Teoria Critica della Razza

  • America: i neo-razzisti della sinistra non perdonano neppure la “bianchezza” della musica classica

     

     

    di Edwin Benson

    Viviamo tempi difficili per il mondo della musica classica. La Critical Race Theory (Teoria Critica della Razza)* e i suoi compagni di viaggio la stanno prendendo massicciamente di mira, erodendo il terreno sottostante più velocemente di quanto si possa puntellare le sue fondamenta.

    La matematica del razzismo sistemico

    Le accuse alla musica classica somigliano a quelle rivolte ad altri settori. Non ci sono nell’ambito della classica abbastanza neri o ispanici tra il pubblico, le orchestre, i direttori, gli amministratori, i compositori o i mecenati. Gli agitatori della Teoria Critica della Razza ammettono solo due possibili spiegazioni. O l'establishment della musica classica è “apertamente” razzista o lo è in modo “sistemico”. Non ci sono altre spiegazioni.

    Non ci sono prove di razzismo palese. Infatti, per oltre trent'anni, le scuole di musica d'élite hanno attivamente reclutato musicisti neri e ispanici. Hanno setacciato le biblioteche alla ricerca di opere composte da membri di gruppi "emarginati". Hanno scritto ambientazioni orchestrali per brani di altri generi, come il jazz e il rock and roll. I risultati sono stati deludenti.

    I razzisti della Teoria Critica della Razza sostengono che il problema deve essere più profondo. Cioè, alcune correnti sinistre di una cultura razzista bianca impediscono ai neri di avere successo nel mondo della musica classica.

    L'insicurezza finanziaria genera paura

    La maggior parte delle orchestre erano già appese a un filo prima degli attuali attacchi culturali. Infatti, il pubblico della musica classica si stava riducendo. Cinquant'anni fa, la maggior parte delle scuole superiori aveva delle orchestre. La gran parte dei ragazzi non diventavano mai musicisti professionisti, ma l'esperienza li metteva in condizione di apprezzare la musica classica e di assistere ai concerti.

    Da allora, il numero di orchestre scolastiche è diminuito costantemente. I genitori, condizionati da tre generazioni di rock and roll, comprano ai loro figli chitarre elettriche e batterie, non violini o corni francesi. Quando gli insegnanti di musica sono andati in pensione, molti sistemi scolastici hanno allocato i loro stipendi in programmi di scienze e matematica.

    Questo fattore spiega in parte un fenomeno che il critico Terry Teachout aveva notato nell'aprile 2005 quando scrisse: "La musica classica in America si trova sempre più messa all’angolo. Anche se molti gruppi affermati continuano ad attirare folle rispettabili, la maggior parte di essi sta trovando più difficile farlo, e persino ensemble ancora popolari come la New York Philharmonic vedono i capelli dei loro abbonati diventare più grigi di anno in anno. I grandi media hanno perso da tempo l'interesse per gli artisti classici. Le stazioni radio classiche stanno rapidamente diventando una cosa del passato, e le principali etichette discografiche classiche sono in malattia terminale".

    La “bianchezza” della musica classica

    Gli auditori in declino costringono le orchestre a limitare i loro sforzi di raccolta fondi verso un gruppo sempre più ridotto di corporazioni e fondazioni interessate a finanziare il loro lavoro. Come risultato, le orchestre stanno scoprendo che il mondo dei sostenitori della musica classica è intimidito dai "woke" di sinistra.

    Così, i fornitori di musica classica sono particolarmente vulnerabili ad accuse come la seguente di Alex Ross sul New Yorker: "La ‘bianchezza’ (whiteness) della musica classica è, soprattutto, un problema americano. La composizione razziale ed etnica del settore non è sorprendente, data la demografia europea prima del ventesimo secolo. Ma, quando quella tradizione fu trapiantata negli Stati Uniti multiculturali, si confuse con la gerarchia razziale consolidata nel Paese fin dalla sua fondazione. La maggioranza bianca tendeva ad adottare la musica europea come distintivo della sua supremazia... Si fece poco sforzo per coltivare i compositori americani; sembrava più importante fabbricare una fantasia di grandezza beethoveniana".

    Quando le emozioni salgono

    Molti dati confutano l'analisi del signor Ross, giacché le minoranze sono molto coinvolte nella musica. Compositori e musicisti afroamericani hanno usato le loro abilità in forme musicali più popolari (e più redditizie). Università come la Julliard School di New York forniscono programmi di lunga data per reclutare musicisti nelle comunità minoritarie, creando opportunità da cui spesso non si trae profitto. Del resto, i musicisti asiatici sono sempre più numerosi e prominenti sulla scena della musica classica americana.

    Per quanto fattivi possano essere questi dati, non vengono affatto recepiti nel lessico "woke": sono argomenti troppo logici per entrare nel regno emotivo che la sinistra predilige.

    Così, le aziende e le fondazioni sono intimidite dalla mentalità "antirazzista" che promana dalla Teoria Critica della Razza. Le culture aziendali, di per sé già avverse al rischio, gridano di terrore alla sola idea di finire nel mirino della controversia culturale. Molte grandi fondazioni, come la assai liberal Ford Foundation e la Carnegie Corporation, smettono di sovvenzionare le iniziative diventate improvvisamente radioattive.

    Così anche le orchestre capitolano. Heather Mac Donald documenta la profondità della loro sottomissione nel suo articolo "Classical Music's Suicide Pact"(Il patto suicida della musica classica). "[T]he League of American Orchestras (La Liga delle orchestre americane) ha rilasciato una dichiarazione in cui confessa che, per decenni, ha "tollerato e perpetuato la discriminazione sistematica contro i neri, discriminazione che si rispecchia nelle pratiche delle orchestre e in tutto il nostro paese". La Hartford Symphony Orchestra si è scusata per la sua "storia di inazione nell’affrontare efficacemente i sistemi e le strutture razziste che hanno a lungo oppresso ed emarginato musicisti, compositori e comunità nere". L'Opera di Seattle ha annunciato che "continuerà a dare priorità" all'antirazzismo e "farà ammenda" per aver causato danni".

    L'Opera di Seattle è andata oltre. Nel 2020, ha pubblicato un video dal titolo accattivante, un Crescendo per la giustizia razziale nell'opera. Presenta cinque relatori neri e ispanici, moderati dal "direttore dei programmi e dalle partnership" dell'organizzazione. Questo programma servile è insignificante. La tanto rimasticata posizione dei "guerrieri della giustizia sociale" non convince nessuno.

    Critical Race Theory: uno strumento della lotta di classe del marxismo culturale

    Le orchestre, le compagnie d'opera e le scuole dovrebbero distinguersi come conservatori di una preziosa tradizione sociale. L’elevazione dell'anima prodotta dalla musica classica è molto necessaria in un mondo materialista. Buttarsi nella mischia della maldicenza assieme ai loro detrattori sporca soltanto questi enti culturali.

    Ai marxisti culturali poco interessa la musica classica o le presunte legioni di musicisti "oppressi". Essi vogliono soltanto andare verso una società egualitaria dove non ci sia spazio per nessuna eccellenza. Non vogliono elevare i musicisti; vogliono porre fine alla musica. L'unità del marxismo culturale con la Teoria Critica della Razza ha senso perché entrambi cercano di creare la lotta di classe e distruggere l'armonia sociale che dovrebbe esistere in una società genuinamente cattolica. Infatti, l'"utopia" socialista non è altro che un grigio e disperato inferno.

     

    *Critical Race Theory è una delle varianti della rivoluzione anti-occidentale che colpisce specialmente il mondo anglosassone anche sotto altre etichette come “woke revolution” (rivoluzione del risveglio), “cancel culture” (cancellare la cultura) e persino “defund the police” (depotenziare la polizia). 

    Fonte: Return to Order, Ottobre 2021. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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  • I "Patti della terra rubata", nuovo tentativo di minare alle radici la cultura occidentale dell’America

     

     

    diEdwin Benson

    Attualmente, in molti campus universitari americani, i più potenti ispettori sono quelli legati ai dipartimenti delle tre parole "Diversità, Equità e Inclusione" (DEI). Secondo uno studio della Heritage Foundation, "la promozione della diversità, dell'equità e dell'inclusione (DEI) nei campus universitari è diventata una preoccupazione centrale dell'istruzione superiore".

    Gli ispettori DEI non sono solo potenti, ma anche numerosi. L'Università del Michigan ne ha 163, dedicati a tempo pieno a questo lavoro. La storica rivale, l'Ohio State University, 94. Stanford ne ha 80 e Syracuse 65. La media dei college presi in esame dalla Heritage è stata di 45,1 persone per università. I fortunati membri della facoltà di Baylor devono vedersela solo con sette.

    Il compito principale dei dipartimenti DEI è inculcare il senso di colpa. Uno strumento importante a questo scopo sono i "Patti per la terra rubata", noti anche come "Riconoscimenti della terra" o "Protocolli per la terra rubata".

     

    “Patti per la terra rubata”

    Queste dichiarazioni obbligano i funzionari universitari ad ammettere che i loro college occupano terre "rubate" ai nativi americani (indiani). Molte università richiedono (o consigliano vivamente) agli insegnanti di includere questo riconoscimento nei loro programmi e all'inizio di ogni lezione o evento pubblico.

    A titolo di esempio, questa è la dichiarazione dell'Alma Mater dell’Università del Michigan-Flint:

    Vorremmo riconoscere che la terra in cui ci riuniamo oggi è la patria ancestrale, tradizionale e condivisa di molte nazioni indigene, più recentemente delle nazioni tribali Anishinabek (tra cui Potawatomi, Chippewa/Ojibwe e Odawa). Riconosciamo la dolorosa storia di genocidio, trasferimento forzato e rimozione di molti da questo territorio e onoriamo e rispettiamo i molti popoli indigeni, compresi quelli dell'Alleanza dei Tre Fuochi, che sono ancora legati a questa terra su cui ci riuniamo.

    Come la maggior parte dei college, l'Università di Stanford inserisce la dichiarazione in una sorta di liturgia secolare. "Questo riconoscimento può essere scritto o pronunciato all'inizio di un evento o di un programma. Se viene pronunciato, l'ordine dovrebbe essere: (1) Benvenuto e parole sull'evento; (2) Riconoscimento del territorio (rubato); (3) Passaggio al programma regolare”.

     

    Lacrime di coccodrillo a Chicago

    Questa pratica non si limita alle università. Altre organizzazioni culturali l'hanno già abbracciata. La dichiarazione dell’Università di Michigan-Flint è ben poca cosa rispetto a quella dell'Art Institute di Chicago, che inizia così: "L'Istituto d'Arte di Chicago si trova nelle terre tradizionali e mai concesse del Consiglio dei Tre Fuochi: le nazioni Ojibwe, Odawa e Potawatomi. Anche molte altre tribù come i Miami, gli Ho-Chunk, i Menominee, i Sac e i Fox hanno chiamato quest'area loro focolare".Il documento cita poi i contributi di questi gruppi alla storia di Chicago e si conclude con una sorta di promessa: "Il nostro impegno per i diritti degli indigeni, la giustizia razziale e l'equità culturale non si limita a questa dichiarazione, ma si concretizza anche nella raccolta e nella cura degli oggetti dei nativi americani, nelle nostre mostre e nei nostri programmi, nonché nei rapporti con le comunità indigene".

    Un altro esempio di tali “patti per la terra rubata” è stato il preambolo della piattaforma del Partito Democratico nel 2020, durante la sua National Convention a Milwaukee. Ad un certo punto, si legge: "Il Comitato nazionale democratico desidera riconoscere che ci riuniamo per affermare i nostri valori su terre che sono state gestite per molti secoli dagli antenati e dai discendenti delle nazioni tribali che sono qui da tempo immemorabile. Onoriamo le comunità native di questo continente e riconosciamo che il nostro Paese è stato costruito sulle terre indigene".

    Tali dichiarazioni sono abbastanza generiche da adattarsi a qualsiasi situazione. Non è necessario fornire prove di insediamenti indiani in proprietà specifiche. È sufficiente che certe tribù si aggirassero in vastissime aree per far scattare simili dichiarazioni. Non è nemmeno necessario ricordare i conflitti fra le tribù stesse che determinavano costanti mutamenti di confini.

     

    Costretti a fare il discorso?

    Come per molte altre tematiche del diluvio di colpevolezza scatenato dalla sinistrorsa “cultura della cancellazione”, la condivisione o meno di tali discorsi di solito non è facoltativa, perché in pratica a nessuno è consentito contestare queste dichiarazioni. Per questo motivo, molti conservatori ritengono che esse costituiscano possibili violazioni del Primo Emendamento, giacché il governo non ha il diritto di obbligare le persone a parlare contro le proprie convinzioni. Le istituzioni non possono costringere i professori e gli altri a sposare una particolare visione politica del mondo diversa dalla loro.

    Le proteste stanno avendo i loro effetti, poiché molti respingono o ignorano tali obblighi, affermando che le dichiarazioni sono indiscutibilmente politiche e che impongono un'interpretazione del passato e implicazioni per il presente. Infatti la maggior parte delle dichiarazioni non fornisce alcun contesto per valutarne il contenuto.

    Un contesto non è nemmeno voluto. In un articolo per Law and Liberty, George La Noue descrive l'esperienza di un professore dell'Università di Washington, che in una sua dichiarazione cita la teoria della proprietà di John Locke. Il direttore della scuola ha ritenuto Locke "offensivo" e "inappropriato", affermando inoltre che la teoria "disumanizza e sminuisce le popolazioni indigene ed è contraria al rapporto e al rispetto di lunga data che l'Università ha con... le tribù riconosciute a livello federale nello Stato di Washington". E come se volesse aggiungere un tocco di classe a questo deplorevole episodio, il direttore ha concluso che l'Università di Washington "si impegna a fornire un ambiente di apprendimento inclusivo ed equo". Certo, bisogna solo assicurarsi di non includere gli economisti inglesi del XVIII secolo.

     

    C'è uno scopo?

    È interessante notare che né il Michigan, né Stanford, né l'Art Institute di Chicago si offrono di restituire la terra ai loro precedenti abitanti. Come per altre iniziative della sinistra, anche questa cerca solo di rimuovere il senso di colpa e la vergogna senza attendersi una assoluzione.

    Si tratta quindi didichiarazioni che servono solo a minare la legittimità del sistema attuale e ad affermare la superiorità morale di chi lo contesta. In un recente articolo del Wall Street Journal, Melissa Korn lo definisce come un esercizio di "virtue signaling" (segnalazione di virtù). Con ben pochi sacrifici, la sinistra può impegnarsi nella flagellazione verbale delle fondamenta della società americana senza poi fare nulla di concreto.

    Sul Daily Kos, Jason Hill della DePaul University vede in tutto ciò una tendenza più ampia, rilevando un movimento che vuole screditare la cultura occidentale "con delle narrazioni morali emancipatrici e una filosofia politica evolutiva che scopre, riconosce e protegge i diritti inalienabili dell'uomo". L'analisi della signora Korn e del dottor Hill indicano ragioni più profonde alla base delle suddette dichiarazioni e rimandano a un contesto più ampio di processi storici.

     

    Un disegno più vasto

    Lo studioso brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira descrisse i moderni processi che agiscono per screditare la cultura e la civiltà occidentali ricorrendo ai movimenti rivoluzionari di sinistra che perseguono con irriducibile efficienza i loro obiettivi. Egli osservava che questo tipo di movimento "viola i diritti autentici e penetra in tutte le sfere della società al fine di distruggerla. Questa distruzione viene attuata spezzando la vita familiare, danneggiando le vere élite, sovvertendo la gerarchia sociale, fomentando idee utopiche e ambizioni disordinate nelle moltitudini, estinguendo la vita autentica dei gruppi sociali e sottomettendo infine tutto allo Stato".

    Le sinistre creano disordine e incertezza diffondendo passioni rivoluzionarie come nel caso dei citati “Patti per la terra rubata”, che sono solo una fra le tante tematiche che si alimentano a vicenda. Il prof. Corrêa de Oliveira aggiunge che "queste tendenze disordinate si sviluppano come pruriti e vizi; più vengono soddisfatte, più diventano intense. Così, le tendenze producono crisi morali, dottrine errate e poi rivoluzioni".

    Il postmodernismo, la “Teoria critica della razza”[1] e l'egualitarismo estremo forniscono l'infrastruttura filosofica per politiche come i “Patti per la terra rubata”. Se non vengono contrastate, queste si incancreniscono e diffondono l'infezione nel flusso sanguigno della cultura, dando origine a forme di protesta sempre più radicali. L'unica soluzione è smascherare queste frodi progressiste che si danno una patina emotiva di "giustizia sociale". Come l'ormai screditata “Teoria critica della Razza”, i “Patti per la terra rubata” devono essere messi in discussione e sottoposti alla prova, che fallirà di fronte alla verità.

     

    Note

    [1] La Teoria critica della Razza è un movimento intellettuale che fornisce un quadro di analisi giuridica secondo il quale: 1) la razza è una categoria culturalmente inventata usata per opprimere le persone di colore e 2) la legge e le istituzioni giuridiche degli Stati Uniti sono intrinsecamente razziste nella misura in cui funzionano per creare e mantenere le disuguaglianze sociali, politiche ed economiche tra bianchi e non bianchi. 

     

    Fonte: Tfp.org, 8 aprile 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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  • Usa: il presidente Biden si butta nella mischia della “Teoria Critica della Razza”

     

     

    di Edwin Benson

     

    Il conflitto sull'insegnamento della “Teoria Critica della Razza” (CRT) nelle scuole americane, sia pubbliche che private, è in crescita. Al centro di questo scontro ci sono tre versioni della storia del razzismo negli Stati Uniti.