Principe D. Luiz di Orleans-Braganza

  • Condoglianze dal capo della Casa di Orleans

     

     

    Da SAR il Principe Jean de Orléans, Conte di Parigi

    Sono profondamente addolorato per la morte di mio cugino Dom Luiz d'Orléans-Braganza, deceduto ieri a San Paolo dopo una lunga malattia.

    Madame la Contessa di Parigi si unisce a me nel trasmettere le nostre più sincere condoglianze alla sua famiglia, in particolare al fratello Dom Bertrand che gli succede alla guida della Casa Imperiale del Brasile.

    Jean, conte di Parigi

     

    Fonte: Facebook, 16 luglio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Il presidente Bolsonaro decreta lutto nazionale per la morte del Principe Luiz de Orleans-Braganza

     

    IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, nell'esercizio dei poteri conferitigli dall'art. 84, caput, commi IV e VI, lettera "a", della Costituzione, e in considerazione di quanto disposto dall'art. 18, caput, comma I, della Legge n. 5.700 del 1° settembre 1971,

     

    D E C R E T A:

    Art. 1 È proclamato il lutto ufficiale in tutto il Paese, per il periodo di un giorno, a partire dalla data di pubblicazione del presente Decreto, in segno di rimpianto per la morte di Dom Luiz Gastão Maria José Pio Miguel Gabriel Rafael Gonzaga de Orleans e Bragança, Capo della Casa Imperiale del Brasile.

    Art. 2 Il presente Decreto entra in vigore alla data della sua pubblicazione.

    Brasília, 15 luglio 2022; 201° dell'Indipendenza e 134° della Repubblica.

    JAIR MESSIAS BOLSONARO

     

    Fonte: gov.br, 15 luglio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • In Memoria di un Príncipe cattolico: S. A. I. R. Dom Luiz d’Orleans e Bragança (1938-2022)

     

     

    di Roberto de Mattei

    È raro oggi incontrare principi autenticamente cattolici e quando uno di essi viene a mancare è doveroso onorarne la memoria. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente dom Luiz d’Orleans e Bragança, il Capo della Casa Imperiale basiliana scomparso il 15 luglio a 84 anni di età e mi è caro rendere omaggio alla sua figura, in un’epoca in cui abbiamo un estremo bisogno di uomini che incarnino princìpi. Dom Luiz era uno di questi: incarnava nelle sue parole, nelle sue azioni, ma soprattutto nel suo modo di essere, il principio monarchico della società. 

    Oggi la società si sta disfacendo anche perché il principio di autorità e di gerarchia su cui si fondava la cristianità è stato sostituito da quello dell’anarchia e del caos. E questa la ragione che spinse il prof. Plinio Corrêa de Oliveira a pubblicare nel 1993 il libro Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana con la prefazione del principe Luiz de Orléans e Braganza. L’idea di fondo era di mostrare il ruolo indispensabile della nobiltà e, più in generale, delle autentiche élites morali, culturali e sociali, nella crisi del nostro tempo.

    Credo che l’Italia fu il paese in cui quest’appello risuonò più profondamente. Nel 1993 si svolse nello storico palazzo della principessa Elvina Pallavicini (1914-2004) un convegno internazionale ispirato dal libro del pensatore brasiliano. Nel 1997 la principessa e il marchese Luigi Coda Nunziante (1930-2015), in un nuovo incontro a Palazzo Pallavicini, diedero vita all’Associazione Noblesse et Tradition, per opporre al processo rivoluzionario la tradizione monarchica e aristocratica dell’Europa Cristiana. Con un discorso di grande impegno, il principe dom Luiz di Orléans e Braganza sottolineò la missione della Nobiltà nella fase di disgregazione sociale che vive la società contemporanea.

    Dom Luiz era nato il 6 giugno 1938 a Mandelieu-la-Napoule, nel sud della Francia, primo di dodici figli del principe Pedro Henrique de Orleans e Bragança (1909-1981), capo della Casa Imperiale, e di sua moglie, la principessa Maria di Baviera. Nel 1945 era stato permesso alla famiglia di tornare in Brasile dopo l’esilio e il principe Pedro Henrique, che conosceva il prof. Plinio Corrêa de Oliveira fin dall’infanzia, era stato ben lieto di affidargli la formazione dei figli Luiz e Bertrand che avevano manifestato il loro entusiasmo per la Contro-Rivoluzione cattolica. Nelle vene dei due giovani scorreva il più nobile sangue europeo, attraverso gli Orléans-Bragança, imperatori del Brasile fino al colpo di Stato repubblicano del 1889 e i Wittelsbach, re di Baviera fino al 1918. La figura che essi sentivano più vicina era però quella della nonna, la principessa Maria Pia di Borbone-Due Sicilie (1870-1973), che aveva trasmesso loro un ardente amore per il movimento legittimista e ultramontano.

    Dom Luiz e dom Bertrand entrarono nella TFP, fondata nel 1960 dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira e, al suo fianco, militarono in una lunga battaglia in difesa della civiltà cristiana e della Chiesa Cattolica. Tra i due fratelli, Dom Luiz aveva una vocazione più contemplativa e un temperamento più riservato, ma questo non gli impedì di sottrarsi ad alcun impegno. Per questo, malgrado i suoi sessant’anni e la salute pregiudicata da una poliomelite giovanile, aderì con entusiastica determinazione all’invito del marchese Coda Nunziante di divenire membro fondatore di Noblesse et Tradition, nata per difendere i valori nobiliari tradizionali nel campo culturale e sociale. Dom Luiz partecipò, alla fondazione dell’associazione e ai tre convegni internazionali che seguirono a Roma (2000), Lisbona (2002) e Torino (2004), con la partecipazione di eminenti membri della nobiltà europea. Fu naturale che alla morte della principessa Pallavicini, nel 2004, dom Luiz fosse il suo successore come presidente di Noblesse et Tradition

    Il 29 aprile 2004 Dom Luiz presiedette nella sala del Palazzo Coburg di Vienna, alla presentazione dell’edizione tedesca del mio libro Il crociato del ventesimo secolo.  Plinio Corrêa de Oliveira. Tre anni prima, il 10 ottobre 2001, aveva partecipato a Roma alla commemorazione del 430° anniversario della battaglia di Lepanto. L’evento, promosso dal Centro Cuturale Lepanto, si svolse nei saloni del Palazzo della Cancelleria, alla presenza di oltre cinquecento persone. Il Principe imperiale sedeva in prima fila accanto ai cardinali Alfons Maria Stickler, Paul Augustin Mayer, Lorenzo Antonetti e Luigi Poggi, ai rappresentanti dell’Ordine di Malta e dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e ai discendenti delle più illustri famiglie europeee, i cui antenati avevano combattuto nelle acque di Lepanto.

    Queste non furono esibizioni mondane, da cui dom Luiz sempre rifuggì, ma impegni gravosi, a cui si sottomise per essere fedele al suo dovere di stato. Dal suo sguardo tralucevano due eminenti virtù: la purezza e l’intransigenza. Queste virtù resero dom Luiz e dom Bertrand invisi agli ambienti dell’alta società mondana. I nobili che si mimetizzavano per entrare nelle professioni lucrative e alla moda non sopportavano i due principi brasiliani, perché essi non venivano a patti con lo spirito di sensualità e di compromesso del cosiddetto “jet set”. Per i nobili mondani, il modello di principe era il re di Spagna Juan Carlos, l’uomo – si diceva – che era riuscito a combinare il servizio del proprio Paese con i propri piaceri e interessi. Non si comprendeva, e ancora non si comprende, che tanto più alta è la posizione sociale che si occupa, tanto maggiori sono i doveri che si è obbligati a rispettare. Eppure una sovrana non cattolica, come la regina Elisabetta II d’Inghilterra, ha offerto, in sessant’anni di regno, l’esempio, di ciò che una nazione può produrre di idealmente elevato.

    Dom Luiz volle essere e fu un principe cattolico. Fu terziario carmelitano e consacrato a Maria secondo la pratica di san Luigi Maria Grignion di Monfort, ma soprattutto diede l’esempio di un fervente spirito cattolico. Seguì con dolore il processo di autodemolizione della Chiesa e non mancò di manifestare il suo rispettoso dissenso con alcune posizioni della gerarchia cattolica.  Così, il 27 settembre 2016, fu tra i primi firmatari di una Dichiarazione presentata per iniziativa dell’Associazione Supplica filiale da un gruppo di 80 personalità cattoliche, comprendenti cardinali, vescovi, ed eminenti studiosi, che ribadivano la loro fedeltà agli immutabili insegnamenti della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio.

    Nel convegno di Noblesse et Tradition di Torino, il 30 ottobre 2004, dom Luiz chiuse il suo intervento con queste parole: «In un futuro che noi speriamo non troppo lontano, il nostro sguardo si volgerà verso questi anni di apostasia, di sangue e di caos, per sempre lasciati alle nostre spalle. Di questo noi possiamo essere certi, perché ci basiamo sulle promesse di Nostra Signora di Fatima.In quel momento felice, di fronte alla Chiesa ed alla Società restaurata, brilleranno come il sole coloro che, provenienti dalla nobiltà o dalleélites tradizionali analoghe, si saranno alzati in piedi contro le convulsioni e le crisi moderne, opponendosi ad esse e seguendo fedelmente i consigli e gli insegnamenti immortali del grande Pontefice Pio XII». A Vienna, il 29 aprile dello stesso anno, aveva detto: «Mi ricordo benissimo l’ultima riunione pubblica tenuta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira due mesi prima della sua morte. Egli ci ha richiamati ad avere fiducia nella Madonna, dicendo: “Quanto più ci sentiremo smarriti, più dobbiamo avere fiducia nella Madonna giacché Ella ha promesso che trionferà. Fiducia! Fiducia! Fiducia! Anche se dovesse tardare cinque, dieci, quindici, cinquant’ anni, dobbiamo aver fiducia che un giorno verrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria”». 

    Dom Luiz d’Orleans e Bragança, non ha potuto vedere quel giorno benedetto, ma lascia l’esempio di un perfetto principe cattolico davanti a cui ci inchiniamo con reverenza.

     

    Fonte:Corrispondenza Romana, 16 luglio 2022.

  • In Memoria di un Príncipe cattolico: S. A. I. R. Dom Luiz d’Orleans e Bragança (1938-2022)

     

     

     

    di Roberto de Mattei

    È raro oggi incontrare principi autenticamente cattolici e quando uno di essi viene a mancare è doveroso onorarne la memoria. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente dom Luiz d’Orleans e Bragança, il Capo della Casa Imperiale basiliana scomparso il 15 luglio a 84 anni di età e mi è caro rendere omaggio alla sua figura, in un’epoca in cui abbiamo un estremo bisogno di uomini che incarnino princìpi. Dom Luiz era uno di questi: incarnava nelle sue parole, nelle sue azioni, ma soprattutto nel suo modo di essere, il principio monarchico della società. 

    Oggi la società si sta disfacendo anche perché il principio di autorità e di gerarchia su cui si fondava la cristianità è stato sostituito da quello dell’anarchia e del caos. E questa la ragione che spinse il prof. Plinio Corrêa de Oliveira a pubblicare nel 1993 il libro Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana con la prefazione del principe Luiz de Orléans e Braganza. L’idea di fondo era di mostrare il ruolo indispensabile della nobiltà e, più in generale, delle autentiche élites morali, culturali e sociali, nella crisi del nostro tempo.

    Credo che l’Italia fu il paese in cui quest’appello risuonò più profondamente. Nel 1993 si svolse nello storico palazzo della principessa Elvina Pallavicini (1914-2004) un convegno internazionale ispirato dal libro del pensatore brasiliano. Nel 1997 la principessa e il marchese Luigi Coda Nunziante (1930-2015), in un nuovo incontro a Palazzo Pallavicini, diedero vita all’Associazione Noblesse et Tradition, per opporre al processo rivoluzionario la tradizione monarchica e aristocratica dell’Europa Cristiana. Con un discorso di grande impegno, il principe dom Luiz di Orléans e Braganza sottolineò la missione della Nobiltà nella fase di disgregazione sociale che vive la società contemporanea.

    Dom Luiz era nato il 6 giugno 1938 a Mandelieu-la-Napoule, nel sud della Francia, primo di dodici figli del principe Pedro Henrique de Orleans e Bragança (1909-1981), capo della Casa Imperiale, e di sua moglie, la principessa Maria di Baviera. Nel 1945 era stato permesso alla famiglia di tornare in Brasile dopo l’esilio e il principe Pedro Henrique, che conosceva il prof. Plinio Corrêa de Oliveira fin dall’infanzia, era stato ben lieto di affidargli la formazione dei figli Luiz e Bertrand che avevano manifestato il loro entusiasmo per la Contro-Rivoluzione cattolica. Nelle vene dei due giovani scorreva il più nobile sangue europeo, attraverso gli Orléans-Bragança, imperatori del Brasile fino al colpo di Stato repubblicano del 1889 e i Wittelsbach, re di Baviera fino al 1918. La figura che essi sentivano più vicina era però quella della nonna, la principessa Maria Pia di Borbone-Due Sicilie (1870-1973), che aveva trasmesso loro un ardente amore per il movimento legittimista e ultramontano.

    Dom Luiz e dom Bertrand entrarono nella TFP, fondata nel 1960 dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira e, al suo fianco, militarono in una lunga battaglia in difesa della civiltà cristiana e della Chiesa Cattolica. Tra i due fratelli, Dom Luiz aveva una vocazione più contemplativa e un temperamento più riservato, ma questo non gli impedì di sottrarsi ad alcun impegno. Per questo, malgrado i suoi sessant’anni e la salute pregiudicata da una poliomelite giovanile, aderì con entusiastica determinazione all’invito del marchese Coda Nunziante di divenire membro fondatore di Noblesse et Tradition, nata per difendere i valori nobiliari tradizionali nel campo culturale e sociale. Dom Luiz partecipò, alla fondazione dell’associazione e ai tre convegni internazionali che seguirono a Roma (2000), Lisbona (2002) e Torino (2004), con la partecipazione di eminenti membri della nobiltà europea. Fu naturale che alla morte della principessa Pallavicini, nel 2004, dom Luiz fosse il suo successore come presidente di Noblesse et Tradition

    Il 29 aprile 2004 Dom Luiz presiedette nella sala del Palazzo Coburg di Vienna, alla presentazione dell’edizione tedesca del mio libro Il crociato del ventesimo secolo.  Plinio Corrêa de Oliveira. Tre anni prima, il 10 ottobre 2001, aveva partecipato a Roma alla commemorazione del 430° anniversario della battaglia di Lepanto. L’evento, promosso dal Centro Cuturale Lepanto, si svolse nei saloni del Palazzo della Cancelleria, alla presenza di oltre cinquecento persone. Il Principe imperiale sedeva in prima fila accanto ai cardinali Alfons Maria Stickler, Paul Augustin Mayer, Lorenzo Antonetti e Luigi Poggi, ai rappresentanti dell’Ordine di Malta e dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e ai discendenti delle più illustri famiglie europeee, i cui antenati avevano combattuto nelle acque di Lepanto.

    Queste non furono esibizioni mondane, da cui dom Luiz sempre rifuggì, ma impegni gravosi, a cui si sottomise per essere fedele al suo dovere di stato. Dal suo sguardo tralucevano due eminenti virtù: la purezza e l’intransigenza. Queste virtù resero dom Luiz e dom Bertrand invisi agli ambienti dell’alta società mondana. I nobili che si mimetizzavano per entrare nelle professioni lucrative e alla moda non sopportavano i due principi brasiliani, perché essi non venivano a patti con lo spirito di sensualità e di compromesso del cosiddetto “jet set”. Per i nobili mondani, il modello di principe era il re di Spagna Juan Carlos, l’uomo – si diceva – che era riuscito a combinare il servizio del proprio Paese con i propri piaceri e interessi. Non si comprendeva, e ancora non si comprende, che tanto più alta è la posizione sociale che si occupa, tanto maggiori sono i doveri che si è obbligati a rispettare. Eppure una sovrana non cattolica, come la regina Elisabetta II d’Inghilterra, ha offerto, in sessant’anni di regno, l’esempio, di ciò che una nazione può produrre di idealmente elevato.

    Dom Luiz volle essere e fu un principe cattolico. Fu terziario carmelitano e consacrato a Maria secondo la pratica di san Luigi Maria Grignion di Monfort, ma soprattutto diede l’esempio di un fervente spirito cattolico. Seguì con dolore il processo di autodemolizione della Chiesa e non mancò di manifestare il suo rispettoso dissenso con alcune posizioni della gerarchia cattolica.  Così, il 27 settembre 2016, fu tra i primi firmatari di una Dichiarazione presentata per iniziativa dell’Associazione Supplica filiale da un gruppo di 80 personalità cattoliche, comprendenti cardinali, vescovi, ed eminenti studiosi, che ribadivano la loro fedeltà agli immutabili insegnamenti della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio.

    Nel convegno di Noblesse et Tradition di Torino, il 30 ottobre 2004, dom Luiz chiuse il suo intervento con queste parole: «In un futuro che noi speriamo non troppo lontano, il nostro sguardo si volgerà verso questi anni di apostasia, di sangue e di caos, per sempre lasciati alle nostre spalle. Di questo noi possiamo essere certi, perché ci basiamo sulle promesse di Nostra Signora di Fatima.In quel momento felice, di fronte alla Chiesa ed alla Società restaurata, brilleranno come il sole coloro che, provenienti dalla nobiltà o dalleélites tradizionali analoghe, si saranno alzati in piedi contro le convulsioni e le crisi moderne, opponendosi ad esse e seguendo fedelmente i consigli e gli insegnamenti immortali del grande Pontefice Pio XII». A Vienna, il 29 aprile dello stesso anno, aveva detto: «Mi ricordo benissimo l’ultima riunione pubblica tenuta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira due mesi prima della sua morte. Egli ci ha richiamati ad avere fiducia nella Madonna, dicendo: “Quanto più ci sentiremo smarriti, più dobbiamo avere fiducia nella Madonna giacché Ella ha promesso che trionferà. Fiducia! Fiducia! Fiducia! Anche se dovesse tardare cinque, dieci, quindici, cinquant’ anni, dobbiamo aver fiducia che un giorno verrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria”». 

    Dom Luiz d’Orleans e Bragança, non ha potuto vedere quel giorno benedetto, ma lascia l’esempio di un perfetto principe cattolico davanti a cui ci inchiniamo con reverenza.

     

    Fonte:Corrispondenza Romana, 16 luglio 2022.

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    ISTITUTO PLINIO CORREA DE OLIVEIRA 

    Associazione Tradizione Famiglia Proprietà (TFP)

     

    In Memoriam 

    Principe D. Luiz di Orleans-Braganza

    Capo della Casa Imperiale del Brasile,

    Illustre membro dell'IPCO

     

     

     

    Il principe Don Luiz de Orleans e Bragança, capo della Casa Imperiale del Brasile, è morto oggi 15 luglio a San Paolo, all'età di 84 anni, dopo una lunga malattia.

    La morte di Don Luiz è stata annunciata nell'anno del bicentenario dell'Indipendenza, proclamata dal suo trisavolo Don Pedro I. Il suo corpo sarà vegliato presso la sede dell'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO) e verrà sepolto il 18 luglio nel cimitero della Consolação, a San Paolo.

    Con la morte del Principe Don Luiz, la guida della Casa Imperiale del Brasile passa al Principe Don Bertrand de Orleans e Bragança.

    Una Messa di Requiem in data ancora da fissare sarà celebrata a Roma.

     

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • In Memoriam di un perfetto Principe cattolico. Ci inchiniamo con reverenza davanti al suo esempio

     

     

    di Vik van Brantegem

    È deceduto a São Paulo il 14 luglio 2022, dopo essere stato ricoverato in ospedale per un mese, S.A.I.R. il Principe Dom Luiz Gastão Maria José Pio d’Orléans e Bragança e Wittelsbach, Capo della Casa Imperiale del Brasile, Balì Gran Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio della Real Casa delle Due Sicilie, Balì Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta, Cavaliere dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

    Era Gran Maestro dell’Ordine della Croce del Sud, dell’Ordine di Pietro I, dell’Ordine della Rosa, dell’Ordine di Cristo, dell’Ordine Imperiale di Sant’Iago della Spada, dell’Ordine di Saint-Benoît d’Aviz, della Medaglia imperiale brasiliana al merito civico e culturale.

    Dom Luiz era nato il 6 giugno 1938 a Mandelieu-la-Napoule, Alpes-Maritimes, nel sud della Francia. Si laureò in chimica all’Università di Monaco, dove aveva studiato dal 1962 al 1967. Parlava fluentemente portoghese, francese, tedesco, spagnolo, italiano e inglese. Risiedeva in una casa “senza lusso né splendore” a Higienópolis, un quartiere di São Paulo. Non era sposato. Gli succede a Capo della Casa Imperiale del Brasile il fratello Bertrand.

    Dom Luiz e due dei suoi fratelli minori, il Principe Bertrand e il Principe Antonio, si dedicarono al proselitismo monarchico in Brasile. Hanno svolto ruoli importanti durante la campagna per il plebiscito del 1993, che ha rappresentato la prima opportunità ufficiale per un ritorno della monarchia in Brasile dalla proclamazione della Repubblica nel 1889. In essa, al popolo brasiliano è stato chiesto di scegliere quale forma di governo, presidenziale o parlamentare, e quale forma di organizzazione statale, repubblica o monarchia costituzionale avrebbe dovuto avere il Brasile. La causa monarchica non ha avuto successo, ricevendo il 13,2% dei voti contro il 66% della repubblica.

    Il 15 luglio 2022 il Presidente del Brasile e il Ministro degli Affari Esteri hanno firmato un decreto ufficiale in cui dichiaravano che in Brasile doveva essere osservato un periodo di un giorno di lutto ufficiale in segno di rammarico per la morte di Dom Luiz, riferendosi a lui come Capo della Casa Imperiale del Brasile.

    Scrive il Prof. Roberto de Mattei su Corrispondenza Romana di oggi, 16 luglio 2022: «È raro oggi incontrare principi autenticamente cattolici e quando uno di essi viene a mancare è doveroso onorarne la memoria. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Dom Luiz d’Orleans e Bragança, il Capo della Casa Imperiale basiliana (…) e mi è caro rendere omaggio alla sua figura, in un’epoca in cui abbiamo un estremo bisogno di uomini che incarnino princìpi. Dom Luiz era uno di questi: incarnava nelle sue parole, nelle sue azioni, ma soprattutto nel suo modo di essere, il principio monarchico della società.

    Oggi la società si sta disfacendo anche perché il principio di autorità e di gerarchia su cui si fondava la cristianità è stato sostituito da quello dell’anarchia e del caos. E questa la ragione che spinse il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira a pubblicare nel 1993 il libro Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana con la prefazione del Principe Luiz d’Orléans e Braganza. L’idea di fondo era di mostrare il ruolo indispensabile della nobiltà e, più in generale, delle autentiche élites morali, culturali e sociali, nella crisi del nostro tempo. (…)

    Il 29 aprile 2004 Dom Luiz presiedette nella sala del Palazzo Coburg di Vienna, alla presentazione dell’edizione tedesca del mio libro Il crociato del ventesimo secolo.  Plinio Corrêa de Oliveira. Tre anni prima, il 10 ottobre 2001, aveva partecipato a Roma alla commemorazione del 430° anniversario della battaglia di Lepanto. L’evento, promosso dal Centro Culturale Lepanto, si svolse nei saloni del Palazzo della Cancelleria, alla presenza di oltre cinquecento persone. Il Principe imperiale sedeva in prima fila accanto ai Cardinali Alfons Maria Stickler, Paul Augustin Mayer, Lorenzo Antonetti e Luigi Poggi, ai rappresentanti dell’Ordine di Malta e dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e ai discendenti delle più illustri famiglie europeee, i cui antenati avevano combattuto nelle acque di Lepanto.

    Queste non furono esibizioni mondane, da cui Dom Luiz sempre rifuggì, ma impegni gravosi, a cui si sottomise per essere fedele al suo dovere di stato. Dal suo sguardo tralucevano due eminenti virtù: la purezza e l’intransigenza. (…) Dom Luiz volle essere e fu un principe cattolico. Fu terziario carmelitano e consacrato a Maria secondo la pratica di San Luigi Maria Grignion di Monfort, ma soprattutto diede l’esempio di un fervente spirito cattolico. Seguì con dolore il processo di autodemolizione della Chiesa e non mancò di manifestare il suo rispettoso dissenso con alcune posizioni della gerarchia cattolica. Così, il 27 settembre 2016, fu tra i primi firmatari di una Dichiarazione presentata per iniziativa dell’Associazione Supplica filiale da un gruppo di 80 personalità cattoliche, comprendenti cardinali, vescovi, ed eminenti studiosi, che ribadivano la loro fedeltà agli immutabili insegnamenti della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio.

    Nel convegno di Noblesse et Tradition di Torino, il 30 ottobre 2004, Dom Luiz chiuse il suo intervento con queste parole: «In un futuro che noi speriamo non troppo lontano, il nostro sguardo si volgerà verso questi anni di apostasia, di sangue e di caos, per sempre lasciati alle nostre spalle. Di questo noi possiamo essere certi, perché ci basiamo sulle promesse di Nostra Signora di Fatima.In quel momento felice, di fronte alla Chiesa ed alla Società restaurata, brilleranno come il sole coloro che, provenienti dalla nobiltà o dalle élites tradizionali analoghe, si saranno alzati in piedi contro le convulsioni e le crisi moderne, opponendosi ad esse e seguendo fedelmente i consigli e gli insegnamenti immortali del grande Pontefice Pio XII». A Vienna, il 29 aprile dello stesso anno, aveva detto: «Mi ricordo benissimo l’ultima riunione pubblica tenuta dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira due mesi prima della sua morte. Egli ci ha richiamati ad avere fiducia nella Madonna, dicendo: “Quanto più ci sentiremo smarriti, più dobbiamo avere fiducia nella Madonna giacché Ella ha promesso che trionferà. Fiducia! Fiducia! Fiducia! Anche se dovesse tardare cinque, dieci, quindici, cinquant’ anni, dobbiamo aver fiducia che un giorno verrà il trionfo del Cuore Immacolato di Maria”.

    Dom Luiz d’Orleans e Bragança non ha potuto vedere quel giorno benedetto, ma lascia l’esempio di un perfetto principe cattolico davanti a cui ci inchiniamo con reverenza».

    Fonte: Korazym, 16 luglio 2022.

  • Muore Luis de Orléans Braganza, capo della Casa Imperiale del Brasile

     

     

    di Amadeo-Martín Rey y Cabieses

    Il Brasile è stato una monarchia fino al 1889, governata dalla Casa portoghese di Braganza, arrivata dal Portogallo dopo i tentativi di Napoleone di occupare il Paese iberico. L'anno prima la principessa reggente Isabella, figlia dell'imperatore Pedro II, aveva abolito la schiavitù, il che portò i proprietari terrieri ad allearsi contro la monarchia. Era sposata con Gaston d'Orléans, conte di Eu, figlio del duca di Nemours e nipote del re Luigi Filippo I di Francia. Nel 1889, Pedro II perse il trono imperiale e la monarchia non tornò più nel Paese, anche se nel 1993 si tenne un referendum chiamato "plebiscito costituzionale", la cui data prevista fu inaspettatamente anticipata, il che significò che l'opzione monarchica e parlamentare - rispetto a quella repubblicana e presidenziale - ebbe poco tempo di fare campagna elettorale. Anche la disputa dinastica non aiutò le possibilità della monarchia.

    Infatti, alcuni realisti non sostenevano come capo della Casa Imperiale il defunto principe Luigi Gastone d'Orléans Braganza, morto il 15 luglio 2022, ma il cosiddetto ramo di Petrópolis, discendente del primo figlio della reggente Isabella, Pedro de Alcántara d'Orléans Braganza, che rinunciò ai suoi diritti al trono per sposarsi morganaticamente con la contessa Elisabetta Dobrzensky di Dobrzenicz. Anche il figlio di questo matrimonio, Pedro Gastón, sposato con l'Infanta Esperanza, zia del re Juan Carlos I, è stato un pretendente al trono.

    Don Luis è morto all'età di 84 anni ed era a capo della Casa Imperiale del Brasile dal 1981. Dal 2010 soffriva di vari problemi di salute, che lo hanno costretto a essere ricoverato all'Ospedale Santa Catalina di San Paolo lo scorso giugno. Ha studiato chimica all'Università di Monaco ed era il figlio primogenito del principe Pietro Enrico di Orléans Braganza, che dal 1921 era a capo della Casa di Braganza, e della principessa Maria di Baviera, nipote del re Ludovico III di Baviera. Nacque in esilio in Francia il 6 giugno 1938 ed arrivò in Brasile per la prima volta nel 1945. In seguito, sarebbe diventato cittadino benemerito e onorario di diverse città del suo Paese e membro di varie istituzioni culturali e storiche. Era Gran Croce del Sacro e Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.

    Poiché era celibe - e membro di Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), un'istituzione fondata da Plinio Corrêa de Oliveira - la guida della Casa Imperiale passa ora a suo fratello Bertrand, anch'egli celibe, che conobbi a Buenos Aires nel 2001 durante un suo viaggio nella capitale per una conferenza al Centro Ufficiali delle Forze Armate, dove potei cenare con lui e apprezzarne l'enorme cultura. Alla morte di Bertrand, i diritti dinastici del cosiddetto ramo Vassouras della Casa Imperiale passeranno al fratello Antonio, sposato con la principessa belga Christine de Ligne, il cui figlio maggiore, Pedro, è morto nel 2009 in un incidente aereo dell'Air France. I fratelli minori di Pedro, Amelia, Rafael e Maria Gabriela, sono rimasti a perpetuare la linea di successione al trono brasiliano.

     

    Fonte:La Razón, 16 luglio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al patriziato ed alla nobiltà romana

     

     

    Prefazione di S.A.I.R. il Principe Luiz de Orléans e Braganza

    Capo della Casa Imperiale del Brasile

     

    Per comprendere pienamente quest'opera di Plinio Corrêa de Oliveira è necessario tenere presente le principali sfaccettature della sua vita pubblica: scrittore, uomo d'azione, ma soprattutto pensatore.

    Un pensatore dedicato meno alla mera speculazione dottrinale che all'analisi del secolo in cui vive, dei problemi che lo tormentano e, secondo le soluzioni date a questi problemi, delle vie sulle quali viene condotta la storia umana.

    Secolo questo che si presenta ribollente e tumultuoso, in gran parte contraddittorio e bizzarro. Il suo inizio fu infatti caratterizzato da gioie e piaceri della Belle Epoque e anche dalla magnificenza dell'Esposizione Universale di Parigi. Eppure esso si avvia verso la fine in mezzo a incertezze e preoccupazioni, nella previsione di avvenimenti che condurranno forse a un caos universale o perfino ad una ecatombe atomica.

    Possiamo, dunque, considerare nel nostro secolo, da questo punto di vista, due fasi ben distinte.

    La prima è apertamente ottimista. In essa gli uomini, remoti eredi del Secolo dei Lumi, credevano nel successo indefinito di tutti i loro sforzi per il progresso. Il movimento generale dei popoli, delle istituzioni e dei costumi, veniva spinto, abitualmente, da alcune convinzioni che erano patrimonio del senso comune, ma che erano state considerate in maniera ipertrofica ed esclusivista dalla precedente epoca dell'illuminismo. Fra queste convinzioni, c'era quella secondo cui l'umana ragione – essendo infallibile se nettamente usata - era guida autosufficiente per individuare la felicità terrena e i mezzi per ottenerla.

    Inoltre, l'intelletto umano aveva già accumulato un'imponente congerie di conoscenze, nei campi più svariati, adatta ad assicurare nel secolo ventesimo, e anche nei secoli successivi, un alto grado di giustizia, di benessere, di multiforme miglioramento delle condizioni di vita e, conseguentemente, una felicità terrena perfetta.

    Questo processo ascendente era chiamato progresso, e il complesso dei metodi di azione con i quali si realizzava la gloriosa e indefinita ascensione del progresso veniva chiamata tecnica.

    Grazie a questo processo, l'umanità si trovava a un apice di civiltà mai visto prima, nel quale erano assenti i sintomi di ignoranza, rudezza e crudeltà, caratteristici dei tempi antichi.

    Quale potentissimo sostegno del progresso, l'uomo doveva contare sull'evoluzione: forza immanente a tutti gli esseri, ancora misteriosa, e che provocava una continua ascensione, il cui vertice supremo era impossibile raggiungere.

    Esempio caratteristico delle ambiziose speranze suscitate dalla cooperazione di questi fattori fu la decisione, espressa in diverse disposizioni testamentarie di questo secolo, secondo la quale il testatore disponeva che il suo cadavere fosse conservato intatto, in speciali camere frigorifere, nella speranza che l'evoluzione e il progresso, con la loro azione congiunta, facessero scoprire i mezzi per realizzare la resurrezione dei morti...

    È certo che, in quel mezzo secolo di giubilo universale, due tragedie di grande portata avrebbero opposto una crudele smentita a tante allucinate speranze: le guerre mondiali.

    Tuttavia, dopo la conflagrazione mondiale del 1914-1918 cominciò l'allegro periodo generalmente denominato “entre deux guerres”, che sarebbe stato interrotto dalla nuova guerra mondiale nel 1939. Sebbene quest'ultima, finita di fatto con le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, fosse stata ancora più universale, mortifera, devastatrice e lunga che la prima, la forza di propulsione verso la felicità terrena assoluta era talmente grande che, appena terminata, l'atmosfera festosa di ostinato ottimismo avrebbe subito ripreso la sua marcia.

    Ecco come la Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II ha descritto le condizioni di vita nelle quali le sembrava che fosse immersa la società contemporanea, aprendole le braccia allo scopo di godere insieme questa gioia universale:

    “Le condizioni di vita dell'uomo moderno, sotto l'aspetto sociale e culturale, sono profondamente cambiate, così che è lecito parlare di una nuova epoca della storia umana. Da qui si aprono nuove vie per perfezionare e più largamente diffondere la cultura. (...) Le scienze dette esatte affinano grandemente il senso critico; i più recenti studi di psicologia spiegano con maggiore profondità l'attività umana; le scienze storiche giovano assai a far considerare le cose sotto l'aspetto della loro mutabilità ed evoluzione; i modi di vita e i costumi diventano sempre più uniformi; l'industrializzazione, l'urbanesimo e le altre cause che favoriscono la vita comunitaria creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono nuovi modi di pensare, di agire, d'impiegare il tempo libero; lo sviluppo dei rapporti fra le varie nazioni e le classi sociali aprono più ampiamente a tutti ed a ciascuno i tesori delle diverse forme di cultura, e così a poco a poco si prepara una forma più universale di cultura umana, che tanto più promuove ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispettale particolarità delle diverse culture (...).

    “I teologi sono inoltre invitati, nel rispetto dei metodi e delle esigenze proprie della scienza teologica, a ricercare modi sempre più adatti per comunicare la dottrina cristiana agli uomini della loro epoca (...).

    “Nella cura pastorale siano sufficientemente conosciuti e usati non soltanto principi della teologia, ma anche le scoperte delle scienze profane, in primo luogo della psicologia e della sociologia (...).

    “I fedeli dunque (...) sappiano armonizzare la conoscenza delle nuove scienze, delle nuove dottrine e delle più recenti scoperte, con la morale e il pensiero cristiano, affinché la pratica della religione e l'onestà procedano in essi di pari passo con la conoscenza e col continuo progresso della tecnica” (Gaudium et Spes, n. 54 e 62).

    Questo era il modo in cui la grande maggioranza degli uomini - formati spiritualmente e culturalmente dalla civiltà occidentale - vedeva il futuro. Condividevano questa visione intellettuali di rinomanza universale, statisti e uomini di azione di grande spicco.

    Ma... in quale situazione storica non serpeggia un “ma”? A poco a poco anche il “paradiso” del progresso cominciava a scontentare.

    Parallelamente all'unanimismo ottimista, un altro modo di vedere, di sentire e di agire veniva formandosi nella penombra e nel silenzio. Tuttavia, mentre per quest'ottimismo erano aperte pienamente le porte dell'apparato pubblicitario, all'altro i mass media non concedevano volentieri spazio, per cui esso era ridotto a sopravvivere negli angolini della società di allora, nei quali il liberalismo dominante non trovava pretesto per perseguitarlo.

    Questo piccolo mondo - mantenuto così nell'oscurità - costituito da un pubblico eterogeneo e attivo, era formato dagli elementi più diversi.

    Bisogna menzionare, innanzitutto, coloro che contestavano il valore della ragione umana, mettendo in questione l'intero edificio grandioso, ma pregno di frustrazioni, della civiltà occidentale.

    Nel loro pensiero non era difficile discernere l'influenza dei filosofi tedeschi, anteriori perfino alla Rivoluzione francese: di Kant, per esempio, secondo il quale il concetto formato dalla ragione non sarebbe fedele, ma influenzato da fattori soggettivi che ne falserebbero l'oggettività. Dalla critica della ragione e della conoscenza, egli scivolò nel soggettivismo e in un certo qual immanentismo. Nei suoi seguaci - Fichte, Schelling, Hegel e altri - questo immanentismo si smembrò in teorie panteiste.

    Era l'antico panteismo, di origine induista e buddista, da molto diffuso in grandi estensioni dell'Asia e che appariva ora nella storia dell'Occidente.

    Questo soggettivismo e questo panteismo prese carattere di pessimismo in Schopenhauer e di disperazione in Nietzsche. L'apologia dell'angoscia fatta dai padri dell'esistenzialismo moderno (Kierkegaard, Heidegger) non sembra slegata da tali tendenze generali.

    Questo pensiero andò prendendo terreno in circoscritte ma elevate sfere intellettuali europee durante i secoli XIX e XX.

    Contemporaneamente l’ “american way of life” diffuso dappertutto da Hollywood e considerato da innumerevoli contemporanei come lo stile di vita più coerente, col trionfo congiunto della ragione, del progresso e della evoluzione - cominciava a venir messo in questione a causa degli inconvenienti dello stesso sistema capitalistico.

    Effettivamente, l'entusiasmo per la velocità nelle comunicazioni e nei trasporti, per l'intrecciarsi di tutti i campi dell'attività umana, provocò in ogni parte del mondo una febbre generale. Un febbricitare di mentalità, di aspirazioni, di sensazioni, di ambizioni, di attività, di business... di deliri, che finì col produrre molti e vari disturbi fisici e mentali che vanno aggravandosi di giorno in giorno e presagiscono la crisi generale dello Stato, della società, della cultura e della famiglia. Non è necessario dissertare a lungo, poiché è evidente che ciò sfocerà in una crisi globale molto più terribile: la crisi dell'uomo.

    Un'altra classe di scontenti - peraltro ben diversa - era formata da coloro che pur contemporanei alla festosa approvazione della Costituzione conciliare Gaudium et Spes, testimoniavano il nascere e il diffondersi della gigantesca crisi che cominciava a manifestarsi in tutta la Chiesa dopo la chiusura del Concilio Vaticano II.

    Una crisi che si presenta oggi ben più grave per la nascita della Teologia della Liberazione, per il serpeggiare di un certo ecologismo e di un certo sub-consumismo pauperista e pseudo-evangelico, che vede nelle condizioni di vita tribali l'organizzazione della società umana!

    La situazione che si presenta oggi davanti a noi non era stata prevista dal candido ottimismo dei Padri Conciliari del 1965.

    Questo candido ottimismo mi suscita un sorriso melanconico e rispettoso, che sorprenderà certi cattolici che non comprendono la filiale fedeltà alla Santa Chiesa e al Papato che mi vibra nell'anima nel momento stesso in cui scrivo queste righe.

    Questo rispetto mi porta ad accettare con tutto il cuore che il Divino Fondatore della Chiesa l'ha voluta retta da un Papa infallibile, in tutti i campi e nelle condizioni in cui Egli lo ha voluto infallibile; e fallibile in tutti i campi e nelle condizioni in cui l'ha voluto fallibile, ossia per esempio nella valutazione delle circostanze concrete in cui vengano a trovarsi questi o quegli uomini, queste o quelle situazioni.

    *     *     *

    Lo scontento che, ai margini del festoso trionfalismo del dopoguerra e del post-Concilio, si sviluppava in oscurità sempre più tenui e in una dimensione sempre meno corpuscolare, esplose d'improvviso nel 1968. È accaduto nella rivolta della Sorbona, le cui conseguenze aprirono per il mondo orizzonti di follia, di corruzione morale e di caos fino allora insospettati dalla grande massa.

    A poco servì che una gigantesca protesta anti-sessantottina sfilasse sulle strade di Parigi, nella famosa marcia di un milione di persone, mosse dall'entusiasmo vigoroso e sereno dell'età matura, o che contro la ribellione si levassero da tutte le parti voci di protesta, molte delle quali risonanti del meritato prestigio di varie personalità.

    Dal '68 ad oggi sono avvenuti, in molteplici sfere del pensiero e dell'azione umani, sensibili mutamenti. Quasi sempre, questi fecero in modo di trasformare il mondo di oggi in modo molto più consono alle mete della rivoluzione del Maggio francese.

    Il caos va diffondendosi dovunque. Dimostrarlo, sarebbe in questa sede superfluo e impossibile: superfluo, perché al giorno d'oggi non percepisce tale caos colui che è stato da esso accecato e ha perso di conseguenza la vista; impossibile, perché il caos è così universale che sarebbe impraticabile trattare, nella semplice prefazione di un libro, tutto ciò che esso fa o in cui opera. D'altronde, si vi dedicassi questa prefazione, essa diventerebbe più voluminosa dello studio che intende presentare ai lettori.

    Quanto finora esposto non ha avuto che lo scopo di delineare, il più sinteticamente possibile, il quadro generale dell'epoca in cui Plinio Corrêa de Oliveira ha svolto la sua azione di pensatore, di maestro e di leader cattolico conservatore di fama universale.

    Egli proviene da due illustri famiglie brasiliane. Dal lato paterno, dalla nobile famiglia dei Corrêa de Oliveira, di proprietari di piantagioni di canna da zucchero nel Pernambuco. Fra i suoi membri che ebbero un ruolo rilevante nella vita pubblica merita una menzione particolare João Alfredo Corrêa de Oliveira, senatore a vita dell'Impero e membro a vita del Consiglio di Stato. Fu particolarmente celebre per avere promulgato, come primo ministro, con la mia bisavola la principessa Isabella, all'epoca reggente dell'Impero, la legge di liberazione degli schiavi del 13 maggio 1888, nota come “legge aurea”. Proclamata la repubblica da un golpe militare nell'1889, João Alfredo presiedette per lunghi anni il Direttorio Monarchico, in qualità di persona di fiducia della Principessa, allora esiliata in Francia. Quest'uomo di Stato - uno dei più noti in Brasile - ebbe per fratello Leodegário Corrêa de Oliveira, nonno dell'autore del presente libro.

    Dal lato materno, discende dalla famiglia dei Ribeiro dos Santos, appartenente alla tradizionale classe paulista detta di “quattrocento anni”, cioè proveniente dai fondatori o abitanti originari della città di San Paolo. Tra i suoi antenati materni si distinse, durante il regno dell'imperatore Pedro II, il prof. Gabriel Rodrigues dos Santos, cattedratico della già allora celebre Facoltà di Diritto di San Paolo, avvocato, oratore di grandi doti e deputato, prima provinciale e poi nazionale. In queste funzioni ben presto ottenne un meritato rilievo. La morte lo rapi prematuramente.

    In entrambe le famiglie, le polemiche ideologiche che segnarono il periodo dell'Impero (1822-1889) e le prime decadi della Repubblica (1889-1930) ebbero un'eco profonda, producendo le ben note divisioni: nel campo religioso, alcuni si mantenevano fermamente fedeli alla Religione cattolica, mentre altri aderivano al Positivismo, l’ultimo grido della moda ideologica del tempo. Nel campo politico, alcuni restavano fedeli al caduto regime, mentre altri aderivano alla repubblica, nelle cui lotte politiche ebbero parte saliente.

    Plinio Corrêa de Oliveira fu testimone nell'ambiente famigliare di questo scontro di opinioni che, alla maniera brasiliana, era abitualmente enfatico ma allo stesso tempo cordiale.

    Su questi importanti argomenti egli andò prendendo posizione, improntata all'innocenza e alla pietà del suo animo ancora infantile ma già notevolmente precoce. Questa posizione venne rafforzata nel corso degli anni dalla riflessione, dall'analisi imparziale dei fatti e dallo studio al quale si affezionò da piccolo, con marcata preferenza per i temi storici.

    Fu in questa linea di pensiero - allo stesso tempo come cattolico praticante e intrepido, e come monarchico dichiarato - che Plinio Corrêa de Oliveira diventò uno dei leader più in vista fra le file della gioventù studentesca del suo tempo.

    Non è mia intenzione aggiungere qui dati biografici concernenti a questo noto brasiliano; essi figurano, col dovuto rilievo, in un'altra parte di questo volume. Intendo però analizzare il significato profondo della sua opera intellettuale, che può essere studiata nei libri e nei numerosi articoli che ha scritto.

    Lungo il suo cammino, Plinio Corrêa de Oliveira incontrò sempre cattolici e monarchici: i primi crescevano in numero e fervore, fino al momento in cui il progressismo provocò fra loro inevitabili divisioni, polemiche clamorose e la conseguente dispersione e diminuzione di forze.

    I monarchici, al contrario - la loro libertà di pensiero e di azione essendo stata tirannicamente soppressa dal decreto n° 85-A, del 23 dicembre 1889, confermato dalla art. 90 della prima Costituzione repubblicana del 1881 (la “clausola petrea”) e dalle diverse Costituzioni che seguirono durante la agitata vita del nuovo regime – andarono diminuendo di numero fino a quando, nel 1988, la 6ª Costituzione repubblicana soppresse la malfamata “clausola petrea”, riconoscendo finalmente ai monarchici una libertà politica che la Repubblica non negava a nessuno, neppure ai comunisti!

    Da allora si è verificato un fenomeno ideologico e politico inatteso per molti brasiliani. Nei più diversi Stati, cioè, in tutte le classi sociali, sono sorti i monarchici che - riuniti in valorose associazioni, come il Consiglio Pro-Brasil Monarchico, i Circoli Monarchici, l'Azione Monarchica Femminile e la Gioventù Monarchica del Brasile, intimamente legati a me in qualità di legittimo successore di Pedro II - progrediscono chiaramente nell'azione pacifica ma tenace che conduco con l'aiuto brillante ed efficiente del Principe Bertrand, mio fratello ed eventuale successore.

    Questi monarchici hanno gli occhi rivolti con ammirazione all'intrepido leader anticomunista Plinio Corrêa de Oliveira, il quale ha saputo essere, come intellettuale, un monarchico dichiarato, anche nel periodo in cui fu più dura quella che potremmo chiamare la recessione monarchica, e il cui pensiero fornisce alla polemica monarchica - tradizionalista per essenza - una preziosa fonte di pensiero.

    Troviamo ammiratori ed amici della Monarchia in numero considerevole anche nella Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), oggi la maggiore organizzazione anticomunista d'ispirazione cattolica, fondata da Plinio Corrêa de Oliveira, della quale mio fratello Bertrand ed io facciamo parte, fin dalla prima giovinezza, col dovuto entusiasmo.

    Plinio Corrêa de Oliveira è un bersaglio preso continuamente di mira dai cattolici che si dichiarano di sinistra e dai più svariati avversari della tradizione: dai socialisti moderati fino ai comunisti radicali ed agli “ecologisti”, nel senso politico militante del termine, senza dimenticare certi centristi che in realtà non sono che seguaci camuffati del socialismo.

    D'altra parte, egli è riconosciuto come indiscusso leader dai cattolici che, nel piano strettamente filosofico e culturale, prendono una posizione che, per analogia, viene considerata come destra cattolica.

    Fino ad ora, l'opera capitale di Plinio Corrêa de Oliveira è Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Sono convinto che accanto a questa dovrebbe aggiungersi Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla nobiltà romana.

    Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, pubblicato nel 1959, ha avuto successive edizioni in vari Paesi di Europa e delle Americhe, costituendo il libro di base di tutti i soci e cooperatori delle TFP in 20 nazioni dei cinque continenti.

    Quest'opera è una analisi teologica, filosofica e sociologica della crisi dell'Occidente, dalla sua genesi nel secolo XIV fino ai nostri giorni. Il fulcro del pensiero di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione consiste nella valutazione secondo cui l'indebolimento religioso e la decadenza dei costumi caratterizzati da quel secolo diffusero in Europa una smodata sete di piaceri della vita, e quindi una gravissima crisi di carattere morale che penetrò a fondo coll'Umanesimo e il Rinascimento. Per sua natura, questa crisi operò molto più nelle tendenze che non nelle convinzioni dottrinali; tuttavia non avrebbe tardato ad invadere il campo intellettuale, data la fondamentale unità dell'uomo.

    La crisi morale conduce prima o poi ad opporsi ad ogni legge e ad ogni freno. All'inizio, quest'opposizione può non essere che un'antipatia; tuttavia istiga la tendenza a sollevare obiezioni di carattere dottrinale - ora più radicali, ora meno - contro la mera esistenza di autorità alle quali spetta, per la natura stessa delle cose, di reprimere le varie forme del male. Ciò provoca, negli animi predisposti dalle cattive tendenze, un'opposizione anche dottrinale ad ogni legge e ad ogni freno. Il termine finale di questo processo è l'anarchia nei fatti e nelle dottrine.

    Ecco descritto il liberalismo illuminista, la cui espressione ultima e più radicale è l'anarchismo. È appunto nell'anarchia che va sprofondando il mondo contemporaneo.

    L'apparire del liberalismo, che definirei “anarcogenico”, porta con sé un'altra conseguenza: l'opposizione ad ogni disuguaglianza. Il liberalismo è ugualitario: chi rifiuta con indignata enfasi ogni autorità, si oppone parimenti ad ogni disuguaglianza. Infatti, ogni superiorità, qualunque sia il campo in cui si manifesta, comporta un tipo di potere o di influenza direttrice di chi è maggiore su chi è minore. Ecco l'ugualitarismo, la cui ultima conseguenza consiste nel rafforzare l'anarchismo.

    Infine, la scomparsa di ogni distinzione tra verità ed errore, bene e male, crea l'illusione di rafforzare la pace fra gli uomini, mediante l'interdipendenza e il livellamento di tutte le religioni, tutte le filosofie, tutte le scuole di pensiero e di cultura. Tutto equivale a tutto: modo indiretto di affermare che tutto è nulla. Siamo al caos stabilito alle radici più profonde del pensiero umano, e quindi al disordine più completo nella vita umana.

    Questo che potremmo qualificare come una genealogia di errori e di catastrofi - “abyssus abyssum invocat” - non si manifesta solo nel campo speculativo, ma anche in quello dei fatti.

    Rivoluzione e Contro-Rivoluzione mostra che questo processo libertario, ugualitario e “fraterno” - è infatti col pretesto della fraternità che si organizza oggi il festival mondiale dell'ecumenismo in tutti i campi e settori - ha avuto la sua prima esplosione nell'apocalittica rivoluzione protestante, che negò l'autorità suprema e universale dei Papi; in varie sue sette, essa negò anche l'autorità dei vescovi, e in altre ancor più radicali quella dei sacerdoti; e proclamò il principio perfettamente anarchico del libero esame.

    Passando dalla sfera religiosa a quella politica, si vede che questo pensiero sta alla radice stessa della Rivoluzione francese, che mirò a modellare lo Stato e la società secondo i principi di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, inerenti al protestantesimo. Essa negò il Re, come il protestantesimo aveva negato il Papa; negò la nobiltà, come certe sette protestanti avevano fortemente diminuito i poteri del clero (che è l'aristocrazia della Chiesa) e altre lo avevano eliminato completamente; e proclamò, in nome del libero pensiero, il principio della sovranità popolare, come il protestantesimo aveva proclamato quello del libero esame.

    I rivoluzionari del 1789 lasciarono in piedi la proprietà privata e la conseguente autorità del proprietario sul lavoratore e, per analogia, dell'intellettuale sul lavoratore manuale. Ciò nonostante, nelle sue ultime convulsioni, per la penna del comunista Babeuf, la Rivoluzione francese giunse a negare anche queste ultime residue disuguaglianze.

    A sua volta, nel 1848, Marx proclamò l'uguaglianza socio-economica completa e Lenin la realizzò in Russia a partire dal 1917.

    Tre rivoluzioni, tre ecatombi, l'una generata dall'altra, hanno provocato come risultato, in questa fine di millennio, la 4ª Rivoluzione, autogestionaria e tribale, come afferma Plinio Corrêa de Oliveira nelle più recenti edizioni di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.

    Nel 1960, per l'edizione francese di questo libro, il mio defunto padre, il Principe Pedro Henrique, scrisse una sostanziosa e bella prefazione, proprio nel senso che ho espresso e che fa vedere il taglio intellettuale dell'opera di Plinio Corrêa de Oliveira.

    Rivoluzione e Contro-Rivoluzione fu evidentemente scritto per mettere in guardia la borghesia dell'Occidente, la cui vigilanza si era addormentata nei piaceri e negli affari, dal rischio supremo verso cui si dirigeva. Non era solo un libro speculativo, ma anche una denuncia, fatta con la speranza che ne derivasse un movimento, e da questo una riscossa. La fondazione della TFP in Brasile, il suo diffondersi nel vasto territorio del mio Paese e la propagazione dei suoi ideali nei cinque continenti, sono il frutto dell'apostolato personale e concreto di questo pensatore che, nel campo dell'azione, agiva e agisce nel cuore della realtà contemporanea.

    Ora, Nobiltà e élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, presenta appunto questo carattere di opera di pensiero destinata ad influenzare profondamente i fatti.

    *     *     *

    Simile a roccia sulla punta di un promontorio sferzato dalle onde, la nobiltà, a partire dalla Rivoluzione francese, ha sofferto successivi attacchi. Le hanno tolto quasi dappertutto il potere politico. In generale le negano qualsiasi diritto specifico, che non sia il mero uso dei titoli e dei nomi tradizionali. Il movimento generale dell'economia e della finanza ha fatto concentrare in altre mani la torrenziale ricchezza che ha posto il capitalismo al vertice della società e con la quale il jet set cerca di abbagliare - anzi di far brillare i suoi lustrini - da ogni parte.

    Che rimane allora della nobiltà? Ridotta in questo modo, ha il diritto di esistere? Con che vantaggio per sé stessa e per il bene comune? Deve forse isolarsi irriducibilmente nell'ambito delle “buone famiglie”? Oppure, nel caso di sopravvivenza della nobiltà, questa va estesa anche alle nuove élites con analoghe, seppure non identiche, caratteristiche?

    Plinio Corrêa de Oliveira, il cui animo è caratterizzato da una coerenza esemplare, vede nella nobiltà una di queste roccie immobili senza la cui resistenza epica, a volte perfino tragica, alle mareggiate delle tre Rivoluzioni, le terre del promontorio – ossia le civiltà e culture - avrebbero perso la loro coesione e si sarebbero dissolte nel turbine delle onde.

    Non è raro incontrare membri della nobiltà coscienti dei doveri individuali imposti dalla loro condizione nobiliare - come il buon esempio alle altre classi, col comportamento morale irreprensibile o con l'assistenza ai bisognosi - ma che, sulle questioni sopra elencate, non hanno che nozioni vaghe, seppure ce l'hanno.

    D'altronde un fatto analogo accade nelle altre classi, soprattutto con la più favorita nella struttura sociale vigente, ossia la borghesia. Il diritto di proprietà è il suo più fermo punto di appoggio, eppure sono rari i borghesi che conoscono i fondamenti morali e religiosi della proprietà privata, dei diritti e dei doveri che comporta.

    Ad entrambe queste classi, l'opera di Plinio Corrêa de Oliveira fornisce un inestimabile sostegno, pubblicando il testo integrale delle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, corredate da commenti esplicativi ed esempi storici molto eloquenti.

    Plinio Corrêa de Oliveira, profondamente impregnato dei principi insegnati dai Pontefici, è totalmente opposto allo spirito della lotta di classe.

    Egli non vede nella linea di confine tra nobiltà e popolo una zona di conflitto. Al contrario, ci mostra la nobiltà storica, militare e terriera, come alto e puro vertice dell'organizzazione sociale, vertice tuttavia non inaccessibile: culmine abitualmente difficile da scalare, poiché è nella natura delle cose che questa ascensione si realizzi solo col merito.

    Per Plinio Corrêa de Oliveira, la prospettiva di un'ardua ascesa del borghese alla condizione nobiliare va vista come un amichevole invito ad acquistare meriti ed ottenere con essi una autentica glorificazione. C'è di più. Nella nostra epoca, in cui una profonda penetrazione della tecnica nel lavoro manuale e un livello non trascurabile di istruzione nella classe operaia rende quest'ultima assai variegata, vi sono molte meritori e possibilità di promozione sociale e professionale, che sarebbe ingiusto ignorare.

    Amico della armoniosa e equilibrata gerarchia in tutti i campi dell'umano agire, Plinio Corrêa de Oliveira applica, mediante una lucida interpretazione, i principi di Pio XII a tutte le classi sociali, senza fonderle e meno ancora confonderle.

    È però facile accorgersi che le sue particolari premure si rivolgono specialmente ai due estremi della gerarchia sociale; di qui i suoi brillanti commenti sull'opzione preferenziale per i nobili e sull'opzione preferenziale per i poveri.

    Per quanto mi riguarda, condivido di cuore questa duplice opzione, facilmente individuabile nello spirito e nell'opera di vari monarchi della Casa di Braganza, in Portogallo come in Brasile. In questo libro - basato sulle allocuzioni pontificie qui riprodotte e commentate - l'attenzione dell'autore si rivolge specialmente all'opzione preferenziale per i nobili, senza pregiudizio alcuno per l'opzione preferenziale per i poveri.

    È missione specifica della nobiltà agire in difesa dei Re, sia che godano dell'esercizio del potere, nella pienezza delle rispettive prerogative, sia che abbiano solo “de jure” quel potere che è loro venuto dagli antenati e che nessun atto di forza o di demagogia può legittimamente sopprimere.

    Reciprocamente, è dovere dei sovrani amare, rispettare e sostenere la nobiltà, esercitando così in suo favore un'effettiva opzione preferenziale, che non si limiti alle sole lusinghe e cortesie.

    Auguro a questo nuovo libro di Plinio Corrêa de Oliveira il plauso di quanti sanno e sentono quello che è una vera nobiltà, che aiuti il popolo ad essere sempre quello che Pio XII raccomanda, ossia un vero popolo animato da un animo degno di essere chiamato cristiano, e che non capitoli di fronte al rischio di diventare una massa anorganica e inerte, trascinata nelle più svariate direzioni dalla psico-dittatura dei grandi gruppi pubblicitari.

     

    Sao Paulo, 25 de março de 1993

    Luiz de Orléans e Braganza

     

    Fonte: pliniocorreadeoliveira.info.

  • Nota biografica diffusa da Pro Monarquia - Brasile

     

     

    Informiamo che alcuni momenti fa Dio ha voluto chiamare alla Sua Divina Presenza SAIR il Signore Dom Luiz de Orleans e Bragança, Capo della Casa Imperiale del Brasile.

    Sua Altezza Imperiale e Reale e Augusto Principe Dom Luiz Gastão Maria José Pio Miguel Gabriel Rafael Gonzaga de Orleans e Bragança, Capo della Casa Imperiale del Brasile, Principe di Orléans e Bragança, era il legittimo depositario dei diritti al Trono e alla Corona del Brasile - de jure Imperatore Costituzionale e Difensore Perpetuo del Brasile.

    Era nato il 6 giugno 1938 a Mandelieu-la-Napoule, nel sud della Francia, primo di dodici figli del principe Dom Pedro Henrique de Orléans e Bragança, capo della Casa Imperiale del Brasile, e di sua moglie, la principessa Dona Maria da Baviera de Orléans e Bragança.

    Il Principe Imperiale del Brasile, in qualità di erede designato dei diritti dinastici del padre, venne registrato presso il Consolato Generale del Brasile a Parigi.

    I suoi padrini furono lo zio materno, il principe Ludwig di Baviera, e la nonna paterna, la principessa imperiale vedova del Brasile, Dona Maria Pia de Borbone-Sicilia di Orléans-Braganza. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, nel maggio 1945, la Famiglia Imperiale brasiliana poté finalmente tornare in Patria, ponendo fine all'ingiusto e doloroso esilio imposto dal colpo di Stato repubblicano del 15 novembre 1889.

    La famiglia visse a Rio de Janeiro e a Petrópolis fino al 1951, anno in cui si trasferì nel nord dello Stato del Paraná, allora grande frontiera agricola del Brasile, dove abitò nella Fattoria São José a Jacarezinho e, dal 1957, nella Fattoria Santa Maria a Jundiaí do Sul.

    Dom Luiz ha studiato presso il Liceo Coração Eucarístico e Santo Inácio, a Rio de Janeiro, e presso il Liceo Cristo Rei, a Jacarezinho. Si è poi recato in Europa dove ha studiato Scienze politiche e sociali all'Università di Parigi (Francia) e Chimica e Fisica all'Università di Monaco (Germania). Dopo aver conseguito la laurea in ingegneria chimica, tornò in Brasile nel 1967, stabilendosi a San Paolo e assumendo la direzione della segreteria del padre, che all'epoca viveva a Sítio Santa Maria, a Vassouras, l'antico centro di coltivazione del caffè dell'Impero, nel centro-sud dello Stato di Rio de Janeiro.

    La sua formazione morale e religiosa fu completata dal dottor Plinio Corrêa de Oliveira, eminente pensatore cattolico e monarchico, amico d'infanzia del padre e fondatore della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà (TFP), la cui benefica opera viene portata avanti in tutto il mondo da associazioni consorelle e, in Brasile, dal benemerito Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO). È stato membro della TFP fin dai suoi inizi, nel 1960, e oggi fa parte del prestigioso albo dei direttori dell'IPCO.

    Oltre al portoghese, parlava correntemente francese e tedesco e comprendeva bene l'italiano, l'inglese e lo spagnolo. A Sua Altezza Dom Bertrand e a tutta la famiglia imperiale brasiliana inviamo le nostre più sentite condoglianze.

     

    Fonte: Pró Monarquia – Casa Imperial do Brasil. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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