili considerazioni si potrebbero fare riguardo altri Paesi europei.

    Ciò che ci preme rilevare, però, è il fattore principale che ci ha portato a questa situazione, e che abbiamo menzionato all’inizio: la cecità colpevole dei nostri governanti. Questa crisi era perfettamente prevedibile e, quindi, evitabile.

    Già nel lontano 1972, diverse voci autorevoli, tra cui quella di Plinio Corrêa de Oliveira, avvertivano che l’Europa stava imboccando la strada del suicidio energetico, e quindi politico, mettendosi nelle mani dell’URSS per i rifornimenti di petrolio e di gas. “L’Europa è un Achille che di calcagni vulnerabili ne ha non uno bensì due”, scriveva il pensatore cattolico brasiliano nel luglio 1972. E proseguiva: “Un calcagno è il petrolio e il gas di provenienza sovietica nonché dei paesi arabi più o meno comandati da Mosca. Se, da un momento all’altro, la Russia tagliasse il rifornimento di gas e di petrolio, potrebbe paralizzare buona parte dell’industria e dei trasporti in Europa”.

    Plinio Corrêa de Oliveira stava commentando un editoriale del New York Times, scritto da C.L. Sulzberger, nel quale il noto giornalista ammoniva: “È innegabile che l’Europa occidentale sta diventando, in modo sempre più irreversibile, dipendente dalla buona volontà di Mosca per la sua sicurezza e per il suo progresso economico”. Tutto era iniziato nel 1964, col gasdotto Druzhba che, partendo dalla Siberia, riforniva alcuni paesi dell’Europa dell’Est, ma anche Germania e Austria. Nel 1972 era già operativo il sistema di trasferimenti di gas Siberia Occidentale – Europa Occidentale.

    Questa situazione era il risultato della politica di détente nei confronti dell’URSS che, parafrasando Churchill, consisteva nell’alimentare l’orso sperando di essere mangiato per ultimo. Politica rispecchiata poi, in campo ecclesiastico, dalla famigerata ostpolitik. Si cominciava a prospettare il rischio che l’Europa fosse “finlandizzata”, un’espressione del gergo politico di allora per descrivere un paese in una situazione simile a quella della Finlandia, cioè sovrana sulla carta ma del tutto dipendente dall’Unione Sovietica. Mentre i più lungimiranti proponevano un atteggiamento più fermo per proteggere l’Europa, i fautori della détente e dell’ostpolitik consigliavano invece di raddoppiare la razione all’orso...

    Questa dipendenza si aggravò ulteriormente nel 1982 con la costruzione del gasdotto di Yamal, un mega progetto da 45 miliardi di dollari per esportare gas siberiano in Europa occidentale. Plinio Corrêa de Oliveira definì questo gasdotto “un’immensa corda di acciaio con la quale Mosca potrebbe strozzare sia l’Europa occidentale che quella orientale, visto che tutte e due diverranno largamente dipendenti dal gas sovietico per affrontare i rigori dell’inverno”.

    Dagli Stati Uniti, durante varie amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, piovvero critiche a questi progetti. Con ragione, gli americani erano preoccupati che la stretta dei legami energetici tra la Russia e l’Europa prefigurasse una crescente dipendenza dell’Unione Europea dal gas russo, e di conseguenza un indebolimento geopolitico del Vecchio Continente a favore di Mosca. Inutile! Per motivi che soltanto gli abitanti del Walhalla politico riescono a capire, i vertici europei scelsero di mettersi al collo la corda di acciaio.

    Via di questo passo, nell’ottobre del 2000 l’Unione Europea siglò una collaborazione energetica col presidente russo Putin per costruire il North European Gas Pipeline, noto anche come North Stream, costato la bellezza di 6,5 miliardi di euro, ovviamente finanziati dall’UE. Con questo, l’Europa nel suo complesso divenne ancor più direttamente dipendente dalle buone relazioni con la Russia per un sicuro approvvigionamento energetico. Non bastassero queste due corde di acciaio attorno al nostro collo, adesso abbiamo anche il North Stream 2.

    Ed eccoci ad affrontare la crisi ucraina all’inizio dell’inverno e, quindi, in una situazione di estrema debolezza, direi quasi di sudditanza.

     

    Attribuzione immagine: ©Lenny K Photography/pxhere, CC BY 2.0.

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