cristianesimo

  • Passato splendido, futuro ancora più bello

    Origine, sviluppo e declino del cristianesimo portoghese sotto la Croce del Sud. Ragioni di speranza

     

     

    di Gustavo A. Solimeo*

    Ricordo commosso quel 3 gennaio 1992, quando gli abitanti di San Paolo videro per le loro strade la maggior commemorazione fatta in Brasile della “più grande e meravigliosa[impresa] di quante mai se ne videro nell’ordine delle cose umane”, come la definì papa Leone XIII nella sua enciclica Quarto abeunte saeculo.

    Ovvero la grande sfilata con cui si apriva la commemorazione del V Centenario della Scoperta dell’America, una iniziativa del professor Plinio Corrêa de Oliveira e del movimento da lui fondato, Tradizione Famiglia e Proprietà (TFP), per celebrare “l'eredità di Colombo”, che il Brasile condivide con le nazioni consorelle del Continente.

    Ruolo del Brasile nella “Nuova Cristianità”

    Non c'è dubbio che la scoperta, la formazione e l'evangelizzazione del mio Paese rientra ─ anche se in modo peculiare, come si dirà più avanti ─ nella visione teologica di papa Pecci riguardo ai disegni della Provvidenza in relazione all'epopea colombiana che: "[...] sembra fosse stata particolarmente ordinata da Dio a ristoro dei danni che la cattolicità avrebbe poco dopo patito in Europa".

    Secondo Plinio Corrêa de Oliveira era anche nei disegni della Provvidenza che il nuovo cristianesimo da stabilire nel Nuovo Mondo, in compensazione delle perdite che avrebbe subito nella vecchia Europa, avrebbe avuto due espressioni: una di matrice ispanica e l'altra di matrice lusitana, ognuna delle quali rifletteva a suo modo aspetti particolari dell'anima cattolica iberica. Entrambi i filoni coesistono armoniosamente.[1]

    Il grande maestro della controrivoluzione sottolinea, tuttavia, la natura lusitana dell'anima brasiliana: "Sono proprio questi tratti, ereditati dai nostri antenati portoghesi, che costituiscono, con importanti varianti nel nostro suolo patrio, gli elementi tipici dell'anima brasiliana. [...] Perché un Brasile che rinunciasse a ciò che ha dell'eredità portoghese cesserebbe di essere il Brasile".[2]

    Ed è proprio questo lusitanismo, temperato da altre influenze (indigene e africane), che costituisce, sul piano naturale, il contributo specifico del Brasile al cristianesimo del futuro.

    Poiché è meno conosciuto, tratteremo qui l'origine, la formazione e lo sviluppo del cristianesimo lusofono, cioè del Brasile. Purtroppo, lo spazio a nostra disposizione permette solo uno schizzo a grandi pennellate di una realtà che meriterebbe il pennello di un miniaturista per presentarla in tutta la sua ricchezza e varietà.

    Gesta Dei per Portucalenses

    L'epopea evangelizzatrice e civilizzatrice intrapresa dai portoghesi è stata chiamata Gesta Dei per Portucalenseso Gesta Dei per Lusitanos[3], in un'allusione alle crociate, cioè, alle Gesta Dei per Francos. E infatti le grandi navigazioni lusitane facevano parte del movimento di riconquista della penisola iberica dai seguaci di Maometto. Dopo averli espulsi definitivamente dal suo suolo, il piccolo Portogallo li insegue, andando a sfidarli in terra africana.

    "Le loro imprese erano considerate a Roma come crociate per la propagazione della fede", scrive lo storico dei papi, L. Pastor.[4] Lo storico britannico C. Raymond Beazley aggiunge: Con successive bolle papali, "tutti i prelati e i dignitari della Chiesa devono predicare questa impresa portoghese come una crociata e concedere a coloro che dovrebbero prendervi parte la stessa indulgenza plenaria accordata ai pellegrini della Palestina. [...] La stessa nota di crociata viene ripetutamente segnalata dai pontefici dei decenni successivi..."[5]

    Il Brasile è nato sotto il segno della croce

    Lo zelo per la propagazione della fede fu uno dei fattori che più contribuirono a far sì che i popoli iberici intraprendessero grandi navigazioni nella seconda metà del XV secolo. Alla ricerca di spezie, i portoghesi aprirono la rotta marittima verso le Indie; alla ricerca di nuove terre per la Corona, raggiunsero il Brasile; sempre, in tutte queste conquiste, li animò un ideale religioso, che incoraggiò più "cristãos atrevimentos".[6]

    Il re Manuel, "il Fortunato", durante il cui regno (1495-1521) fu scoperto il Brasile, era pienamente consapevole del suo ruolo di alfiere della Fede - portabandiera della religione cattolica - come fu chiamato dal suo contemporaneo, il poeta Gil Vicente.[7] 

    Così, il Brasile è nato cattolico. La prima terra avvistata dalla flotta scopritrice, martedì 21 aprile 1500, fu una collina battezzata "Monte Pascoal", perché era la settimana di Pasqua.

    Il Brasile nacque sotto il segno della croce: la nuova terra fu battezzata "Ilha da Vera Cruz", poiché si pensava che fosse un'isola. Più tardi, quando si scoprì che era un continente, il nome fu cambiato in Terra da Santa Cruz.

    Il primo atto ufficiale compiuto sul suo suolo fu la celebrazione di una Santa Messa la domenica di Pasqua, 26 aprile, da parte del frate francescano Henrique de Coimbra.

    Il comandante della flotta che scoprì il Brasile, Pedro Álvares Cabral ─ Signore di Belmonte e Signore Sindaco del Castello di Azurara ─ era un Cavaliere dell'Ordine di Cristo, come diversi dei principali capitani.

    Le vele delle loro navi portavano la croce di questo ordine cavalleresco. A bordo della nave ammiraglia arrivò una statua di Nostra Signora della Speranza (ancora venerata a Belmonte, in Portogallo).

    Fin dai primi anni, missionari di vari ordini religiosi ─ francescani, carmelitani, benedettini ─ si impegnarono nell'evangelizzazione degli indigeni, e presto un gran numero di loro fu battezzato.

    La Compagnia di Gesù si distinse in questo lavoro missionario, portando lo spirito della Controriforma nelle nuove terre. Molti furono i gesuiti che lavorarono qui; evidenziamo solo alcuni nomi: San José de Anchieta ─ "l'apostolo del Brasile", per antonomasia ─ Manuel da Nóbrega, Inácio de Azevedo, che sarebbe diventato uno dei Quaranta Martiri del Brasile, beatificati da papa Pio IX l'11 maggio 1854.

    Una società patriarcale, con caratteristiche quasi feudali

    I coloni si stabilirono intorno alle missioni, dando origine a villaggi e città. Tra questi c'era San Paolo, fondata nel 1554 dai già citati gesuiti Manuel da Nóbrega e san José de Anchieta, allora semplice novizio.

    Si sviluppò gradualmente una società organica, rurale e cristiana, con l'istituzione della famiglia patriarcale come base sociale e una grande autonomia del potere comunale.

    Le asprezze della schiavitù furono limate dalla carità cristiana, aiutata da quella caratteristica dell'anima brasiliana di simpatizzare con la sofferenza degli altri e di cercare di alleviare i mali che non si possono evitare. Mentre l'abolizione della schiavitù significò per il Nord America una guerra fratricida che costò più di un milione di morti e incalcolabili danni materiali, l'abolizione in Brasile avvenne senza traumi: leggi successive abolirono gradualmente la schiavitù, un processo che culminò nella cosiddetta "Legge d'oro" (1888), firmata dalla principessa Isabella, reggente dell'Impero.

    L'unica monarchia stabile nelle Americhe

    Una caratteristica importante che distingue il Brasile dai suoi vicini ispanici è l'essere stato l'unico Paese delle Americhe a vivere sotto un regime monarchico per quasi 400 anni. È anche l'unica monarchia stabile e riconosciuta a livello internazionale nelle Indie Occidentali.

    La vocazione monarchica della Terra da Santa Cruz fu evidente fin dall'inizio: a partire dal XVII secolo si costituì come principato.

    Infatti, per ordine del re João IV, a partire dal 1645, l'erede al trono del Portogallo avrebbe ricevuto il titolo di "Principe del Brasile", così come l'erede della corona inglese è "Principe del Galles" e di quella spagnola "Principe delle Asturie". Con una chiaroveggenza che si potrebbe definire profetica, lo stesso re stabilì che se la "piccola casa del Portogallo"[8] fosse stata nuovamente invasa da forze straniere superiori alle sue, la Corte e il governo si sarebbero trasferiti in Brasile, e da lì avrebbero continuato a governare l'Impero.

    Questo è precisamente ciò che accadde nel 1807/1808, quando Napoleone invase la penisola iberica: il principe reggente don João (poi re João VI) si trasferì nella Terra della Santa Croce. Questo gli evitò il destino del monarca spagnolo, che fu deposto e fatto prigioniero dai francesi.

    Per tredici anni (1808-1821), Rio de Janeiro fu la capitale dell'immenso impero portoghese, che si estendeva dall'Europa all'America, e poi in Africa, Asia e Oceania.

    Questo periodo ha contribuito allo sviluppo di una visione universalistica del popolo brasiliano, che accoglie gli stranieri a braccia aperte, senza razzismo o xenofobia, e accetta facilmente ciò che viene da fuori, non sempre, purtroppo, separando il grano dalla pula...

    Nel 1815, il Brasile fu elevato a regno, facendo parte del Regno Unito di Portogallo, Brasile e Algarve.

    Nel 1821, il re João VI tornò in Portogallo, lasciando come reggente del Regno del Brasile suo figlio ed erede, il principe don Pedro, di 23 anni, sposato con la pia arciduchessa Leopoldina, figlia dell'ultimo imperatore del Sacro Romano Impero, Francesco II (che, dal 1804 in poi, fu semplicemente "imperatore d'Austria" con il titolo di Francesco I).

    Il 7 settembre 1822, il giovane principe, che era cresciuto a Rio de Janeiro ed era considerato da tutti "brasiliano", fu acclamato imperatore Pedro I. Gli successe il figlio Pedro II, che sposò Teresa Cristina delle Due Sicilie (figlia del re Francesco I), soprannominata la "Madre dei brasiliani". Pedro II regnò per quasi mezzo secolo, dal 1840 fino alla sua deposizione con un colpo di stato militare rivoluzionario nel 1889.

    Così, a differenza dei suoi vicini, che ruppero con la Spagna attraverso rivoluzioni sanguinose, il Brasile divenne una nazione pienamente sovrana in modo organico e non traumatico, adottando come propria la dinastia che aveva fatto la sua grandezza, la Casa di Braganza.

    Sempre a differenza dell'America spagnola che, diventando indipendente, si divise in numerose nazioni, spesso in reciproco antagonismo, l'America portoghese - cioè il Brasile - mantenne la sua unità e integrità territoriale.

    Il quinto paese più grande del mondo e il sesto più popoloso

    Di conseguenza, si è formato un paese di dimensioni continentali. Il territorio del Brasile è di 8.514.876 km² ed è il quinto paese più grande del pianeta, più piccolo, nell’ordine, solo di Russia, Canada, Cina e Stati Uniti (compresa l'Alaska).

    La sua superficie corrisponde a circa l'1,6% dell'intera superficie del pianeta, occupando il 5,6% delle terre emerse del globo, il 20,8% della superficie di tutta l'America e il 48% del Sud America. La sua grande estensione territoriale fornisce al paese delle frontiere con quasi tutti i paesi sudamericani; solo il Cile e l'Ecuador non confinano con il Brasile.[9]

    Inoltre, il Brasile è il 6° paese più popoloso del mondo (circa 215 milioni di persone, stima per il 2021).

    Il più grande paese cattolico del mondo

    Il più grande titolo di gloria del Brasile è sempre stato quello di essere il più grande paese cattolico del mondo. Per molto tempo, brasiliano e cattolico sono stati quasi sinonimi. Nel primo censimento, nel 1872, la religione ufficiale dell'Impero era seguita dal 99,7% della popolazione.

    Purtroppo, pur mantenendo il primato nel numero dei cattolici, questi non costituiscono più la grande maggioranza dei brasiliani, subendo perdite crescenti a favore delle sette "evangeliche" o "pentecostali". Fenomeno del resto che si verifica in tutta l'America Latina, secondo un servizio del Wall Street Journal [10], e che, come è noto, si deve in larga misura alla linea pastorale secolarizzata imposta ai cattolici, soprattutto dalla Teologia della Liberazione.

    Quando papa Francesco ha visitato il Brasile nel 2013, il paese era ancora il più grande paese cattolico del mondo, nonostante la riduzione del numero di credenti negli ultimi decenni. Secondo le statistiche, i cattolici sono 123 milioni e rappresentano il 64,6% della popolazione del paese. Secondo l'Annuarium Statisticum Ecclesiae del 2015 e l'Annuario Pontificio del 2017, il Brasile continua ad essere il paese con il maggior numero di cattolici. Tra i dieci paesi del mondo con il maggior numero di cattolici battezzati, esso si trova al primo posto, con 172,2 milioni di cattolici, che rappresentano il 26,4% del totale dei cattolici del continente americano.[11]

    Oggi, pur con una significativa diminuzione, il Brasile è ancora il paese con la più grande popolazione cattolica del mondo, rappresentando da solo circa il 10% dei cattolici del mondo[12].

    "In Portogallo il dogma della fede sarà sempre conservato". Anche in Brasile?

    Infine, il Brasile è il più grande paese di lingua portoghese, la quinta lingua più parlata al mondo, e la terza lingua europea più parlata, dopo l'inglese e lo spagnolo. È l'unico paese delle Americhe che parla il portoghese, la lingua usata dalla Madonna a Fatima.

    Quest'ultima considerazione conclude il nostro giro per il passato luso-brasiliano e apre la porta alla prospettiva del futuro: quali sono i disegni della Provvidenza per l'America portoghese?

    La Madonna ha detto nella Cova da Iria (Fatima): "In Portogallo il dogma della fede sarà sempre conservato". 

    Alcuni commentatori del messaggio di Fatima sono del parere che questa promessa si estenda anche al Brasile, tale è il legame storico, culturale e spirituale tra le due nazioni. Il professor Corrêa de Oliveira condivideva questa opinione. Il cardinale Raymond Burke, in una visita alla sede dell'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira a San Paolo (Brasile) nel 2017, ha espresso la stessa opinione.

    In generale, ci sono diversi argomenti presentati per dedurre che il Brasile era nei pensieri della Madonna a Fatima: in queste apparizioni ha parlato in portoghese. Ha trasmesso in questa lingua il messaggio più importante del nostro tempo. Avrebbe potuto apparire in qualsiasi altro Paese. Tuttavia, la tribuna scelta dalla Madre di Dio per parlare al mondo è stato il Portogallo e la lingua per trasmettere questo messaggio è stato il portoghese.

    Ora, mentre altri popoli devono tradurre il Messaggio di Fatima nelle loro lingue, con le imprecisioni e le interpretazioni inerenti alle traduzioni, i brasiliani (come gli altri popoli di lingua portoghese) ricevono le parole della Vergine nella loro versione originale. Questo sembra indicare che il Brasile era anche il destinatario di queste parole. E in un modo molto speciale, dato che il Brasile è il più grande Paese di lingua portoghese (l'80% dei parlanti portoghese, ovvero quattro su cinque).

    Curiosamente, il miracolo che ha reso possibile la canonizzazione di Francisco e Giacinta Marto è avvenuto in Brasile (la guarigione di un bambino brasiliano), e anche ciò dimostrerebbe la stretta connessione tra il Brasile e Fatima.

    Grande apostolo di Fatima, il professor Plinio Corrêa de Oliveira lanciò nel 1992 la Campagna “Vieni Nostra Signora di Fatima, non tardare” perché considerava di grande importanza l'ampia diffusione del Messaggio della Vergine tra le famiglie brasiliane, come primo passo per condurre le anime al compimento delle chiamate della Madonna nella Cova da Iria.

    A poco a poco, quest'opera, ispirata dal fondatore della TFP, si è diffusa in tutto il Brasile, raggiungendo tutti gli strati della popolazione, attraverso il pellegrinaggio permanente di immagini della Madonna di Fatima in tutto il Paese, per prepararlo al Regno del Cuore Immacolato di Maria, da Lei promesso a Fatima. Del resto, questa iniziativa ha ispirato la campagna America Needs Fatima, della TFP statunitense e iniziative simili di altre organizzazioni consorelle in diverse nazioni.

    Non ci sono ombre in questo panorama?

    Sì, e ne siamo pienamente consapevoli.

    Ma le ombre sono state così enfatizzate ed esagerate dalla “Cancel culture” (“cultura della cancellazione”) prevalente in certi circoli accademici in questi giorni, che ci è sembrato preferibile concentrarsi sulla "luce che splende nelle tenebre" piuttosto che sulle "tenebre che non hanno vinto la luce" (cfr. Gv 1,5-9).

    Conclusione

    Il Brasile è nato sotto il segno della Santa Croce.

    A differenza dei suoi vicini dell'America spagnola, il Brasile non si è frammentato quando ottenne la piena indipendenza, che è avvenuta pacificamente, in una transizione naturale e mantenendo la dinastia regnante.

    L'unità territoriale, politica, culturale e religiosa fu assicurata da due istituzioni: l'altare e il trono. Infatti, l'anima brasiliana è stata plasmata dalla religione cattolica e dalla monarchia. Chi non tiene conto di questo non capirà mai il Brasile e i brasiliani.

    La devozione alla Santissima Vergine, sotto l'invocazione di Nostra Signora della Concezione Aparecida, è ancora viva, nonostante la crisi religiosa che stiamo attraversando.

    Tutto ciò sembra indicare un disegno della Provvidenza nei confronti della Terra della Santa Croce: quello di essere, insieme al Portogallo, la nazione dove si conserverà "il dogma della fede". E sembra anche indicare il futuro che la Provvidenza ha in serbo per il gigante sudamericano: essere una nazione leader del mondo cattolico.

    Preghiamo la sublime Patrona affinché il Brasile si rivolga definitivamente a Lei e corrisponda alla sua grande vocazione.

    *L’autore si è laureato in Storia all'Università di San Paolo. È ex segretario editoriale del mensile di cultura "Catolicismo" (1966-1976), con il quale collabora ancora. Scrive anche per IPCO.org; ABIM─Agencia Boa Imprensa; TFP.org., ed è autore di saggi sulla Teologia della Liberazione, le Comunità Ecclesiali di Base e altre tematiche che trattano la vita della Chiesa.

     

    Note

    [1] Potremmo citare numerosi testi e discorsi di Plinio Corrêa de Oliveira sull'argomento. Solo come punto di riferimento indichiamo il discorso di chiusura della SEFAC - Settimana di Formazione Anticomunista - del 2 novembre 1971. E anche l'articolo da cui prendiamo in prestito il titolo: Plinio Corrêa de Oliveira. “Passado esplêndido, futuro ainda mais belo”. CatolicismoNº 80 - Agosto 1957.

    [2] Ibidem.

    [3] Cf. Luís Filipe Rodrigues Thomaz, Gesta Dei per Portucalenses,Communio, VIII (1991)  6, pp. 501-510. Manuel Leal Freire, A Europa, segundo Camões.  [https://capeiaarraiana.pt/2012/01/07/a-europa-segundo-camoes/] ult. accesso: 19 aprile 2022.

    [4] Cf. Ludwig Pastor. The History of the Popes. Tradotto dal tedesco e pubblicato dal rev. Frederick Ignatius Antrobus dell’Oratorio di Londra, Libro I. Alessandro VI, 1492-1503, cap. VI.

    [5] C. Raymond Beazley, Prince Henry of Portugal and the African Crusade of the Fifteenth Century. The American Historical Review, 16 (1910) 1, pp. 11- 23.

    [6] Camões, Lusíadas, canto VII, est: 14. [Ndt: “cristiane audacie”].

    [7] Gil Vicente, Auto da Fama (1510). In Obras de Gil Vicente. Lisboa, Centro de Estudos de Teatro, Imprensa Nacional Casa da Moeda, Lisboa 2002, p.194.

    [8] Camões, Lusíadas, canto VII, est: 14.

    [9] Área do Brasil. Brasil Escola. [https://brasilescola.uol.com.br/brasil/area-brasil.htm] ult. accesso: 19 aprile 2022.

    [10] Francis X. Rocca, Luciana Magalhaes e Samantha Pearson, Why the Catholic Church Is Losing Latin America.  The Wall Street Journal, 12 gennaio 2022.

    [11] Brasil é o país com o maior número de católicos do mundo, Radio Vaticana, 11 aprile 2017. [https://pt.aleteia.org/2017/04/11/brasil-e-o-pais-com-o-maior-numero-de-catolicos-do-mundo/] ult. accesso: 19 aprile 2022.

    [12] “Igreja Católica no mundo”. Wikipedia [https://pt.wikipedia.org/wiki/Igreja_Cat%C3%B3lica_no_mundo] ult. accesso: 19 aprile 2022. 

     

    Fonte: Osservatorio Internazionale Cardinale Văn Thuận, Bollettino di Dottrina Sociale della Chiesa, Aprile-Maggio 2022, N. 2  – Anno XVIII.

  • Un Mondo post-liberale dovrebbe volere la restaurazione della Cristianità

     

     

    di John Horvat

    Alcuni libri sono preziosi per quello che non dicono. Descrivendo lo stato della cultura essi indicano inavvertitamente la direzione che la società sta prendendo, anche se forse cercano di dimostrare il contrario. Il piccolo libro A World After Liberalism: Philosophers of the Radical Right (ndt, Un mondo dopo il liberalismo - Filosofi della destra radicale) è una di queste opere.

    L'autore Matthew Rose costruisce una difesa del liberalismo classico attaccando i filosofi illiberali della cosiddetta estrema destra. Il suo approccio è obiettivo ed equilibrato, la sua descrizione accattivante e impeccabile. Nelle sue pagine si nascondono accenni al mondo che il post-liberalismo potrebbe originare.

    Il bersaglio sono gli illiberali

    Il chiaro bersaglio delle critiche di Rose è quella fazione della cosiddetta destra che molti oggi etichettano come “illiberale”. Questi “illiberali” non hanno un corpo fisso di principi; non fanno parte della corrente principale (mainstream) del movimento conservatore che opera all'interno della cornice liberale. Il collante fra gli illiberali sarebbe solo l'odio per il liberalismo.

    Gli illiberali criticano il liberalismo perché è materialista, individualista e secolarizzante. Desiderano la comunità, la sussidiarietà e la solidarietà e deprecano il mondo odierno, desacralizzato, demitizzato e antigerarchico, che non riesce a soddisfare gli appetiti spirituali dell'anima umana.

    Questa animosità illiberale è entrata nel dibattito politico e la sua retorica fa ormai parte del dibattito pubblico in America, contribuendo al malcontento per il mondo postmoderno e invitando a immaginare un mondo dopo quello liberale.

    Il dottor Rose ha sentito il bisogno di scrivere il suo studio dopo aver constatato la crescente popolarità della letteratura illiberale, soprattutto tra i giovani. Il metodo scelto per contrastare questa tendenza consiste nell'esporre il pensiero politico di cinque figure chiave delle idee illiberali: Oswald Spengler, Julius Evola, Alain de Benoist, Francis Parker Yockey e Samuel Francis.

    Rivelando i loro strani insegnamenti e le loro vite ancora più strane, l'autore spera di mettere al sicuro il suo liberalismo classico.

    Chi sono questi personaggi?

    L'autore rende un buon servizio descrivendo questi filosofi radicali perché, a causa dei temi avvincenti che sollevano, potrebbero facilmente trarre in inganno i cattolici. Infatti, sulla base di una comprensione superficiale del loro pensiero, si potrebbe essere tentati di immaginare il mondo illiberale successivo al liberalismo come un ritorno all'ordine cristiano.

    Il dottor Rose invece mostra chiaramente che la vita di queste cinque figure era tutt'altro che cristiana. Diversi di loro si auto-identificano come pagani. Uno, Alain de Benoist, è un sessuologo occultista. Un altro, Francis Yockey, si dilettava a scrivere letteratura pornografica. Insomma, tutti erano anticristiani. Le loro vite disordinate e non di rado tragiche non possono essere un modello da imitare. Il loro esempio personale non può essere d’ispirazione per un ritorno all'ordine cristiano.

    Cosa insegnavano

    L'autore va oltre e riesce anche a districare le contorte teorie di questi filosofi illiberali. Le loro critiche alla modernità sono spesso valide, ma le loro opinioni rivelano un mondo sconosciuto, mistico e irrazionale, contrario alla civiltà cristiana.

    La maggior parte di questi scrittori, ad esempio, depreca un mondo vuoto e "desacralizzato" in cui "il lavoro, la famiglia, il tempo libero e la cittadinanza non vengono più nutriti di significato spirituale, ma sono intesi in termini secolari funzionali". Tuttavia, questo desiderio di tornare a un mondo sacrale si evolve rapidamente in un panteismo primitivo, in un mondo di mistero e mito permeato di fantasia.

    Le opere dei filosofi analizzati tendono a mostrare ammirazione per i costumi, i miti, i riti e altri temi che potrebbero cementare una società cristiana organica. Tuttavia, non vengono sviluppati i principi su cui una tale cultura si basa. Al contrario, la loro tendenza è divinizzare questi elementi e trasformarli in una forza vitale che si evolve nella storia.

    Tuttavia, l'aspetto più inquietante dell'illiberalismo è la sua posizione a-cattolica e a-cristiana. Il dottor Rose mostra come Oswald Spengler, ad esempio, "non sosteneva che non c'era civiltà occidentale senza cristianesimo. Sosteneva che non c'era cristianesimo senza civiltà occidentale". Altri invece sostengono che la Chiesa sarebbe contraria a un mondo illiberale post-liberale.

    Insomma, i cinque autori illiberali del libro vedono la Chiesa come parte del problema e non come la soluzione. Un Dio personale e onnipotente non fa nemmeno parte delle loro considerazioni. Per loro, nel migliore dei casi, la religione è un elemento culturale che dovrebbe essere rispettato in quanto parte della tradizione e del folklore, ma dovrebbe essere sottomessa allo Stato così come avviene con l'Ortodossia russa.

    Questo è il tipo di critica che si trova in Un mondo dopo il liberalismo. La maggior parte dei lettori ci vedrà poco più di una sinossi che discute idee bizzarre di personaggi bizzarri. Tali critiche sono utili, ma non troppo. Tuttavia, ci sono due cose che il libro non dice esplicitamente e che gli conferiscono valore.

    In difesa della mediocrità liberale

    La prima serve a far vedere che il liberalismo è in crisi. La gente non è più attratta dalle comodità che offre e vuole qualcosa di più e di più alto. In effetti, la presentazione equanime del pensiero illiberale da parte del Dr. Rose è interrotta da una sua difesa sorprendentemente appassionata, quasi violenta, della mediocrità liberale, che egli vede minacciata. Improvvisamente diventa anti-accademico e…antiliberale. Nega le basi storiche dell'Occidente e abbraccia i miti liberali e le superficiali leggende nere che condannano tutto ciò che in Occidente è pre-liberale.

    "Cosa c'è dopo il liberalismo?", si chiede. "Sappiamo bene cosa c'è stato prima: oppressione, ignoranza, violenza e superstizione. Il mito delle nostre origini politiche è la storia di come abbiamo imparato a costruire le società sui valori della libertà e dell'uguaglianza anziché su differenze di culla e sulle crudeltà del potere".

    Dalla negazione degli enormi progressi compiuti nella cristianità pre-liberale l’autore conclude che è molto meglio rinunciare al mondo eroico di tempi passati che perdere "le comodità e la mediocrità del nostro", lamentandosi del fatto che la gente "pensa al coraggio e alla galanteria che [il mondo eroico del passato] ispirava, il che ci spinge a chiederci cosa sia andato perduto per voler scambiare i suoi nobili codici con una maggiore sicurezza... Avrebbe sì potuto ispirare uomini più coraggiosi e azioni più grandi, ma ormai  non si può tornare indietro. La frontiera è chiusa".

    Così, il dottor Rose sbatte la porta a qualsiasi ipotesi di restaurazione della cristianità con forza analoga a quella dei cinque autori illiberali che prende in esame, unendosi a loro nel dire che non si può tornare indietro. Ma non spiega perché non si può tornare indietro né per quale motivo non si può nemmeno pensare di farlo. Si tratta di un decreto liberale da non mettere in discussione.

    Cogliere il suggerimento

    Un secondo elemento di rilievo del libro è che, essendo il liberalismo in crisi, c’è un ampio settore dell'opinione pubblica attratto da argomenti al di fuori degli schemi liberali e che vuole sentire parlare di tematiche come la sacralità, l'onore e la metafisica. In altre parole, i termini del dibattito stanno cambiando.

    Questi stessi settori potrebbero essere attratti dall'ordine cristiano e, per quanti osano cogliere l'occasione, si potrebbe aprire la porta che l'autore sbatte in faccia. Questi eroi potrebbero addirittura varcare la frontiera che porta fuori dal deserto liberale. Per contro, l'inevitabile deludente frustrazione del pensiero illiberale potrebbe portarli a esplorare il mondo razionale, sublime e soprannaturale proposto dall’insegnamento tradizionale della Chiesa, nel quale troverebbero grande soddisfazione. Il mondo post liberale non dovrebbe essere più liberale bensì costituire un ritorno all'ordine cristiano.

     

    Fonte: Tfp.org, 10 giugno 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.