Cristianità

  • Il significato storico della battaglia di Lepanto:
    Cristianità, Occidente e Islam

    Qual'é stato il significato della battaglia di Lepanto per la Chiesa, per l’Europa e per la storia? Lo spiega il prof. Massimo de Leonardis, già direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

     

     

    di Massimo de Leonardis

     

    La battaglia navale di Lepanto è uno degli eventi più importanti della storia, il cui significato trascende il semplice aspetto militare ed è ricco di insegnamenti anche religiosi. La rivoluzione ecclesiale generata dal Concilio Vaticano II ha però gettato un velo di oblio su un avvenimento che costituisce una delle glorie del papato, in nome di un pacifismo assoluto in contrasto con il Magistero della Chiesa, che anche nei documenti più recenti ha riaffermato la liceità della “guerra giusta”.

    Pacificatrice non pacifista

    Infatti, il Catechismo della Chiesa cattolica (1) elencando le condizioni di una «legittima difesa con la forza militare», osserva: «questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della “guerra giusta”»(n. 2309). «La legittima difesa è un dovere grave per chi ha la responsabilità della vita altrui o del bene comune» (n. 2321). Il concetto è integralmente ripreso nel successivo Compendio della dottrina sociale della Chiesa: «Le esigenze della legittima difesa giustificano l’esistenza, negli Stati, delle forze armate, la cui azione deve essere posta al servizio della pace: coloro i quali presidiano con tale spirito la sicurezza e la libertà di un Paese danno un autentico contributo alla pace» (2), ammettendo altresì «un’azione bellica preventiva, lanciata senza prove evidenti che un’aggressione stia per essere sferrata», «sulla base di rigorosi accertamenti e di fondate motivazioni, […] identificando determinate situazioni come una minaccia alla pace e autorizzando un’ingerenza nella sfera del dominio riservato di uno Stato» (3).

    La Chiesa dunque è pacificatrice, ma respinge il pacifismo. Il Venerabile Pio XII affermava nel 1952: «La Chiesa deve tener conto delle potenze oscure che hanno sempre operato nella storia. Questo è anche il motivo per cui essa diffida di ogni propaganda pacifista nella quale si abusa della parola di pace per dissimulare scopi inconfessati» (4). Il pacifismo assoluto è più che mai una pericolosa utopia, come più volte riaffermò il Cardinale Joseph Ratzinger.

    Nel discorso pronunciato in Normandia il 4 giugno 2004 alle celebrazioni del 60° anniversario dello sbarco alleato, egli affermò: «Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra. Questa constatazione […] mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo assoluto» (5). In una lettera al Presidente del Senato Marcello Pera, il Cardinale Ratzinger sostenne poi: «Sul fatto che un pacifismo che non conosce più valori degni di essere difesi e assegna a ogni cosa lo stesso valore sia da rifiutare come non cristiano siamo d’accordo: un modo di “essere per la pace” così fondato, in realtà, significa anarchia; e nell’anarchia i fondamenti della libertà si sono persi» (6).

    Tale concetto fu ribadito e precisato in un discorso pronunciato il 1° aprile 2005, poche settimane prima dell’elezione a Sommo Pontefice: «La pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente interconnessi. […] Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza. […] Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un anarchismo distruttivo e verso il terrorismo».

    Asceso al soglio pontificio, Benedetto XVI in più occasioni si è occupato specificamente del tema della pace e della guerra ribadendo questi concetti. Nel messaggio (7) per la consueta Giornata della Pace del 1° gennaio 2006, il Papa, affermò che «il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace».

    In nome di un irenismo e di un ecumenismo spinti all’eccesso, molti hanno voluto negare il carattere intrinsecamente bellicoso dell’Islam, richiamato invece dal Santo Padre nel mirabile discorso di Ratisbona del settembre 2006: «Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe [un dialogo] con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”» (8). Maometto è in realtà l’unico fondatore di una religione che fu anche un capo guerriero; fin dall’inizio l’Islam si espanse con la violenza e la “guerra santa” è uno dei precetti fondamentali della dottrina e della prassi musulmana.

    Una guerra difensiva

    Altri hanno proposto una lettura assolutamente parziale dei rapporti tra Islam e Cristianesimo, evidenziando i momenti di dialogo e quasi cancellando secoli di aggressività musulmana. In una demitizzazione esasperata di pagine gloriose nella storia militare della Cristianità, ci si è spinti a negare sia valore strategico sia legittimità religiosa a battaglie come quelle di Poitiers e di Lepanto. È dunque opportuno a rileggere il giudizio autorevole di Fernand Braudel: «Se, anziché badare soltanto a ciò che seguì a Lepanto, si pensasse alla situazione precedente, la vittoria apparirebbe come la fine di una miseria, la fine di un reale complesso d’inferiorità della Cristianità, la fine di un’altrettanto reale supremazia della flotta turca [...] Prima di far dell’ironia su Lepanto, seguendo le orme di Voltaire, è forse ragionevole considerare il significato immediato della vittoria. Esso fu enorme» (9).

    Un maestro della storia militare, il britannico John Keegan, elenca Lepanto tra le quindici battaglie navali decisive della storia, da Salamina tra greci e persiani nel 480 a. C., al Golfo di Leyte tra americani e giapponesi nel 1944; ove per decisiva s’intende «d’importanza duratura e non puramente locale». Lepanto segna la fine del potere navale ottomano ed «arresta l’avanzata musulmana nel Mediterraneo occidentale», che da allora fu salvo dalla minaccia strategica dell’espansione turca, così come l’assedio di Vienna del 1683 ne bloccò l’avanzata terrestre (10). L’insigne storico Angelo Tamborra afferma che «con Lepanto», anche se non ebbe «immediate conseguenze strategiche», «prende fine [...] stabilmente, quello stato d’animo di rassegnazione e quasi di paura ossessiva che aveva prostrato l’Occidente, preso dal “mito” della invincibilità del Turco» ed afferma che con tale battaglia si ebbe il «definitivo declino della talassocrazia turca del Mediterraneo». Poche righe prima, lo stesso autore scrive che «la Cristianità, già frammentata in nazioni in lotta di predominio le une contro le altre – taluna delle quali non aveva esitato a ricercare il compromesso o addirittura l’alleanza con il Turco – aveva visto ricomporsi, per un momento e almeno in parte, la sua unità contro il nemico comune» (11).

    Va rilevato l’uso di due termini diversi per definire la civiltà europea: “Cristianità” ed “Occidente”. Lepanto fu una battaglia navale; ma fu soprattutto uno scontro tra la Croce e la mezzaluna, tra Cristianità ed Islam. Una Cristianità divisa, perché Lepanto si colloca pressoché a metà di quel secolo e mezzo che dalla fine del ‘400 alla pace di Westfalia del 1648 vide la laicizzazione delle relazioni internazionali; alla Respublica Christiana medievale si sostituì l’Europa degli equilibri. Non solo la riforma protestante spezzò definitivamente l’unità religiosa dell’Europa, ma l’interesse nazionale prevaleva talora sulle motivazioni religiose anche per gli Stati cattolici. I Re cristianissimi di Francia strinsero intese con il turco in funzione antiasburgica e le loro navi non furono presenti a Lepanto. I veneziani, che pure a Lepanto furono in prima fila, rimproverati in un’occasione per il loro scarso entusiasmo per l’idea di crociata, risposero: «siamo veneziani, poi cristiani». Va anche però ricordato che la Regina Elisabetta I d’Inghilterra, scismatica, alcuni anni prima, aveva indetto preghiere di ringraziamento per la fine dell’assedio turco a Malta, eroicamente difesa dai Cavalieri Gerosolimitani.

    Il ruolo di S. Pio V

    Tanto più grandioso appare quindi il ruolo di S. Pio V nel radunare gran parte di una Cristianità divisa per una battaglia d’importanza militare, civile e religiosa. Il Papa fu l’artefice della coalizione che vinse a Lepanto. Inviò Nunzi ai Principi italiani, al Doge di Venezia, ai Re di Polonia e di Francia. Per finanziare lo sforzo bellico, dopo aver autorizzato La Vallette, Gran Maestro dell’Ordine di Malta, ad ipotecare, per 50.000 scudi d’oro, le commende di Francia e di Spagna, il Papa impose la decima sulle rendite dei monasteri, tre decime al clero napoletano, riscosse dagli impiegati della corte papale 40.000 scudi d’oro in pena delle loro malversazioni e ne ricavò altri 13.000 dalla vendita di pietre preziose, accordò ai veneziani la facoltà di togliere 100.000 scudi sulle rendite ecclesiastiche e rinnovò in favore degli spagnoli il privilegio della Cruzada.

    Come scrive un maestro della storiografia, Nicolò Rodolico: «Al di sopra di interessi materiali, di ambizioni, di possessi e di ricchezze, vi era un Crociato che chiamava a raccolta la Cristianità: Pio V. Non era Cipro dei Veneziani in pericolo, ma la Croce di Cristo nell’Europa era minacciata. La parola commossa del Papa riuscì a conciliare Veneziani e Spagnoli» (12). Fu firmata a Roma il 20 maggio 1571 una Lega, cui aderirono il Papa, il Re di Spagna, la Repubblica di Venezia, la Repubblica di Genova, il Granduca di Toscana, il Duca di Savoia, l’Ordine di Malta, la Repubblica di Lucca, il Marchese di Mantova, il Duca di Ferrara e il Duca di Urbino. «Le differenze che possono insorgere tra i contraenti – prevedeva il trattato di alleanza – saranno risolte dal Papa. Nessuna delle parti alleate potrà conchiudere pace o tregua da sé o per mezzo di intermediari, senza il consenso o la partecipazione delle altre». Accanto all’azione diplomatica, il Papa ordinò solenni preghiere, in particolare la recita del Santo Rosario, e processioni di penitenza, alle quali prese parte personalmente. Il Sultano ebbe ad esclamare: «Temo più le preghiere di questo Papa, che tutte le milizie dell’imperatore».

    La battaglia e le sue conseguenze

    Il mattino del 7 ottobre 1571 iniziò lo scontro tra le flotte cristiana e musulmana al largo di Lepanto (oggi Nafpaktos), allo sbocco del golfo di Corinto ed a nord di quello di Patrasso. La flotta cristiana era sotto il comando supremo di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale del defunto Imperatore Carlo V, ai cui ordini stavano i veneziani Sebastiano Veniero ed Agostino Barbarigo, il romano Marcantonio Colonna, il genovese Gian Andrea Doria, ed era composta in totale da circa 280 bastimenti, sui quali trovavano posto 1.800 pezzi d’artiglieria, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 43.000 vogatori. La flotta turca, al comando dell’ammiraglio Alì-Mouezzin Pascià, contava circa 230 galee e una sessantina di bastimenti minori, per un totale di circa 290 legni, 750 cannoni, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 41.000 rematori (in buona parte schiavi cristiani, per lo più greci). La vittoria cristiana fu netta. Gli alleati della Lega contarono circa 7.500 morti, uccisi o annegati, in gran parte soldati, e circa 20.000 feriti e persero 12 galee. I turchi ebbero 30.000 morti e 10.000 prigionieri, circa 100 navi bruciate o affondate e 130 catturate; 15.000 schiavi cristiani furono liberati.

    S. Pio V attribuì il trionfo di Lepanto all’intercessione della Vergine: volle che nelle Litanie Lauretane si aggiungesse l’invocazione “Auxilium Christianorum, ora pro nobis”, e fissò al 7 ottobre la festa in onore di nostra Signora della Vittoria. Pio VI fissò infine il 24 maggio la festa di Maria Ausiliatrice, in memoria della battaglia di Lepanto e della propria liberazione a Savona.

    Quella del secolo XVI era un’Europa divisa sul piano politico-diplomatico e religioso. Per certi versi era però più spiritualmente salda di quella di oggi. In essa persisteva, ancora notevole, anche a livello popolare, lo spirito di crociata. Il Re di Francia trattava col Sultano in termini diplomatici, ma non pensava certo che il suo Dio fosse lo stesso dei musulmani, non costruiva moschee, anzi, con le capitolazioni i sovrani francesi si preoccupavano di tutelare i cristiani nell’Impero ottomano; le poche apostasie a favore dell’Islam erano esecrate. La Chiesa cattolica con la Riforma Tridentina era più che mai salda nella dottrina e nella disciplina. Nel ‘500 l’aggressione islamica era solo militare; fu affrontata con una forza militare, saldamente fondata sulla fede e con fiducia nell’aiuto soprannaturale. Oggi la sfida islamica è molto più complessa e non può essere vinta solo con mezzi militari, contro un avversario “non clausewitziano”, che usa la violenza in modo lontano dalla nostra razionalità. La storia dimostra che l’Islam avanza quando la Chiesa vacilla ed i cristiani si abbandonano agli errori ed al lassismo spirituale. Se l’Occidente non ritorna ad essere Cristianità l’esito del confronto è incerto. Il gesto di Paolo VI nel 1967 di restituire alla Turchia una bandiera conquistata a Lepanto è stato ripagato nel 2020 convertendo nuovamente in moschea la basilica di Santa Sofia.

    Un volume che ripercorre 1.400 anni di scontri militari tra Cristianità ed Islam. ricordando le figure di condottieri, difensori dell’Europa cristiana dall’Islam, come d’Aviano, Giovanni Hunyadi ed il francescano San Giovanni da Capistrano commenta giustamente: «Nati in un’età di ferro, la loro vita avventurosa e tormentata può forse scandalizzare la maggior parte dei cristiani contemporanei, sicuramente più mansueti e pacifici: eppure la pace e la libertà che permettono questa mitezza sono conseguenza diretta di quelle battaglie» (13).

     

    Note

    1. Catechismo della Chiesa cattolica. Testo integrale e commento teologico, a cura di Mons. R. Fisichella, Casale Monferrato, 1993, pp. 426-27.

    2. Ibi, n. 502.

    3. Ibi, n. 501.

    4. Pio XII, Allocuzione al Movimento «Pax Christi», 15-9-52, in Insegnamenti pontifici, a cura dei Monaci di Solesmes, vol. V, La pace internazionale, parte prima, La guerra moderna, Roma, 1958, p. 561.

    5. La traduzione dal francese del discorso con il titolo L’Occidente, l’islam e i fondamenti della pace in Vita e Pensiero, n. 5 (settembre-ottobre) 2004.

    6. J. Ratzinger, Lettera a Marcello Pera, in M. Pera-J. Ratzinger, Senza radici. Europa, relativismo, Cristianesimo, Islam, Milano, 2004, pp. 97-98.

    7. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages /peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20051213_xxxix-world-day-peace_it.html.

    8. Benedetto XVI, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni, 12 settembre 2006, in https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060912_university-regensburg.html.

    9. F. Braudel, Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, tr. it., Torino, 1999, vol. II, p. 1182.

    10. J. Keegan, La grande storia della guerra. Dalla preistoria ai giorni nostri, tr. it., Milano, 1994, pp. 67, 69-70, 338-39.

    11. A. Tamborra, Gli Stati italiani, l’Europa e il problema turco dopo Lepanto, Firenze, 1961.

    12. N. Rodolico, Storia degli italiani. Dall’Italia del mille all’Italia del Piave, Firenze, 1964, p. 319.

    13. A. Leoni, La Croce e la mezzaluna, Milano, 2002, p. 152.

     

    Fonte: Rivista Tradizione Famiglia Prorpietà. Anno 29, n. 91 - Ottobre 2021

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  •  La coerenza di una vita. Intervista a Plinio Corrêa de Oliveira

    Nel 1988, le TFP commemorarono sessant’anni di infaticabili battaglie del professor Plinio Corrêa de Oliveira in difesa della Chiesa e della civiltà cristiana. In quell’occasione, il leader cattolico diede un’intervista al mensile “Catolicismo”, organo della TFP brasiliana, ricordando alcuni aspetti della sua epopea.

     

     

    Catolicismo: Dott. Plinio, potrebbe descrivere com’era la situazione della Chiesa in Brasile nel 1928, quando si tenne a San Paolo il congresso della Gioventù cattolica, al quale Lei partecipò, iniziando così la sua militanza nel movimento cattolico?

    Plinio Corrêa de Oliveira: Il movimento cattolico cominciava il suo periodo di ascesa, spinto principalmente dalle Congregazioni mariane, allora in forte espansione.

    Fino a quell’epoca la situazione era stata molto diversa. Un uomo che si comportava da cattolico era malvisto. Considerati stravaganti dalla maggior parte delle persone, i pochi membri delle Congregazioni mariane erano messi ai margini della vita sociale. Agli inizi degli anni Venti la situazione iniziò a capovolgersi, fino al punto che verso il 1930 era prestigioso militare nelle file cattoliche. Basti dire che la Federazione Mariana di San Paolo dovette aprire processi giuridici contro alcuni commercianti che vendevano, a persone non appartenenti all’associazione, imitazioni del distintivo usato dai congregati mariani, poiché sembrava decorativo ostentarlo sul risvolto della giacca.

    Il movimento mariano si caratterizzava per un’intensa sete di autenticità cattolica, uno spiccato fervore religioso, una sempre crescente devozione alla Santissima Vergine, nonché un atteggiamento decisamente anticomunista. Inoltre, in forma più sfumata sebbene effettiva, era ostile a ogni sorta di manifestazione anticristiana della Rivoluzione francese e delle sue sequele ideologiche e culturali, maturati nell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento.

    Va notato che le crisi interne, allora incipienti nei nuclei direttivi degli ambienti religiosi d’Europa e degli Stati Uniti, non erano ancora arrivate in Brasile. La Chiesa viveva in una pace religiosa completa, la fiducia tra i cattolici era totale, c’era grande concordia tra le associazioni religiose, tutto il laicato cattolico era sottomesso alla Sacra Gerarchia. In una parola, il Brasile godeva soavemente e fecondamente la pace religiosa che san Pio X aveva ottenuto per la Chiesa a costo di eroici sforzi contro l’eresia modernista. A nessuno veniva in mente che un cattolico praticante potesse avere un’intenzione sleale, malevola, o che potesse svolgere attività clandestine all’interno della Chiesa per favorire i suoi nemici.

    Tutto ciò dimostra che non è oggettiva l’idea secondo la quale la grande novità del movimento cattolico, alla fine degli anni Venti, sarebbe stata la nascita di cenacoli di letterati e di intellettuali cattolici, che pubblicavano riviste di circolazione ristretta e davano conferenze in ambienti piccoli. Se questi cenacoli avevano prestigio, era meno per il valore - senza dubbio innegabile - di alcuni loro membri, che per la ripercussione che la loro voce aveva sulla moltitudine di organizzazioni religiose che, contemporaneamente alle Congregazioni mariane, si stavano allora diffondendo rapidamente in Brasile. Il grande vento di rinnovamento veniva soprattutto dal Movimento mariano e dalle associazioni affini. In esse rifulgevano l’entusiasmo, la partecipazione massiccia, l’ortodossia senza macchia. In pochi anni quel movimento si trasformò in una forza nazionale, cosa facile da dimostrare attraverso i fatti che avvennero in occasione della Costituente del 1934.

    In questo contesto nacque l’idea della Lega Elettorale Cattolica?

    Sì. Sebbene più del 90% della popolazione brasiliana fosse cattolica, c’erano ragioni per le quali non si poteva pensare alla formazione di un partito politico cattolico. Mi rendevo, però, conto che si doveva fare qualcosa contro il laicismo che dominava la vita ufficiale dello Stato e che, di fatto, ignorava la schiacciante preponderanza cattolica della popolazione. Perciò pensai alla fondazione della Lega Elettorale Cattolica (LEC).

    Lei afferma che la sua partecipazione fu determinante nella fondazione della LEC. Tuttavia non vi è traccia di questo negli scritti degli storici che hanno trattato l’argomento. Essi menzionano Alceu Amoroso Lima ed Heitor Silva Costa, l’architetto del monumento a Cristo Redentore di Rio de Janeiro.

    Un giorno, leggendo il giornale cattolico “La Croix”, di Parigi, mi accorsi dell’esistenza della Fédération Nationale Catholique, diretta dal generale de Castelnau, un cattolico praticante che si era distinto durante la prima Guerra mondiale. Scrissi alla FNC chiedendo una copia degli statuti. Seppi allora che, prima di ogni elezione, la FNC inviava a tutti i candidati un questionario per interrogarli circa la loro posizione in temi che interessavano la dottrina della Chiesa. In seguito, la FNC pubblicava le risposte, che servivano quindi da orientamento per il voto cattolico.

    Proposi allo scrittore Alceu Amoroso Lima – con il quale iniziava un’amicizia che in seguito sarebbe stata più stretta e che le polemiche sull’Azione Cattolica, il maritainismo e il liturgicismo avrebbero rotto all’inizio degli anni ’40 – di adattare quel sistema al Brasile. Alceu mi rispose che stava proprio pensando a qualcosa del genere con l’ing. Heitor Silva Costa, di  Rio de Janeiro, e che il cardinale Leme (arcivescovo di Rio) era già stato consultato a riguardo. I suggerimenti che presentai furono presi come base del progetto. La LEC fu costituita in seguito a conversazioni tra noi tre.  Il cardinale Leme inviò una circolare a tutti i vescovi, raccomandando la creazione della LEC nelle rispettive diocesi. L’arcivescovo di San Paolo, mons. Duarte Leopoldo e Silva, mi offrì quindi di essere Segretario Generale dell’organizzazione in quello Stato.

    Quando furono indette le elezioni per la Costituente, il Vicario Generale di San Paolo, mons. Gastão Liberal Pinto – poi vescovo di San Carlos – mi informò confidenzialmente che mons. Duarte aveva tastato il terreno con i politici di San Paolo, concordando con loro la costituzione di una lista unica che raggruppasse tutte le correnti che si opponevano al presidente Getúlio Vargas. Anche la LEC doveva farne parte.

    L’adesione alla Lista Unica, auspicata da mons. Duarte, non comprometteva il carattere apartitico della LEC?

    Dopo aver rovesciato il Governo del presidente Washington Luiz, Getúlio Vargas era diventato un dittatore. Invece di procedere immediatamente alla democratizzazione politica - che era la finalità dichiarata della sua rivoluzione - fece in modo di perpetuarsi nella Presidenza federale.

    Le persone di spicco nella vita pubblica di San Paolo consideravano la sua politica fondamentalmente anti-paulista. Liberale con gli altri Stati, egli trattava invece San Paolo con pugno di ferro.

    Andò quindi prendendo forma, nelle élite di San Paolo, l’impressione che il presidente Vargas intendesse conservare il potere eternamente. Per questo, però, doveva abbattere il potere politico ed economico di San Paolo, il più ricco e potente stato della Federazione. Numerosi episodi consolidarono ulteriormente tale impressione. Il profondo malessere che tutto ciò generò nella popolazione paulista ebbe conseguenze gravissime.

    Nel 1932 scoppiò a San Paolo la Rivoluzione costituzionalista che, sebbene sconfitta, creò nel paese un ambiente che rendeva impossibile al Governo federale non convocare elezioni per una Assemblea costituente.

    Anche se divisi da profonde differenze ideologiche, i due maggiori partiti politici paulisti (il Partito repubblicano paulista e il Partito democratico) scelsero di dimenticare le discrepanze e di unirsi per l’interesse dello Stato. Ritenevano che San Paolo continuasse ad essere minacciato, tanto profondamente che già si delineava una deplorevole tendenza separatista in alcuni settori della popolazione.

    Formarono, dunque, una coalizione che operava molto al di sopra degli obiettivi politici dei rispettivi partiti, capendo che un aggruppamento di tipo politico non avrebbe rappresentato tutta l’ampiezza dello scontento pubblico di San Paolo. Perciò coinvolsero tutte le forze che potevano rappresentare lo Stato. Facevano parte della Lista Unica, per esempio, l’Associazione commerciale e la Federazione dei volontari della rivoluzione del ‘32, assieme alla Lega elettorale cattolica. Tutti facevano parte di questa Lista Unica a uguali condizioni.

    In questo modo, la coalizione rappresentava la quasi totalità di San Paolo.  L’adesione della LEC alla Lista Unica per San Paolo Unito non aveva, quindi, il carattere partitico che qualcuno oggi immagina. È importante far notare, inoltre, che la Lista Unica accettava le idee sostenute dai cattolici.

    Come avvenne che la LEC lanciò la sua candidatura e come si spiega l’altissimo numero di voti che ottenne?

    Dopo l’adesione della LEC alla Lista Unica, mons. Gastão Liberal Pinto mi informò che mons. Duarte aveva indicato una rosa di quattro nomi come possibili candidati, e tra questi c’era il mio. Fu convocata una riunione del comitato direttivo della Giunta Arcidiocesana della LEC, alla quale non partecipai per evitare che i membri si sentissero messi sotto pressione. Tutti i quattro furono approvati all’unanimità.

    La candidatura fu per me motivo di un durissimo problema di coscienza. Io ero troppo giovane, avevo appena ventitré anni. Mi sembrò che il venerando arcivescovo mi avesse scelto a causa della notorietà che avevo acquisito tra i congregati mariani. Pensai che, se era questo il solo motivo, forse avrei preferito che egli scegliesse un altro nome a lui più gradito. Io avrei lavorato per costui come per me stesso, poiché l’importante non era la mia persona né la mia elezione, ma che la Chiesa fosse ben servita, che prevalessero le posizioni cattoliche e che fosse perfettamente obbedito l’orientamento ecclesiastico.

    Consultai un insigne sacerdote gesuita, Padre José Danti, rettore del Collegio San Luigi, e gli esposi i fatti. Egli mi rispose: “Lei mancherebbe al suo dovere di cattolico se non accettasse la candidatura. Vedo in Lei un genuino desiderio di obbedire il suo arcivescovo. Se, invece, Lei lascia vacante il posto, potrebbe occuparlo un altro meno fedele alla Gerarchia”. A quel punto accettai.

    Nelle elezioni, io conquistai un decimo di tutto l’elettorato di San Paolo, più del doppio del secondo candidato eletto. Fu un grandissimo trionfo per il movimento cattolico, perché io avevo fatto propaganda soltanto all’interno delle associazioni religiose.

    Dal punto di vista cattolico, che frutti portò la Costituente del 1934?

    La nuova Costituzione, promulgata in nome di Dio, ristabiliva l’insegnamento religioso nelle scuole statali, proibiva il divorzio, riconosceva effetti civili al matrimonio religioso e introduceva cappellanie nelle Forze Armate e nelle prigioni. Tutte le proposte cattoliche erano state accolte.

    Verrebbe da dire che la Chiesa in Brasile andava incontro a giorni di splendore, forse verso l’apogeo della sua influenza. E invece…

    L’immane crisi che oggi colpisce la Chiesa non esplose da un momento all’altro, come un boato. Essa affonda le radici immediate nell’epoca di cui stiamo parlando.

    La magnifica concordia tra i cattolici, cui accennavo prima, cominciò a essere minata da idee che oggi noi chiameremmo progressiste. Erano diffuse da abili agenti di propaganda, europei e nordamericani di entrambi i sessi, così come da brasiliani che tornavano dall’Europa imbevuti di una nuova mentalità religiosa. Tutto ciò era presentato come il soffio di un’aria nuova e vitale, che avrebbe schiuso per la Chiesa un’epoca di luce e di rinnovamento. In nome della libertà, si lanciava una specie di lotta di classe tra laici e clero. A pretesto di fare apostolato “di frontiera”, la linea tra ambienti cattolici e mondani tendeva a relativizzarsi, con sfavorevoli riflessi sul piano morale.

    Questa situazione è descritta e denunciata nel mio libro «In difesa dell’Azione Cattolica», scritto nel 1943. La Prefazione fu scritta da mons. Benedetto Aloisi Masella, allora Nunzio Apostolico in Brasile e in seguito cardinale. Nel 1947, ricevette una lettera di encomio dalla Segreteria di Stato di S.S. Pio XII, firmata in nome del Pontefice da mons. Montini, futuro Paolo VI.

    Non posso dilungarmi su questo libro. Basti dire che le preoccupazioni che in esso sollevavo erano lontane dall’essere infondate. Antonio Gramsci, non sospetto perché uno dei maggiori teorici della strategia comunista, se non il maggiore, si domandava poco dopo la I Guerra mondiale: “Come, e per quali vie, la concezione socialista del mondo potrebbe dar forma a questo tumulto, a questo agitarsi di forze elementari?”. Egli stesso dava questa suggestiva risposta: “Il cattolicesimo democratico fa quello che socialismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida” [Antonio  Gramsci, Il “biennio rosso”, la crisi del socialismo e la nascita del partito comunista (1919-1921), II, pp. 43-44].

    Dall’esterno delle mura cattoliche, e con intenzioni radicalmente opposte alle mie, Gramsci vedeva la medesima realtà che vedevo io. La Chiesa fu fondata da Nostro Signore Gesù Cristo come società gerarchica. Se, per assurdo, potesse morire, la sua democratizzazione, voluta dal teorico comunista, la condurrebbe al suicidio.

    A proposito del suo libro, alcuni storici sollevano un problema. Dicono che Lei vi segnala degli abusi senza fornire prove né indicazioni precise.

    La mia intenzione era tentare di soffocare il male causando il minimo di rancore e la minima divisione possibile negli ambienti cattolici. Perciò era necessario condurre la battaglia nell’ordine delle idee, evitando di attaccare le persone e menzionando soltanto gli oppositori che avessero pubblicato qualcosa sull’argomento. Se io fossi sceso nel concreto, citando nomi e luoghi, mi avrebbero accusato di “mancanza di carità”.

    È importante notare che, all’epoca in cui infuriava la polemica intorno al mio libro, io non ricevetti da parte degli ambienti rimproverati nemmeno una richiesta di precisazione. Tutti sapevano benissimo a cosa mi riferissi. È evidente che i miei oppositori avevano paura di chiedere spiegazioni, rischiando di ricevere una risposta fin troppo precisa, più di quanto avrebbero desiderato. Tale assenza di richieste di spiegazione mostra che le accuse del libro erano fondate.

    Il fatto che il Nunzio ne abbia scritta la prefazione, mostra che il prelato, al quale spettava la supervisione di tutto il mondo cattolico brasiliano, era ben cosciente degli errori e li riteneva molto pericolosi.

    Inoltre, se le mie accuse non fossero altro che malevole illazioni, perfino calunniose, non credo che Pio XII mi avrebbe scritto quella lettera, sei anni dopo, cioè con la polemica ormai placata. La lettera era molto esplicita nell’elogiare il mio libro. E tutti sappiamo che, sulle cose cattoliche, la Santa Sede è ben informata.

    Non manca chi minimizza l’importanza di quella missiva, adducendo che il Vaticano risponde sempre a tutti e in modo piuttosto uguale.

    In un’udienza che mi concesse a Roma nel 1950, mons. Montini mi disse esplicitamente che ognuna delle parole di quella lettera era stata soppesata con attenzione.

    D’altronde, c’è chi trova somiglianze tra ciò che io scrissi nel lontano 1943 sul progressismo teologico e morale, allora incipiente, e le considerazioni del cardinale Ratzinger nel celebre «Rapporto sulla fede», del 1984. Come sarebbe stato meglio per la Chiesa se io mi fossi sbagliato! Come sarebbe stato meglio se quegli errori non fossero esistiti e non si fossero diffusi dappertutto!

    La situazione da Lei trattata nel 1943 continua anche oggi? Come vede la battaglia fra opposte posizioni nella Chiesa? Quale sarà il futuro?

    Io contemplo quel passato remoto e prossimo con la tranquillità di coscienza di chi ha fatto il proprio dovere. Parlo di passato remoto e prossimo perché le polemiche e le lotte che culminarono con la pubblicazione di «In difesa dell’Azione Cattolica» non sono finite. Anzi, da allora infuria una battaglia ideologica che ha raggiunto proporzioni molto superiori a ciò che avrei potuto prevedere in quegli anni.

    Quale sarà il futuro? Solo Dio lo sa. Chi fa il proprio dovere fa la volontà di Dio. E chi fa la volontà di Dio, sotto la protezione della Santissima Vergine, affronta il futuro sempre con fiducia.

    Cambiando di tema, Lei aveva lo sguardo rivolto anche verso l’Europa e altri paesi dell’America Latina?

    Io ero stato in Europa fra il 1912 e il 1913. Avevo 4-5 anni. Tornai nel Vecchio Continente soltanto nel 1950, ormai quarantenne, e poi nel 1952 e 1959. Feci una serie di viaggi in Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra e Italia. Paradossalmente, fu proprio in conseguenza di questi viaggi che presi la decisione di sondare le possibilità di espansione del nostro movimento in altre nazioni dell’America del Sud e, dopo, anche negli Stati Uniti e in Canada.

    Come mai? Lei non trovò in Europa quello che sperava?

    Per risponderle dovrei spiegare l’idea che mi ero fatto dell’Europa.

    Il Brasile è figlio del Portogallo, che appartiene alla famiglia delle nazioni europee che avevano costituito la civiltà cristiana occidentale. Nel caso di San Paolo, si aggiungeva una forte influenza della cultura francese. Io sono stato formato in un ambiente ancora molto influenzato dall’Europa precedente alla Prima guerra mondiale, quindi un’Europa con alcuni governi monarchici e altri repubblicani, che però conservavano un’aria aristocratica. Pensavo che le tradizioni che vedevo in Brasile avrebbero dovuto essere naturalmente molto più vive in Europa. Ovvio! L’Europa possiede tuttora i monumenti dell’antica Cristianità; è stata teatro degli avvenimenti che costituiscono quel glorioso passato; vi risiedono tuttora molte delle stirpi che hanno dato origine a queste tradizioni, e via dicendo.

    È facile capire come io potessi pensare che queste tradizioni fossero più radicate in Europa che in Brasile o in altri paesi americani, e che fosse quindi facile trovarvi spiriti desiderosi di agglutinarsi in un movimento contro-rivoluzionario. Andai in Europa con l’aspirazione intensa di conoscere persone disposte a questo, al fine di poter unire gli sforzi in una lotta che, per sua natura, è universale. L’obiettivo dei viaggi era, dunque, entrare in contatto con organizzazioni conservatrici e tradizionaliste.

    Con movimenti cattolici no?

    Certamente. Volevo conoscere ecclesiastici e laici antiprogressisti, cioè persone che, in campo cattolico, reagivano contro il maritainismo, il liturgicismo, gli errori che penetravano nell’Azione Cattolica e via dicendo. Giacché erano reazioni di carattere sostanzialmente contro-rivoluzionario, speravo di trovare in quegli ambienti un appoggio speciale, una buona accoglienza, una particolare possibilità di espandere la lotta contro il nemico comune: la Rivoluzione.

    Lei viaggiò con grandi speranze.

    Andai in Europa con l’anima piena di speranze, è vero. Presi contatto con molti dirigenti di movimenti, in generale uomini colti e di prestigio, che mi ricevettero in modo cortese. Ebbi, però, la fondata impressione, forse a causa dei traumi ancora non cicatrizzati della guerra, che fossero uomini seguiti da movimenti non all’altezza del loro valore. Vi erano, ovviamente, persone idealiste, ma erano poco numerose. Di conseguenza, le possibilità di espansione di questi movimenti sembravano, in quel momento, assai limitate.

    Notai, poi, profonde divergenze fra i vari dirigenti: tutti litigavano con tutti. Questo contribuiva a creare un quadro fosco della Contro-Rivoluzione in Europa. C’erano luminose eccezioni, purtroppo non numerose.

    Tornando dall’Europa, arrivai alla conclusione che dovevo prima impegnarmi nella diffusione nelle Americhe degli ideali ai quali mi ero consacrato, salvo poi, grazie alla risonanza di tale diffusione, presentarmi nuovamente in Europa con qualcosa in mano.

    Da allora, quanto sono cambiate le cose nel Vecchio Continente! Oggi gli ideali della tradizione, della famiglia e della proprietà fioriscono in sei importanti paesi dell’Europa: Germania, Spagna, Francia, Inghilterra, Italia e Portogallo. E ci sono speranze di espandersi in altre nazioni.

    Lei si aspettava una particolare espansione in Brasile?

    Certo che me la aspettavo. Mi sembrava, però, che da sola l’espansione in Brasile non avrebbe potuto dare al nostro movimento uno spessore capace di impressionare gli europei.

    Era un circolo vizioso. Il nostro movimento trovava difficoltà per espandersi in Brasile perché non c’erano gruppi simili in altri paesi. Cosa comprensibile perché, non avendo un’esperienza storica sufficientemente antica, il Brasile osserva con molta attenzione ciò che succede all’estero. Ma per crescere all’estero era necessario prima crescere qui. Appunto, un circolo vizioso.

    In quel frangente, non le restava altra scelta che trovare simpatie tra i suoi vicini ispano-americani.

    Esattamente. Per una serie di circostanze fortuite, verificai che l’idea che mi ero fatto dei paesi ispano-americani era incompleta. Era ovvio che anche in essi soffiasse forte lo spirito della Rivoluzione. Notai, però, che vi erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria assai definiti, non solo nelle élite ma anche in ampi settori della popolazione. Per me fu una sorpresa molto importante. Promossi allora diversi viaggi, miei e di colleghi del nostro movimento, nei paesi dell’America Latina, al fine di prendere contatti e invitare persone alle Settimane di studio che organizzavamo a San Paolo.

     È in quest’ottica che si inseriscono le mie visite, all’inizio degli anni Sessanta, in Argentina e in Uruguay. Nel 1964 stavo per andare in Cile, da Buenos Aires, quando ricevetti una chiamata che mi avvisava che mia madre era in pericolo di vita. Fui obbligato a tornare precipitatamente a San Paolo. Comunque, la mia intenzione era andare in Cile e forse in Perù. A Buenos Aires strinsi relazioni con i valorosi e intelligenti membri del gruppo della rivista “Cruzada”, che in seguito avrebbero fondato la TFP argentina.

    Quando cominciò a interessarsi agli Stati Uniti?

    Come tutti, anch’io credevo che il cinema di Hollywood presentasse il ritratto fedele dell’America del Nord. Pensavo, cioè, che i nordamericani avessero costruito un paese di cui Hollywood era l’immagine. A poco a poco, però, attraverso le notizie che mi arrivavano dagli Stati Uniti e dai paesi che mantenevano con gli Stati Uniti relazioni più strette, cominciai a capire che anche in quella grande nazione c’erano nuclei di resistenza contro-rivoluzionaria molto forti. Nacque, quindi, il desiderio intenso di iniziare una serie di viaggi per prendere contatti. Oggi esiste la TFP nordamericana, quella canadese e un Ufficio TFP in Costa Rica, grazie al quale è stato possibile stabilire interessanti contatti nei paesi dell’America Centrale.

    Lei mai abbandonò l’idea di poter rianimare in Europa la reazione contro-rivoluzionaria?

    Evidentemente no. Feci nuovi viaggi in Europa nel 1952, 1959 e 1962. Quest’ultimo durante la prima sessione del Concilio, occasione in cui la TFP brasiliana aprì un ufficio a Roma, che ci permise di prendere un grande numero di contatti e di avvicinare diversi movimenti. Questo fu facilitato dal fatto che la TFP cominciava ad avere una grande risonanza. A quell’epoca scrissi il libro «La libertà della Chiesa nello Stato Comunista», pubblicato a Roma da “Il Tempo” e diffuso ampiamente tra i Padri Conciliari e i giornalisti presenti nella Città Eterna.

    In questi viaggi Lei cercava di conoscere solo persone che condividevano pienamente gli ideali controrivoluzionari?

    La sua domanda mi dà l’opportunità di chiarire un punto importante. È evidente che, oltre alle persone che la pensano nello stesso modo, si deve cercare di raggiungere anche quelle che la pensano in modo diverso. Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer aveva un principio d’azione che mi piace ricordare. Per lui, il primo obbligo di un partito politico o corrente di opinione è attrarre quelli che la pensano allo stesso modo, salvo poi preoccuparsi anche degli altri. È un principio di evidente senso comune che le TFP adottano. Perciò, cerchiamo dapprima adesioni e simpatie da parte degli ambienti che hanno un pensiero simile al nostro, salvo poi ampliare il raggio d’azione.

    Lei come affrontava negli anni Cinquanta il pericolo comunista?

    Prima di risponderle, mi permetta di raccontare un ricordo personale che la aiuterà a calarsi nel clima che si viveva allora in Europa. In quel periodo c’era una grande paura che, da un momento all’altro, la Russia potesse invadere la Germania, e quindi l’Europa. In un’occasione fui ospite, nel castello di Berg, del principe Alberto di Baviera, capo della Casa reale di Wittelsbach. La sera, la sua sposa, la principessa Maria, e sua suocera ebbero la gentilezza di accompagnarmi fino alla mia stanza. Nel congedarsi per la notte, la Principessa mi disse: “Vede questa piccola scala? Se durante la notte Lei sente rumori, sappia che sono i comunisti che stanno arrivando. Deve scendere di corsa per quella scala e saltare su quel camion parcheggiato fuori, che ci porterà in Svizzera”. Questo la dice lunga sull’aria che tirava in Europa a quell’epoca.

    I giovani di oggi non hanno la minima idea di quanto i paesi europei fossero depressi in quel periodo, a causa della guerra. Vivevano ancora sotto il segno della tragedia e stentavano a riprendersi. Mi ricordo di aver visto nella piazza centrale di Colonia greggi di capre pascolare in mezzo alle rovine. Ogni tanto, alcuni pastori le richiamavano suonando un corno. Questo capitava in una città con il prestigio e la cultura di Colonia! In tali circostanze, che in maggiore o minore misura si ripetevano per tutta Europa, non si poteva sperare a breve in una forte reazione anticomunista.

    Fu allora che, dagli Stati Uniti, cominciò a soffiare sul mondo una forma nuova di anticomunismo: il maccartismo [dal nome del senatore Joseph McCarthy, ndr]. Era un anticomunismo che poneva l’accento molto meno sul dibattito ideologico che sull’orrore causato dalla repressione poliziesca, dalla miseria e dal totalitarismo dei regimi comunisti. Il maccartismo non accettava, ovviamente, l’ideologia comunista, ma il suo cavallo di battaglia non erano tanto le dottrine quanto il sentimento d’orrore. Era, per così dire, un anticomunismo umanitario.

    Molti lettori vorrebbero, senza dubbio, che Lei approfondisse il suo pensiero sul maccartismo e spiegasse la sua posizione di fronte alla minaccia comunista.

    Ringrazio per la domanda, che mi dà l’opportunità di chiarire un punto sul quale si è fatta non poca confusione. Per la maggior parte dei maccartisti, sbarrata la strada al comunismo, la civiltà moderna sarebbe proseguita indefinitamente per le vie del liberalismo capitalista. Non prendevano minimamente in considerazione che il mondo occidentale fosse vittima di un processo rivoluzionario che lo avrebbe portato, alla lunga, di nuovo al comunismo e perfino oltre. Per tali maccartisti, liberato dal comunismo, l’Occidente avrebbe dovuto progredire ab infinito sulle vie del capitalismo. Questo era, anzi, ciò che la maggior parte dei nordamericani sperava per il proprio paese.

    D’altronde, molti maccartisti credevano che fosse astuto e politicamente efficace distinguere tra comunismo e socialismo, salvo poi stabilire con quest’ultimo un regime di comprensione e di simpatia in chiave anticomunista. Secondo costoro, il socialismo poteva diventare una forza ausiliare nella lotta contro il comunismo. Vinto il comunismo con l’appoggio dei socialisti, era tutto risolto! Ecco la loro strategia.

    Su questo punto il mio pensiero è diametralmente opposto. Per prima cosa, il comunismo non era l’unico male che si doveva combattere. Anche il socialismo, per non parlare del liberalismo, erano mali da affrontare. In secondo luogo, a mio parere il pericolo principale non era l’eventualità di una guerra, convenzionale o atomica, per imporre il comunismo. La cosa più pericolosa, a mio avviso, era il graduale scivolare del mondo occidentale verso il comunismo e oltre, attraverso forme di essere, di vivere e di pensare sempre più rivoluzionarie. La graduale radicalizzazione delle tendenze rivoluzionarie in Occidente era, senza dubbio, il male principale che andava combattuto. Nel mio libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» affermo che, anche se un cataclisma portasse via l’Unione Sovietica, basterebbero cinquant’anni perché il comunismo rinasca dalla stessa civiltà occidentale, minata da tanti fattori di disgregazione.

    Il maccartismo era un movimento molto coeso e possedeva una macchina propagandistica di tutto rispetto. Si poteva concepire come un alleato naturale nella lotta anticomunista poiché, creando orrore nei confronti del comunismo, provocava un certo ripiegamento degli stessi socialisti, dividendo quindi la sinistra. Alla fine, però, sia i liberali sia i socialisti erano compagni di viaggio del comunismo, a volte inconsapevoli, ma pur sempre compagni, come lo erano stati i seguaci della Rivoluzione francese.

    È risaputo che, nelle sue fasi finali, la rivoluzione del 1789 ebbe sviluppi comunisti. Mi riferisco a François Babeuf e alla Cospirazione degli uguali, del 1796. Insisto in questa idea-chiave: il comunismo era incubato nello stesso pensiero liberale e democratico. Da questa visione deriva il grande impegno delle TFP di combattere i sintomi di corruzione e di mettervi in guardia l’opinione pubblica. Non tutti si rendono conto che queste tendenze conducono al comunismo.

    Sin dai suoi primi passi, dunque, Lei non è mai stato esclusivamente un anticomunista.

    Ovviamente no. La lotta della Contro-Rivoluzione non è mai stata esclusivamente anticomunista. Essa ha come obiettivo quello di denunciaretendenze ed idee che, sulla china del processo rivoluzionario, portano gradualmente al comunismo e vanno pure oltre, verso ciò che in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» chiamo la quarta Rivoluzione. E questo non solo perché tali tendenze e idee portano al comunismo, ma perché sono intrinsecamente cattive. In campo spirituale, la nostra lotta ha il fine di mostrare la contraddizione del progressismo con la dottrina cattolica.

    Sono sicuro che, agendo in questo modo, aiutiamo numerosi cattolici a rifiutare l’abbraccio mortale dei progressisti e dei socialisti che, nella stessa Chiesa, si adoperano per indebolire le barriere dottrinali che separano i fedeli dal comunismo.

    Per questo, già nel 1943, quando scrissi «In Difesa dell’Azione Cattolica», avevo la certezza che stavo creando ostacoli alla penetrazione, esplicita e implicita, del comunismo negli ambienti cattolici. Tutta la mia lotta può essere vista sotto questa luce. È necessario ricordare, per esempio, che la mia opposizione al nazismo e al fascismo si doveva al fatto che vedevo in essi una forma falsa di anticomunismo. Se avessero vinto loro la guerra, sono convinto che avrebbero attuato politiche di stampo socialista che avrebbero aperto di nuovo la porta al comunismo.

    Le TFP sono una forza anticomunista, ma di un anticomunismo speciale, giacché tengono in considerazione che l’avanzata del comunismo non si realizza soltanto con l’appoggio dei marxisti dichiarati, ma anche con quello di tutta la coorte di innocenti utili e di compagni di viaggio di vario tipo.

    Innocenti utili?

    È così che si dice in Brasile. Nel mondo ispanico dicono “idioti utili”. Confesso la mia preferenza per quest’ultima formula.

    Adottando posizioni ideologiche che tendono al comunismo, questi idioti utili collaborano, in definitiva, alla sua vittoria. Perciò la nostra opposizione al comunismo non è diretta solamente contro il comunismo radicale, ma anche contro gli idioti utili e i compagni di viaggio di vario tipo che lo favoriscono.

    Un anticomunismo aggiornato.

    Sì, grazie a Dio.

    Nell’aprile 1959, Lei pubblicò il suo capolavoro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione». Qual è stato il principale frutto della sua divulgazione?

    «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» ha prodotto molti frutti positivi, perlopiù all’interno della famiglia spirituale delle TFP. All’epoca del movimento di “Catolicismo”, dunque negli anni Cinquanta, si cominciò a delineare un problema, non ancora esplicito ma che, giorno più giorno meno, sarebbe venuto a galla. “Catolicismo” lottava contro un’infinità di cose: l’immoralità e i suoi veicoli (televisione, cinema, radio), la riforma agraria socialista, il protestantesimo, il comunismo, il progressismo religioso, l’arte moderna e un lungo eccetera.

    Istintivamente ci rendemmo conto che c’era un comune denominatore fra tutti questi mali che combattevamo, e che poi avremmo chiamato Rivoluzione. In concreto, però, com’era il volto della Rivoluzione? Quali i suoi principi dinamici? Come combatterla? Il nostro ideale era fattibile? Erano domande che alla fine sarebbero venute a galla, e alle quali mi sembrò necessario dare una risposta. Dalle questioni non chiarite nascono perplessità, e spesso soluzioni sbagliate alle quali in seguito è difficile rinunciare. Era quindi necessario chiarire quanto prima tali questioni per mantenere l’unità del movimento.

    Gli ideali della TFP sono contenuti nel libro «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione»?

    Sì, ma non solo. «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» mostra la fisionomia della TFP. In questo saggio, la TFP si autodefinisce per intero e presenta al pubblico il proprio corpus dottrinale. «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» mostra che la causa della TFP non solo è buona ma ha la sua ragion d’essere. Lo stendardo rosso aureo della TFP simboleggia una serie di posizioni dottrinali molto più belle dello stendardo stesso.

    Ci permetta un’ultima domanda. Abbiamo appena commemorato i suoi sessant’anni di lotta al servizio della Chiesa e della civiltà cristiana. Più di uno avrà forse pensato che sia arrivato il momento del riposo meritato. E, invece, Lei sembra più intenzionato che mai a continuare a combattere come se fosse ancora quel primo giorno del Congresso della Gioventù Cattolica a San Paolo, nel lontano 1928. Che cosa la spinge?

    La forza interiore che mi spinge viene dalla Fede, dalla Speranza e dalla Carità: io credo; credendo, spero; e sperando, amo. E scendo in battaglia con tutte le mie forze. Grazie alla Santissima Vergine, vedo che la mia lotta contro-rivoluzionaria è, da vari punti di vista, più impegnativa, più complessa, più intensa che mai. Sento che siamo al culmine della battaglia. Ringrazio la Madonna per la forza che mi dà per parteciparvi.

     

    (Tratto da Entrevistando a Plinio Corrêa de Oliveira, in Carlos Federico Ibarguren e Martín Jorge Viano, Un ideal, un lema, una gesta. La cruzada del siglo XX, Artpress, San Paolo 1990. Traduzione di Mauro Viscuso. Il titolo è redazionale)

  • La Santa Casa di Loreto. Il maggiore santuario mariano della cristianità

     

     

    di Javier Navascués

    Federico Catani è giornalista e laureato in scienze politiche e scienze religiose. Membro della TFP, ha pubblicato un altro libro insieme a Florian Kolfhaus: Il Cuore che non ha mai smesso di battere, difendendo la tesi che la Madonna non sarebbe morta. In questa intervista ci racconta il suo libro Il miracolo della Santa Casa di Loreto(Edizioni Luci sull’Est).

     

    Perché un libro sulla casa di Loreto, secondo la tradizione la casa della Beata Vergine?

    Quello di Loreto è stato per secoli il santuario mariano più importante della Cristianità. Negli ultimi tempi purtroppo è caduto un po’ nel dimenticatoio, con una riduzione notevole del numero di pellegrini. Ho pensato pertanto di scrivere questo libro perché la Santa Casa di Loreto è la casa della Madonna, ovvero di nostra Madre, e dunque è anche un po’ casa di tutti noi, suoi figli. Lì infatti è iniziata la nostra redenzione: l’Incarnazione del Verbo.

    E proprio perché casa nostra, è quanto mai doveroso difenderne l’autenticità e soprattutto la verità storica della sua miracolosa Traslazione, negata da oltre trent’anni proprio da quanti dovrebbero invece custodirne la memoria.

    Il libro è stato pensato come una guida per il pellegrino e dunque offre una visione generale, dal racconto e dimostrazione delle Traslazioni miracolose della Santa Casa (sono state cinque tra il 1291 e il 1296), ai miracoli avvenuti tra quelle pareti, sino alle vicende dei santi e dei grandi della storia che vi si sono recati e altro ancora.

     

    Una casa che non ha fondamenta che attira l’attenzione...

    Ebbene sì, proprio questa è una delle caratteristiche più sorprendenti della Casa Santa. Consiste di tre pareti (la quarta era in realtà una grotta, che si trova ancora a Nazareth) che non hanno fondamenta. Tanto che gli abitanti del luogo, temendo che non potesse sostenersi, vi costruirono intorno un muro, ma miracolosamente, come attestano le cronache, questo si staccò dalle pareti, come a voler testimoniare con una prova ulteriore il “miracolo vivente” della dimora della Vergine.

     

    Perché possiamo affermare con certezza che è proprio la casa della Vergine?

    Innanzitutto le pietre della Santa Casa provengono dalla Palestina e risalgono al tempo della Sacra Famiglia. In secondo luogo, le misure delle tre pareti e lo spessore dei muri coincidono con le fondamenta della casa di Nazareth. Non possiamo quindi dimenticare tutti i miracoli, fisici e spirituali, avvenuti nella Santa Casa di Loreto, a testimonianza che questa non era solo una casa in più tra le altre. In diverse rivelazioni private la Vergine stessa ha affermato che questa è la casa dove fu concepita, nacque e ricevette l'annuncio dell'Arcangelo Gabriele, concependo Gesù nel suo grembo.

     

    Potrebbe descrivere com'è la casa e in che condizioni è conservata?

    Come ho già accennato, la casa è costituita da tre mura, rimaste sostanzialmente intatte nel corso dei secoli, nonostante alcune modifiche, come l'apertura delle due porte voluta da papa Clemente VII per facilitare il flusso dei fedeli e la chiusura dell'unica porta originale. Degno di nota è anche l'altare che si trova all'interno della Santa Casa, noto come Altare degli Apostoli. Secondo la tradizione si tratta dell'altare che gli Apostoli fecero costruire nella Santa Casa di Nazareth e dove san Pietro celebrò la prima messa.

     

    La casa fu traslata dagli angeli. Possiamo provarlo?

    Nel corso dei secoli i grandi nemici della Santa Casa e delle sue miracolose Traslazioni sono stati prima i protestanti, poi gli illuministi e infine i modernisti. Oggi purtroppo – e questo la dice lunga sulla crisi della Chiesa che stiamo vivendo – sono le stesse autorità ecclesiastiche a minimizzare o negare il tutto, tanto che ormai è opinione comune tra i fedeli che la Santa Casa sia stata smontata pietra su pietra e portata via mare a Loreto. Ma non vi è nessuna prova storica che lo dimostri. Nessuna! Oltretutto, se così fosse, non si spiega per quale motivo la Madonna di Loreto sia stata proclamata patrona degli aviatori il 24 marzo 1920 e perché mai nel 2020, a cento anni di distanza, sia stato indetto un Giubileo per ricordare tale provvedimento di papa Benedetto XV…

    Probabilmente, quanti minimizzano o negano il miracolo pensano di rendere il tutto più accettabile dai fedeli. Oppure lo fanno perché semplicemente non hanno più fede. Infatti, se crediamo che Dio ha creato l’universo e si è fatto uomo (proprio nella Santa Casa) e che si rende presente nell’Eucaristia, perché mai dovremmo avere difficoltà a credere che possa spostare delle pareti? Girando un po’ per presentare il libro mi rendo conto che la gente ha sete di soprannaturale, vuole i miracoli e non sa che farsene di una pseudo-religione meramente umanitaria. I nostri pastori se ne rendono conto? Oppure scientemente stanno lavorando per distruggere il Cattolicesimo?

    In realtà, ci vuole molta più fede per credere al trasporto umano piuttosto che nel miracolo, avvalorato da Papi, santi e innumerevoli prove storico-scientifiche.

    In estrema sintesi, basti pensare che la malta che tiene unite le pietre della Casa di Maria presenta caratteristiche chimiche particolari risalenti alla Palestina dell’epoca di Gesù. Gli scavi archeologici hanno confermato poi che l’edificio risulta posato sulla nuda terra, senza fondamenta e nel bel mezzo di una pubblica strada, dove ovviamente all’epoca dei fatti era vietato costruire. Addirittura una parte sporge sul vuoto di un fosso e un cespuglio spinoso, che si trovava sul bordo della strada nel momento in cui la Casa si posò, vi rimase imprigionato.

    L'architetto Giuseppe Sacconi (1854-1905) dichiarò, ad esempio, di aver verificato che "la Santa Casa sta parte appoggiata sopra l'estremità di un’antica strada e parte sospesa sopra il fosso attiguo". Ha anche detto che senza entrare in questioni storiche o religiose, si doveva ammettere che la Santa Casa non poteva essere costruita, così com'è, nel luogo in cui si trova. Un altro illustre architetto, Federico Mannucci (1848-1935), nella sua Relazione del 1923, scriveva che è "assurdo solo pensare" che possa essere stata trasportata "con mezzi meccanici". E aggiungeva che “è sorprendente e straordinario il fatto che l'edificio della Santa Casa, pur non avendo alcun fondamento, situato sopra un terreno di nessuna consistenza e disciolto e sovraccaricato, seppure parzialmente, del peso della volta costruitavi in luogo del tetto, si conservi inalterato, senza il minimo cedimento e senza una benché minima lesione sui muri”.

     

    La Chiesa non ha dubbi, cosa hanno detto i papi e i santi?

    Tutti i Papi, a cominciare da Niccolò IV, hanno ufficialmente riconosciuto l'autenticità della Santa Casa e delle sue miracolose Traslazioni, al punto da stabilire la festa liturgica del 10 dicembre, data dell'arrivo delle tre sante pareti in Italia. Questa festa, oggi nota come Festa della Madonna di Loreto, è sempre stata tradizionalmente chiamata Festa della Traslazione Santa Casa nei libri liturgici. Tra i documenti pontifici, particolarmente significativa è la bolla Inter Omnia del 26 agosto 1852, nella quale papa Pio IX dà per provata che “a Loreto, infatti, si venera quella Casa di Nazareth, tanto cara al cuore di Dio, e che, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per la potenza divina, fu trasportata oltre i mari, prima in Dalmazia [nell'attuale Croazia] e poi in Italia."

    E tra gli innumerevoli santi che si recarono in pellegrinaggio a Loreto, voglio ricordare in particolare che fu tra le sante mura della Santa Casa che San Luigi Maria Grignion de Montfort ebbe l’ispirazione per scrivere il suo Trattato della Vera Devozione a Maria: e infatti, quale luogo più adatto per scegliere di vivere la schiavitù d’amore alla Madonna? Non è un caso che il grande santo francese raccomandasse agli schiavi di Maria di celebrare con particolare solennità il 25 marzo, festa dell’Annunciazione. Infatti, come Gesù, incarnandosi nel grembo di Maria, si è reso a Lei completamente dipendente, così anche chi vive la consacrazione predicata dal Montfort si dona totalmente alla Madre di Dio.

     

    Perché Loreto fu un baluardo della cristianità contro l'islam?

    Oggi a causa della dittatura del politicamente corretto non se ne parla, ma il santuario di Loreto ha avuto un ruolo essenziale nella difesa della Cristianità contro l’aggressione islamica. Le battaglie di Lepanto e Vienna sono state vinte grazie all’intercessione della Madonna invocata nella sua Santa Casa, come spiego nel libro. Prendo solo l’esempio di Lepanto. Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia, si recò a Loreto prima della battaglia, lasciò sua moglie a pregare nel santuario durante lo scontro navale e vi tornò poi a ringraziare la Madre di Dio per la vittoria. Non solo. I prigionieri cristiani liberati dalla schiavitù turca donarono al santuario le loro catene, che vennero fuse e utilizzate per costruire cancelli e balaustre delle cappelle laterali della basilica.

    Ma non finisce qui. La Provvidenza ha infatti disposto che i difensori del papato e della Chiesa contro il “nuovo turco” del liberalismo e dell’agnosticismo offrissero la loro vita sotto lo sguardo amorevole della Madonna di Loreto, il 18 settembre 1860, nella battaglia di Castelfidardo. I soldati pontifici si avviarono alla battaglia con in testa una delle bandiere sottratte ai Turchi a Lepanto, prelevata dal tesoro del santuario, dove era stata collocata da Marcantonio Colonna.

     

    Quali grandi personaggi si sono recati in pellegrinaggio in questo luogo santo?

    Sono innumerevoli, tra imperatori, sovrani e principi, ma è probabilmente interessante per il pubblico spagnolo riferirsi a due in particolare: Cristoforo Colombo e Don Giovanni d'Austria.

    Cristoforo Colombo conosceva molto bene il santuario e non è escluso che vi si fosse recato da giovane marinaio, attraversando l'Adriatico tra il 1465 e il 1475. Sembra che, il 13 febbraio 1493, quando Colombo tornò in Spagna dallo storico viaggio che portò alla scoperta del nuovo continente americano, la sua flotta fu investita da una violenta tempesta. Il mare, fece notare Colombo, divenne così minaccioso che le onde, mentre si alzavano, sembravano inseguire le due navi superstiti, la “Niña” e la “Pinta”. Le onde si fecero spaventose. La "Pinta" rimase in balia del vento, scomparve alla vista e deviò dalla sua rotta. Di fronte al pericolo, Colombo e i suoi marinai si affidarono all'intercessione della Madonna, alla quale fecero tre promesse collettive. Poi, misero in un cappello tanti ceci quanti erano i marinai della “Niña”. Di tutti i ceci, tre erano segnati con una croce e chi li avesse estratti avrebbe dovuto recarsi in pellegrinaggio ai tre santuari mariani. Nella prima e nella terza estrazione, il cece segnato fu estratto dallo stesso Colombo, che promise di andare al santuario spagnolo di Santa María de Guadalupe, in Estremadura e a quello di Santa Clara a Moguer. Il secondo cece fu estratto da un marinaio, Pedro de Villa, al quale Colombo promise il denaro per le spese del viaggio "a Santa Maria di Loreto, che si trova nella Marca di Ancona, nello Stato del Papa, che è la Casa dove la Santissima Vergine ha fatto e fa ancora molti e grandi miracoli”. Dopo aver espresso i tre voti, la tempesta si placò gradualmente e l'equipaggio riuscì finalmente a sbarcare sulla costa spagnola. Il pittore Cesare Maccari ha rappresentato l'adempimento del voto fatto da Cristoforo Colombo sulla cupola della Basilica di Loreto.

    Nel 1576 Don Juan de Austria arrivò a Loreto per adempiere alla promessa che aveva fatto alla Madonna cinque anni prima, quando si era recato alla battaglia di Lepanto. Il ritardo nell'adempimento della sua promessa era dovuto al fatto che aveva dovuto affrontare questioni politiche e militari urgenti. In pieno inverno e a cavallo, arrivò a Loreto da Napoli. Non appena Don Giovanni d'Austria vide il Santuario, si fermò, si inchinò e si scoprì il capo in segno di riverenza. “Poiché alla benedetta Cella pervenne – racconta il padre Arenio d’Ascoli –, fatta una generale confessione, alla Madonna grazie infinite rendette; né di ciò appagato, aggiunse allora al voto adempiuto un ricco dono di danari. Come ebbe soddisfatto al voto ed alla pietà, a Napoli ritornò, seco portando un gran desiderio di quella amabilissima Signora di Loreto”.

     

    Quali sono i principi non negoziabili a cui allude nell'appendice del libro?

    Quello di Loreto dovrebbe essere il santuario per eccellenza dei princìpi non negoziabili. Nella Santa Casa è stata concepita ed è nata la Madonna ed è stato concepito anche Gesù (difesa del diritto alla vita sin dal concepimento). Tra quelle pareti probabilmente è morto San Giuseppe, tra le braccia di Gesù e Maria (difesa della vita sino al suo termine naturale). Infine, lì Gesù è cresciuto ed è stato educato dai suoi genitori (diritto dei genitori di educare i figli in base ai principi in cui credono). Se i nostri vescovi avessero un po’ di interesse e di coraggio, dovrebbero promuovere pubbliche preghiere e incontri annuali a Loreto proprio sulla difesa di questi princìpi.

     

    Perché raccomanderebbe di recarsi in pellegrinaggio in questo luogo santo e quali frutti spirituali hai ottenuto lì?

    Il professor Plinio Corrêa de Oliveira spiegava che a muovere la Rivoluzione sono principalmente l’orgoglio e la sensualità: “Se non fosse per l’orgoglio e la sensualità – scriveva – la Rivoluzione come movimento organizzato nel mondo intero non esisterebbe, non sarebbe possibile”. Sulla base di questa considerazione viene allora da pensare che nessun luogo al mondo è più ostile alla Rivoluzione – e dunque più conforme alla Controrivoluzione – della Santa Casa di Loreto, poiché in nessun altro ambiente hanno regnato l’umiltà e la purezza più perfette. Tra quelle sacre pareti, infatti, Gesù si è sottomesso totalmente a Maria e Giuseppe; la Madonna è stata concepita immacolata, è rimasta perpetuamente vergine e con somma umiltà ha accettato i disegni divini; san Giuseppe è stato il castissimo sposo di Maria.

    Nella Santa Casa di Loreto ha avuto inizio la Redenzione del genere umano tramite l’Incarnazione del Verbo. In mezzo a quelle mura, l’Eterno è entrato nel tempo, Dio si è fatto uomo grazie al consenso pronunciato dalla Vergine Santissima. Tutto ciò rende ancora più chiaro il motivo per cui quel luogo benedetto può essere considerato il centro propulsivo della Contro-Rivoluzione. In effetti, se la prima Rivoluzione è stata quella di Lucifero e degli angeli ribelli che, accecati di orgoglio, hanno gridato a Dio il loro Non serviam, nella Santa Casa, invece, una creatura immacolata ha iniziato a schiacciare la testa del demonio con il suo umile e convinto “Fiat”. Il dottor Plinio definiva la Rivoluzione con i due aggettivi di gnostica ed egualitaria. Ebbene, ciò che lo gnosticismo di tutti i tempi rifiuta è proprio l’Incarnazione. Gli gnostici non possono concepire un Dio che si abbassa ad essere umano, che si umilia assumendo una carne ed un corpo mortali. Oltretutto, secondo vari Padri della Chiesa, Lucifero si ribellò proprio quando gli fu preannunciato che avrebbe dovuto adorare Dio fattosi uomo. Per superbia, gli angeli ribelli non vollero accettare l’unione ipostatica del Verbo con la natura umana, di per sé inferiore a quella angelica. A maggior ragione non potevano accettare che una donna, Maria Santissima, umile creatura, fosse il mezzo attraverso cui questa unione si realizzasse. Di fatto, al centro del pensiero gnostico sta l’idea prometeica dell’uomo che si ribella all’ordine della creazione e che, in ultima istanza, si fa Dio. Ma se Cristo è Dio che si fa uomo, allora l’uomo che si fa Dio è l’Anti-Cristo. Ecco quindi delineato lo scontro tra i due stendardi, quello di Cristo e quello di Satana; in definitiva, lo scontro tra la Rivoluzione e la Controrivoluzione.

     

    Come si può acquistare il libro?

    Può essere ordinato sul sito dell’associazione Luci sull’Est alla pagina https://www.lucisullest.it/materiali-libro-loreto// 

     

    Fonte: Infocatolica, 3 Dicembre 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Rodolfo I – Il re che si inginocchiava davanti all'Eucaristia

     

     

    di Marco Giglio

    Questa storia si limita a far conoscere un piccolo ma simbolico episodio nella vita di Rodolfo I d'Asburgo, Re di Germania, Re dei Romani, conte d'Asburgo, Conte di Kyburg, langravio di Thurgau e conte di Löwenstein.

    È passato alla storia per essere stato il primo importante esponente della Casa d'Austria, grazie al quale gli Asburgo guadagnarono la dignità imperiale, e ispiratore della “Pietas Austriaca” in quanto difensore del Eucarestia e della Chiesa.

    Nell’anno 1271, Rodolfo stava cacciando nelle foreste del suo territorio quando sentì suonare una campana. Un prete si stava avvicinando, portando con sé il viatico per un contadino morente.

    Il curato si trovò impossibilitato a proseguire giacché il fiume si era ingrossato troppo. Il conte Rodolfo, allora, accortosi del problema, decise di scendere da cavallo, si inginocchiò davanti al Santissimo Sacramento e offrì il suo cavallo al sacerdote.

    Lo accompagnò a casa del malato e così il sacerdote potè amministrare gli ultimi sacramenti al moribondo (confessione, indulgenze e viatico).

    Quando il prete ebbe compiuto la sua missione, salvare un’anima, volle ridare al conte il cavallo. Rodolfo si commosse e rispose: "Dio non voglia che io o qualcuno del mio popolo salga su un cavallo, che so per certo, abbia portato il mio Creatore".

    Quanto semplice e quanto potente è questa testimonianza!

    Chiediamo alla Madre di Dio – Maria Santissima – di degnarsi di donare all’Italia e all’Europa governanti con almeno un pezzetto di quella fede mostrata da Rodolfo I d'Asburgo.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Una guerra culturale globale che l'Occidente deve vincere

     

     

    di John Horvat

    Falso e vero Occidente

    La guerra in Ucraina è più di un'ingiusta guerra di aggressione da parte della Russia. Ha come obiettivo anche l'Occidente come concetto e come blocco geopolitico. Una guerra culturale globale si profila all'orizzonte, minacciando di distruggere ogni cosa.

    Due nozioni di ciò che si intende per "Occidente", una vera e l'altra falsa, sono al centro di questa battaglia culturale. Questi due modelli uniscono i liberale mettono i conservatori l'uno contro l'altro. L'opinione pubblica si trova confusa, incapace di determinare quale versione debba essere difesa o quale contrastata.

    La nozione di Cristianità

    L’autentica nozione potrebbe essere chiamata Occidente "veramente cristiano" e corrisponde a quel blocco di nazioni che hanno guidato il mondo grazie al loro legame con il passato europeo e in modo particolare, con la sua ricca cultura cristiana. Quell’Occidente coincide con la Cristianità e si applica a tutte quelle aree – anche nel Nuovo Mondo - che hanno condiviso una visione metafisica e religiosa della vita.

    Questo Occidente ha sviluppato sistemi di legge, educazione, di logica e di morale che favoriscono il progresso e la prosperità umana. La sua metafisica si basa sulla natura delle cose e su una verità oggettiva conoscibile. Il centro di questa civiltà è Dio, la sua legge e la Chiesa.

    La società moderna beneficia dei resti sopravvissuti di questa Cristianità, anche se ripudia le sue lontane radici. Se oggi c'è un resto di ordine nella società occidentale è perché le tracce di essa si trovano ancora nelle sue strutture, leggi e istituzioni.

    Ma la società secolare postmoderna di oggi rifiuta questo modello. Anzi, l'establishment "occidentale" e la sua corrispondente cultura scristianizzata e decadente, lo disprezzano.

    L'Occidente guidato da Davos

    Il secondo concetto di "Occidente" è qualcosa di completamente diverso dal concetto di Cristianità. Sia la sinistra che la destra usano questa definizione per attaccare il vero Occidente cristiano. Questo "Occidente" è associato a quelle stesse nazioni legate in un modo o nell’altro all'Europa, e si esprime in vaste reti economiche e politiche che incarnano un ordine basato su regole che sostengono il liberalismo come sistema politico della modernità. Tale “Occidente” potrebbe essere definito come l'Occidente guidato da Davos.

    Questo "Occidente" prende in prestito enormemente dal capitale sociale e dall'infrastruttura razionale dell'Occidente cristiano, anche se mai riconosce questo debito. Esso è vittima della paradossale tenebrosità dei pensatori cosiddetti illuministi che hanno rotto l'unità sociale e morale del vero Occidente cristiano promuovendo un mondo individualista e materialista. Tuttavia, questo “Occidente” diffonde anche la propria decadenza secolare accelerando la sua caduta.

    Se il vero Occidente cristiano è il bambino, la versione guidata da Davos è l'acqua della vasca1. La seconda viene usata contro la prima. I liberal odiano i valori del vero Occidente cristiano, pur godendo di tutte le comodità e i progressi che ne derivano. I conservatori ripudiano l'Occidente guidato da Davos mentre devono lottare per sopravvivere in mezzo alla sua depravazione morale e al suo secolarismo senza Dio.

    Questo Occidente guidato da Davos sembrava aver trionfato ovunque nel periodo successivo alla Guerra Fredda. Tutto pareva andare diritto verso un unico villaggio globale che inseguiva piaceri e passioni in un festival di frenetica sregolatezza, senza alcun riconoscimento di Dio. La sua tecnologia avanzata ha permesso poi di unire tutte le cose in modo istantaneo e senza sforzo.

    La frantumazione dell’Occidente guidato da Davos

    Questo trionfo è parso sicuro fino a quando il COVID e poi l'Ucraina hanno destabilizzato ulteriormente le cose. Il conflitto in Ucraina prende di mira l'Occidente guidato da Davos e le sue vaste reti. Le reti globali che mantenevano l'egemonia occidentale sono ora lacerate. In pochi mesi, la guerra in Ucraina ha spazzato via il lavoro di globalizzazione di una intera generazione.

    Entrambe le parti sono impegnate in un lavoro di disaccoppiamento. Ogni nuova sanzione imposta alla Russia rende più difficile la ricostituzione di un mondo globalizzato. Ogni nuovo passo della Russia dentro il territorio dell'Ucraina rappresenta la frantumazione del mondo in nuove egemonie, blocchi commerciali, correnti ideologiche e partnership scomode. Il risultato finale sarà l'irreparabile separazione dell'Est dall'Ovest.

    Questo Occidente come unità geopolitica si sta frantumando, aprendo la strada a un mondo multipolare sconosciuto. Molti a destra accolgono questo sviluppo come una liberazione da quella 'acqua sporca’ che occupa la vasca culturale. Allo stesso tempo, gli esponenti della sinistra celebrano la scomparsa dell'influenza del ‘bambino’, cioè di quell’Occidente cristiano che ancora mantiene un certo ordine morale nella società.

    L'annientamento del vero Occidente cristiano

    Tuttavia, l'obiettivo più importante della guerra in Ucraina è il vero Occidente cristiano. La Russia non si è mai del tutto unita a questo vero Occidente cristiano. È una nazione dell'Europa orientale che l'Ortodossia di stampo orientale ha dominato per quasi un millennio. Partendo da questo passato, il movimento eurasiatico di Vladimir Putin cerca di creare una rete anti-occidentale di Paesi orientati da strane ideologie e rigide autocrazie. La Russia, la Cina e i loro Stati clienti cercano di soppiantare il vero Occidente cristiano con un quadro che ricicla vecchi errori (molti dei quali paradossalmente occidentali) basati su un misto di nazionalismo, marxismo, gnosticismo e persino elementi mistici. In effetti, ciò che unisce l'euroasiatismo pan-slavo della Russia odierna (e di Alexander Dugin) con la "nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi" di Xi Jinping è il loro comune carattere militante anti-occidentale e filo-marxista.

    Gli ideologi russi euroasiatisti odiano le tracce del vero Occidente cristiano che ancora sopravvivono nelle istituzioni, nelle regole e nei sistemi di oggi. Da molto, prendono di mira soprattutto la Chiesa cattolica e le sue dottrine che mettono in crisi la stagnante ortodossia. Questi pensatori rifiutano l'ordine razionale dell'Occidente e immaginano una Russia primitiva, mistica, comunitaria e tribale.

    Molti filosofi occidentali, alcuni dei quali si auto-definiscono pagani o occultisti, si uniscono alla loro controparte euroasiatica nell'ammirare questo ideale russo primitivo. L'autore Matthew Rose nel suo libro del 2022, Un mondo dopo il liberalismo: Filosofi della Destra Radicale2[qui una recensione], esplora il pensiero di cinque figure chiave che hanno influenzato l'attuale dibattito contro l'Occidente: Oswald Spengler, Julius Evola, Alain de Benoist, Francis Parker Yockey e Samuel Francis. La loro posizione filorussa include critiche severe al cristianesimo occidentale che, secondo loro, devitalizza gli impulsi naturali e deforma le relazioni sociali.

    E poi c’è la sinistra mondiale che odia tutte le manifestazioni del vero Occidente cristiano perché insinua una forma di superiorità in un mondo che deve essere egualitario. L'odio è così intenso che l'establishment woke3 ora è impegnato in quella che si potrebbe definire una "guerra civile contro tutto e tutti", nel tentativo di annientare qualsiasi valore cristiano nella società occidentale.

    Il bersaglio è sempre l'Occidente

    La Russia odierna rifiuta quindi entrambi gli Occidenti, quello vero e quello falso. Cerca di distruggere le vaste reti del falso Occidente guidato da Davos, credendo erroneamente che, togliendogli la prosperità, anche il vero Occidente verrà rovinato. Russia e Cina sfidano le reti di Davos contrapponendole un Oriente anti-Davos, che creerà il caos economico e distruggerà la preminenza americana. Inoltre, la Russia odierna propone false ideologie che sostituirebbero ogni traccia di civiltà cristiana occidentale.

    D’altra parte, la guerra sta spezzando l'unità delle vaste reti e catene di approvvigionamento, già compromesse da decenni di fiducia dagli accordi commerciali con i comunisti.

    Più tragico ancora, le nazioni occidentali se la prendono in ogni modo contro la loro origine cristiana. La guerra culturale all'interno del vero Occidente cristiano sta trascinando quest’ultimo verso un mondo simile a quello pagano, panteista e selvaggio, che distruggerà la civiltà moderna, buttando sia il bambino che l'acqua sporca.

    È quindi iniziata una guerra culturale globale e la posta in gioco è il futuro dell'Occidente.

    Per combattere in questa guerra, l'Occidente non deve rifiutare l'ordine razionale, lo Stato di diritto e la metafisica oggettiva che gli conferiscono struttura e ordine. Deve resistere alla distruzione postmoderna della logica e alle narrazioni strambe. Soprattutto, l'Occidente deve tornare alle sue origini che si trovano in Dio, nella sua legge e nella sua santa Chiesa.

    Queste soluzioni ricordano quei messaggi inascoltati che furono rivelati dalla Madonna a Fatima nel 1917, quando il pericolo russo esplose sulla scena mondiale, validi oggi come allora.

     

    Note

    1. L’immagine impiegata si riferisce al detto popolare “non buttare il bambino con l’acqua sporca”.
    2. A World After Liberalism: Philosophers of the Radical Right.
    3. Denominazione che viene data alla nuova sinistra occidentale decostruzionista.

     

    Fonte: Tfp.org, 20 giugno 2022.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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