Ucraina

  • «I patriarchi diventavano molto spesso cappellani dell'imperatore o dello zar»

     

     

    (Kath.net/InfoCatholic) Secondo il portale di notizie della chiesa cecoslovacca "cirkev.cz", il fatto che il patriarca di Mosca abbia descritto l'invasione russa dell'Ucraina come una sorta di legittima rappresaglia per l'annientamento dei russi nel Donbass (Vedi testimonianza dei fedeli ortodossi nel Donbass) è "un fallimento, una tragedia", ha detto Duka in un'intervista con l'emittente pubblica CTV.

    Storicamente, bisogna dire che "i patriarchi bizantini e russi molto spesso diventavano cappellani dell'imperatore o dello zar e sostenevano la politica del loro paese", ha detto il cardinale ed ex presidente della Conferenza Episcopale Ceca. Al contrario, i sacerdoti che furono uccisi durante la Rivoluzione d’Ottobre e sotto la dittatura comunista dimostrarono coraggio. È "un peccato che il Signor Patriarca non viva di questo tesoro spirituale della Chiesa ortodossa russa", ha detto il cardinale.

    Il mondo di oggi dipende dal "potere, dalla finanza e dalla ricchezza", ma improvvisamente stiamo "assistendo al fatto che un paese relativamente povero con un esercito poco armato è stato in grado di sfidare una delle potenze mondialiper tre settimane", ha detto il primate boemo, il cui padre era un ufficiale.

    Il cardinale valuta ciò che sta accadendo come "la prova che famiglia, popolo, patria non sono parole vuote". Questo è "certamente un incoraggiamento per tutti noi", ha detto.

    Duka fu temporaneamente imprigionato nel suo paese natale nei primi anni '80 per il suo impegno per i diritti umani durante la dittatura del Partito Comunista e condivise la cella con lo scrittore, oppositore del regime e poi primo presidente cecoslovacco dopo la riunificazione Vaclav Havel (1936-2011).

    Il cardinale vede dei "parallelismi tra il pubblico russo sotto la pressione dello stato totalitario e la vita nella Cecoslovacchia totalitaria. Qualsiasi sostegno, discorsi, lettere e certe manifestazioni" sono uno "stimolo alla resistenza interna contro il presidente Putin", che deve ammettere "di aver perso la guerra".

     

    Attribuzione immagine: di David Sedlecký - Opera propria, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia.

    Fonte: Kath.net/InfoCatólica, 22 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

     

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  • Cattolici e conservatori non siano più zaristi dello zar

     

     

    di don Angelo Citati

    La recente omelia in cui il patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, ha lasciato trapelare in filigrana una sua «benedizione» alla guerra mossa da Putin all’Ucraina, alla quale ha attribuito addirittura un «significato metafisico», ha rimesso sul tappeto una questione che viene spesso agitata quando a contrapporsi in un conflitto armato non sono soltanto due nazioni, ma due culture diverse: questa guerra è anche, e magari soprattutto, una guerra di religione e uno scontro tra civiltà? E, se lo è, da quale parte dovrebbe schierarsi una persona legata ai valori tradizionali della Chiesa?

    Nella Chiesa, non è un mistero e non è una novità, esistono due sensibilità diverse, che con un linguaggio tolto alla politica – e con un’etichettatura non molto corretta, ma di innegabile praticità – sono generalmente qualificate l’una come conservatrice, come progressista l’altra. Se l’area progressista, in questo caso, ha reagito in modo piuttosto unanime – condanna senza riserve dell’attacco russo e pieno appoggio alla linea dell’asse atlantico, guidato, del resto, in questo momento proprio da un cattolico progressista, Joe Biden –, il fronte tradizionalista appare meno compatto. A sinistra, certo, non mancano quelli che nel loro sostegno incondizionato a Zelensky finiscono con l’essere più papisti del papa – che alcuni hanno criticato, ad esempio, per la scelta, dal sapore molto tradizionale per il richiamo alla mariofania di Fatima, di consacrare la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria, nonché per aver sì condannato con fermezza la guerra, ma senza schierarsi esplicitamente contro la Russia, conformemente alla saggia tradizione diplomatica del Vaticano; ma a destra oggi la tentazione sembra invece essere quella, per una malintesa fedeltà ai valori tradizionali, di diventare più zaristi dello zar.

    Ciò che può sedurre maggiormente coloro che si sentono vicini ai valori tradizionali della Chiesa è proprio il fatto che, mentre l’Occidente si trova rappresentato oggi da un presidente degli Stati Uniti democratico, Joe Biden, e da un papa riformista e innovatore, Francesco, e mentre il capo dello stesso governo ucraino è un progressista, la Russia sembra invece presentarsi come il baluardo di quel sistema di valori – famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, difesa della sovranità popolare e dei confini, difesa delle tradizioni della propria terra – tipico delle società tradizionali. Lo scontro in atto, secondo questa prospettiva, andrebbe ben al di là delle rivendicazioni degli ucraini russofoni del Donbass e della difesa della propria sovranità territoriale da parte del governo ucraino; si tratterebbe di un vero e proprio scontro di civiltà: da una parte l’Occidente corrotto e decaduto delle «parate gay» e della schiavitù finanziaria, dall’altra i sani princìpi che furono un tempo dell’Occidente e che oggi sopravvivrebbero in Russia, unico fronte di resistenza al «nuovo ordine mondiale». Se accetta acriticamente questa narrativa, il theoconservative, che è sempre stato schierato, quasi costituzionalmente, sul fronte atlantico, si sentirà inevitabilmente attratto da Putin e – abbagliato dal fascino degli alti princìpi di cui è presentato come il difensore – anche dalla tentazione di difendere, di conseguenza, la politica estera del «nuovo zar».

    Quest’approccio è errato, per due ordini di motivi. Il primo è di natura etica: può mai essere moralmente accettabile, di fronte ad una guerra che miete vittime innocenti, decidere il proprio posizionamento su basi ideologiche? Si può mai appoggiare l’illegittima invasione di uno stato sovrano solo perché – anche se fosse realmente così – l’invasore ha in altri campi idee che approviamo, mentre il governo del paese invaso e quelli dei suoi alleati sono schierati politicamente dalla parte opposta alla nostra? Ma c’è di più. La vera domanda da porsi è la seguente: è davvero questa la linea dello «zar»? Oppure è solo una rappresentazione geopolitica degli zaristi, di cui lo «zar» si serve artatamente per i suoi scopi? 

    La chiave di lettura che proietta sul conflitto russo-ucraino uno scontro di civiltà, lo scontro (finale?) tra la Tradizione e il Nuovo Ordine Mondiale, è in realtà prigioniera di sovrastrutture ideologiche che, se forse costituiscono lo sfondo remoto su cui si muovono gli attori di questa vicenda, certamente non ne rappresentano il movente. Uno sfondo, peraltro, dai confini molto più sfumati di quanto i putiniani occidentali non siano disposti a vedere: basti pensare che tra i paesi che militano più attivamente sul fronte filo-ucraino figura anche la cattolicissima Polonia (che certamente non riterrà di star così difendendo le parate gay), e che contro la Russia si è schierato anche il paese che finora era, tra quelli europei, il più vicino a Putin, l’Ungheria di Viktor Orbán, oltretutto ancorato – molto di più e molto più sinceramente di Putin – proprio alla ‘visione tradizionale’ della società caratteristica dei conservatori (e da molti di loro, infatti, preso spesso come punto di riferimento). Mentre invece gli unici che si sono apertamente schierati in favore di Putin, votando contro la risoluzione ONU di condanna dell’attacco all’Ucraina, sono stati (oltre alla più ambigua Cina, che si è invece astenuta) Bielorussia, Corea del Nord, Eritrea e Siria: piuttosto imbarazzante come fronte di resistenza al «nuovo ordine mondiale» e baluardo dei valori cristiani…

    Riferimento principale di chi vede in Putin il salvatore dei valori tradizionali è, invece, un filosofo russo le cui citazioni stanno circolando molto in Europa occidentale in questo periodo: Aleksandr Dugin. Proprio a questo controverso intellettuale, studioso di Julius Evola e padre della cosiddetta «quarta teoria politica» (secondo cui, dopo la fine del liberalismo, del nazifascismo e del comunismo, l’ideologia dominante del XXI secolo è destinata ad essere un neocomunitarismo patriottico e gerarchico, che passa – naturalmente – per Mosca e per la sua estensione «eurasiatica»), si deve in buona parte la proiezione sul conflitto russo-ucraino delle sovrastrutture ideologiche della guerra di civiltà. E, poiché Dugin viene spesso presentato come l’ideologo della politica di Putin, se ne trae la conseguenza che la Russia di Putin sia appunto il baluardo di questo grande progetto di civiltà. In realtà, Dugin è un filosofo non particolarmente noto in Russia e molto sopravvalutato in Occidente; queste sue proiezioni ideologiche fanno molta più presa in ambienti europei, generalmente di estrema destra, che non nella sua madrepatria. E lo stesso si può dire del patriarca Kirill: i suoi inviti alla «crociata metafisica» solleticano le simpatie dei tradizionalisti occidentali, ma ben poco quelle del popolo russo. 

    Né Dugin né Kirill sono gli ideologi di Putin, e in nessun modo la sua politica estera si può inquadrare in questo fantomatico «progetto di civiltà» dal significato metafisico. Di questa sua politica forse è più realistico (e certamente più prudente) ripetere, mutatis mutandis, quello che della Russia disse un politico – una figura che, questa sì, dovrebbe essere cara ai conservatori – che la politica estera la conosceva molto bene, Winston Churchill: «Non posso prevedere le mosse della Russia. È un rebus avvolto in un mistero dentro un enigma. Ma forse una chiave c’è: è l’interesse nazionale russo». E, non a caso, chi è che invece si compiace nel vedere in Putin non un freddo calcolatore che pur di fare gli interessi della sua nazione non esita a calpestare i diritti delle altre, ma bensì «lo zar», l’uomo cioè del ritorno allo zarismo dopo la parentesi sovietica? Sono proprio quelli che leggono l’attuale conflitto con il filtro delle sovrastrutture ideologiche della battaglia di civiltà: da una parte l’intellighenzia liberal, dall’altra i conservatori sedotti da Putin. In questo, gli acerrimi nemici si incontrano.

    Ma se a muovere Putin non sono ideologie particolari né battaglie metafisiche, come si spiega lo spazio che trovano – come si è detto, molto più in Occidente che in Russia – queste teorie? La risposta è che «se le autorità governative russe (dalla presidenza sino ai singoli ministeri o enti pubblici) nel corso degli anni hanno supportato la promozione di queste teorie, ciò non è certo accaduto perché in esse si trovino i reali princìpi della politica estera di Mosca, bensì perché la loro diffusione risulta utile a stimolare un sentimento filorusso in alcuni ambienti politici europei e a coltivare schiere di “utili idioti” convinti che, servendo acriticamente la causa della Russia, stiano servendo le proprie idee e la propria patria». 

    Questa lettura ideologica è, d’altronde, esattamente speculare – e quindi funzionale – a quella liberal che in questo conflitto vede, di nuovo, non un conflitto tra due paesi ma una battaglia di civiltà, nella quale stavolta però i buoni starebbero a sinistra, in difesa dei «valori» dell’Occidente di oggi: le teorie gender, i diritti LGBT, la cancel culture, il multiculti. Nella prospettiva liberal, insomma, supportare l’Ucraina nella sua difesa dall’attacco russo non significa semplicemente soccorrere un paese che è stato ingiustamente invaso da un altro, ma significa difendere quel sistema di valori contro quelli «tradizionalisti» di Putin: proprio come pensano anche, ma sul fronte specularmente opposto, i putiniani d’Occidente. Senza rendersene conto, quindi, chi appoggia, o comunque manifesta una certa ambiguità nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina in nome di presunti valori conservatori incarnati dalla Russia di Putin, porta detrimento proprio a questi valori, perché avalla così una lettura ideologica condivisa dai progressisti: questa reazione, cioè, li radica ulteriormente nella convinzione di trovarsi ingaggiati in una lotta che trascende la geopolitica e avrebbe invece – proprio come sostiene il loro «nemico» Kirill – un significato metafisico. 

    Certamente, non si può negare che molte prese di posizione di parte conservatrice verrebbero, in Russia, percepite come molto meno «politicamente scorrette» di quanto non avvenga oggi nella maggior parte dei paesi occidentali – caratteristica che la Russia condivide, peraltro, con molti dei paesi ex sovietici. Indagare sulle ragioni antropologiche, storiche, economiche e culturali che hanno contribuito a questa diversificazione tra Europa occidentale ed orientale sarebbe senz’altro un terreno di ricerca molto interessante; quel ch’è certo è che trarne la conseguenza che si tratti di posizioni assunte scientemente e ideologicamente nel quadro di uno scontro di civiltà sarebbe una lettura estremamente fuorviante. 

    Per fare un esempio: anche in Italia alla metà del secolo scorso si potevano leggere manifesti del PCI che recitavano (con foto di famiglia tradizionale in bella posa): «Il Partito Comunista difende la famiglia!». Tuttavia, nessuno ne trarrebbe la conclusione che il comunismo sia una corrente di pensiero ideologicamente schierata in difesa della famiglia naturale. Era, semplicemente, la realtà sociale e culturale dell’Italia (di tutta l’Italia) del Dopoguerra. La società russa contemporanea, questo forse lo si può affermare, somiglia di più all’Europa occidentale di allora che a quella di oggi. Da sinistra lo si deplorerà («sono rimasti indietro»), da destra se ne tesserà l’elogio («sono rimasti ancorati ai princìpi del diritto naturale»), ma comunque la si veda è semplicemente la realtà delle cose e non un’ideologia. Fare per questo della Russia il baluardo dei valori tradizionali e, quel ch’è peggio, appoggiare in nome di questo una politica estera guerrafondaia è una tentazione alla quale i cattolici e i conservatori non possono assolutamente permettersi di cedere.   

    E in fondo, se tornano alle loro radici e ai loro (veri) riferimenti culturali, si accorgeranno che non solo non se lo possono permettere, ma che in realtà neppure ne hanno bisogno: non hanno bisogno di cercare in nuove ideologie ciò che la nostra tradizione ci insegna già. La vera «battaglia metafisica» dell’Occidente cristiano l’ha ricordata, ad esempio, con la sua consueta finezza e profondità di teologo, Joseph Ratzinger nella storica omelia del 18 aprile 2005 – la vigilia della sua elezione al soglio pontificio – in occasione della Missa pro eligendo Romano Pontifice, divenuta poi una sorta di programma del suo pontificato:

    «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cfr. Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fededobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità si realizza nella carità».  

    In questo delicato frangente storico, cattolici e conservatori hanno quindi il dovere di non proiettare su questo conflitto categorie ideologiche inappropriate e di guardarlo per quello che è realmente, senza attribuirgli una portata metafisica che non ha – anche perché la situazione è già sufficientemente grave da non averne davvero bisogno. Certo, alcuni punti fermi l’etica cristiana li impone. Il primo è la chiara condanna, senza ambiguità, dell’invasione russa, perché nessuna guerra offensiva e di espansione può mai essere moralmente lecita. Il secondo è il sostegno ai civili vittime della guerra e l’accoglienza dei rifugiati (azione umanitaria, quest’ultima, che sta vedendo in prima linea proprio i paesi che, come la Polonia, fino a poco tempo fa i vertici europei accusavano di ostilità verso gli immigrati). Il terzo punto fermo è evitare e condannare ogni sentimento anti-russo che possa sorgere dalla pur doverosa condanna dell’attacco di Putin: stigmatizzare in nome di questo la cultura russa nel suo insieme è, infatti, un atteggiamento profondamente sbagliato, che rischia solo di fomentare altro odio. Quarto punto fermo: l’uso delle armi per difendersi in guerra (e quindi anche fornirle a chi si sta difendendo) è moralmente legittimo, come insegna chiaramente il Catechismo della Chiesa Cattolica e come ha ribadito recentemente anche il cardinale Parolin. 

    Su tutto il resto – se l’invio di armi agli ucraini sia, oltre che legittimo, anche opportuno; quante e quali siano le responsabilità dei paesi di area atlantica in questo conflitto; se la strategia difensiva scelta dal presidente Zelensky sia la migliore; se l’Italia avrebbe dovuto giocare un ruolo più da mediatore che da parte in causa; se tutte le sanzioni economiche irrogate alla Russia siano realmente lo strumento più efficace; se l’informazione dei media occidentali si stia rivelando all’altezza della situazione – la coscienza cristiana può scegliere liberamente, secondo le proprie personali opinioni e propensioni: in dubiis libertas. Ma non sbagli, almeno, da che parte della storia stare: stare da quella di chi proprio questa libertas non la garantisce al suo popolo sarebbe un errore madornale e controproducente.Certo, che quell’Occidente che, per dirla con Croce, «non può non dirsi cristiano», si presenti a questo appuntamento con la storia disarmato proprio di quei valori, tra i quali quelli cristiani, che più di tutti lo avrebbero reso credibile e coeso nella sfida ai sistemi autoritari, resta una realtà triste e deplorevole. Ma questo non autorizza i cattolici a cadere nel tranello di schierarsi dall’altra parte, e all’interno di questa giocare il ruolo di «utili idioti» più zaristi dello zar. Pur con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, la sfera atlantica resta oggettivamente, per cattolici e conservatori, l’unica alternativa credibile e possibile (il che non significa approvare tutte le scelte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea). Pertanto, allo sguaiato interventismo o all’incomprensibile ‘putinismo’ di certi imprudenti prelati, tutti coloro che, credenti o no, si sentono legati ai valori tradizionali della Chiesa non smettano di preferire la linea diplomatica della Santa Sede; alle seduzioni dei filosofemi evoliani di Dugin, la grande tradizione filosofica dell’Occidente cristiano, dalla Scolastica medievale fino ai maggiori filosofi cattolici del Novecento, come Jacques Maritain, Etienne Gilson e Augusto Del Noce; alla tentazione di vedere in Putin un difensore dei valori cristiani antepongano i veri statisti cristiani a cui dovrebbero ispirarsi i politici contemporanei, come don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer; all’ambigua e strumentalizzata «battaglia dal significato metafisico» del patriarca ortodosso Kirill preferiscano la grande, la vera battaglia metafisica del cristiano, ricordata con pregnanza e finezza da Joseph Ratzinger, cioè quella contro il relativismo e i «venti di dottrina»: siano, questi venti, quelli di decadenza dell’Occidente o quelli dell’imperialismo di Putin.

     

    Attribuzione immagine: By Antonio Cruz/Agência Brasil, CC BY 3.0 br, via Wikimedia.

    Fonte: Nazione Futura, 22 Marzo 2022.

  • Chi ricorda lo Holodomor?

     

     

    di Julio Loredo

    Tutti ricordano l’Olocausto, cioè l’uccisione di sei milioni circa di ebrei per mano dei nazisti. Esiste la Giornata della memoria, il Museo dell’Olocausto, premi internazionali legati a questa memoria e una vastissima letteratura sull’argomento. Esistono perfino organismi dedicati alla “caccia” dei responsabili. Ma quanti hanno sentito parlare dello Holodomor? Pochi, forse quasi nessuno. Non se ne parla. Eppure ha fatto almeno un milione di vittime in più dell’Olocausto.

    Si tratta dell’orrenda carestia degli anni ‘32‑‘33, artificialmente indotta dalle autorità sovietiche per sterminare la classe dei piccoli proprietari terrieri in Ucraina, e che provocò almeno sette milioni di vittime. Se n’è trattato nel corso del convegno Memento Gulag, tenutosi recentemente a Roma. Riproduciamo il comunicato stampa diffuso al riguardo dall’ambasciata dell’Ucraina in Italia in occasione del 70mo anniversario del tragico evento.

    *  *  *  *  *

    Quest’anno le comunità ucraina ed internazionale rendono omaggio, in occasione del 70mo anniversario, ai milioni di vittime del “Holodomor” – una vera e propria catastrofe subita dal popolo ucraino quando, per la prima volta nella storia dell’umanità, la confisca dei generi alimentari è stata consapevolmente utilizzata dallo Stato a fini politici, come arma di distruzione di massa della propria popolazione.

    Nel lessico della lingua ucraina nacque infatti un nuovo vocabolo – “holodomor”, che non trova equivalenti in altre lingue e che indica appunto “assassinio di massa per fame” in seguito a carestia artificiale e pianificata.

    L’Ucraina venne devastata nel XX secolo da due grandi carestie. La prima, interessando gran parte del Paese, inizia subito dopo la fine della guerra civile e la repressione della rivoluzione per l’indipendenza ucraina. Le sue cause ebbero, per la maggior parte, carattere oggettivo: la siccità del 1921, le conseguenze economiche della prima guerra mondiale e di quella civile, la gestione fallimentare del settore agricolo da parte del regime comunista da poco insediatosi al governo e, ultima ma non per importanza, la disparità nella distribuzione delle risorse alimentari, svolta dal potere centrale a favore dei centri industriali, principalmente di quelli fuori da territorio ucraino.

    La carestia degli anni ‘32‑‘33 interessò le stesse regioni del Paese, in particolare quelle di Zaporizzhya, Donetsk, Dnipropetrovsk, Mykolayiv ed Odessa, però questa volta essa venne causata innanzitutto da fattori politici. L’obiettivo era di sterminare il folto ceto dei contadini‑imprenditori ucraini agiati ed indipendenti dallo Stato.

    Lo sterminio di massa dei contadini ucraini attraverso la fame artificiale fu una consapevole forma di terrore politico contro la popolazione civile in seguito al quale vennero eliminate intere generazioni d’agricoltori, annientate le fondamenta sociale della nazione, le sue tradizioni secolari, la cultura spirituale, la sua identità.

    Fonti documentali d’archivio testimoniano che la carestia degli anni ‘32‑‘33 non fu un fenomeno fisiologico, ma un’azione ideata e realizzata consapevolmente, visto che tutte le scorte di frumento e d’altri generi alimentari venero portati via dall’Ucraina nei centri industriali dell’URSS.

    Conformemente alle disposizione del governo fu inoltre vietato ogni commercio dei prodotti alimentari nelle zone rurali, con severissime pene quali reclusioni superiori a dieci anni e fucilazione, nei villaggi che non erano riusciti ad adempiere con il piano stabilito dal Governo di consegna allo stesso dei prodotti agricoli.

    Le conseguenze e le dimensioni del “Holodomor” testimoniano una globale catastrofe socio‑umanitaria non soltanto nella storia del popolo ucraino ma dell’intera umanità.

    Gli storici ed i demografi dissentono tuttora sul numero esatto delle vittime. Tuttavia si potrebbe affermare che, tenendo conto delle stime del censimento nel 1937, la cifra più probabile dei morti per inedia e per i fenomeni relazionati con la stessa quali epidemie, cannibalismo, suicidi per disturbi psichici e sociali, ecc., superi i sette milioni.

    Questa orrenda tragedia degli anni 1932‑1933, su cui i consoli dei paesi esteri a Kyiv, Odessa e Kharkiv informarono i propri governi, venne per molti decenni occultata in Ucraina e, addirittura, negata ufficialmente dalla classe dirigente dell’URSS nonostante il riconoscimento del “Holodomor” quale reale fatto storico da parte del Congresso degli USA, del Parlamento e del Governo del Canada e della Commissione Internazionale dei Giuristi.

    Le sue cause, il carattere, le modalità dell’organizzazione e le dimensioni furono nascosti sia dalla comunità internazionale sia da alcune generazioni di nostri connazionali.

    I dati statistici più esatti non sarebbero tuttavia in grado di rendere la profondità delle conseguenze socio‑economiche, politiche e psicologiche della carestia che portò addirittura al vergognoso fenomeno del cannibalismo.

    È per queste ragioni che il nostro Paese ha proposto, in sede ONU, di fornire una valutazione della comunità internazionale sul “Holodomor” degli anni 1932‑1933 in Ucraina. Le istituzioni internazionali devono fornire un giudizio politico e giuridico su questo sterminio pianificato che non ebbe precedenti nella storia e che portò alla morte di milioni di persone innocenti.

    Riconoscere il “Holodomor” quale atto di genocidio ha un significato di principio per la stabilizzazione dei rapporti socio‑politici nel nostro Paese ed è un fattore di ripristino della verità storica, di risanamento morale da un terribile shock provocato dalle purghe staliniane e dalle carestie.

    Il ricordo di così dolorose esperienze deve aiutare l’odierna umanità a rigettare ogni forma di violenza e a crescere nel rispetto della dignità umana, salvaguardando i fondamentali diritti in essa radicati.

     

    Fonte: Rivista Tradizione Famiglia Proprietà, Dicembre 2003. 

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte

  • Come mai tutte le ‘persone sbagliate’ stanno sostenendo l'Ucraina?

     

     

    di John Horvat

    In un paese polarizzato, quando una parte sostiene con entusiasmo una questione, la regola generale è che l'altra prenda la posizione opposta. Tuttavia, quando due nemici si ritrovano improvvisamente dallo stesso lato sorge naturalmente la domanda: c'è qualcosa che non va?

    È proprio il caso dell'Ucraina. I conservatori che sostengono con tutto il cuore il paese invaso si ritrovano improvvisamente con strani compagni di stanza. I “liberals”, comportandosi al contrario dei loro modi tipici, si schierano in questa crisi dalla parte corretta, quella della nazione ucraina ingiustamente attaccata.

    Infatti, le stesse grandi aziende "woke" che illuminano gli edifici con i colori arcobaleno e deprecano il "nazionalismo" americano, ora dispiegano i colori nazionali dell'Ucraina. Gli attivisti pacifisti delGreen New Deal chiedono l'invio in massa di munizioni ad alto contenuto di carbonio in Ucraina. I fanatici dei vaccini accolgono milioni di rifugiati non vaccinati in Europa (e 100.000 solo negli Stati Uniti). Persino i fanatici della Teoria Critica della Razza(Critical Race Theory),che definivano tutto in base alla razza, ora si ritrovano difensori di europei biondi dagli occhi azzurri, una volta disprezzati come "bianchi privilegiati". Famosi esponenti liberal come il miliardario George Soros, l’attore Sean Penn e la cantante Lady Gaga assieme alla congressista Nancy Pelosi, sono tutti schierati a favore dell'Ucraina.

    Così, i liberali, che automaticamente sono in disaccordo su tutto con i conservatori, si uniscono a quest’ultimi per questa causa giusta. Non c'è da stupirsi che molti conservatori si chiedano: "Come mai tutte le 'persone sbagliate' sostengono l'Ucraina?".

    Un'unità illusoria

    Naturalmente, le persone dovrebbero simpatizzare con l'Ucraina e aiutarla in ogni misura possibile, dato che è una nazione che subisce un attacco ingiusto. Infatti, gli americani, compresa la maggior parte dei liberal, vedono che si tratta di un paese brutalmente invaso. La crudeltà viene trasmessa in ogni casa tramite Internet. Il lato umanitario della tragedia fa appello al generoso desiderio dell'America di alleviare le sofferenze. Difficile trovare "persone sbagliate" che non condividano questa compassione.

    Tuttavia, molti liberali sono entusiasti sostenitori dell'Ucraina non solo per l'attacco ma anche per l'inquadramento ideologico del dibattito. Usano purtroppo la crisi ucraina per sostenere la loro narrazione e costruire una contro-narrazione pseudo-conservatrice. Cioè, le "persone sbagliate" sostengono la causa giusta per la ragione sbagliata. E così il conflitto ucraino diventa un altro modo di combattere tutto ciò che è conservatore.

    Democrazia liberale contro regime autocratico

    Eppure, questa falsa alternativa, grossolanamente semplificata, viene in aiuto alla narrativa liberale. Da un lato, l'Ucraina è rappresentata come portabandiera dei valori liberali (anche se l'Ucraina, come tutte le nazioni slave, conserva molti costumi conservatori e religiosi, forse anche più della Russia). I media liberali evidenziano un fatto indiscutibile: il presidente liberale ucraino Zelensky ha delle opinioni riguardo all'aborto procurato e al peccato omosessuale che giustamente ripugnano i conservatori. Tuttavia, come succede con il presidente Biden in America, le sue opinioni personali non riflettono quelle degli ucraini nel loro insieme.

    Rappresentare l'Ucraina come una causa liberale serve a rafforzare i fatiscenti bastioni del liberalismo ovunque. Diventa un punto di raccolta in cui i coraggiosi liberali possono versare vaste risorse e imporre massicce sanzioni, mentre cercano di evitare una guerra a tutti i costi. Resta da vedere se lo zelo liberale continuerà quando la situazione si aggraverà.

    Una narrativa pseudo-conservatrice

    Il conflitto fornisce anche l'opportunità di associare i valori conservatori al rigido e autocratico governo di Putin (sebbene l'associazione sia gratuita). I valori tradizionali rimanenti in Russia vengono ovunque e per tutti trasformati in un altoparlante di questi costumi. Così, gli autentici conservatori si trovano classificati insieme a Putin, che non li rappresenta affatto. Alla ricerca di una maggiore credibilità, i media fanno ogni sforzo per mettere in rilievo ed esaltare la manciata di figure conservatrici che mostrano simpatia per Vladimir Putin, benché egli abbia posizioni dichiaratamente pro-aborto e pro-socialiste.

    Tale associazione con la Russia di Putin si adatta bene alle accuse secondo cui i conservatori americani stanno mettendo in pericolo la democrazia con la loro opposizione all'agenda liberal. Associando la causa conservatrice alla tirannia, i liberali non vogliono altro che costringerli a difendere posizioni che in fondo non hanno. Questo riflettore potrebbe essere facilmente spostato su tutti i conservatori, ovunque essi siano.

    Per i liberal, si tratta di una situazione di “win-win”, “io vinco comunque”. Sostenendo la giusta causa degli ucraini, sono dalla parte vincente dell'opinione pubblica e dalla parte giusta della loro narrativa. D'altro lato, etichettando tutti i conservatori come fan del totalitarismo di Putin, i liberaldividono la destra in fazioni dove nessun conservatore è a suo agio, mettendo tutti sulla difensiva.

    Rifiutare la falsa alternativa

    La soluzione corretta è rifiutare con sdegno questo falso dilemma così impostato dalla sinistra. Né gli ucraini né gli americani dovrebbero essere costretti a difendere la democrazia liberale o l'autocrazia. Questa è una falsa scelta che non corrisponde alla realtà di una nazione e di una Chiesa sotto assedio. La sinistra spesso presenta al pubblico false alternative per evitare le vere questioni, di solito quelle morali. I liberali evitano le questioni morali perché sanno di non poter argomentare su di esse.

    Perciò, l'attuale guerra deve essere considerata indipendentemente dalla narrazione della sinistra. L'Ucraina è una nazione ingiustamente invasa da un'altra. Punto. E poi, 1) se il dispotico Putin dovesse prevalere, sconvolgerà l'intero ordine del secondo dopoguerra; 2) difendere l'Ucraina non significa avallare l'agenda liberalné condannare una prospettiva falsamente etichettata come conservatrice pro-Putin.

    L'Ucraina non deve diventare uno strumento manipolabile dalla sinistra o dalla destra. L'Ucraina non è una pedina da giocare nelle fantasie immaginarie dei teorici della cospirazione o nelle inquadrature machiavelliche dei commentatori dei media liberal. Il povero e sofferente popolo dell'Ucraina merita di essere giudicato nel merito del suo diritto naturale all'autodifesa e del suo legittimo desiderio di rimanere una nazione libera con una Chiesa cattolica libera.

     

    Fonte: Return to Order, aprile 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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  •  Importanza del fattore greco-cattolico nell’analisi del conflitto russo-ucraino

     

     

    La cattedrale di San Giorgio a Leopoli

     

    di Redazione

    Molti fedeli, anche lucidi e ben orientati riguardo alla crisi scatenata dal progressismo neo-modernista nella Chiesa Cattolica, tendono a dimenticare la presenza di un fattore di grande importanza nell’altra grande crisi a cui stiamo assistendo in questi giorni, quella del conflitto russo-ucraino. Si tratta dei nostri confratelli cattolici che hanno pagato a caro prezzo, con il proprio sangue e una immane sofferenza, la loro fedeltà alla sede di Roma e il loro rifiuto a rientrare nei ranghi di una chiesa asservita alla Stato. Essi sono stati un modello di amore alla autentica libertà della Chiesa e dovrebbero costituire per noi un faro per orientarci oggi, quando non di rado vediamo claudicare quel senso della libertà della Chiesa davanti ai poteri forti di questo mondo, sia in Occidente che in Oriente.

    In questo senso, la Chiesa greco-cattolica ucraina (ma anche le chiese rutene e latine) è stata veramente un paradigma in tempi ancora recenti e non possiamo dimenticarlo. Giovanni Paolo II lo ricordò nella cerimonia di beatificazione dei 25 martiri greco-cattolici ucraini il 27 giugno 2001: «“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Questa solenne affermazione di Cristo risuona fra noi, oggi, con particolare eloquenza, mentre proclamiamo Beati alcuni figli di questa gloriosa Chiesa di Leopoli degli Ucraini. La maggior parte di essi fu uccisa in odio alla fede cristiana. Alcuni subirono il martirio in tempi a noi vicini e, tra i presenti alla Divina Liturgia odierna, non pochi sono coloro che li conobbero personalmente. Questa terra di Halytchyna, che lungo la storia ha visto lo sviluppo della Chiesa ucraina greco-cattolica, è stata coperta, come diceva l'indimenticabile Metropolita Yosyf Slipyi, "da montagne di cadaveri e fiumi di sangue"».

    Lo stato russo, sia nell’epoca zarista che in quella sovietica, ha sovente perseguitato questa Chiesa cattolica unita a Roma, quando non l’ha cancellata formalmente, cercando d’integrarla a forza al Patriarcato ortodosso di Mosca, conosciuto anche come Chiesa Ortodossa Russa. Questa, da parte sua, rivendica come proprio “territorio canonico” tutto lo spazio ucraino e di altre nazioni vicine. Alcuni teologi cattolici ritengono questa tesi per niente ortodossa e sbagliata in radice, giacché il mandato di evangelizzare tutti i popoli fatto da Nostro Signore ai suoi discepoli è universale e non si può delimitare geograficamente né identificare con realtà politiche temporali.

    La Chiesa greco-cattolica emerge ufficialmente nel 1596, quando una parte dell’Ucraina attuale apparteneva al commonwealth lituano-polacco, ma diversi storici greco-cattolici hanno dimostrato che la loro chiesa non interruppe mai in tempi precedenti i rapporti con i vescovi di Roma.

    Nel 1945, il segretario generale del Partito Comunista dell’Ucraina, Nikita Krusciov (in seguito, capo di tutta l’Unione Sovietica), determinò l’arresto del clero greco-cattolico, con la falsa accusa di collaborazionismo con il nazismo. Nel 1946, il governo staliniano, dopo infinite angherie e persecuzioni, dichiarò la Chiesa greco-cattolica fuori legge (situazione in cui rimase fino al 1989), avvalendosi di una strategia diabolica. Una minoranza dei preti greco-cattolici non resistette alla persecuzione e alle offerte materiali bolsceviche, indicendo un falso Sinodo a Leopoli che decretò il passaggio di tutti i fedeli e persino di tutti gli immobili di questa Chiesa al Patriarcato di Mosca, cosa che il potere sovietico non tardò a mettere in atto in modo brutale. Molti furono gli ecclesiastici e i fedeli che resistettero e furono uccisi dalla repressione statale sovietica; altri finirono deportati nei campi di lavori forzati in Siberia come il metropolita Slipyi.

    L’accusa ricorrente rivolta dal potere comunista ai greco-cattolici dell’epoca era quella di far parte di una chiesa filonazista (nonostante le forti denunce contro il regime hitleriano, soprattutto da parte di due degli esponenti principali della Chiesa Greco-Cattolica nel secolo XX, il metropolita Andrej Sheptytsk e suo fratello l’archimandrita e martire del comunismo, il beato Klementij Sheptytsk) o almeno di guardare troppo all’Occidente, specialmente all’epoca della monarchia asburgica, che di fatto li aveva protetti contro l’avidità cesaropapista di Mosca (va ricordato che la Galizia, ovvero la provincia occidentale dell’Ucraina, faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico).

    In realtà, il Patriarcato di Mosca ha sempre temuto la capacità di evangelizzazione dei popoli slavi da parte di una Chiesa che, pur unita a Roma, usa la liturgia bizantina che, così amata da quelle genti, esprime ovviamente l’universalità e la ricchezza della Chiesa fondata da Nostro Signore. Il metropolita Hilarion, l’attuale incaricato degli affari esteri del Patriarcato, nel 2016 protestava contro "le azioni dei greco-cattolici in Ucraina e il proselitismo dei missionari cattolici sul territorio canonico del Patriarcato di Mosca", aggiungendo poi che “la questione degli uniati (termine spregiativo, usato per indicare questi cattolici di rito ortodosso (sic)ma in comunione col Papa) rimane una "ferita sanguinosa, che ostacola la piena normalizzazione tra le due Chiese" (cattolica e ortodossa di ubbidienza moscovita, ndr)1.

    Infatti, questa Chiesa greco-cattolica era già stata liquidata dallo zar Nicola I nel 1827. In genere, a causa anche della liturgia bizantina, l’impero zarista non fu tollerante verso i greco-cattolici contrariamente, almeno in certi frangenti temporali, per esempio sotto Caterina la Grande, a quanto fatto con i fedeli cattolici di rito latino. Anche se nel periodo sovietico entrambi i riti cattolici furono brutalmente perseguitati come dimostra il libro Il Martirio della Chiesa Cattolica in Ucrainadel sacerdote Paul Vyshkovskyy, OMI (Edizioni Luci sull’Est, 2006).

    La minaccia cesaropapista si è manifestata ancora una volta con forza lo scorso 21 febbraio quando Vladimir Putin ha dichiarato, a ulteriore sostegno del suo diritto all’intervento in Ucraina e senza dare prove concrete, che il governo ucraino attuale lavora per la “distruzione” del patriarcato di Mosca in Ucraina2. Probabilmente si riferiva soprattutto a quei cristiani ortodossi che stanno con quella parte della Chiesa ortodossa ucraina riconosciuta dal patriarca di Costantinopoli: come non potrebbe tornare alla mente dei greco-cattolici e dei latino-cattolici quella simbiosi stato-chiesa che tanto male ha loro arrecato? La supremazia dello stato sulla religione ha dominato la mentalità del mondo scismatico per molti secoli. Di questa mentalità, la realtà moscovita è stata nei secoli una forte espressione. L’avvocato Antonello de Oto, docente di Diritto Ecclesiastico dell’Università di Bologna, afferma che per Putin “lo ‘scalpo’ ucraino non rappresenta solo una vittoria militare e politica ma anche la definitiva sistemazione di un problema religioso e identitario”3.

    Da parte sua, il ben informato blog The Pillar ha riportato la pronta adesione del Patriarca di Mosca alle parole del presidente russo, una sorta di “giustificazione teologica dell’invasione”. Il patriarca ha infatti riaffermato la tesi di un territorio canonico che comprende “tutte le Russie, Ucraina inclusa”, lasciando chiaro che la sua solidarietà con i cristiani dell’Ucraina “significa l’accettazione dell’autorità di Mosca sulla Chiesa ucraina”. Il 27 febbraio, due giorni dopo lo scoppio della guerra, il Patriarca Kirill ha dichiarato: "Che il Signore protegga la terra russa! Quando dico ‘russo’, uso un'antica espressione del ‘Racconto degli anni passati’- ‘Da dove viene la terra russa?’, la terra che ora comprende la Russia, e l'Ucraina, e la Bielorussia, e altre tribù e popoli. Che il Signore allora preservi la terra russa dai nemici esterni, dalle discordie interne, affinché l'unità della nostra Chiesa sia rafforzata”4.

    Se infatti anche una parte considerevole della maggioranza ortodossa in Ucraina, guarda con grande timore la simbiosi del Cremlino con il Patriarcato moscovita, come possiamo ignorare noi cattolici l’angoscia che pervade in queste ore i nostri confratelli greco-cattolici di rito bizantino, memori di un così recente martirio?

    E questa angoscia non riecheggia forse quel 92.5% di ucraini che votarono per l’indipendenza del loro Paese dalla Russia nel 1991, anch’essi memori della tragica esperienza dei decenni sovietici?  

     

    Attribuzione foto: di Mykola Swarnyk - Opera propria, CC BY-SA 3.0,Wikimedia.

     

    Note

    1. https://www.agi.it/estero/patriarcato_mosca_chiesa_uniate_ferita_che_sanguina-492984/news/2016-02-05/
    2. Peter Smith, How is Russia-Ukraine war linked to Religion? AP, 27 febbraio 2022.
    3. Antonello de Oto, “Il fattore religioso nella lotta russo-ucraina”, Formiche, 28 febbraio 2022.
    4. https://www.pillarcatholic.com/p/moscow-patriarch-prays-for-unity?s=rhttps://www.pillarcatholic.com/p/moscow-patriarch-prays-for-unity?s=rhttps://www.pillarcatholic.com/p/moscow-patriarch-prays-for-unity?s=r

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  • Intervista a Juan Miguel Montes sulla situazione Russia-Ucraina e l’azione delle TFP in favore della Lituania

    Il sito portoghese Dies Iræ ha pubblicato un'intervista esclusiva a Juan Miguel Montes, direttore dell'ufficio di Roma delle TFP - Tradizione, Famiglia e Proprietà. Ne proponiamo la nostra traduzione all’italiano. Nell'intervista, Montes parla della sua partecipazione attiva alla campagna che la TFP organizzò per l'indipendenza della Lituania e fa considerazioni rilevanti sul conflitto armato tra la Federazione Russa e l'Ucraina.

     

     

    A cura di Dies Iræ

    1. Più di tre decenni fa, concretamente il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, fatto che segnò decisamente la fine dell'"Impero sovietico". Un contributo importante al crollo del comunismo fu la dichiarazione d'indipendenza della Lituania l'11 marzo 1990. Fu in quel contesto che il professor Plinio Corrêa de Oliveira, fondatore della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà, promosse una grande raccolta di firme a sostegno della legittima rivendicazione lituana, che si diffuse nei cinque continenti, raggiungendo in poco più di tre mesi il numero record di 5.200.000 firme, facendone la più grande sottoscrizione di sempre. Lei partecipò a questa campagna e fece parte della delegazione che consegnò le firme in Russia e Lituania, Che ricordo ha di questa azione notevole?

    Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ricordava quella campagna come uno dei momenti più gloriosi della lotta delle TFP contro il comunismo. La Lituania, che è un paese baltico e non slavo, con una lunga storia anteriore alla dominazione russa, fu cancellata come nazione indipendente dal patto nazi-comunista del 1940 (patto Ribbentrop-Molotov). Nel marzo 1990, il paese baltico si alzò in piedi contro il moloch sovietico in un gesto di eroismo che commosse profondamente il mondo. Le TFP indissero una campagna internazionale di raccolta firme a sostegno di quella dichiarazione d’indipendenza, facendo una epica campagna per le strade delle Americhe e dell’Europa. Come lei ricorda, furono raccolte oltre 5 milioni di firme e all’epoca il Guiness Book of Records registrò trattarsi della più grande raccolta di sottoscrizioni mai avvenuta. Posteriormente il Parlamento della Lituania indipendente, in una seduta ufficiale, avrebbe reso omaggio ufficialmente alle Associazioni Tradizione Famiglia Proprietà per il loro apporto all’indipendenza nazionale. Questa iniziativa fu all’inizio di quel processo di smantellamento dell’Impero sovietico che Vladimir Putin ha definito “la più grande tragedia geopolitica del secolo XX”.

    1. Della sua visita a Vilnius, dove poté avere un contatto molto stretto con la realtà politica, sociale ed ecclesiastica, cosa le è rimasto in mente fino ad oggi?

    In realtà, la delegazione delle TFP, di cui feci parte insieme a una decina di altre persone, si recò prima a Mosca, poi a Vilnius e di seguito nuovamente a Mosca, in un memorabile viaggio che aveva come scopo quello di consegnare le firme al presidente lituano Landsbergis, ed una loro copia all’ufficio del segretario generale del PCUS Gorbaciov al Cremlino e anche all’arcivescovo primate lituano, il cardinale Sladkevičius. Tutto questo fu fatto.

    Il presidente lituano ci ricevette con grande cordialità, colpendoci per la determinazione eroica con cui voleva portare avanti il processo di indipendenza da Mosca anche se, come ci diceva chiaramente, non escludeva di finire in Siberia, o addirittura peggio. Infatti, un mese dopo la visita della nostra delegazione nel dicembre 1990, come purtroppo pochi ricordano, l’Armata Rossa entrò a Vilnius e represse brutalmente gli indipendentisti che stavano manifestando davanti alla televisione nazionale, schiacciandoli con i carri armati e prendendo a cannonate i civili. Ma erano gli ultimi colpi di coda del drago rosso. Poi, come oggi sappiamo, l’indipendenza si consolidò non solo in Lituania ma anche negli altri Paesi baltici.

    Comunque, il mio ricordo più profondo è la reazione del numeroso pubblico incontrato in chiese, teatri, camminando per le strade, visitando famiglie, che ci implorava di non tornare in Europa senza prima impegnarci seriamente a continuare la lotta per la loro libertà in ogni angolo del mondo. “Non abbandonateci più!” era la frase che più sentivamo in questi numerosi incontri sostenuti nell’arco dei nostri giorni di permanenza in Lituania. Solo sul posto potei misurare tutta la profondità della loro sofferenza e la ferma risoluzione a voler separare le loro strade definitivamente dal mondo sovietico, non per risentimento contro il popolo russo, che non avevano, ma contro il carattere tirannico della dirigenza del Cremlino, emersa non solo nella tenebrosa fase comunista ma anche in altri momenti della loro storia. Purtroppo, nella voragine di avvenimenti in cui siamo ogni giorno inghiottiti, molti hanno dimenticato questa realtà di sofferenza e di martirio.

    1. Le visite annuali della delegazione della TFP in Lituania hanno ancora luogo?

    Sì, anche durante la pandemia da Covid, le TFP europee e americane hanno inviato regolarmente una delegazione di membri al pellegrinaggio annuale che si svolge nella prima metà di settembre al santuario della Madonna di Ŝiluva, costruito nel luogo dove ci fu una apparizione mariana fortemente identificata con la storia nazionale della Lituania, chiamata anche Terra Mariana. Esiste anche un bureau di rappresentanza delle TFP che viene gestito dai nostri amici di Francoforte.

    1. Il 24 febbraio scorso, la Federazione Russa, guidata da Vladimir Putin, un ex membro del defunto regime sovietico, ha spudoratamente attaccato e invaso l'Ucraina. Quali similitudini trova tra l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del XX secolo e la Russia del XXI secolo?

    Bisognerebbe capire che, nonostante la Russia abbia abbandonato aspetti del regime socialista a economia pianificata (non per sostituirlo con una economia autenticamente libera e organica, bensì con una “cleptocrazia” a beneficio di vecchi esponenti del regime comunista), la dirigenza russa non ha rinunciato affatto ai metodi brutali della vecchia Armata Rossa, inviata a occupare territori stranieri e a sopprimere ogni moto di indipendenza dei popoli, come già aveva fatto durante i terribili decenni sovietici in Ungheria, in Cecoslovacchia e come stava sul punto di rifare anche in Polonia quando sopravvenne il collasso dell’URSS. E come fece anche, è stato già detto, in Lituania agli inizi del 1991. Il costrutto “morale” per giustificare tali azioni è di impronta autenticamente marxista e amorale, dove vale il principio di Lenin “buono è ciò che serve la causa, cattivo ciò che la osteggia”. E, pertanto, vale la guerra, l’aggressione fisica ai popoli, la carestia provocata per piegarli, l’avvelenamento degli avversari, la bugia, l’inganno, il diniego della parola data e firmata, etc. Tutto ciò rivela che la mentalità rivoluzionaria è ancora pienamente vigente nella dirigenza moscovita.

    1. Nella destra politica, si veda il caso dell’italiano Matteo Salvini e della francese Marine Le Pen, alcuni vedono Putin come un salvatore della nostra civiltà decrepita. Lo stesso è purtroppo vero anche a livello ecclesiastico. Cosa pensa di questo atteggiamento da parte di coloro che si troveranno dalla parte sbagliata della storia?

    Esiste una generazione di persone che si diceva scioccata dai crimini del comunismo nel non lontano 1990 e che oggi, appena 30 anni dopo, sembra avere dimenticato tutto: guerre, invasioni, sofferenza brutale inflitta a popolazioni inermi, carestie provocate, ecc. In genere giustificano l’ingiustificabile adducendo argomenti ben poco ragionevoli, per esempio che basta spiegare l’aggressione russa in Ucraina come risposta all’innegabile corruzione morale dell’Occidente, dove sono, senz’altro, approvate e attuate norme che contraddicono i più basilari principi cristiani e naturali. Ma queste persone che ragionano così approverebbero guerre di invasione e morte contro i propri Paesi, dove questi costumi e legislazioni già si sono imposti da parecchio o si stanno ancora imponendo? Farebbero soffrire i propri cari a causa dell’orientamento ideologico o morale dei loro censurabili dirigenti politici o religiosi? E poi, conoscono qualcosa sulla realtà russa in materia di ateismo, aborto, alcolismo, calo demografico, ecc.? Cioè, hanno una conoscenza che non si limiti a qualche frase ad effetto pronunciata dal Patriarca Kirill? Tra l’altro, conoscono la storia di collaborazione di quest’ultimo con il regime sovietico ai tempi della Guerra Fredda?

    Un’ultima considerazione. Nel 1991, oltre il 92,5% degli elettori ucraini votò per l’indipendenza completa da Mosca, memori di uno degli olocausti più orripilanti del XX secolo, l’Holodomor, cioè la carestia del 1931-32 provocata dalla requisizione di alimenti ordinata dal Cremlino di Stalin, che provocò diversi milioni di morti per fame. Dopo una tale esperienza, chi avrebbe potuto negare il diritto degli ucraini a separare le proprie strade dal potere moscovita? E infatti, all’epoca tutti si dicevano d’accordo nel riconoscerlo. Persino la Russia stessa riconobbe questo diritto nel 1994. O tempora, o mores!

    1. Tornando alla grande azione delle TFP a favore della Lituania, pensa che una nuova campagna sarebbe giustificata, questa volta per la salvaguardia del diritto all'indipendenza dell'Ucraina?

    L’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira e le diverse TFP ed entità affini nel mondo hanno indetto una sottoscrizione indirizzata a Papa Francesco perché finalmente si compia la richiesta della Madonna a Fatima di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria nei termini precisi indicati dalla Madre di Dio nel 1917 e poi nel 1929. La Madonna aveva previsto che se non vi fosse stata tale consacrazione del Papa in unione con tutti i vescovi del mondo, la Russia avrebbe sparso i suoi errori, portando gravi persecuzioni alla Chiesa. Ma se la consacrazione fosse stata fatta, sarebbe stato garantito un periodo di pace al mondo. Esaudire questa richiesta dovrebbe essere una priorità per le anime veramente cattoliche e desiderose di quella vera pace che è “tranquillità nell’ordine” e non la falsa alternativa fra due disordini, quello della auto-cancellazione dell’Occidente e quello delle tirannie crudeli. Le parole di Maria Santissima sulla Russia non sono offensive per il popolo russo, come alcuni cattolici sembrano credere. Anzi, a ben vedere, rivelano un grande amore e predilezione per un popolo che ha visto fiorire in passato la devozione mariana. E il frutto del compimento di questa richiesta si ripercuoterebbe naturalmente nella garanzia di indipendenza dell’Ucraina, terra di eroici martiri. Se i lettori di Dies Irae vogliono firmare questa sottoscrizione possono farlo qui.

     

    Fonte: Dies Irae, 14 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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  • L’attacco di Putin all’Ucraina

     

     

    Dr. John Lamont*

    Anche se le guerre sono un fenomeno temporale, spesso hanno ripercussioni religiose o suscitano passioni e dispute religiose. L'attacco russo all'Ucraina non fa eccezione. Uno dei suoi effetti religiosi è stato quello di provocare divisioni tra i cattolici. La maggior parte di essi ha sostenuto gli ucraini nella loro autodifesa contro l'invasione.

    Alcuni tradizionalisti cattolici hanno comunque preso le parti dei russi in misura maggiore o minore – di certo fino al punto di sostenere che gli ucraini non dovrebbero ricevere assistenza da altri paesi nella loro lotta contro i russi, un passo che li condannerebbe alla sconfitta. Questo argomento non si inquadra in termini puramente politici.

    La parte filorussa vede gli ucraini come allineati con l'ordine anticristiano che domina l'Occidente, e i russi come difensori del cristianesimo e dei valori tradizionali.

    Ciò rende importante arrivare alla verità della natura di questo conflitto, nei suoi aspetti temporali così come nelle sue inevitabili dimensioni religiose. È quanto cercherà di fare il presente studio.

    Prima dell'attacco russo all'Ucraina, avevo una certa simpatia per la posizione russa su quel paese, per le seguenti ragioni. L'insistenza russa sul fatto che l'Ucraina non entrasse nella NATO sembrava ragionevole.

    La NATO è un'alleanza militare che esiste per opporsi alla Russia. L'adesione ucraina alla NATO porterebbe un'alleanza militare straniera a poche centinaia di chilometri dal Volga.

    Qualsiasi governo russo avrebbe ragione di considerare questo come una minaccia esistenziale, e si opporrebbe con ogni mezzo possibile. Le lamentele russe sull'interferenza straniera illecita nella politica ucraina hanno una base di verità.

    Nel 2014, Viktor Yanukovych, il presidente filorusso dell'Ucraina, fu deposto da una rivolta. Nonostante Yanukovych fosse grottescamente corrotto, era stato legittimamente eletto da una maggioranza sostanziale.

    I dimostranti che lo rovesciarono ebbero un deciso sostegno dagli Stati Uniti, e alcuni dei gruppi più coinvolti nei violenti scontri che portarono alla sua caduta erano neonazisti.

    Quando Putin stava negoziando con il presidente francese Emmanuel Macron sull'Ucraina immediatamente prima della guerra, queste ragioni sembravano indicare che non aveva torto e che le sue richieste dovevano essere accolte. In molti l'hanno detto all'epoca.

    L'attacco russo all'Ucraina ha dimostrato però che Putin aveva giocato una commedia con Macron, e che i suoi simpatizzanti, me compreso, erano stati tutti ingannati. Lo dimostra la strategia dell'attacco russo.

    I russi hanno scelto il piano più ambizioso a loro disposizione; un attacco su più fronti: da nord, est e sud. L'obiettivo di questo attacco era quello di decapitare il governo ucraino, circondare completamente e distruggere le forze armate ucraine, e conquistare l'intero paese tranne la sua regione occidentale.

    Il suo obiettivo non è la neutralizzazione dell'Ucraina, ma la sua conquista.

    Questo si armonizza con la visione russa - espressa chiaramente da Putin, e della maggior parte dei russi - che gli ucraini sono una varietà di russi piuttosto che una nazionalità separata, che l'Ucraina non è uno stato legittimo indipendente dalla Russia, e che l'unione storica di russi e ucraini in un unico stato dovrebbe essere ripristinata.

    La regione occidentale sarebbe stata probabilmente lasciata da parte perché la maggior parte delle risorse del paese sono al di fuori di essa, perché il suo territorio è adatto all'insurrezione, e perché Putin sa che essa mantenne una forte e determinata resistenza armata a Stalin dal 1945 al 1951.

    Una tale unione di Russia e Ucraina, naturalmente, aumenterebbe notevolmente il potere della Russia.

    Le ragionevoli richieste fatte da Putin prima della guerra erano un'abile copertura, progettata per mascherare e facilitare questa guerra di conquista. Il suo obiettivo era quello di usare queste richieste per dividere e confondere le opinioni al di fuori dell'Ucraina e quindi facilitare il suo attacco.

    Una volta raggiunti i suoi obiettivi militari, intende fare il pollice verso all'Occidente e incorporare la maggior parte dell'Ucraina alla Russia. Questo rimane il suo obiettivo.

    L'obiettivo dell'attacco russo, per non parlare dei suoi metodi, mostra che il diritto è dalla parte dell'Ucraina in questa guerra.

    Gli ucraini non vogliono essere governati dai russi. I russi sono nel torto nel cercare di sottometterli e conquistarli con la forza, e gli ucraini, nel resistere, stanno difendendo i loro giusti diritti.

    Gli ucraini non stanno combattendo per George Soros e il Nuovo Ordine Mondiale, come alcuni conservatori assurdamente sostengono. Stanno combattendo per le loro case, le loro famiglie e il loro paese.

    C'è anche da considerare che uno degli obiettivi della guerra russa è la distruzione della Chiesa cattolica ucraina. I russi vedono i cattolici ucraini, con qualche ragione, come un bastione del nazionalismo ucraino, e li descrivono costantemente come fascisti.

    La Chiesa ortodossa russa aiutò Stalin a sopprimere la Chiesa cattolica ucraina nel 1946, un processo che comportò la morte della maggior parte dei vescovi, dei preti e dei religiosi di quella chiesa, davanti al plotone d'esecuzione, o nei Gulag, dopo averli torturati.

    Gli ortodossi russi non hanno mai rinnegato il loro coinvolgimento in questa soppressione né hanno espresso rammarico o pentimento, e aspirano a ripetere l'incorporazione forzata dei cattolici ucraini in una Chiesa ortodossa controllata dai russi; un'iniziativa che concorda con gli obiettivi del governo russo, ed è effettivamente necessaria per la loro realizzazione.

    Se conquistano l'Ucraina, i russi sopprimeranno i cattolici ucraini. Dopo aver conquistato la Crimea nel 2014, hanno represso i cattolici locali. Se i russi prendono Kiev, il patriarca cattolico ucraino Sviatoslav Shevchuk sarà fucilato.

    In senso stretto, la questione della legittimità della guerra non è quindi in dubbio. Gli ucraini hanno ragione e i russi hanno torto. Questa questione non esaurisce però il significato morale, religioso e politico della guerra, che richiede un ulteriore esame.

    Un importante punto di partenza per questo esame è fornito dall'eccellente libro di Dominic Lieven, The End of Tsarist Russia (2015). In esso, Lieven descrive il ruolo dell'Ucraina nella genesi della Prima Guerra mondiale.

    Quelli di noi che associano quella guerra alle battaglie della Somme e Passchendaele si sorprendono quando scoprono che i grandi massacri sul fronte occidentale a cui parteciparono i nostri antenati dipendevano dalle lotte politiche per l'Ucraina.

    All'inizio del XX secolo, lo status della Russia imperiale come grande potenza dipendeva dal suo possesso della ricchezza, delle risorse, dell'industria e della popolazione dell'Ucraina. Il dominio dei Romanov sull'Ucraina era minacciato dal nazionalismo, il cui epicentro sin trovava nella parte occidentale del Paese governato dall'Impero austro-ungarico.

    Il nazionalismo ucraino e la cultura ucraina erano intimamente legati alla Chiesa cattolica ucraina, che era stata completamente soppressa dall'impero russo ma sopravvisse nell'Ucraina governata dall'Austria.

    La minaccia all'Impero posta dal nazionalismo ucraino rese l'elemento conservatore e slavofilo in Russia ostile agli austriaci e pronto ad entrare in guerra contro di loro.

    L'ostilità russa verso l'Austria era controbilanciata dalla paura tedesca causata dalla crescente forza economica russa. Infatti, la crescita della popolazione, della ricchezza, dell'industria e delle conquiste scientifiche russe prima della Prima Guerra Mondiale minacciavano di eclissare l'egemonia tedesca in Europa e di mettere la Germania in una posizione di inferiorità permanente rispetto alla Russia.

    La Germania era quindi pronta ad entrare in guerra contro la Russia mentre l'equilibrio di potere era ancora a suo favore. Da un punto di vista puramente militare, questo era un calcolo sensato. Lieven mostra che le autorità militari russe riferirono all'imperatore nel 1914 che il paese non era pronto per la guerra con la Germania, e che sarebbe stato sconfitto.

    A Nicola II fu detto che il paese non sarebbe stato pronto per la guerra fino al 1917. Tuttavia, non ascoltò questo consiglio, e ciò portò alla sconfitta e alla Rivoluzione russa.

    Il Valdai Club di Putin ha premiato Lieven per il suo lavoro nel 2018, il che indica che Putin è interessato alle sue opinioni sull'Ucraina.

    Il tradizionale interesse russo per il possesso dell'Ucraina è quindi un elemento essenziale in questa guerra.

    E le differenze politiche tra Russia e Ucraina?

    Putin sostiene di cercare la de-nazificazione dell'Ucraina e di condurre la guerra a questo scopo.

    Eventuali elementi fascisti in Ucraina non significano che l'Ucraina sia uno stato fascista o neo-nazista. Il fatto che il presidente ucraino Zelensky sia ebreo lo dimostra, ma non è la considerazione fondamentale. Gli stati fascisti e nazisti hanno una struttura politica distinta.

    Questo include la brutale soppressione di tutta l'opposizione politica e la repressione del dissenso politico; la propaganda e l'indottrinamento sistematici, onnipresenti e disonesti; la glorificazione del capo; l'esaltazione della forza bruta e della potenza militare; il rifiuto di tutti i principi morali, legali o religiosi assoluti in conflitto con il potere, con il controllo dello stato e con le azioni del capo.

    L'Ucraina non ha una tale struttura politica. In Ucraina c'è una vera critica pubblica al governante e una vera competizione per il potere politico, e il popolo ha davvero voce in capitolo su chi lo governa. Ma anche se avesse una tale struttura, ciò non giustificherebbe il tentativo di Putin di invaderla e conquistarla.

    Il proclamato obiettivo di "de-nazificazione" è ancora più infondato e assurdo se si considerano le connessioni russe al neonazismo e al fascismo. Un aspetto di queste connessioni è l'affiliazione neonazista di unità militari collegate alla Russia.

    Infatti, i separatisti filorussi nella regione del Donbass hanno un certo numero di unità neonaziste; "La svastica rotonda a otto punte - "kolovrat" (una svastica neopagana) appariva sui distintivi delle unità di sabotaggio-ricognizione neonaziste "Rusich" e "Ratibor" all'interno del gruppo di risposta rapida "Batman", e del battaglione "Svarozhichi" all'interno della brigata "Oplot"".

    Come il Battaglione Azov (ndt, pro Ucraina), queste unità neonaziste hanno spesso affiliazioni religiose pagane. Yan Petrovsky, un alto ufficiale di Rusich, è un noto neonazista russo. Detta unità russa ha commesso numerose atrocità mentre combatteva in Ucraina.

    La compagnia mercenaria russa "Wagner" è uno strumento centrale dello Stato russo. Viene utilizzata per operazioni militari russe quando un coinvolgimento diretto dell'esercito russo sarebbe politicamente indesiderabile. Il gruppo Wagner ha condotto importanti operazioni in Medio Oriente e in Africa.

    I suoi leader sono noti per le loro simpatie naziste. In accordo con l'ideologia nazista, essi rifiutano in gran parte il cristianesimo a favore del paganesimo, sposando una rinata religione pagana nota come Rodnovery.

    Il nome del gruppo è stato dato dal suo fondatore, Dmitri Utkin, per esprimere la sua ammirazione per Richard Wagner e il Terzo Reich. Utkin si è fatto tatuare sul corpo le insegne delle SS.

    Comunque, la principale connessione tra la Russia e il fascismo è la struttura del sistema politico russo. A differenza dei precedenti governanti russi – per esempio Caterina la Grande o Nicola I - Putin cerca e riceve il sostegno popolare per il suo governo. Ma la forma di sostegno popolare che riceve è quella ricercata dai governanti fascisti.

    Sia Hitler che Mussolini hanno goduto del sostegno popolare per la maggior parte della loro carriera. Putin ha ottenuto il sostegno popolare con tecniche simili a quelle del dittatore tedesco e di quello italiano (i cui metodi ha probabilmente studiato attentamente).

    Queste tecniche avevano quattro componenti: consegna di benefici reali alla massa della popolazione, propaganda onnipresente e indottrinamento a favore del governante e del suo regime, soppressione delle critiche al governante, e soppressione con la forza o la frode di qualsiasi reale opposizione politica. Ed è proprio così che Putin rimane al potere.

    Questa caratteristica del governo di Putin dovrebbe essere tenuta presente dai cattolici e dai conservatori che lo vedono in qualche modo come un difensore dei valori tradizionali o cristiani.

    L'opposizione di Putin all'ideologia gender e LGBT etc. è senza dubbio genuina. Senz’altro ciò non costituisce un segno di impegno cristiano, dato che anche Hitler, Stalin e Mao Tse-tung si sono opposti a queste cose o si sarebbero opposti se le avessero conosciute.

    Bisogna capire però la natura e il significato dell'opposizione di Putin a questa ideologia. È l'opposizione di un male a un altro male che si trova all'estremo opposto. L'ideologia gender nega completamente la virilità. Le azioni e l'ideologia di Putin scaturiscono invece da una mascolinità distorta in una forma malvagia che prende le caratteristiche maschili dell’aggressività e dell’affermazione per pervertirle in un estremo di brutalità e spietata crudeltà.

    La somiglianza tra Putin e il cattivo di un film di James Bond è stata spesso sottolineata. Il paragone si basa sul fatto che Putin era un agente del KGB negli anni '70 e '80, per il quale il cattivo sarebbe stato James Bond piuttosto che i suoi avversari.

    Non si riconosce mai abbastanza lo squallore e la mancanza di valore che caratterizza la maggior parte dei crimini di Putin. Le operazioni militari che ha iniziato si servono sistematicamente di attacchi contro obiettivi civili per produrre terrore e spezzare la volontà della popolazione che sta attaccando.

    L'analista militare austriaco Tom Cooper osserva: "In Siria, la VKS (forza aerea russa) ha colpito oltre 100 strutture mediche, la maggior parte di queste 3-4 volte, per un totale di 492 attacchi aerei registrati su strutture mediche.... Nella Siria del settembre 2015, gli insorti hanno segnalato degli ospedali nelle aree da loro tenute, fornendo coordinate precise, aspettandosi che i VKS le evitassero. I russi hanno bombardato ogni singolo ospedale in questione, e poi hanno lanciato una campagna diffamatoria contro i Caschi Bianchi, bollandoli come "jihadisti". Quando gli insorti hanno cominciato a nascondere i loro ospedali, i russi in qualche modo hanno ottenuto le coordinate di questi (probabilmente corrompendo qualcuno all'ONU), e hanno bombardato anche questi. Senza eccezioni".

    Gli aerei russi in Siria spesso bombardavano un obiettivo civile, poi tornavano a bombardare i civili e i soccorritori che venivano in aiuto delle vittime del primo bombardamento.

    Cooper osserva: "In Ucraina finora, [l'aviazione russa] ha colpito 18 strutture mediche. Perché questo è il modo russo di combattere le guerre. Fa parte della strategia che mira a diffondere il terrore, spezzare il morale e spingere i civili a fuggire".

    L'incompatibilità tra la tecnica di guerra di Putin e i valori cristiani non ha bisogno di essere sottolineata. Si tratta di un ritorno a standard pagani di crudeltà e disumanità che prende la sua forma più aperta nell'impiego da parte dei russi di soldati neonazisti e pagani, ma che pervade tutte le azioni militari di Putin.

    Putin si comporta in modo irrazionale?

    Alcuni commentatori, come Timothy Snyder, hanno affermato che Putin ha tralasciato la razionalità nel suo attacco all'Ucraina. Ma questa non è un'affermazione plausibile, e sembra nascere da una sorta di wishful thinking (ndt, desiderio scambiato per la realtà), cioè, l'idea che una persona razionale non pianifichi l'invasione di una nazione che non l’ha provocata e il massacro o l'esilio di gran parte dei suoi abitanti.

    La storia, purtroppo, mostra la falsità di questa idea. La valutazione che fa Putin del valore e dell'importanza strategica dell'Ucraina corrisponde a quella della Russia imperiale nel 1914, ed è basata sui fatti.

    C'è una consistente popolazione russofona in Ucraina, che (prima dell'invasione) guardava con favore a legami più stretti con la Russia ed era ostile al nazionalismo ucraino.

    Il governo ucraino era corrotto e inefficace, e il PIL pro capite del Paese molto inferiore a quello della Russia. Se l'Ucraina è stata incorporata in uno stato russo per la maggior parte della sua storia, perché non dovrebbe essere di nuovo possibile?

    Se il piano militare di Putin avesse funzionato, rovesciando il governo ucraino e neutralizzando l'esercito ucraino in pochi giorni senza grande spargimento di sangue o rovina (che era senza dubbio l'obiettivo del piano), è abbastanza possibile che sarebbe riuscito ad assorbire la maggior parte dell'Ucraina.

    Questa sarebbe stata una grande vittoria per la Russia, e avrebbe cambiato in modo decisivo l'equilibrio di potere in Europa a suo favore.

    In retrospettiva, l'errore fondamentale di Putin è stata la sua guerra nel Donbass dal marzo 2014 in poi. Questa guerra ha creato una situazione per cui il suo piano per l'Ucraina non poteva avere successo.

    Nel febbraio 2014, i russi conquistarono la Crimea con un colpo di stato spettacolare e quasi incruento. L'esercito ucraino non oppose alcuna resistenza efficace, e un gran numero di ufficiali ucraini disertò in favore della Russia.

    I russi in seguito hanno fomentato attacchi armati nella regione del Donbass nell'est dell'Ucraina. Gruppi militari filorussi composti da locali e soldati russi hanno occupato parte del Donbass e hanno portato avanti una guerra con l'esercito ucraino. Di conseguenza, quasi 400.000 ucraini hanno finito per arruolarsi al fine di combattere i russi nel Donbass.

    Questo ha fornito agli ucraini sia l'esperienza militare nel combattere i russi che un esercito solidamente impegnato a resistere ai loro attacchi. I paesi occidentali hanno fornito finanziamenti per costruire l'esercito ucraino, e il maggior contributo in questo senso è stato dato da Donald Trump. Obama aveva rifiutato di inviare armamenti letali all'Ucraina, ma Trump ha invertito questa politica.

    Ciò ha aumentato notevolmente l'efficacia dell'esercito ucraino, che poteva contare su circa 140.000 soldati prima dell'attacco russo del 2022. Il gran numero di veterani ucraini del conflitto del Donbass rende disponibile una riserva addestrata di centinaia di migliaia di uomini. Tutti questi fattori messi insieme hanno fatto sì che l'attacco iniziale russo all'Ucraina non sia stato in grado di raggiungere i suoi obiettivi.

    Gli ucraini hanno richiamato le loro riserve e il loro esercito è ora stimato in circa 300.000 uomini. L'Occidente sta fornendo loro armi e munizioni sofisticate e continueranno a riceverle finché resteranno sul campo. L'Occidente fornisce loro anche informazioni militari sulle forze russe.

    Di conseguenza Putin non può vincere la guerra con le truppe che ha impegnato nell'invasione. Per sconfiggere l'esercito ucraino e occupare il paese, dovrebbe mobilitare e impegnare la maggior parte della forza dell'esercito russo nella guerra in Ucraina.

    Il costo politico della mobilitazione di massa e le perdite derivanti dalla guerra e dall'occupazione sarebbero più di quanto egli possa permettersi. Anche il costo economico sarebbe insostenibile. Combattimenti selvaggi come quelli di Stalingrado sono già in corso a Mariupol. [Nota: questo pezzo è stato scritto circa una settimana fa; la città è caduta in mano ai russi].

    Il progetto di attaccare Kiev nel modo in cui i tedeschi attaccarono Stalingrado, e di subire l'enorme tributo di morte che ne deriverebbe, è un progetto che molti, se non la maggior parte dei russi, considereranno folle.

    L'handicap fondamentale di Putin come governante è che le sue capacità intellettuali e la sua razionalità, pur essendo eccezionali sotto alcuni aspetti, sono limitate. È bravo nel freddo calcolo delle probabilità, nell'aggirare, corrompere, capovolgendo o distorcendo i fattori conosciuti. Ma la guerra va oltre il regno dei fattori conosciuti, perché provoca spostamenti sismici, cambiamenti imprevedibili che alterano il paesaggio oltre l’immaginabile e oltre le conoscenze riconosciute.

    La guerra è il caos.

    Le abilità che Putin possiede non servono molto in tali circostanze. L'unica cosa che serve come guida in guerra è una profonda conoscenza della storia. Il passato sovietico di Putin però gli impedisce di avere questa conoscenza. In linea con la visione sovietica, egli vede la storia come qualcosa da modellare e utilizzare per i propri scopi.

    Ma per chi vuole dirigere efficacemente uno Stato, la storia è un padrone, non un servo. Putin non accetta questo padrone. Questo non vuol dire che molte delle lezioni che la storia insegna sull'attacco di Putin all'Ucraina non siano evidenti, ma ora per Putin è troppo tardi per trarne vantaggio.

    Prima dell'invasione tedesca del 1941, Stalin aveva preso la precauzione di uccidere più dei suoi stessi cittadini di quanto Hitler avrebbe mai fatto, riducendo la popolazione dell'URSS a uno stato di terrorizzante e folle asservimento.

    Questo gli lasciò un comodo margine di manovra per quanto riguardava il sostegno popolare al suo regime, permettendogli di cavarsela con la perdita di quasi tutto l'esercito prebellico di 4 milioni di uomini in sei mesi e di mantenere comunque il potere.

    Il sostegno popolare a Putin, anche se solido, non è di questo calibro. Fondamentalmente, esso si basa su effettivi benefici per la popolazione russa, ma non è chiaro come possa sopravvivere al collasso economico e al sanguinoso stallo della guerra.

    Stalin beneficiò anche del sostegno economico degli Stati Uniti, senza il quale sarebbe stato certamente sconfitto. Putin si trova nella posizione opposta; gli americani stanno sostenendo i suoi avversari, fornendo loro armi moderne che sono più letali e molto più costose delle armi dei tempi di Stalin.

    La capacità della Russia di tenere il passo con questa fornitura di armi è discutibile. Per molti versi la situazione di Putin è analoga a quella di Nicola II, che combatteva per l'Ucraina con una base economica insufficiente e un sostegno popolare vulnerabile; un parallelo che molti commentatori hanno tracciato. Anche la dichiarazione di guerra della Russia imperiale alla Germania nel 1914 fu accolta con un sostegno popolare maggioritario in Russia.

    La storia mostra anche che l'Ucraina non è un paese su cui è conveniente usare i metodi militari russi. Ben 4,5 milioni di ucraini furono fatti morire di fame volutamente da Stalin nei primi anni '30. E durante la Seconda Guerra Mondiale gli ucraini hanno avuto più morti dei russi.

    Anche se l'Ucraina fu interamente occupata dai tedeschi, i soldati ucraini diedero comunque un contributo enorme e decisivo alla vittoria sovietica dell'Armata Rossa.

    Le tecniche di terrore attraverso l'omicidio di massa dei civili furono usate dai tedeschi sugli ucraini in misura molto maggiore di quanto Putin abbia fatto o potrà fare.

    Molte delle battaglie più brutali della guerra furono combattute in Ucraina. Ci furono quattro grandi battaglie di Kharkov nella Seconda Guerra Mondiale, che ora è (con il suo nome ucraino di Kharkhiv) la scena di una quinta.

    Gli ucraini sanno cosa sta facendo Putin, hanno già visto il film. Anche gli ucraini di lingua russa che prima erano favorevoli alla Russia si sono dimostrati leali all'Ucraina, come risultato dell'esperienza già vissuta con l’approccio bellico della Wehrmacht – attacco con colonne di carri armati e bombardamento indiscriminato delle città – questa volta per le mani dell'esercito russo.

    Gli ucraini sanno quanto costerà resistere con successo a Putin, e sono disposti a pagare quel costo; non vorranno neppure avvicinarsi a quello che hanno dovuto subire in passato.

    La nostra analisi ha dimostrato che l'attacco russo all'Ucraina nasce dalle dinamiche della storia russa. C'è un'ultima lezione da trarre da questa storia. Per Nicola II, il possesso dell'Ucraina era essenziale per la Russia se voleva essere una grande potenza. Questo perché i limiti della tecnologia, dell'industria e soprattutto dei metodi di produzione alimentare prima della Prima Guerra Mondiale rendevano impossibile per la Russia competere con le altre potenze mondiali senza l'Ucraina.

    Oggi non è più così. La Russia senza l'Ucraina rimane di gran lunga il paese più grande del mondo, e di conseguenza è molto più ricco di risorse naturali di qualsiasi altro paese. Ha una popolazione ben istruita e di talento.

    I limiti alla crescita della ricchezza e della popolazione imposti dalla tecnologia e dai metodi di produzione alimentare nel 1914 non esistono più.

    Il principale limite alla crescita e alla potenza russa è il suo assetto politico e culturale, dove un governante dispotico siede a capo di un sistema economico e politico quasi inimmaginabilmente corrotto, e usa il conflitto con i nemici esterni per solidificare il suo controllo e ottenere sacrifici e fedeltà dalla popolazione.

    Lo spreco, il saccheggio, l'inefficienza e lo scoraggiamento risultanti da questo sistema sono sbalorditivi e impediscono alla Russia di mettere in atto il suo potenziale.

    Fino ad ora, Putin si è mantenuto a capo di questo secolare sistema politico con destrezza e abilità. La sua invasione dell'Ucraina aveva lo scopo di ripristinare nel modo tradizionale il potere e l'influenza russe, preservando e rafforzando il suo classico sistema politico.

    Il fallimento dell’invasione è stato per lui, personalmente, un passo falso fatale. Se contribuirà a provocare una rinascita spirituale e morale in Russia, potrebbe rivelarsi fatale anche per il sistema classico russo.

    C'è da sperare che l'imminente consacrazione della Russia e dell'Ucraina al Cuore Immacolato di Maria porti ad una tale rinascita. [Nota: Questo saggio è stato scritto prima della Consacrazione eseguita il 25 marzo a Roma e in tutto il mondo]. 

    *Il dott. John Lamont è ricercatore dell’Università Cattolica di Australia nella Facoltà di Teologia e Filosofia. È autore di diversi libri e saggi, fra i quali Defending the Faith against Present Heresies (Ontario 2021), Divine Faith (Londra, Ashgate 2004), The Existence of God, Maryvale Institute, Birmingham 2005).

     

    Fonte: Rorate Caeli, 22 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La produzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.  

  • La fine della storia è appena finita

     

     

    di John Horvat

    Nel 1992, il politologo americano Francis Fukuyama pubblicò il suo famoso libro, La fine della storia e l'ultimo uomo. L'autore affermava che la caduta della Cortina di ferro aveva segnato una pietra miliare di immensa importanza per l'Occidente.

    Sosteneva che la fine della Guerra Fredda non era solo "il passaggio di un periodo particolare della storia del dopoguerra, ma la fine della storia in quanto tale: cioè, il punto finale dell'evoluzione ideologica dell'umanità e l'universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma finale di governo umano".

    Prendendo in prestito da Hegel e Marx la teoria dell'evoluzione degli eventi, predisse che d'ora in poi la democrazia liberale sarebbe stata la forma finale di governo per tutte le nazioni. Non ci sarebbe stata alcuna progressione successiva verso un sistema alternativo.

    Una narrazione che finora ha zoppicato

    Gli eventi successivi hanno messo in crisi questo suo scenario da “fine della storia”. Il terrorismo, le guerre islamiche, la polarizzazione ideologica, tutto sembrava cospirare contro il Prof. Fukuyama, aggiungendo nuovi capitoli al suo libro di storia da lui chiusa. Tuttavia, per tutto il periodo successivo alla Guerra Fredda, il sistema liberale democratico è rimasto la forma ideale di governo. Il mondo globalizzato ha standardizzato le economie utilizzando la struttura e i protocolli sviluppati nella democrazia liberale. La narrazione di Fukuyama avanzava zoppicando perché nessuna alternativa credibile la contestava.

    Con l'invasione dell'Ucraina, tuttavia, la fine della storia è appena finita. La democrazia liberale appare debole, autodistruttiva, disorientata. Alternative forti non solo sono all'orizzonte, ma stanno avanzando nel panorama sotto forma di carri armati e movimenti di truppe.

    La crisi ucraina è un altro momento fondamentale in cui due visioni del mondo entrano in conflitto: democrazie liberali e regimi autocratici.

    Entrambe le parti sono in crisi

    Il momento che ora arriva ci mostra che entrambe le parti sono in crisi.

    Da un lato, la democrazia liberale è in stato di subbuglio. Le istituzioni di base come la famiglia, la comunità e la fede stanno andando in pezzi, distruggendo il tessuto sociale. L'ala radicale del liberalismo sinistrorso è impegnata in un comportamento suicida, mentre cerca di distruggere le strutture sociali ritenute troppo oppressive. I meccanismi dello stato di diritto che permettono al sistema di risolvere i problemi attraverso processi pacifici e legali si stanno rompendo. Di conseguenza, le cose stanno diventando violente e instabili all'interno dei regimi liberaldemocratici.

    D'altra parte, i regimi autocratici che si oppongono alla democrazia liberale sono ugualmente in crisi. Affrontano implosioni demografiche incombenti a causa di una morale erosa o politiche demografiche draconiane. Le loro strutture sociali sono anche in disordine a causa della corruzione diffusa. Tuttavia, i duri meccanismi del potere governativo sono messi in atto per dare una parvenza di direzione a una società irrimediabilmente in decadenza.

    Due sistemi nati dalla modernità

    Così, uno scontro tra due sistemi in decadenza si mette in moto - riavviando i processi di quella storia che si supponeva conclusa. Tuttavia, sarebbe sbagliato assumere che ambedue i sistemi siano diametralmente opposti. Entrambi sono prodotti della modernità e condividono le stesse filosofie. Possono differire nei metodi ma si trovano d'accordo sulla visione moderna dell'umanità e della storia.

    Entrambi i sistemi hanno camminato sulla strada della decadenza al punto che ora vogliono rovesciare le strutture oppressive che li trattengono. La democrazia liberale intende eliminare le strutture sociali che, come i radicali sostengono, promuovano un'oppressione sistemica. I regimi autocratici vogliono distruggere le strutture politiche internazionali (come la NATO) che sostengono l'ordine post-bellico.

    Così questo conflitto non rivela tanto un disaccordo politico quanto un cambiamento di paradigma verso un mondo antioccidentale.

    Il bersaglio è l'Occidente

    L'obiettivo della guerra ucraina è la distruzione dell'Occidente come concetto. Infatti, tutti i media parlano della distruzione dell'ordine post-Guerra Fredda e raccontano che è una sfida all'egemonia occidentale. Nessuno contesta che sia questo il bersaglio.

    Tuttavia, la maggior parte dei media non allude alle pericolose alternative che potrebbero sostituire l'Occidente. La Russia, la Cina e i loro stati clienti vedono l'Occidente come un sistema ingiusto che va soppiantato da un mondo decostruito, riciclando a questo scopo vecchi errori basati sul nazionalismo, sul marxismo, sullo gnosticismo, aggiungendovi persino certi elementi mistici. Che si tratti del sogno eurasiatico panslavo della Russia (di Aleksandr Dugin) o della "nuova era del socialismo con caratteristiche cinesi" di Xi Jinping, l’enfasi schiacciante è il loro anti-occidentalismo e pro-marxismo.

    Da parte loro, le società liberaldemocratiche stanno mettendo in discussione la loro occidentalità. Per esempio, la Teoria Critica della Razza1 e altre ideologie considerano l'Occidente come la radice di tutti i mali presenti nelle istituzioni.

    Così, l'Occidente affronta nemici interni ed esterni che cercano di abbattere le sue strutture geopolitiche e le alleanze militari che sostengono l'egemonia occidentale. Questi attacchi arrivano in un momento di grande decadenza occidentale, di leadership patetica e di disarmonia pandemica.

    Perché l'Occidente è preso di mira

    La ragione dietro questa attenzione laser sull'Occidente non è arbitraria. Non è una questione di regioni geografiche più o meno equivalenti che combattono tra loro. I regimi autocratici non stanno reagendo alla degenerazione della morale occidentale che merita ogni condanna. In effetti, condividono la stessa depravazione, anche se si manifesta in modo diverso.

    L’ostilità anti-occidentale si concentra sui piccoli resti dell'ordine cristiano che ha costruito l'Occidente. Le radici della civiltà occidentale sono basate sulle istituzioni, la morale e le verità cristiane che rendono possibile il vero ordine e il progresso. Così, l'attuale conflitto si rivolge contro questa struttura morale ora in rovina così come a quelle strutture ispirate dalla Chiesa: lo stato di diritto, la gerarchia, la logica classica e il pensiero sistematizzato che hanno elevato l'Occidente ed esercitano ancora influenza. Finché questa piccola piattaforma esiste, deve essere salvaguardata.

    L'Occidente va difeso. Questo non si fa con il conflitto di due ceppi decadenti della modernità. La loro lotta non risolve nulla. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di difendere i resti dell'ordine cristiano in Occidente come trampolino di lancio per un pieno ritorno all'ordine. L'Occidente deve opporsi, internamente ed esternamente, agli errori decostruzionisti che prendono di mira questi resti e minacciano di gettare il mondo nel caos.

    Tuttavia, la difesa dell'Occidente sarà efficace solo con una rigenerazione morale che deve includere l'azione divina, come previsto dalla Madonna a Fatima.

    La fine della storia è finita. La storia è di nuovo in movimento. L'Occidente tornerà all'ordine?

     

    Note

    1. La teoria critica della razza (CRT) è un movimento intellettuale e sociale interdisciplinare di studiosi e attivisti dei diritti civili che questionano l'intersezione di razza e legge negli Stati Uniti, sfidando i tradizionali approcci liberali alla giustizia razziale.

     

    Fonte: Tfp.org, 24 febbraio 2022.  Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • La prima guerra mondiale post-moderna

     

     

    di Julio Loredo

    Diventa sempre più nitida la percezione che il conflitto che in questi giorni oppone la Russia all’Ucraina sia la prima guerra mondiale post-moderna. Mondiale non nel senso che impegna le forze armate di più Paesi (anche se questa non è un’eventualità da scartare), ma nel senso che colpisce tutto il mondo, scindendo l’opinione pubblica internazionale in due opposti schieramenti, con sempre meno spazio per rimanere “neutrali”. La guerra armata si combatte in Ucraina, ma quella psicologica si gioca a livello planetario.

     

    La guerra ibrida

    Da quando, nel secolo VI a.C., Sun Tzu rilevò i fattori psicologici coinvolti in una guerra, questi elementi sono stati sempre presenti, in maggiore o minore grado, in tutti i conflitti che hanno purtroppo insanguinato la storia dell’umanità. A lungo ritenuto un elemento accessorio della guerra, nel secolo XX l’aspetto psicologico ha acquisito un’importanza sempre crescente. Furono creati appositi ministeri per la propaganda, come il Minculpop in Italia, il Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda in Germania, oppure il Dipartimento di Dezinformatsia del KGB sovietico. All’epoca si parlava ancora della propaganda come elemento coadiuvante in un conflitto.

    Man mano, però, gli esperti capirono che si trattava di una guerra a sé – intrecciata al conflitto armato e a quello politico – che poteva a volte vincere battaglie decisive anche da sola. Nacque così il concetto di guerra psicologica (Psychological Warfare), che mette in atto operazioni psicologiche (Psy-ops), spesso più efficaci di quelle belliche. La guerra psicologica, il suo nome lo dice, punta a provocare reazioni psicologiche nella propria opinione pubblica – per spronarla – e soprattutto in quella nemica – per deprimerla. Le vecchie tecniche di persuasione ideologica hanno man mano lasciato il campo a quelle psicologiche. Queste nuove tecniche, scrive Plinio Corrêa de Oliveira, “non sono inferiori [alla propaganda ideologica] e, sotto alcuni aspetti, perfino la superano, come tecniche di persuasione indiretta e implicita”.[1]

    Con l’avvento di internet, la guerra psicologica ha dato un salto qualitativo.

    L’internet ci ha abituato a vivere in due universi paralleli: l’uno reale e l’altro virtuale. E, sempre più, quello virtuale prende il sopravvento su quello reale. I giovani di oggi – e con essi un numero crescente di adulti – riescono sempre meno a distinguere fra la realtà e l’immaginazione alimentata dalla rete. La psicologa statunitense Jean Twenge, che per anni ha studiato i cambiamenti generazionali, segnala per esempio che i ragazzi oggi praticano meno una sessualità reale che una virtuale, e scambiano volentieri una festa in presenza per un chat in rete.[2] E oggi si affaccia l’inquietante mondo del metaverso, in cui possiamo vivere una vita del tutto virtuale, senza quasi contatti con quella reale. Poche settimane fa, per esempio, i giornali hanno dato notizia del primo “matrimonio” avvenuto nel metaverso.

    Questa capacità di creare universi virtuali paralleli ha permesso agli esperti in guerra psicologica di accedere a un livello superiore: la cosiddetta guerra ibrida (Hybrid Warfare). Il termine è stato proposto da Franck Hoffman e designa una teoria della strategia militare che mescola la guerra convenzionale, la guerra irregolare e la guerra informatica.[3] La NATO Review la definisce così: “La guerra ibrida implica un’interazione o una fusione di strumenti di potere convenzionali e non convenzionali e strumenti di sovversione. Questi strumenti sono combinati in modo sincronizzato per sfruttare le vulnerabilità di un antagonista e ottenere effetti sinergici[4].

    Un elemento della guerra ibrida, che punta a influenzare la psicologia dei potenziali avversari, consiste nell’impiantare nella loro mente una narrativa che faccia comodo ai propri interessi. Per “narrativa” si intende una spiegazione globale di una certa situazione, che, anche se virtuale, ha una sua logica interna e un suo dinamismo proprio. In altre parole, sembra proprio vera. Ogni narrativa ha, poi, una macchina propagandistica – questa molto reale! – a suo servizio.

    Per esempio, una centrale operativa lancia un tweet. Poi, un supercomputer lo riprende e lo ritwitta automaticamente attraverso milioni di account fasulli, fino a farlo diventare un trend, quindi qualcosa di attendibile. L’attendibilità è accresciuta dal fatto che commentatori e propagandisti – il più delle volte troll – lo riprendono nei propri social, fino a trasformarlo in verità stabilita. Elemento essenziale della falsa narrativa è il contenere un nucleo di realtà, altrimenti nessuno ci crederebbe. Attorno a questo nucleo, con tecniche raffinate, si costruisce una narrativa che ha una sua logica interna, ma ormai quasi tutta legata al mondo virtuale.

    In questo modo, gli avversari iniziano a operare secondo i parametri di una narrativa creata ad arte dal nemico, senza rendersene nemmeno conto. Sempre più incapaci di distinguere fra la realtà e la narrativa virtuale, si lasciano sedurre da quest’ultima.

    Elemento importante nella guerra ibrida – come anzi in ogni operazione di guerra psicologica – è la creazione di una carica di agitazione che, agendo a livello temperamentale, ostacola la fredda e oggettiva percezione della realtà. Le rivoluzioni, lo sappiamo, si fanno sempre nel baccano, mai nella serenità.

    La prima volta che si parlò di “guerra ibrida” in un conflitto reale fu durante l’invasione russa della Crimea, nel 2014. Secondo un esperto, “[La Russia] ha raggiunto i suoi obiettivi in virtù della fusione di forze speciali ‘negabili’, attori armati locali, potere economico, disinformazione e sfruttamento della polarizzazione socio-politica in Ucraina”.[5]

     

    La pandemia di COVID 19: una prova generale?

    Più di un analista ha sollevato l’ipotesi che la surreale polemica che ha accompagnato la pandemia di COVID 19 sia stata una sorta di prova generale di guerra ibrida, almeno nelle sue componenti psicologiche.

    Lungo la storia, l’umanità ha conosciuto centinaia di epidemie, dalle piaghe dell’antico Egitto fino alla “spagnola” del secolo scorso. Mai, però, si era visto che un’emergenza sanitaria diventasse anche un confronto ideologico e perfino religioso. A proposito della pandemia di COVID 19, si sono formati due opposti schieramenti. Oltre agli aspetti prettamente scientifici del dibattito, si è trattato dello scontro fra due opposte narrative, ognuna con la sua logica interna, largamente irreducibile a un ragionamento sereno e oggettivo, ognuna con la sua macchina propagandistica. Il dibattito sanitario si è talmente ideologizzato da suggerire che vaccinarsi implicava ipso facto schierarsi col mondialismo libertario e massonico, implicava tradire la vera Chiesa e la Civiltà cristiana; non vaccinarsi equivaleva a proclamare la propria illibatezza cattolica e contro-rivoluzionaria. Gli animi si sono surriscaldati, un clima di frenesia si è impadronito di molti, acuito dalla pressione psicologica provocata dalle assurde imposizioni sanitarie e dalla crisi economica incombente.

    Nelle Regole del discernimento, Sant’Ignazio di Loyola insegna che possiamo intuire l’origine di un’azione spirituale dai suoi risultati: buoni o cattivi. Nel primo caso, c’è da pensare che l’azione venga da Dio, nel secondo caso che venga dal demonio. Qual è stato il lascito della polemica sopra menzionata? Il triste spettacolo del mondo cattolico, conservatore e tradizionalista, dilaniato da cima a fondo fra due campi, amicizie spezzate, famiglie divise, movimenti sfasciati… Qui prodest? A chi ha giovato tutta questa polemica?

     

    Il conflitto Russia-Ucraina

    Il clima di frenesia e di divisione provocato dalla pandemia non si era ancora placato, quand’ecco che scoppia un conflitto armato sul confine orientale dell’Europa. E, senza soluzione di continuità, i due opposti schieramenti sorti nel corso della polemica sanitaria, diventano – grosso modo – i due opposti schieramenti riguardo alle parti in conflitto. Il che fa sorgere il sospetto che, dal punto di vista della guerra psicologica, fra i due eventi ci possa essere una relazione non del tutto aleatoria.

    Lungi da me disprezzare le ragioni che hanno portato tante persone benintenzionate verso il campo putiniano. Le capisco. Discepolo del prof. Plinio Corrêa de Oliveira, che negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso dovette affrontare una simile situazione riguardo al nazismo,[6] mi sia permesso però di suggerire un po’ di prudenza. 

    I russi sono diventati maestri nell’arte della guerra ibrida. La chiamano Guerra di Nuova Generazione, una teoria della guerra non convenzionale che privilegia gli aspetti psicologici, centrati sulle persone. Qualcuno dirà: ma anche l’Occidente utilizza la guerra ibrida. Infatti, si tratta di una tecnica ormai diffusa. Non si tratta di opporre una narrativa a un’altra, ma di fare un appello alla serenità e all’oggettività. Altrimenti corriamo il rischio di prendere l’ennesima bidonata. Di fronte a due posizioni, nessuna delle quali consone alla dottrina e allo spirito di Santa Romana Chiesa, dobbiamo conservare la nostra indipendenza intellettuale, proclamando con Plinio Corrêa de Oliveira: “I cattolici devono essere anticomunisti, antinazisti, antiliberali, antisocialisti, antimassoni… appunto perché cattolici”.[7]

     

    La prospettiva di Fatima

    Non esiste oggettività più perfetta che il giudizio di Colui che è il Padrone della storia, e che nel 1917 parlò all’umanità per bocca della Sua Madre Santissima, la Madonna, a Fatima.

    Alla luce del messaggio di Fatima, il quadro dei nostri giorni è chiarissimo. Ci troviamo alle mosse finali di una lotta tra la Chiesa e la Rivoluzione, che potremmo chiamare di lotta mortale, se uno dei contendenti non fosse immortale. L’aspetto più dinamico della Rivoluzione erano allora gli “errori della Russia”, cioè il comunismo. Oggi siamo di fronte a una Rivoluzione molto peggiore: quella morale e culturale, continuatrice del comunismo. L’unica risposta efficace è la Contro-Rivoluzione. Diceva Plinio Corrêa de Oliveira: “Il nostro leit-motiv dev’essere la Civiltà cattolica, apostolica, romana nella sua integrità, nella sua assolutezza e minuziosità. Ecco quello che dobbiamo desiderare!”.

    Non dobbiamo mai perderci d’animo, né prendere delle facili scorciatoie (soprattutto quando suggerite dalla propaganda). Dobbiamo mantenere il nostro spirito fisso sulla considerazione delle prospettive ultime del messaggio della Madonna di Fatima. Oltre la tristezza e le punizioni sommamente probabili, verso le quali avanziamo, abbiamo davanti a noi le luci sacrali dell’alba del Regno di Maria: “Infine, il mio Cuore Immacolato Trionferà”. È una prospettiva grandiosa di universale vittoria del Cuore regale e materno della santissima Vergine. È una promessa pacificante, attraente e soprattutto maestosa ed entusiasmante.

     

    Note

    [1] Plinio Corrêa de Oliveira, Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo, Edizioni Il Giglio, Napoli 2012, pp. 15-16.

    [2] Jean M. Twenge, Iperconnessi. Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti, Einaudi, 2017.

    [3] Franck Hoffman, Conflict in the 21st Century: The Rise of Hybrid Wars, Arlington, Virginia: Potomac Institute for Policy Studies, 2007.

    [4] Arsalan Bilal, “Hybrid Warfare – New Threats, Complexity, and ‘Trust’ as the Antidote”, NATO Review, 30 novembre 2021.

    [5] Ibid.

    [6] Cfr. Roberto de Mattei, Il crociato del secolo XX.Plinio Corrêa de Oliveira, Piemme 1996, pp. 75ss.

    [7] Plinio Corrêa de Oliveira, “Pela grandeza e liberdade da Ação Católica”, O Legionário, n. 331, 13 gennaio 1939.

     

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  • La visita del cardinale-martire ucraino Josyf Slipyj alla TFP brasiliana

     

     

    di Redazione

    Nel settembre del 1968 la TFP brasiliana ricevette un illustre visitatore: il cardinale ucraino Josyf Slipyj, arcivescovo metropolita maggiore di Lvow. Il cardinale Slipyj aveva opposto una ferma resistenza al comunismo in patria. Per questo motivo, dall'aprile 1945 all'inizio del 1963 venne sottoposto a una lunga prigionia e ai lavori forzati in Siberia, Mordovia e nelle regioni polari. Era naturale che la TFP rendesse omaggio a questo eroe della lotta contro il comunismo. Il ricevimento ebbe luogo il 26 settembre presso la sede del Consiglio Nazionale della TFP a San Paolo (allora in Rua Pará, nº 50). Erano presenti elementi di spicco del clero, delle forze armate, della società di San Paolo e della colonia ucraina, oltre a centinaia di membri e cooperatori dell'entità.

    Al termine della cena servita agli ospiti, il prof. Plínio Corrêa de Oliveira, Presidente del Consiglio Nazionale della TFP, indirizzò un saluto al reverendo ospite, sottolineando la coerenza dimostrata di fronte al comunismo lungo tutta la sua vita. Ne ricordò la lunga prigionia a cui Sua Eminenza era stata sottoposta dai sovietici, infuriati per il coraggio e la fermezza con cui aveva saputo difendere i diritti della Chiesa in un’epoca di concessioni. Infine, sottolineò i legami tra Brasile e Ucraina, nazioni unite dalla stessa fede, ed espresse i suoi personali auguri di felicità all'Arcivescovo Maggiore e alla sua illustre Patria, soggiogata dal dispotismo sovietico.

    Ringraziandolo, il cardinale Slipyj evidenziò l'alto valore culturale e civico del ruolo svolto dalla TFP, all'interno della società brasiliana, a difesa della pace e dei valori fondamentali della civiltà cristiana occidentale. Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira offerse poi all'Eminentissimo Cardinale un ricordo della Società Brasiliana per la Difesa della Tradizione, della Famiglia e della Proprietà: un magnifico fermacarte in pietra semipreziosa brasiliana.

    Prima di lasciare la sede della TFP, il Cardinale e gli ecclesiastici che lo accompagnavano ricevettero anche lo stendardo rosso con il leone d'oro, insegna dell'entità. In mezzo a un applauso vibrante, Sua Eminenza si ritirò, benedicendo i presenti.

    Nel gennaio del 1977 la rivista della TFP nordamericana – CRUSADE – pubblicò un numero speciale intitolato “Oro, lutto e sangue – Ucraina: una tragedia senza frontiere”, in cui descriveva la tragica dimensione dell'abbandono dei cattolici ucraini martirizzati dall’oppressione comunista russa. L'articolo mostrava come quella situazione fosse peggiorata a causa della politica di distensione del Vaticano con i governi comunisti. Il cardinale Slipyi elogiò l'iniziativa di Crusade, augurandole i migliori frutti.

     

    Al seguente link è possibile vedere un breve video, con immagini d’epoca, della visitadel cardinale Slipyj alla TFP brasiliana:https://www.youtube.com/watch?v=R4talCR8woc

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  • Le radici dell’Europa cristiana e la minaccia ai Paesi Baltici

     

     

    di Roberto de Mattei

    Nei piani di Vladimir Putin esiste un’operazione per separare le tre Repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia ed Estonia) dall’Unione Europea? Ciò potrebbe avvenire se la Russia occupasse il corridoio di Suwalki, una striscia di terra di 90 km che connette la Polonia alla Lituania e separa la Bielorussia da Kaliningrad, dove ha sede la flotta della marina russa che opera nel Baltico. Se il conflitto ucraino si espandesse e la Russia riuscisse a collegare la Bielorussia all’enclave di Kaliningrad, i Paesi Baltici verrebbero isolati da ogni possibile soccorso delle forze terrestri Nato. Non si tratterebbe solo di un isolamento militare, ma del tentativo de-europeizzare questi popoli, per i quali i confini politici dell’Unione Europea sono, come quelli della Nato, una barriera difensiva contro la Russia che è il loro secolare nemico. 

    Nel grande golfo di Riga si specchiano Lettonia ed Estonia. La lingua dei lettoni, come quella dei lituani è indoeuropea, mentre quella degli estoni appartiene al ceppo ugro-finnico. Tuttavia, al di là delle differenze etniche e linguistiche, il legame storico di questi due paesi è più stretto di quello che essi hanno con la Lituania. Quest’ultima fu un grande Stato, mentre Lettonia ed Estonia, pur conservando una loro fisionomia nazionale, furono sottomesse alle potenze straniere fino al XX secolo. Tallinn e Riga, le due capitali, appartennero alla Lega anseatica, l’alleanza di città che tra il tardo medioevo e l’inizio dell’epoca moderna manteneva il monopolio dei commerci su gran parte dell’Europa Settentrionale. Nelle Città Vecchie di Riga e di Tallinn, si respira l’atmosfera medioevale tipica delle città tedesche di un tempo. Così immaginiamo che fossero anche Lubecca e Danzica, prima di essere distrutte dalla guerra. 

    Lettonia ed Estonia, nel Medioevo, facevano parte della “Livonia”, una terra che si estendeva dalla bassa valle del fiume Daugava, o Dvina occidentale, al Golfo di Riga. Furono le “Crociate baltiche”, organizzate all’inizio del XIII secolo a provocare l’ingresso nella storia dell’Occidente di questi popoli. I Germani, che erano stati piegati con la forza da Carlomagno, soggiogarono a loro volta con le armi i popoli baltici e slavi. Riga fu fondata, nel 1201, da Alberto di Buxtehudem che ne fece la sede dell’ordine religioso-cavalleresco dei Cavalieri Portaspada, poi incorporato nell’Ordine Teutonico. Tallinn fu fondata dal re danese Valdemar II e dall’arcivescovo di Lund Anders Sunesen nel 1219. Anch’essa fu fortificata con possenti mura e torri di guardia e ospitò i crociati del Baltico.  Il primo vescovo di Livonia fu il monaco tedesco san Meinardo (1134-1196) di cui Giovanni Paolo II, nel suo viaggio in quella terra del 1993, ha ripristinato il culto.  

    Le città anseatiche facevano parte del Sacro Romano Impero ed avevano nell’Ordine Teutonico il loro “protettore”. Esso ebbe la sua sede, dal 1466, nella città di Koenigsberg, ribattezzata nel 1946 Kaliningrad. L’ondata protestante che si propagò dalla Germania nel Cinquecento investì presto anche i Paesi Baltici. Gotthard Kettler, il capo dell’Ordine di Livonia, succeduto a quello teutonico, si convertì al luteranesimo e divenne duca di Curlandia. Nei secoli successivi Polonia, Danimarca e Svezia combatterono per il Dominium Maris Baltici che finì però nella sfera d’influenza della Russia. Gli eredi dei cavalieri teutonici, i “baroni baltici”, proprietari di larga parte dei territori, costituirono una sorta di “enclave” tedesca nell’immenso Impero russo. Le roccaforti baltiche, disseminate tra boschi e laghi dai colori cupi e scintillanti, vigilavano un tempo le frontiere della Cristianità.

    Scoppiò la Prima guerra mondiale e il trattato di Brest-Litovsk, stipulato tra la Russia e gli Imperi centrali il 3 marzo 1918, avviò il processo di liberazione dei Paesi Baltici. Prima che la loro indipendenza fosse ufficialmente riconosciuta dal Trattato di Versailles, si scontrarono violentemente in queste plaghe i russi dell’armata rossa e quelli dell’esercito bianco, i nazionalisti lettoni ed estoni e le milizie arruolate dai baroni baltici.  

    Se il trattato di Brest-Litovsk, nel 1917, aveva sancito l’indipendenza dei Paesi Baltici, il patto Molotov-Ribbentropp del 23 agosto 1939 li cancellò dalla storia. Estonia, Lettonia e Lituania vennero occupate dai sovietici e divennero teatro di scontro tra la Wehrmacht e l’Armata Rossa. Stalin ordinò le deportazioni in Siberia di esponenti politici, ufficiali, sacerdoti, ma anche di chiunque avesse una semplice proprietà. Tra questi fu l’arcivescovo gesuita Eduard Profittlich (1890-1942), nominato da Pio XI nel 1931 amministratore apostolico dell’Estonia, il primo vescovo cattolico a operare in Estonia dopo l’epoca medioevale. Fu condannato ad essere fucilato e morì il 22 febbraio 1942 nel gulag di Kirov, prima dell’esecuzione della sentenza. Il suo processo di beatificazione è stato introdotto.

    Nacquero allora le prime organizzazioni di resistenza all’invasore. I partigiani lettoni ed estoni, che presero il nome di Fratelli della Foresta e l’esercito lituano della libertà furono i protagonisti, dopo il 1945, di una epica resistenza armata all’invasore sovietico. Contro i guerriglieri anti-comunisti, i sovietici schierarono intere unità dell’esercito rosso, della milizia e della polizia segreta NKVD. La resistenza proseguì dopo la fine della guerra. Gli americani cercarono nei primi anni di sostenere la lotta armata, paracadutando aiuti e volontari, ma le infiltrazioni sovietiche all’interno della CIA, portarono presto alla liquidazione del loro sostegno. La sanguinosa repressione della rivolta ungherese, nel 1956, segnò la fine delle ultime speranze di aiuto da parte dell’Occidente. Migliaia furono i caduti partigiani in quella che fu la più lunga storia di guerriglia del Baltico, portata alla luce soprattutto dagli storici Heinrihs Strods in Lettonia (Latvian National Partisan War 1944-1956, Latvijas, Riga 2003) e Mart Laar in Estonia (War in the Woods: Estonia’s Struggle for Survival, 1944-1956, Whalesback Books, Washington D.C. 1992) e ricordata in Italia da Alberto Rosselli (La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale, 1944-1956, Settimo Sigillo, Roma 2004). 

    Nel dicembre 1990, le associazioni di Tradizione, Famiglia e Proprietà, guidate da Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) avevano portato a Vilnius, minacciata da Gorbaciov, 5.212.580 di firme, in difesa dell’indipendenza e della libertà della Lituania. Il 2 gennaio 1991 il Capo del Cremlino ordinò ai suoi carri armati di invadere la Lituania. Il governo si trincerò nel Parlamento, protetto da masse di giovani col Rosario in mano che cantavano inni alla Madonna. Nove di loro morirono eroicamente, ma il presidente russo fu costretto a indietreggiare. L’esempio si diffuse a macchia d’olio e le repubbliche sovietiche, a cominciare da quelle baltiche, si staccarono da Mosca, segnando l’inizio del crollo definitivo dell’URSS.

    Dall’aprile 2004, lo spazio aereo dei Baltici è stato messo sotto il controllo degli aerei Nato, sotto richiesta di quei popoli su cui pesa una tragica memoria storica. Incontrando a Riga i leader delle tre repubbliche baltiche, il 9 maggio 2005, il presidente americano George W. Bush disse che l’occupazione sovietica dell’Europa dell’Est dopo la Seconda guerra mondiale sarà ricordata come “una delle più grandi ingiustizie della storia”, aggiungendo che una buona parte della responsabilità va attribuita anche agli Stati Uniti. Infatti la conferenza di Yalta del 1945, affermò il presidente americano, si inserì sulla scia della tradizione ingiusta dell’accordo di Monaco e del patto Molotov-Ribbentrop.

    Oggi il popolo ucraino, ma anche gli abitanti delle Repubbliche baltiche minacciati da Vladimir Putin, guardano con apprensione all’evoluzione drammatica della guerra che si è aperta nel cuore dell’Europa. Dalle musiche di desolante bellezza dell’estone Arvo Pärt, uno dei più grandi compositori contemporanei, sembra sorgere dalle profondità del Medioevo e trovare nuove forme espressive il grido di amore di queste terre alle radici antiche dell’Occidente cristiano.

     

    Fonte: Corrispondenza Romana, 9 Marzo 2022. 

  • Membro della Federazione Pro Europa Christiana porta 50.000 Medaglie Miracolose in Ucraina

     

     

    di Javier Navascués

    Siamo entrati in contatto con Miguel Ángel Gutiérrez, membro della Federazione Pro Europa Christiana, che ha viaggiato da Roma in Ucraina per portare migliaia di Medaglie Miracolose e con esse la speranza a un paese in guerra. Si tratta di un'iniziativa della suddetta organizzazione insieme all'associazione italiana Luci sull'Est.

    Grazie a Dio, ora è tornato nella Città Eterna. Al momento di questa breve intervista, stava passando la notte in Polonia dopo 6 ore al confine ucraino.

    Perché la Federazione Pro Europa Christiana ha deciso di inviare un gran numero di Medaglie Miracolose in Ucraina?

    I vescovi ucraini hanno chiesto di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria e hanno domandato al santuario di Fatima una statua della Madonna perché rimanesse nel paese. Questo ci ha dato la certezza che il dramma della guerra si combatte soprattutto nel campo spirituale. Da qui l'idea di inviare e distribuire la medaglia della Madonna che ha portato più grazie, la “Medaglia Miracolosa".

    Esattamente, quante erano e come le avete distribuite?

    Al momento ne abbiamo portate 50.000. Come potete immaginare, è difficile raggiungere i villaggi e le piccole città. Così ne abbiamo mandato 20.000 a Kiev e 20.000 al vescovo ausiliario di Leopoli, Mons. Kava, che, essendo francescano conventuale, segue la spiritualità di San Massimiliano Kolbe di diffondere la Medaglia Miracolosa. Il resto è stato distribuito ai fedeli delle chiese di Leopoli, specialmente dove si trova la Vergine pellegrina di Fatima.

    Ha avuto paura di dover andare in un paese in guerra con la spada di Damocle di possibili bombardamenti, carri armati...?

    Quando ho ricevuto il messaggio di un amico sacerdote, don Paulo Vyskosky, missionario OMI, che lui e la sua comunità si sarebbero fermati a Kiev per dare assistenza spirituale e caritatevole alla gente intrappolata, ho pensato che se loro avevano questo coraggio e zelo per le anime in una zona molto vicina al fronte di battaglia, a maggior ragione io dovevo armarmi di questo coraggio andando in una zona meno colpita dal conflitto.

    Quali testimonianze potresti evidenziare di persone che sono state confortate dalla Medaglia della Madonna?

    Quello che mi ha colpito di più è come la gente fosse grata per la Medaglia. I cattolici in Ucraina hanno sofferto persecuzione e martirio per decenni, la loro fede è molto profonda perché è stata forgiata nel sangue. E sapere che in altri paesi stanno pregando per loro e che questa Medaglia è il simbolo di questa unione nella preghiera, ha lasciato i loro cuori pieni di emozione. Bisogna dire che le medaglie sono coniate molto bene e fatte di buon metallo, il che le rende ancora più apprezzabili. Per Dio il meglio, come diceva San Francesco d'Assisi.

    Come ti ha aiutato spiritualmente questa esperienza e in che misura ti sei sentito protetto dalla Madonna?

    Incontrare un popolo che sta soffrendo gli orrori della guerra e vederli pregare per la pace con quella profonda fede e fiducia in Dio, attraverso la Vergine Maria, alla quale sono molto devoti, mi ha fatto riflettere su come viviamo tanto tiepidamente nei nostri paesi occidentali. Lasciate che vi dica un fatto. La Vergine pellegrina di Fatima si trova nella più grande parrocchia greco-cattolica del paese. Ogni sera fanno una processione intorno alla chiesa recitando il rosario. Quando suonano le sirene antiaeree, la processione non viene sospesa... continua nei sotterranei della chiesa.

    In che misura vede la soluzione dei mali dell'umanità nel trionfo del Cuore di Maria?

    I vescovi ucraini hanno visto molto chiaramente che con la conversione del cuore degli uomini i problemi si risolvono. Se non c'è conversione, il peccato dell'uomo continuerà a produrre mali maggiori. Ecco perché la Madonna a Fatima ha chiesto la consacrazione della Russia e anche la penitenza e la conversione. Questa è la via che ci ha indicato affinché possiamo vedere quanto prima il trionfo del suo Cuore Immacolato.

     

    Fonte: InfoCatolica, 5 Marzo 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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  • Nota dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira sull’invasione dell’Ucraina

     

     

    L'Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO) esprime la sua indignazione per la grave e ingiusta aggressione della Russia contro la nobile nazione ucraina, che coraggiosamente è riuscita a liberarsi dal giogo sovietico, ispirata dalle figure eroiche dell'Esarca Leonid Feodorov, del Metropolita Andrej Sheptytsky e del Cardinale Josyf Slipyi.

    L'IPCO invita i cattolici del Brasile a pregare la Madonna affinché protegga il popolo ucraino e specialmente la numerosa, eroica e crescente comunità cattolica. In particolare affinché Ella compia quanto annunciato nelle sue apparizioni al villaggio di Hrushev nel 1914 e nel 1987, cioè che l'Ucraina avrebbe sofferto terribilmente come nazione, ma che alla fine sarebbe diventata "uno stato indipendente".

    Questa nuova aggressione contro una nazione indipendente, violando tutti i trattati internazionali firmati dal Cremlino, che mette in serio pericolo la pace in Europa e nel resto del mondo, dimostra che la Russia è ancora lontana dall'essersi convertita dai suoi errori. Questa constatazione rende indispensabile che la richiesta fatta dalla Madonna a Suor Lucia sia finalmente realizzata. Cioè, che il Papa e i vescovi di tutto il mondo consacrino la Russia al Cuore Immacolato di Maria, perché solo una tale consacrazione renderà possibile la conversione della Russia e, di conseguenza, il ritorno della pace nel mondo.

    Altrimenti, i castighi annunciati dalla Madonna a Fatima - e in particolare il flagello di guerre ancora più devastanti - saranno prolungati indefinitamente dalla nostra negligenza nell'ascoltare le sue richieste di conversione e penitenza.

     

    San Paolo, 24 febbraio 2022.

    Istituto Plinio Corrêa de Oliveira

     

    Fonte:Agência Boa Imprensa, 25 Febbraio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia

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  • Onore all’Ucraina e al cardinale Josyf Slipyi, nel 130esimo anniversario della sua nascita (1892-2022)

     

     

    di Roberto de Mattei

    Vi sono uomini che incarnano le virtù e i valori più profondi di un popolo. Tale fu il cardinale Josyf Slipyj, arcivescovo maggiore di Halyč e di Leopoli degli Ucraini, di cui ricorre il 130esimo anniversario della nascita, proprio mentre la sua terra natale conosce una nuova immane tragedia. 

    Nato 17 febbraio 1892 a Zazdrist, nell’Ucraina occidentale, a diciannove anni Josef Slipyj entrò nel Seminario di Leopoli, dove fu ordinato sacerdote il 30 settembre 1917 e poi inviato a Roma per completare i suoi studi presso l’Istituto Orientale e l’Università Gregoriana. Nel 1925 venne nominato Rettore del seminario di Leopoli e nel 1929 dell’Accademia teologica della stessa città. L’Ucraina intanto era caduta sotto il giogo sovietico e Stalin, tra il 1932 e il 1933, requisì tutta la produzione agricola per imporre la collettivizzazione forzata del paese attraverso la carestia, conosciuta come Holodomor (cfr. Anne Applebaum, La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina, tr. it. Mondadori, Milano 2019).

    Mentre si avvicinava la guerra, il metropolita greco-cattolico dell’Ucraina Andrej Szeptycki (1865-1944), che lo aveva avviato al sacerdozio, lo richiese a Pio XII come suo coadiutore con diritto di successione. Così, nel 1939, mons. Josef Slipyj venne nominato esarca dell’Ucraina orientale e alla morte del metropolita Szeptycki, il 1° novembre 1944, divenne Capo e padre della Chiesa cattolica ucraina. Era un momento terribile per il suo Paese, stretto tra la morsa dei nazisti e dei comunisti. L’11 aprile 1945 il metropolita Slipyj venne arrestato dai sovietici e condannato a otto anni di lavori forzati nei gulag, mentre veniva inscenato un Sinodo illegale che proclamava la “riunificazione” della Chiesa cattolica ucraina con il Patriarcato ortodosso di Mosca, dominato dal regime sovietico. Le chiese dei greco-cattolici, circa 3.000, vennero date agli ortodossi e quasi tutti i vescovi e i sacerdoti furono uccisi o incarcerati. Nel 1953 l’arcivescovo Slipyj subì una seconda condanna a cinque anni di Siberia e nel 1958 una terza a quattro anni di lavori forzati. Nel 1962, a settant’anni, patì la quarta condanna, consistente nella deportazione a vita nel durissimo campo di Mordovia. In tutto, l’eroico presule passò 18 anni nelle carceri e nei gulag. 

    Il padre gesuita Pietro Leoni (1909-1995), sopravvissuto ai lager sovietici, descrivendo gli orrori del campo di transito di Kivov, racconta che un giorno alcuni detenuti furono introdotti nella sua cella. “Sull’imbrunire mi sentii chiamare da una voce sconosciuta: un uomo anziano, con la barba, stava in piedi davanti al mio posto; mi porse la mano presentandosi: Giuseppe Slipyj. Fu allo stesso tempo una gioia e un dolore sapermi insieme al mio metropolita” (Mons. Giovanni Choma, Josyf Slipyj, padre e confessore della Chiesa ucraina martire, La Casa di Matriona, Milano 2001, p. 68).

    Pio XII intervenne ripetutamente in favore degli ucraini e del loro metropolita incoraggiandoli a resistere alle persecuzioni, soprattutto con l’enciclica Orientales Omnes Ecclesias del 23 dicembre 1945. Tuttavia, nel 1958, dopo la morte di Pio XII, i rapporti tra la Russia e il Vaticano iniziarono a mutare. Quando Giovanni XXIII annunciò il Concilio Vaticano II, volle che ad esso partecipassero i rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Le autorità del Cremlino imposero come condizione il silenzio del Concilio sul comunismo. Un accordo segreto fu siglato, nell’agosto del 1962, nella cittadina francese di Metz tra il cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano, e il vescovo ortodosso Nikodim da parte russa. La grande assemblea convocata per discutere sui problemi del proprio tempo avrebbe taciuto sulla maggiore catastrofe politica del Novecento (R. de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai, Lindau, Torino 2010, pp. 174-177).

    In quegli anni i gulag comunisti pullulavano di prigionieri per motivi religiosi, specialmente della Chiesa cattolica ucraina. Sarebbe stato uno scandalo se nell’aula del Concilio fossero stati assenti i vescovi vittime della persecuzione e presenti invece gli esponenti del Patriarcato di Mosca, che appoggiavano i carnefici. Fu svolta dunque una trattativa tra la Santa Sede e il Cremlino, per permettere al metropolita Slipyj di partecipare al Concilio. Il capo della Chiesa ucraina non voleva abbandonare il suo paese, ma ubbidì al Papa e prima di lasciare Mosca consacrò clandestinamente vescovo il sacerdote redentorista ucraino Wasyl Welyckowskyj.

    Giunse a Roma il 9 febbraio 1963, ma non tacque. L’11 ottobre 1963 Slipyj intervenne in Concilio parlando della testimonianza di sangue della Chiesa ucraina e proponendo di elevare la sede di Kiev-Halyč al rango patriarcale. Egli ricorda di aver rivolto questa richiesta numerose volte a Paolo VI ma di avere sempre ricevuto un diniego per ragioni politiche. Il riconoscimento del Patriarcato ucraino avrebbe infatti ostacolato l’Ostpolitik e il dialogo ecumenico con la chiesa ortodossa di Mosca (Memorie, Università Cattolica Ucraina, Leopoli-Roma 2018, pp. 512-513). Però, il 25 gennaio 1965 fu creato cardinale da papa Paolo VI, che elevò la Chiesa greco-cattolica ucraina al rango di Arcivescovato maggiore di Leopoli degli Ucraini.

    Fra il 1968 e il 1976, malgrado l’età avanzata, il cardinale Slipyj intraprese lunghi e faticosi viaggi presso le comunità della diaspora ucraina nelle Americhe, in Australia e in Europa, continuando a svolgere il ruolo di Pastore del suo popolo. Nel 1976 lanciò un appello alle Nazione Unite in favore delle vittime del comunismo e nel 1977, in un drammatico intervento presso il Tribunale Sakharov, denunciò ancora una volta la persecuzione religiosa in Ucraina.  Il mondo guardava a lui e al cardinale József Mindszenty (1892-1975) come a due grandi testimoni della fede cattolica nel Novecento.

    Per assicurare il futuro della Chiesa ucraina, il cardinale Slipyj non arretrò di fronte a gesti estremi. Peter Kwasniewski ha recentemente ricordato come il 2 aprile 1977 egli ordinò clandestinamente tre vescovi, senza l’autorizzazione di Paolo VI, incorrendo automaticamente nelle censure canoniche previste dal can. 953 del Codice allora vigente. Però, a differenza di quanto accadrà per mons. Marcel Lefebvre, scomunicato nel 1986 per la stessa infrazione della legge canonica, nessuna misura scattò ipso facto, nei confronti del cardinale Slipyj (http://blog.messainlatino.it/2021/10/card-wojtya-disobbedi-al-papa-al-pari.html). Uno dei vescovi da lui ordinati era mons. Lubomyr Husar (1933-2017), che Giovanni Paolo II nominò, dopo Slipyj, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica e cardinale. A lui successe come primate Svjatoslav Ševčuk, che si trova in questo momento sotto le bombe nella città assediata di Kiev. Nel 2004 la sede dell’arcivescovato maggiore è stata trasferita a Kiev e ha mutato il proprio nome in quello attuale di Kiev-Halyč.

    Il cardinale Josef Slipyj morì in esilio a Roma a novantadue anni il 7 settembre 1984 ed è ora sepolto a Leopoli, nella cripta della cattedrale di San Giorgio, accanto al metropolita Andrej Szeptycki. Giovanni Paolo II lo definì «uomo di fede invitta, pastore di fermo coraggio, testimone di fedeltà eroica, eminente personalità della Chiesa» (L’Osservatore Romano, 19 ottobre 1984). 

    Mentre l’identità religiosa e politica della sua terra è ancora una volta brutalmente calpestata, la memoria dell’eroica resistenza del cardinale Josyf Slipyj ci aiuta a confidare nel futuro dell’Ucraina. Kiev fu il luogo della conversione del popolo russo alla Chiesa cattolica, e da Kiev, non da Mosca, è destinata a partire la seconda grande conversione della Russia annunciata dalla Madonna a Fatima. Del messaggio di Fatima il cardinale Slipyj fu un grande zelatore. Nel 1980 egli presentò a Giovanni Paolo II due milioni di firme raccolte dall’Armata Azzurra, insistendo in un lungo colloquio con il Papa sulla necessità di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria (John Haffert, Dear Bishop! Memoirs of the Author concerning the History of the Blue Army, AMI International Press, Washington 1982, p. 229). Questa consacrazione non è ancora avvenuta secondo le modalità richieste dalla Beatissima Vergine, alla quale il cardinale Slipyj così si rivolse nel suo testamento: «Seduto sulla slitta e facendomi strada verso l’eternità…recito una preghiera alla nostra protettrice e Regina del Cielo, la sempre Vergine Madre di Dio. Prendi la nostra Chiesa ucraina e il nostro popolo ucraino sotto la tua efficace protezione!» (Memorie, pp. 524-525). Facendo nostre le sue parole in questo momento tragico della storia del mondo non possiamo che proclamare a voce alta: “Onore al cardinale Slipyj e al suo popolo martire”.

     

    Attribuzione foto: By Pkravchenko - Own work, CC BY-SA 3.0,Wikimedia.

    Fonte: Corrispondenza Romana, 2 Marzo 2022.

  • Russia-Nato: i fatti

     

     

    di Julio Loredo

    Secondo una certa versione, il fattore scatenante dell’attuale guerra tra la Russia e l’Ucraina sarebbe stata l’espansione della Nato verso Est, fino a rappresentare una minaccia diretta alla Federazione Russa che, di conseguenza, avrebbe reagito per legittima difesa. I fatti, però, raccontano una storia diversa.

    Tralasciando che, per mezzo secolo, le forze Nato si siano già “toccate” con quelle del Patto di Varsavia, divise da frontiere che a volte erano un semplice fiume, o un muro, resta il fatto che fino al 2014 la stessa Federazione Russa era avviata a integrarsi nel sistema difensivo euro-atlantico.

     

    Le due visioni diplomatiche

    All’epoca del crollo della Cortina di Ferro, nel 1989, in Occidente si confrontavano due opposte visioni diplomatiche riguardo al futuro dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste. L’una, chiamata a volte dagli specialisti “Congresso di Vienna”, proponeva un nuovo partenariato con la Russia post-sovietica, attirandola verso l’ambito occidentale, come si era fatto con la Francia post-napoleonica nel 1815. L’altra, battezzata “Trattato di Versailles”, proponeva l’esatto opposto: la Russia doveva essere punita duramente, come lo fu la Germania dopo la I Guerra Mondiale.

    Per diversi motivi, tra cui il rischio di fomentare una mentalità revanscista foriera di futuri guai, prevalse largamente la prima visione, e l’Occidente tese una mano conciliatrice alla morente URSS. Iniziarono così una serie di contatti che man mano approssimarono l’URSS (poi, dal gennaio 1992, la Federazione Russa) all’Occidente: viaggio del Segretario di Stato James Baker a Mosca nel febbraio 1990; viaggio di Michail Gorbaciov negli Stati Uniti nel maggio 1990; partecipazione dell’Unione Sovietica al vertice del G7 a Houston a luglio 1990; viaggio del presidente George H. Bush in Russia nel luglio 1991; ammissione della Russia al G8 e poi al WTO, e via di seguito. La Russia sembrava aver definitivamente voltato pagina.

     

    Il cammino verso la NATO

    Faceva parte dell’accelerato disgelo fra la Russia e l’Occidente un riavvicinamento con l’Europa e, in concreto, con la Nato. L’analista Francesco Randazzo parla di “un moltiplicarsi di iniziative bilaterali per la conciliazione e la normalizzazione dei rapporti [fra la Nato e la Russia]”.[1]

    Nel vertice Nato tenutosi a Londra nel 1990, i Paesi membri approvarono la London Declaration on a Transformed North Atlantic Alliance. Prendendo atto che “l’Unione Sovietica ha iniziato la sua trasformazione verso una società libera”, e che, quindi,“la Nato non vede più i paesi del Patto di Varsavia come nemici”, la Dichiarazione apriva canali di comunicazione e di collaborazione con gli ex stati del blocco orientale, ai quali tendeva “una mano amichevole”.[2]

    Sulla scia della London Declaration, il 20 dicembre 1991 fu creato il North Atlantic Cooperation Council, un forum di dialogo e di cooperazione fra la Nato e gli ex membri del Patto di Varsavia. Tale era il ritmo del cambiamento in Europa che la riunione inaugurale della stessa NACC fu testimone di un evento storico: mentre si discuteva sul comunicato finale, l’ambasciatore sovietico annunciò che l’Unione Sovietica si era sciolta durante la riunione e che egli ora rappresentava solo la Federazione Russa.

    Nel novembre 1993, i presidenti della Federazione Russa, del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea firmarono a Bruxelles un Accordo d’intesa politica ed economica. Nel 1996, la Federazione Russa fu ammessa nel Consiglio d’Europa, con rappresentanza anche nel Comitato dei Ministri e nell’Assemblea Parlamentare.

    Possiamo desumere il clima allora regnante da un articolo del generale Sergei V. Stepashin, capo del Comitato di Difesa e Sicurezza del Soviet Supremo della Federazione Russa, pubblicato nel 1993. Il generale proponeva uno “stretto coordinamento” con la Nato e la trasformazione della Russia in un ponte geopolitico tra il sistema di sicurezza euro-atlantico e quello asiatico-pacifico. L’articolo culminava con l’appello per “un nuovo Piano Marshall per la rinascita post-comunista, con la conversione della Russia in una società democratica”.[3]

    Nel giugno 1992, fu firmato a Washington il Russian Federation-United States Charter for Partnership and Friendship. Affermando il comune intento di rafforzare la democrazia e la libertà, il Trattato prevedeva “il rafforzamento della Comunità Euro-Atlantica” e la “creazione di una capacità euro-atlantica di mantenimento della pace che includa NACC, NATO e WEU”. [4] L’espressione “Euro-Atlantic peacekeeping capability” rifletteva il desiderio di integrare le Forze Armate dell’ex Patto di Varsavia nel sistema di difesa euro-atlantico.

    Nel 1994, la Russia aderì formalmente al Partnership for Peace della Nato, un Patto per stabilire forti legami tra la Nato i suoi nuovi partner democratici dell’ex blocco sovietico e alcuni paesi europei tradizionalmente neutrali, per rafforzare la sicurezza europea.[5] In seguito, quattordici Paesi membri del Patto aderirono alla Nato. A dicembre fu firmato il Budapest Memorandum sulla riduzione delle armi nucleari tra gli Stati Uniti, Gran Bretagna e la Federazione Russa.

    I rapporti Russia-Nato erano così stretti che, nel 1996 un contingente russo prese parte alla missione militare NATO-SFOR in Bosnia ed Erzegovina.

    Via di questo passo, si arrivò al grande Summit di Parigi, nel maggio 1997, a conclusione del quale la Russia firmò un solenne accordo con la Nato: il Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security between NATO and the Russian Federation. Dopo la firma di questo Atto, l’appartenenza della Russia alla Nato era data per scontata. Henri Kissinger arrivò a dichiarare: “[Dopo Parigi] la Russia ha ottenuto uno status preponderante nella Nato rispetto a qualsiasi candidato all’ammissione”.[6] Per favorire tale ammissione, fu creato il NATO-Russia Permanent Joint Council.

    Tra l’altro, l’Atto stabiliva: “Gli Stati membri della Nato ribadiscono di non avere alcuna intenzione, nessun piano e nessun motivo per schierare armi nucleari sul territorio dei nuovi membri”. Da queste parole si desume in modo apodittico l’assenso della Russia all’ammissione di “nuovi membri”, purché la Nato non vi avesse schierato armi nucleari.

    L’Atto di Parigi fu perfezionato dalla Dichiarazione di Roma, sottoscritta a Pratica di Mare nel maggio 2002 dai Paesi membri della Nato e la Federazione Russa.[7] Questa Dichiarazione mise ufficialmente fine alla Guerra Fredda.

    Nel documento si legge: “Come firmatari del Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security, riaffermiamo gli obiettivi, i principi e gli impegni assunti allora: in particolare la determinazione a costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia, sicurezza cooperativa e all’asserto che la sicurezza di tutta la comunità euro-atlantica sia indivisibile. Siamo convinti che la qualità della nuova relazione fra NATO e Russia fornirà un contributo essenziale al raggiungimento di questo obiettivo”. L’accordo prevedeva la nascita del NATO-Russia Council. Questo documento situava, quindi, la Russia al cuore del sistema euro-atlantico.

    Nel 2002 le Forze Armate russe affiancarono quelle della Nato nella missione pacificatrice nel Kosovo. Nel 2004, e poi nel 2008, la Marina di guerra russa partecipò alle manovre navali NATO Active Endeavour. Nel 2011 la Russia partecipò alle manovre militari Nato Vigilant Skies. Nello stesso anno, la Russia permise che equipaggiamento militare della NATO transitasse attraverso il suo territorio verso l’Afghanistan. Tutto questi erano passi verso l’integrazione delle Forze armate russe nel sistema di difesa euro-atlantico.

     

    L’idillio si incrina

    I rapporti tra la Russia e l’Occidente cominciarono a incrinarsi per causa di due fattori: l’uno superabile, l’altro invece dirimente.

    Il primo fattore fu l’intervento della Nato nel Kosovo nel 1998, ai danni della Serbia di Milosevic, l’unico alleato russo a Ovest. Questo intervento costituì, nelle parole di Eltsin, “un tragico errore della leadership americana”.[8] Anche se con copertura ONU e OCSE, e all’interno di una situazione alquanto caotica (le guerre jugoslave), l’intervento servì per alimentare la retorica anti-occidentale del nazionalismo russo. Si trattava, comunque, di un ostacolo superabile come i fatti successivi dimostrarono. La partecipazione congiunta Nato-Russia alla missione di mantenimento della pace in Kosovo (KFOR) servì a ristabilire un minimo di cooperazione e fiducia reciproca tra le due parti.

    L’altro fattore, invece, si dimostrò molto più decisivo: l’ascesa di Vladimir Putin nel panorama politico russo, fino ad assumere le fattezze di “Zar”, soprattutto dopo il 2014.

    Tutti gli analisti sono concordi nel dire che c’è un Putin 1 e un Putin 2. Il primo è quello sorridente e dialogante, immortalato con Bush e Berlusconi mentre firma la Dichiarazione di Pratica di Mare nel 2002. A quel tempo si dimostrava amichevole nei confronti dell’Occidente, col quale auspicava una stretta alleanza. Si arrivò a dire che, di fronte all’assalto del crescente nazionalismo, egli era “l’ultima alternativa pro-occidentale della Russia”.[9] Poi c’è il Putin 2, quello dell’invasione della Crimea e dell’Ucraina, che se la prende con “la feccia dei traditori pro-occidentali”.[10] Che cosa l’ha fatto cambiare così radicalmente? Che cosa lo fece allontanare dall’atteggiamento pro-occidentale, approssimandolo invece al panslavismo di Dugin e di Ilyin? Si tratta di un cambiamento sincero, oppure stava bleffando per guadagnare tempo mentre ricostituiva il potere bellico dell’URSS? È impossibile giudicare le intenzioni, e chiaramente non è il caso di fare dietrologie. Il dubbio, comunque, resta.

    Il fatto è che, sotto l’egida di questo Putin, il nazionalismo russo avanzò, con tutta la sua carica pan-slavista e anti-occidentale, alimentato anche dalla nostalgia del periodo sovietico. Crebbe la convinzione che la Nato fosse “uno strumento di guerra, uccisione e aggressione”.[11] Spiega Francesco Randazzo: “Con Yevgeniy Primakov ora alla guida del nuovo ministero degli Esteri, l’ondeggiante partenariato Est-Ovest gradualmente lasciò il posto a una nuova dottrina multipolare, volta a far rivivere vecchie relazioni - o stabilirne di nuove - con nazioni non europee relativamente ostili agli Stati Uniti: Cina, Iran, Iraq e Siria”.[12]

    La nuova leadership russa iniziò così ad abbandonare lo spirito dell’era di Gorbaciov e di Eltsin (che, tra l’altro, aveva esplicitamente accennato a un’eventuale adesione della Russia alla Nato) per chiudersi in un nazionalismo sempre più aggressivo. Crebbe in questo modo il partito “pan-slavista” che esigeva la rimilitarizzazione della Federazione Russa. Gli interventi militari russi cominciarono a essere visti, dai nazionalisti, non come una collaborazione con l’Occidente, bensì come un riappropriarsi del ruolo “imperiale” di sovietica memoria.[13] Cioè, il campo nazionalista russo iniziò paradossalmente a rivendicare l’internazionalismo come all’epoca dell’URSS. Si iniziò perfino a parlare di “sovranità limitata” per i paesi limitrofi, in una sorta di re-edizione della Dottrina Breshnev.

    A questo nazionalismo non mancava un tocco di machiavellismo. Lo studioso A. Arbatov ha fatto notare l’iniziale posizione implicitamente compiacente dei nazionalisti russi nei confronti della Nato, nella speranza che il suo allargamento portasse a una nuova escalation con l’Occidente, creando le condizioni ideali per la soppressione della democrazia in Russia e la restaurazione dell’impero nello spazio ex sovietico.[14]

     

    Pacta sunt servanda

    Fra settembre 1990 e marzo 1991 l’URSS partecipò a diverse conferenze internazionali, firmando con gli Stati Uniti e con la Comunità Europea una serie di trattati di amicizia e di cooperazione. Nel corso di questi colloqui, si parlò anche dei rapporti URSS-Nato. Dai verbali delle riunioni, oggi declassificati, risultano diverse esternazioni – del segretario James Baker, del cancelliere Helmut Kohl e di altri – che sembrano indicare promesse orali fatte a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe espansa a Est.

    Come ben osserva Stefano Magni, queste esternazioni – sempre orali e mai formalizzate – furono fatte in un preciso contesto geopolitico che in seguito cambiò: “C’era il Patto di Varsavia, c’era l’Urss, le tre repubbliche baltiche erano ancora parte integrante del territorio sovietico, c’erano ancora le basi dell’armata rossa nei Paesi dell’Europa centrale e orientale di cui si parlava. Un ritiro era appena iniziato, ma non erano neppure nella mente di Dio gli eventi che si sarebbero susseguiti di lì alla fine dell’anno”.[15] Infatti, poco dopo il Patto di Varsavia si sciolse, seguito dalla stessa URSS.

    La Federazione Russa non è l’URSS. Ha ereditato il suo seggio all’Onu e, dal 1994, ha mantenuto il monopolio sull’arsenale nucleare dell’ex impero rosso. Ma non ha ereditato né i debiti con l’estero, né gli accordi con altre potenze. Dal Partnership for Peace nel 1994, al Nato-Russia Founding Act nel 1997, alla Dichiarazione di Roma nel 2002, tutti i nuovi accordi furono firmati dalla Federazione Russa, soggetto internazionale, che così se ne assumeva la responsabilità.

    Al momento dello scioglimento dell’URSS, l’Ucraina era la terza potenza nucleare del mondo. Dopo due durissimi scontri con la Russia, nel maggio 1992 e nel settembre 1993, che rischiarono di degenerare in un conflitto atomico, la tensione scemò grazie alla mediazione degli Stati Uniti che convinsero l’Ucraina a cedere il suo arsenale nucleare alla Russia, in cambio della promessa russa di rispettare la sua integrità, ottenuta dopo il plebiscito del 1991, in cui il 92,5% scelse l’indipendenza. Scrive Magni: “In cambio di questa cessione, che ridiede alla Russia lo status di superpotenza nucleare, l’Ucraina chiese garanzie per la sua indipendenza. Vennero stabilite a Budapest, con un memorandum sottoscritto il 5 dicembre 1994 da Russia, Ucraina, Usa e Regno Unito: la Russia, in cambio del disarmo nucleare di Kiev, si impegnava a non invadere l’Ucraina e a rispettarne i confini (per i distratti: Crimea inclusa) e l’integrità territoriale”.[16]

    Gli accordi furono violati una prima volta nel 2014, con l’annessione russa della Crimea. E sono stati violati definitivamente il 24 febbraio scorso, con l’invasione dell’Ucraina. Inutile rispolverare verbali di vecchie riunioni con un soggetto politico che non esiste più e, invece, tacere su trattati ufficialmente firmati e quindi violati.

     

    Note

    [1] Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation. In M. de Leonardis (ed.), NATO in the Post-Cold War Era: Continuity and Transformation, Palgrave Macmillan, London 2022 (in corso di pubblicazione).

    [2] Declaration on a Transformed North Atlantic Alliance, North Atlantic Treaty Organization, 5 luglio 1990. Si veda anche United States Security Strategy for Europe and Nato, United States Department of Defense, 18 settembre 2014.

    [3] Stepashin S., Russia and NATO: A vital partnership for European security, in “The RUSI Journal”, 138:4 (1993), pp. 11-17.

    [4] Dal testo ufficiale, U.S. Department of State.

    [5] Questi i Paesi membri: Albania, Armenia, Austria, Azerbaigian, Bielorussia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Macedonia, Georgia, Ungheria, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Svezia, Svizzera, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. Fonte: U.S. Department of State.

    [6] Cfr. Piontkovsky A. & Tsygichko V., Russia and NATO after Paris and Madrid: A perspective from Moscow, in “Contemporary Security Policy”, 19:2 (1998), pp. 121-125.

    [7] NATO-Russia Relations: A New Quality, NATO Rome Summit, 28 maggio 2002.

    [8] Cit. Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

    [9] Glenn Diesen, Putin: Russia’s last ‘pro-Western’ alternative, The Lowy Institute, 7 giugno 2016.

    [10] Putin warns Russia against pro-Western ‘traitors’ and ‘scum’, Swissinfo, 16 marzo 2022.

    [11] Antonenko O., Russia, NATO and European Security After Kosovo, in “Survival”, 41:4 (1999-2000), pp. 124-144.

    [12] Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

    [13] Va ricordato che anche la Russia intervenne a gamba tesa, in modo non dissimile alla Nato, in Moldavia e in Georgia, fra il 1992 e il 1994.

    [14] Arbatov A., NATO and Russia, in “Security Dialogue”, 26:2 (1995), pp. 135-146. Cit. Francesco Randazzo, Russia-NATO-US: From detente to impossible cooperation.

    [15] Stefano Magni, Il falso storico delle promesse Nato alla Russia. Putin, invece, ha violato trattati, “Atlantico”, 27 marzo 2022.

    [16] Stefano Magni, Il falso storico delle promesse Nato alla Russia. Putin, invece, ha violato trattati.

     

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  • Tra Mosca e Kyiv il papa ha smarrito la strada

     

     

    di Sandro Magister

    È difficile trovare una guerra in cui la distinzione tra aggressore e aggredito sia così netta come nell’attuale conflitto in Ucraina. Eppure è proprio questa distinzione che risulta assente nelle parole e negli atti di papa Francesco. La sua visita all’ambasciatore di Russia presso la Santa Sede, venerdì 25 febbraio, ne è stato l’esempio lampante. “Durante la visita il papa ha voluto manifestare la sua preoccupazione per la guerra in Ucraina”, ha titolato in prima pagina “L’Osservatore Romano”. Non una riga in più, nessun articolo a seguire. Perché era solo quello e nient’altro ciò che il papa voleva si sapesse del suo contatto con la Russia di Vladimir Putin e del patriarca di Mosca Kirill.

    Certo, Francesco ha anche parlato per telefono con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con l’arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica Sviatoslav Shevchuk. Per il mercoledì delle ceneri ha indetto una giornata di preghiera e di digiuno “per la pace in Ucraina e nel mondo intero”. E sia lui sia il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin hanno più volte chiesto ai contendenti di deporre le armi. Ma “facendo finta di non capire che se si invoca il cessate il fuoco nel bel mezzo di un’invasione si sta in realtà invitando il popolo invaso alla capitolazione, gli si sta chiedendo di accettare l’occupazione del proprio paese”, ha scritto sul “Corriere della Sera” del 27 febbraio Angelo Panebianco, numero uno dei politologi italiani di scuola liberale.

    Tutt’altra musica nelle Chiese dell’Ucraina invasa dalla Russia. Nei suoi appassionati messaggi ai fedeli, trasmessi ogni giorno dai sotterranei della cattedrale cattolica di Kyiv, l’arcivescovo Shevchuk prega per “gli eroici soldati della guardia di frontiera dell’isola Zmijiny nel Mar Nero” uccisi per non essersi arresi all’invasore, per “l’eroe che al prezzo della propria vita ha fermato l’esercito russo vicino a Kherson facendosi esplodere assieme al ponte sul fiume Dnipr”, insomma, sia “per tutte le vittime innocenti tra i civili” che “per tutti coloro che combattono in difesa della nazione”.

    Ma c’è di più. Nemmeno la Chiesa ortodossa d’Ucraina soggetta al patriarcato di Mosca ha approvato l’invasione, come invece ha fatto in Russia la Chiesa madre. Il suo primate Onufry, metropolita di Kyiv, ha invocato fin dall’inizio la benedizione di Dio sui “nostri soldati che proteggono e difendono la nostra terra e il popolo, la sovranità e l’integrità dell’Ucraina”. E ha denunciato aggressioni a suoi sacerdoti e fedeli e devastazioni di chiese ucraine ortodosse ad opera delle truppe russe: tutto l’opposto di quanto asserito da Putin nel suo fantasioso discorso del 21 febbraio, in cui accusava le autorità ucraine di perseguitare gli ortodossi fedeli a Mosca e indicava in se stesso il giustiziere.

    Non solo. Il 28 febbraio il sinodo di questa stessa Chiesa ha pubblicato un messaggio di piena solidarietà al popolo ucraino, con un diretto appello al patriarca di Mosca Kirill affinché chieda “alla leadership della Federazione Russa”, cioè a Putin, di “immediatamente fermare un’aggressione che già sta minacciando di trasformarsi in una guerra mondiale”. Con nessun commento, fino ad oggi, del patriarcato di Mosca.

    Più prevedibile la condanna dell’invasione russa da parte dell’altra Chiesa ortodossa di Ucraina, indipendente dal patriarcato Mosca e da questo messa al bando ed esclusa dalla comunione eucaristica. Il suo metropolita Epifanio ha anche lui rivolto il 27 febbraio, domenica, “giorno in cui ricordiamo il giudizio universale”, un vibrante appello al patriarca Kirill, affinché “se non può levare la voce contro l’aggressione almeno aiuti a riportare in patria i corpi dei soldati russi che hanno pagato in Ucraina con le loro vite l’idea della ‘grande Russia’”.

    La “grande Russia”, sia politica che religiosa, è in effetti l’idea madre dell’aggressione di Mosca all’Ucraina. Idea che per Putin si fa disegno neoimperiale, mentre per il patriarcato di Mosca è questione d’identità e di primato.

    La Chiesa ortodossa d’Ucraina soggetta alla giurisdizione di Mosca conta la metà del clero, un terzo dei fedeli e un buon 40 per cento delle parrocchie dell'intero patriarcato russo, 12 mila su 30 mila circa. Perderle, per Mosca sarebbe un dramma. E se poi a queste 12 mila parrocchie si sommano le altre migliaia appartenenti alle altre due Chiese ortodosse attualmente esistenti in Ucraina – quella con metropolita Epifanio e quella più piccola separatasi da Mosca al seguito dell’autoproclamato patriarca Filarete –, l’insieme dell’ortodossia ucraina diventerebbe la seconda più popolosa ortodossia del mondo, capace di rivaleggiare con il patriarcato di Mosca, fino ad oggi primo indiscusso per numero di fedeli.

    Rivelatrice del timore di questa perdita è stata l'omelia che il patriarca Kirill ha tenuto domenica 27 febbraio a Mosca, tutta mirata a invocare la tenuta dell’unità – anche geografica e politica – tra l’ortodossia russa e la Chiesa ucraina soggetta a Mosca, “a protezione della nostra comune, storica madrepatria contro ogni forza esterna che voglia distruggere questa unità”.

    Sta di fatto che l’aggressione della Russia all’Ucraina non aiuta a cementare questa unità. Tutto il contrario. Nei giorni scorsi, un sondaggio del centro di ricerca russo “Razumkov” ha riscontrato che ben due terzi dei fedeli della Chiesa ortodossa d’Ucraina soggetta al patriarcato di Mosca condannano l’invasione e che la stima per il loro primate Onufry – anche lui come s’è visto critico – è molto più alta di quella per il patriarca Kirill, la cui popolarità è scesa a picco.

    Ma poi ci sono anche i quasi cinque milioni di ucraini greco-cattolici, una comunità viva, con una storia popolata di martiri, animata da sincero spirito ecumenico con i connazionali ortodossi e da un forte spirito d’autonomia rispetto alla Russia. È la Chiesa più in pericolo in un’Ucraina che cadesse sotto il giogo di Mosca, eppure è incredibilmente maltrattata da Roma, da quando Francesco è papa.

    Alla fine del 2014 la prima aggressione della Russia all’Ucraina, l’occupazione armata della sua marca orientale nel Donbass e l’annessione della Crimea trovarono la Santa Sede ai margini, come indifferente, se non per lamentare, nelle parole di Francesco, una “violenza fratricida” che metteva tutti alla pari. E questo nonostante l’allora nunzio vaticano in Ucraina, Thomas E. Gullickson, inviasse rapporti sempre più allarmati sulle tragedie dell’occupazione. Ciò che a Francesco premeva di più era incontrare il patriarca di Mosca Kirill, legato a filo doppio con Putin e avversario irriducibile proprio dei greco-cattolici d’Ucraina, da lui squalificati – col termine sprezzante di “uniati” – come falsi imitatori papisti dell’unica vera fede cristiana ortodossa.

    Nel febbraio del 2016 Francesco e Kirill si incontrarono all’Avana col protocollo laico dei capi di Stato, nell'area di transito dell’aeroporto, senza alcun momento di preghiera, senza una benedizione. Solo un colloquio privato e la firma di una dichiarazione congiunta tutta sbilanciata dalla parte di Mosca e subito accolta dai greco-cattolici ucraini, dallo stesso arcivescovo di Kyiv e persino dal nuovo nunzio Claudio Gugerotti come un “tradimento” e “un appoggio indiretto all’aggressione russa all’Ucraina”.

    Due anni dopo, nel 2018, quando in Ucraina stava per nascere una nuova Chiesa ortodossa indipendente dal patriarcato di Mosca, vista da questo come una peste ma con simpatia dai greco-cattolici, di nuovo Francesco scelse di stare più dalla parte di Kirill e – ricevendo in Vaticano una delegazione del patriarcato russo presieduta dal suo potente ministro degli esteri, il metropolita Hilarion di Volokolamsk – si produsse in una arringa contro gli “uniati” greco-cattolici, a cui ingiunse di “non immischiarsi nelle cose interne della Chiesa ortodossa russa”. Il testo integrale dell’intervento del papa, che doveva restare riservato, fu alla fine reso pubblico dopo che il patriarcato di Mosca, plaudente, ne aveva anticipato i passaggi ad esso più favorevoli.

    Oggi l’intero mondo ortodosso è in crisi drammatica proprio a motivo di quanto accade in Ucraina, dove la nuova Chiesa indipendente da Mosca ha ricevuto il riconoscimento canonico del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, delle Chiese di Grecia e Cipro e del patriarcato di Alessandria e di tutta l’Africa. Ma proprio per questo Mosca ha rotto la comunione eucaristica con tutte queste Chiese.

    In questo scisma che divide l’ortodossia, il patriarcato di Mosca sta persino operando per sottomettere l’Africa alla propria giurisdizione, sottraendola al patriarcato di Alessandria. È impensabile, quindi, che accetti passivamente di perdere l’Ucraina, come proprio sta accadendo, invece.

    In un libro-intervista sulla storia del cristianesimo in Ucraina, l’arcivescovo greco-cattolico Shevchuk sogna la rinascita nel suo paese di un’unico patriarcato di tutti i cristiani, ortodossi e cattolici. Il sogno non è storicamente infondato, tutt’altro. Ma a Roma, al vertice della Chiesa, regna incertezza, se non smarrimento, al punto che nemmeno si osa dire il nome di chi sta aggredendo in armi l’Ucraina politica e religiosa.

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    Riguardo agli ebrei d’Ucraina, tra i quali il presidente Zelensky, e ai rapporti tra Israele e la Russia, è di notevole interesse questa intervista del demografo israeliano Sergio Della Pergola:

    > “Il cuore di Israele è verso l’Ucraina, ma la testa guarda anche a Mosca”

    Come pure l'offerta di mediazione del rabbino capo della Russia Berel Lazar, nato a Milano e molto vicino a Putin, rilanciata dal quotidiano di Mosca "Kommersant".

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    POST SCRIPTUM - Poco dopo la pubblicazione di questo post, il patriarcato di Mosca ha dato notizia dettagliata, con numerose foto, di un incontro tra il patriarca Kirill e il nunzio apostolico in Russia, Giovanni D’Aniello, nella residenza ufficiale del patriarcato, il monastero Danilov:

    > His Holiness Patriarch Kirill met with the Apostolic Nuncio in Russia

    Secondo quanto riferito, il patriarca Kirill ha avuto solo parole di apprezzamento per papa Francesco, la cui “moderata e saggia posizione su molte questioni internazionali – ha detto – è coerente con la posizione della Chiesa ortodossa russa”, a partire dall’incontro di Cuba del 2016. “È molto importante che le Chiese cristiane, compresa la nostra, non diventino, volontariamente o involontariamente, a volte senza la minima intenzione, attori delle complesse e contraddittorie tendenze dell'attualità”, ha sottolineato il patriarca di Mosca.

    Inoltre il 6 marzo, che nella liturgia ortodossa era la "domenica del perdono", il patriarca Kirill ha pienamente giustificato nell'omelia la guerra scatenata dalla Russia, in nome del rifiuto delle "false libertà dei paesi democratici", a suo dire testimoniate dalle parate del "gay pride".

     

    Attribuzione foto: Kremlin.ru, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons.

    Fonte: Settimo Cielo – Sandro Magister, 3 Marzo 2022.

  • Tutto potrà cambiare se il dollaro è usato come arma

     

     

    di John Horvat*

    I titoli dei giornali si concentrano sulle azioni militari della guerra in Ucraina. Tutto è visto in termini di resistenza ostinata, devastazione orribile e forniture militari che si riversano oltre il confine per frustrare l'ambizione della Russia di conquistare l'Ucraina.

    Tuttavia, sullo sfondo infuria un'altra lotta che potrebbe avere più impatto sulla scena mondiale. Il campo di battaglia è economico ed è in gioco l'ordine finanziario mondiale.

    Ma anche su questo fronte monetario, l'Occidente sembrerebbe avere ottenuto delle vittorie. I pacchetti di sanzioni tagliano fuori la Russia dal mondo globalizzato. Le multinazionali fuggono insieme ai loro fondi di investimento. L'economia russa è penalizzata dall’inflazione e dalla scarsità.   

    Alla fine di marzo, il presidente Biden si è vantato su Twitter che con le "sanzioni senza precedenti", "il rublo è stato quasi immediatamente ridotto in macerie".

     

    Un evento che riguarda il futuro del dollaro  

    Ma le sanzioni non hanno avuto l'effetto desiderato. L'economia russa non è crollata. Il rublo aveva perso inizialmente il 25% del suo valore, ma da allora lo ha recuperato. La moneta russa è legata ai prezzi del petrolio e del gas che la guerra hanno fatto salire vertiginosamente. Così, il mondo continua a pompare più denaro solido in Russia comprando petrolio e gas, mentre le sanzioni impediscono a questo denaro di uscire. 

    Tuttavia, va sottolineata una conseguenza importante della guerra economica poiché coinvolge il futuro del dollaro - l'unità di scambio stabile che serve come valuta di riserva del mondo.    

    L'evento nuovo è il congelamento delle riserve valutarie russe. Il 26 febbraio 2022, una dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Commissione Europea ha annunciato che le parti avrebbero congelato le attività in valuta estera della Banca Centrale della Russia depositate nei loro rispettivi forzieri. Circa 300 miliardi di dollari del forziere di guerra della Russia sono stati resi inutili proprio quando erano più necessari.

    Prima di quest'annuncio, nonostante avesse molti problemi, il dollaro regnava ancora sovrano. Nessun'altra moneta si approssimava a sfidare il volume delle transazioni in dollari giacché nessun'altra nazione ha la stabilità e la forza per mantenere una valuta di riserva, per quanto siano forti i tentativi di paesi come la Cina.

    Tuttavia, il congelamento dei beni apre un fianco vulnerabile e potrebbe cambiare il modo in cui la gente pensa al dollaro. 

     

    Che succede se si usa il dollaro come arma

    La forza del dollaro non sta nel volume delle transazioni ma nella fiducia che gli viene riconosciuto come riserva di valore stabile in qualsiasi momento e luogo. Se questa fiducia viene meno, le nazioni e le industrie non lo vedranno più come un rifugio sicuro per parcheggiare le loro riserve.

    Così, il congelamento dei beni ha minato il dollaro nel suo punto più vulnerabile: la fiducia. Il congelamento delle riserve di dollari della Banca Centrale della Russia manda al mondo il messaggio che il dollaro non è più sicuro.

    L'America e i suoi alleati avevano sperato che la traumatizzante perdita di accesso dei russi alle loro riserve sarebbe stata una forte e rapida scossa per costringerli a porre fine l’invasione dell'Ucraina. Invece, sta causando una crisi di fiducia nella valuta americana che, una volta rotta, sarà difficile da ristabilire.

    I leader politici americani hanno usato il dollaro come arma. Niente del genere è mai stato fatto su una tale scala. I depositi in dollari possono ora scomparire in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Le altre monete occidentali, pur non essendo valute di riserva, affrontano anch'esse simili crisi di fiducia.  

    "Congelando le riserve estere della Russia", scrive Philip Pilkington in American Affairs, "gli Stati Uniti, il Regno Unito e l'Unione Europea hanno segnalato al mondo che l'accesso di altri paesi alle loro riserve in dollari, sterline ed euro è subordinato al loro approccio alla politica estera".

     

    Ovunque si diffonde la sfiducia nel dollaro

    L'uso del dollaro come arma arriva in un momento in cui l'economia globale si sta dividendo in due blocchi. Uno è guidato dalla Cina e dalla Russia, e l'altro dagli Stati Uniti e dall’Europa. La guerra ucraina e le sanzioni occidentali sono servite come pretesto per accelerare un drammatico processo di disaggregazione. Tuttavia, il congelamento dei beni estende questa separazione a livello mondiale a nazioni come India, Sudafrica e Brasile, che ora guarderanno con sospetto un dollaro legato alla politica estera. Altri blocchi commerciali potrebbero formarsi con lo sviluppo di un mondo multipolare. 

    Il dollaro non verrà abbandonato immediatamente. Infatti, lo yuan cinese o altre alternative sono ora difficilmente affidabili. Tuttavia, la mossa svilirà il dollaro, le nazioni si spaventeranno e tenderanno a diversificare i loro assets,frammentando il sistema monetario globale.  

    Prima della crisi ucraina, l'economia globale rendeva tutto inestricabilmente interconnesso. I prodotti scorrevano senza soluzione di continuità da una parte all'altra del globo. In quanto valuta di riserva in cui la maggior parte delle materie prime sono denominate, il dollaro serviva da lubrificante per far girare le cose senza intoppi attraverso il sistema, fornendo all'America beni a buon mercato, credito abbondante e benefici commerciali. 

    Questa solida unione globale si è sfaldata con la guerra e con la sfiducia. Tempi duri ci attendono. 

     

    Si potrà balcanizzare il ruolo della valuta di riserva

    In queste circostanze, l'impensabile diventa possibile. E le cose possono accadere rapidamente, quando meno ci si aspetta.

    Detronizzare il dollaro, per esempio, non significa che il mondo adotterà un'altra valuta di riserva globale. In un mondo disaggregato, l'idea non è quella di sostituire il sistema attuale, ma di trascenderlo con un guazzabuglio di sistemi in cui il gas russo è venduto in rubli e il petrolio saudita in yuan.

    Può portare a ciò che lo stratega della Bank of America Michael Hartnett chiama la "balcanizzazione dei sistemi finanziari globali" che distribuirebbe il ruolo di valuta di riserva a diverse valute contemporaneamente.

    Nessuna di esse avrà il potere e l'efficienza che il dollaro ha dimostrato nei suoi ottant'anni di regno. Tuttavia, ciò non importa in un'economia multipolare. Così, il dollaro usato come arma potrebbe significare la fine della globalizzazione, inaugurando un mondo in cui tutto il commercio sarà anch’esso, in qualche misura, usato come arma secondo le sfere d'influenza.

     

    Qual è l’impatto di questo cambiamento 

    Nessuno sa cosa succederà in questo mondo post-dollaro e multipolare. Non esistono modelli per fare previsioni. Lo scenario non era nemmeno nei radar.

    Tuttavia, è evidente che si deva supporre che avrà un grande impatto sull'America. Tutti i vantaggi di uno status di valuta di riserva saranno cancellati. Il cambiamento aumenterà i prezzi interni, eroderà gli standard di vita, aumenterà il debito e il suo servizio, e renderà molto più costosi i beni importati. Il resto del mondo sperimenterà effetti simili.

    Eppure, molto più importanti delle conseguenze economiche saranno quelle culturali. Il dollaro usato come arma contribuisce alla fine dell'ordine liberale nato dall'Illuminismo. A causa di questo ordine liberale, sia l'Oriente che l'Occidente sono in uno stato di decadenza morale. Entrambi i mondi non possono più sopportare le superstiti restrizioni morali di alcune vecchie strutture liberali che, provvisoriamente, ostacolavano la strada a un'ulteriore decadenza.

     

    Fine dell'egemonia occidentale 

    Quindi, l'Est vuole porre fine all'egemonia occidentale con la forza, mentre l'Ovest insegue l’autocancellazione “woke” del suo proprio dominio. A entrambe le strategie serve la distruzione dell'ordine monetario mondiale stabilito a Breton Woods dopo la Seconda guerra mondiale.

    L'obiettivo di questa nuova situazione non è l'integrazione ma la disintegrazione.

    L'obiettivo dichiarato di Vladimir Putin è quello di sostituire l'attuale mondo unipolare globalizzato con un caotico "sistema multipolare" dove ogni potenza è libera di conquistare e governare la propria sfera di influenza senza avere restrizioni ingombranti o considerazione per lo stato di diritto. Un tale sistema sarà particolarmente vantaggioso per la Cina, che si può permettere di aspettare ai margini qualsiasi conflitto al fine di raccoglierne i pezzi.

    Da parte dell'establishment liberale, il dibattito viene inquadrato nei termini di una falsa narrativa che oppone democrazia liberale ad autocrazia autoritaria. La sua versione della democrazia liberale rappresenta poi le manifestazioni più radicali di una società “woke”, LGBTQ+ e secolarizzata, che porta alla divisione e all'autodemolizione.

    La caduta del dollaro è un modo per facilitare questo processo di autodemolizione. Per il signor Putin, se la sua guerra in Ucraina potrà aiutare a raggiungere questo scopo, ne sarà valsa la pena, anche se ciò significherà dover sacrificare rubli per ridurre l'Ucraina in macerie.

    L'unica cosa che sia l'Est che l'Ovest evitano a tutti i costi è una conversione morale, vera soluzione a tutti i problemi.

    *John Horvat II è uno studioso, ricercatore, educatore, conferenziere internazionale e autore del libro "Ritorno all'ordine: Da un'economia frenetica a una società cristiana organica”. È vicepresidente della Società americana per la Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà.

     

    Fonte: CNS Nesw,14 Aprile 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte. 

  • Ucraina: guerra oltre le linee, oltre ogni limite

     

     

    di Renato Cristin

    Che in Ucraina si trattasse di guerra vera, lo avevamo capito dagli oltre centomila soldati russi schierati e dal dispiegamento di mezzi, e che fosse unilaterale lo si vedeva dal pretesto addotto (la Russia ha attaccato l’Ucraina perché si sentiva minacciata nella sua esistenza: tesi tanto assurda da sconfinare nel grottesco); che fosse una guerra di invasione, lo si è intuito dopo un paio di giorni dallo scoppio con l’attacco da tutti i lati (tranne ovviamente quello occidentale), e che fosse di conquista era implicito nelle premesse politiche; che fosse una guerra sporca lo abbiamo visto solo da poco, da quando cioè abbiamo saputo che numerosi agenti russi si erano infiltrati da tempo in tutte le zone nevralgiche del Paese, facendo da punto di riferimento per le azioni e per i bombardamenti; ma che fosse tanto sporca da essere paragonabile a quella nella ex-Jugoslavia o in Libano, lo abbiamo visto solo quando un soldato russo ha potuto farsi largo tra la folla ucraina stringendo due granate nelle mani e minacciando di farle esplodere. Ecco, ora all’azione militare può affiancarsi quella terroristica.

    Questa, infatti, è una guerra senza fronti o dalle linee molto sfrangiate, in cui i soldati invasori si mischiano alla popolazione civile, dietro le linee; e che sta diventando senza quartiere e senza regole, come mostra il bombardamento della centrale nucleare di Zaporizhzhya, che è un fatto di gravità assoluta e prelude ad altri eventi che – meno gravi sul piano della distruzione di massa ma non meno funesti sul piano delle atrocità – in questa situazione di caos possono facilmente accadere, come devastazioni e violenze personali su civili inermi: oltre ogni linea, oltre ogni limite. E poiché gli ultimi proclami di Vladimir Putin vanno in questa direzione, parlando di distruzione del presunto nemico “nazi-occidentale” (falsa immagine contraddetta non solo dalla realtà occidentale, Ucraina inclusa, ma anche dal bombardamento russo del Memoriale di Babyn Yar), è possibile che la guerra sporca si trasformi in guerra di annientamento, che unisca la conquista del territorio con lo sterminio di chi vi si oppone, militari o civili che siano.

    Tutto ciò potrebbe culminare in una distruzione generalizzata (Kiev come Varsavia nel 1939 e nel 1944), oppure rimanere sul piano di distruzione localizzata sulle infrastrutture militari, oppure arrestarsi in qualsiasi momento e trasformarsi in una tregua che porti alla pace. Pregare e operare per quest’ultimo esito è ciò che tutta l’Europa sta facendo, ma al tempo stesso è necessario essere preparati anche ad altre ipotesi. Tregua e pace, dunque, ma sapendo che pace non è pacificazione. Le tossine che una certa Russia nostalgica dell’Unione Sovietica ha così pesantemente e diffusamente sparso, ben oltre i confini ucraini, non potranno essere smaltite così facilmente; e il risentimento che i governanti russi provano e mostrano verso l’Occidente non potrà essere rapidamente cancellato. Nelle province separatiste ci sono state azioni di gruppi paramilitari ucraini anche nei confronti dei civili filorussi, che vanno condannate come esecrabili, ma ciò che qui balza agli occhi è la sproporzione della risposta russa: non si può replicare con un intervento su larga scala e con mezzi da guerra globale ad attacchi localizzati e oltretutto non estendibili perché erano causati da una spinta secessionistica filorussa non presente in altre zone dell’Ucraina.

    La sproporzione bellica, in questo caso, è il segno di una volontà di potenza che precede qualsiasi atteggiamento o atto militare dell’Occidente e dell’Ucraina verso la Russia, e in ogni caso a un atteggiamento ostile non si può rispondere mettendo a ferro e fuoco le città, uccidendo civili, disarticolando il tessuto sociale e familiare di un intero popolo che, oltretutto, gli aggressori definiscono come popolo fratello (il massimo della contraddizione e del cinismo). La Russia ha oltrepassato un limite; sarebbe sacrosanto tornare indietro, ma il rischio è che proceda oltre. E poiché questo oltre è l’Occidente stesso, è al proprio interno che l’Occidente deve non solo pensare a come organizzarsi per agire, ma anche a come recuperare la propria identità.

    Quest’ultima esigenza sembra pura astrazione, staccata dalla realtà operativa che la guerra impone, e invece è la massima concretezza, perché riguarda i fondamenti su cui qualsiasi azione deve basarsi, che precedono la strategia militare o economica, perché riguardano l’identità stessa di chi agisce, senza la quale ogni atto diventa casuale, occasionale, incoerente, isolato dal contesto spirituale e morale, e in questo senso può essere anche un atto arbitrario. Se, dunque, questo fondamento è assente o molto labile, ogni interlocutore si sente in grado di sfidarci o, nel caso di un nemico, di aggredirci. Il medesimo schema che più volte abbiamo evidenziato nello scontro con il radicalismo islamico vale oggi anche nel confronto con la Russia, o in altri termini, per fortuna, con la Cina: senza identità precisa, forte ed esplicita, non si va da nessuna parte e tanto meno si vincono le sfide con gli avversari.

    La Russia aggredisce l’Occidente per due cause, una efficiente e una finale: perché le istituzioni occidentali hanno mostrato tutta la debolezza che deriva dall’aver smarrito i propri valori fondanti (e ciò permette l’attacco), e perché essa sostiene di sentirsi minacciata e, soprattutto – ecco la finalità – perché con il pretesto del Lebensraum cerca di rafforzarsi su tutti gli scenari possibili, dal Medio Oriente all’America Latina e, oggi, all’Europa. L’erosione dei valori e la loro trasfigurazione nei simulacri valoriali propagandati dal politicamente corretto forniscono indirettamente agli avversari, nel caso odierno alla Russia, strumenti per aggredirci, ora in forma bellica, ieri in quella teorica o politica. Il nihilismo dell’Occidente attuale conduce a una doppia perdita: di identità e di potenza, di spirito e di spazio. E a entrambe queste sottrazioni si accompagna una perdita di libertà, come possiamo intravedere dagli sviluppi del confronto militare con la Russia e come abbiamo già amaramente constatato con la illiberale gestione politico-sanitaria della pandemia in molti Paesi occidentali, Italia in testa (orribile primato la cui gravità non potrà essere cancellata come se nulla fosse accaduto).

    Non bastano le armi, siano pure testate nucleari, per vincere una guerra e, da quanto si è visto, nemmeno più per evitarla; occorrono motivazioni autentiche e soprattutto un’identità forte. Anche la Russia non è in buona salute da questo punto di vista, perché la struttura economico-finanziaria su cui si regge non solo il gruppo degli oligarchi ma l’intero sistema sociale è l’antitesi della spiritualità che contraddistingue la tradizione russa più nobile e genuina. Il nihilismo post-sovietico è diverso da quello dell’Occidente odierno, ma produce una medesima debolezza dello spirito, che permette in entrambe le parti l’ascesa di gruppi di dominio che, per entrambe le parti, sono dannosi come il veleno e da rifuggire come la peste. Gruppi animati non solo dalla brama di profitto (cosa in sé assolutamente lecita e, anzi, produttiva se rispettosa della persona, della sua dignità e della sua vita), ma dalla volontà positivistica di controllo e di limitazione della libertà personale, da un positivismo burocratico che in Russia si presenta come frutto ideologico dell’eredità sovietica e che in Occidente assume le sembianze del funzionalismo totalitario di cui la sciagura pandemica ha svelato motivazioni e scopi. È questo nihilismo la peste dell’Occidente e dell’Oriente, e chi riuscirà a sconfiggerlo sarà in grado di imporre la pace o, nel non auspicabile caso peggiore, di vincere lo scontro. Noi ovviamente facciamo il possibile affinché sia l’Occidente a debellare per primo il virus nihilistico.

     

    Fonte: L’opinione degli Altri, 5 Marzo 2022.

  • Ucraina: storia di una Chiesa martire*

     

    La cattedrale di San Giorgio a Leopoli

     

    Il 23 dicembre 1595, accompagnato dalla Corte pontificia, dal Corpo diplomatico e dai trentatré cardinali presenti a Roma, papa Clemente VIII si recò nell’Aula di Costantino del Palazzo Apostolico per accogliere la definitiva riunione dei fedeli ucraini con la Chiesa cattolica romana. Il giorno dopo, i vescovi uniati parteciparono alle celebrazioni di Natale nella Basilica di San Pietro. Qualche mese dopo, il 10 ottobre 1596, nella chiesa di San Nicola, a Brest, l’unione fu sancita dal metropolita di Kyiv-Halyč, che aveva giurisdizione su tutta l’Ucraina e la Bielorussia.

     

    Alle origini della Russia cattolica

    I contatti tra Roma e gli ucraini erano antichi. Olga, Grande Principessa di Kyiv, era stata battezzata a Costantinopoli nel 955. Suo nipote Vladimiro il Grande, Principe di Novgorod, Gran Principe di Kyiv e Capo della Rus’ di Kyiv, si convertì a sua volta alla fede cattolica romana nel 988 e volle mantenere stretti rapporti col Papato, nonostante l’opposizione dei greci. Oggi, essi sono entrambi venerati come santi.

    Nel 1075, poco dopo lo scisma d’Oriente, il Gran Principe Iziaslav I divenne il primo Re della Rus', con l’appoggio di Enrico IV, Imperatore del Sacro Impero, e di papa san Gregorio VII, che gli mandò una corona.  In seguito, a metà del XIII secolo, i principi ucraini Danilo e Vasylko si rivolsero alla Santa Sede per ottenere sostegno contro le invasioni tatare. In risposta, la Santa Sede conclamò una crociata contro i tatari che, però, non arrivò mai a concretizzarsi. Il Papa inviò comunque missionari, alcuni dei quali si spinsero fino alla corte del Gran Khan. Nonostante l’Oriente fosse già caduto nello scisma, quella che sarebbe stata conosciuta come Ucraina si ostinava a mantenere rapporti con Roma.

    Nel 1253, il Legato pontificio incoronò Danilo di Galizia, noto anche come Danilo di Rus’, come primo Re di Rutenia. Leggiamo nell’atta d’incoronazione: “Ti incoroniamo con la corona di Dio, della Santa Chiesa cattolica, dei Santi Apostoli, di San Pietro e di Papa Innocenzo”. Erano tutti fatti che puntavano verso la riunione della chiesa ucraina con Roma, cosa auspicata da molti, come testimoniava un vescovo ucraino partecipante al Concilio di Lione nel 1245.

    Purtroppo, lo scisma d’Occidente, e la conseguente decadenza del Papato, rallentarono questo processo. L’unione di Brest si realizzerà solo nel 1596. Nel 1646 ci fu una seconda unione, quella di Užhorod, interessando soprattutto il clero della zona dei Carpazi. Anche se sotto la protezione del Sacro Romano Impero, al clero ucraino fu permesso di conservare intatta la liturgia bizantina. Si formarono in questo modo le diocesi cattoliche bizantine di Užhorod e di Mukačevo.

     

    La persecuzione scismatica

    I capi dello scisma detto ortodosso, specialmente quelli di Costantinopoli, scatenarono una vera e propria persecuzione contro ogni tentativo di riunirsi a Roma. Il loro odio si concentrò sulla figura del grande san Giosafat, arcivescovo di Polock. Pregando giorno e notte con spirito di mortificazione e di penitenza, egli dedicò la vita a convertire gli scismatici. Dopo essere sfuggito a vari agguati, fu infine ucciso a Vitebsk, Bielorussia, il 12 novembre 1623. Crivellato dai proiettili, col cranio fracassato a colpi d’ascia, fu gettato nel fiume Dvina. Le cronache raccontano che il suo corpo, splendente di luce, risalì a galla e fu recuperato dai fedeli. Fu beatificato da papa Urbano VIII e canonizzato da Pio IX nel 1867. Dopo un periodo a Vienna, i suoi resti furono traslati nella Basilica di San Pietro in Vaticano dove tutt’ora riposano.

    Nonostante la variabile e difficile situazione politica, la Chiesa cattolica ucraina continuò a svilupparsi. Scrive lo storico Valentyn Yakovych Moroz: “La Chiesa uniata penetrò nel corpo vivo della spiritualità ucraina, fino ad acquisire un carattere nazionale”, diffondendosi quindi per tutto il Paese.

    Un tesoro dell’anima ucraina è, senza dubbio, la devozione alla Madonna. Gli esperti di spiritualità cattolica orientale attestano che la devozione a Maria Santissima ha un particolare rilievo in Ucraina. È stato addirittura affermato: “La Mariologia e la devozione mariana hanno raggiunto in Ucraina un apice non superato in nessun’altra parte del mondo”.[1]

    La persecuzione contro il cattolicesimo in Ucraina continuò con gli Zar della dinastia Romanov, che trasferirono la capitale da Kyiv a Mosca e poi a San Pietroburgo. La persecuzione si intensificò sotto Pietro I, provocando migliaia di vittime. Pietro era chiamato “Martello della Chiesa Cattolica ucraina”, e si vantava di aver ucciso con le proprie mani due sacerdoti dell’Ordine di San Basilio. Nel 1721, egli ordinò la liquidazione della Chiesa greca cattolica ucraina. Poco dopo, con la forza militare, Caterina II costrinse otto dei dodici milioni di cattolici ucraini a entrare nella chiesa ortodossa russa. Le spedizioni militari contro l’Ucraina, come quella del 1826 di Nicola I, divennero un elemento della politica estera russa. Nel 1839 furono soppresse la Sede metropolita di Kyiv e le Eparchie di Bielorussia e di Ucraina. Ancora una volta, vi furono migliaia di martiri e di confessori della fede fra i sacerdoti e i laici che resistettero. Nel 1875, Alessandro II soppresse la diocesi di Kholm, l’ultima diocesi greca cattolica rimasta nell’impero russo.[2]

    Nel corso della prima Guerra mondiale, le truppe russe invasero l’Ucraina occidentale e “abolirono” l’Unione di Brest. Misero anche in prigione il conte Andrej Sheptytsky, metropolita di Kyiv-Halyč. Con la ritirata dei russi nel 1915, il prelato poté ritornare nella sua Sede.[3] Il peggio, però, doveva ancora arrivare. Nel 1917 prese il potere in Russia il peggiore nemico della Civiltà cristiana: il comunismo.

     

    Il periodo comunista

    Da questo momento, la sorte del cattolicesimo in Ucraina si intreccia con la storia del comunismo, e anche con quella dell’Ostpolitik vaticana, acquisendo così una valenza universale.

    Alla fine della prima Guerra mondiale, l’Ucraina occidentale, con la sua grande popolazione cattolica, passò sotto il controllo della Polonia. Lì la situazione rimasse tranquilla. Dal settore orientale sotto il dominio della Russia comunista, però, cominciarono ad arrivare notizie terribili: era in corso un dramma umanitario. Dopo la disfatta dei Russi Bianchi nella guerra civile, lo Stato bolscevico aveva avviato una campagna di sterminio degli anticomunisti. Iniziò anche il processo di collettivizzazione delle proprietà rurali. Di fronte alla resistenza dei piccoli proprietari terrieri ucraini, Mosca inviò l’Armata Rossa per confiscare la produzione agricola e i capi di bestiame, lasciando la popolazione nell’impossibilità di nutrirsi. Ne seguì una carestia – totalmente indotta, poiché i raccolti erano abbondanti, ma venivano ipso facto confiscati e portati via – che provocò la morte di decine di migliaia di persone. A Kherson, per esempio, morì l’85% della popolazione.[4] Così facendo, Lenin pretendeva cancellare alla radice ogni attaccamento alla proprietà privata, il “peccato originale” secondo l’ideologia marxista. All’inizio degli anni Trenta, le necessità politiche del comunismo indussero Stalin a provocare una nuova carestia artificiale, indescrivibilmente peggiore di quella precedente. Il numero di morti è stato calcolato in più di sette milioni. Interi villaggi scomparvero, e l’Ucraina si riempì di campi di concentramento. Fu uno dei più terribili olocausti della storia, noto oggi come Holodomor (assassinio di massa per fame).[5]

    Nel 1933, mons. Sheptytsky, metropolita di Kyiv-Halyč, rivolse al mondo un appello che rimarrà nella storia: “Noi vediamo già le conseguenze del regime comunista: ogni giorno la situazione diventa più spaventosa. La vista di questi crimini inorridisce la natura umana e gela il sangue. Non essendo in grado di portare aiuto materiale ai nostri fratelli morenti, imploriamo i fedeli di assalire il Cielo con preghiere, digiuni, penitenze e opere di misericordia. Protestiamo davanti al mondo intero contro la persecuzione dei bambini, i poveri, i malati e gli innocenti. Citiamo i persecutori davanti al Tribunale di Dio onnipotente. Il sangue dei contadini affamati che lavorano il suolo dell’Ucraina grida vendetta al cospetto di Dio. Il lamento dei nostri fratelli moribondi raggiunge il Cielo”.[6]

    Come sardonica risposta, i comunisti costruirono un Arco di trionfo a Kirivohran con le parole: “Stiamo entrando nella prima fase del comunismo, il socialismo”. Attorno all’arco giacevano decine di cadaveri emaciati: era il prezzo del socialismo.[7]

     

    Lo scellerato patto nazismo-comunismo

    Nella città di Brest, laddove nel 1596 gli uniati erano tornati nel grembo della Chiesa, i sovietici firmarono nel 1939 un Patto di collaborazione con i nazisti, noto come Patto Ribbentrop – Molotov. Le due dittature avevano concordato la spartizione della Polonia. Di conseguenza, i carri armati sovietici occuparono l’Ucraina occidentale, la zona a più forte presenza cattolica. Prevedendo tempi difficili, il metropolita Sheptytsky scelse un brillante successore, mons. Josyf Slipyj, consacrandolo in segreto Vescovo coadiutore di Lviv con diritto alla successione. Era il 21 dicembre 1939. All’inizio, i comunisti russi evitarono uno scontro frontale con i cattolici, per paura del popolo, ma iniziarono comunque a confiscare le proprietà della Chiesa e a imporre restrizioni.

    Nel frattempo, escogitarono un modo per distruggere la Chiesa cattolica avvalendosi della Chiesa ortodossa russa di Mosca (COR). Cercarono in questo modo di dare l’aspetto di una disputa religiosa (greco-cattolici vs. ortodossi) a ciò che in realtà era un tentativo politico di sopprimere la Chiesa cattolica.

    Da quando Stalin aveva ricostituito la gerarchia della COR, questa era diventata un docile ed utile strumento nelle mani della dittatura sovietica. Nel 1927, Sergio, metropolita di Mosca, aveva stilato una dichiarazione di obbedienza al regime bolscevico. Nel 1928 dichiarò: “Le gioie e le vittorie dell’Unione Sovietica sono anche le nostre gioie e le nostre vittorie”. In un libro pubblicato nel 1942, affermò: “Nessuno è stato mai perseguitato nell’Unione Sovietica a causa della sua religione”. Nel 1943 Stalin lo ricompensò ricostituendo nella sua persona il “Patriarcato” di Mosca, che divenne una sorta di Ministero per la religione del regime comunista sovietico.[8]

     

    Il ruolo della Chiesa “ortodossa”

    Occupata dai nazisti nel 1941, l’Ucraina fu ripresa dai russi nel 1944. Il 1° novembre moriva il metropolita Sheptytsky, e mons. Slipyj assumeva la carica di arcivescovo metropolita di Lviv. I comunisti aprirono allora una nuova fase nella guerra contro la Chiesa cattolica, utilizzando come grimaldello il “Patriarcato” di Mosca.[9] All’inizio del 1945, il patriarca Aleksej, successore di Sergio, inviò una lettera a mons. Slipyj, ampiamente ripresa dalla stampa comunista, nella quale invitava i cattolici ucraini a lasciare la vera Chiesa per unirsi a quella ortodossa russa. Naturalmente, l’appello fu respinto.[10] L’8 aprile 1945 un certo Volodymyr Rosoycyc pubblicò un violento articolo contro i cattolici ucraini sul giornale comunista Vilna Ucraina di Lviv. L’11 aprile mons. Slipyj e altri quattro vescovi furono imprigionati senza alcuna spiegazione. Uno a uno tutti i vescovi cattolici finirono nelle galere sovietiche. I comunisti cercarono di farli apostatare. A mons. Slipyj venne addirittura offerta la carica di “Patriarca”. L’intero episcopato, però, rimase fedele.[11]

    Mentre migliaia di cattolici, tra cui molti sacerdoti e suore, venivano deportati nei campi di concentramento, le associazioni cattoliche furono soppresse. Poco dopo, alcuni sacerdoti apostati costituirono il “Gruppo d’Azione”, teso a “unire il cattolicesimo ucraino al Patriarcato di Mosca”. Con l’aiuto di questo minuscolo gruppo, la COR iniziò a occupare le sedi lasciate vuote dai vescovi incarcerati.[12] Sostenuto dal “Patriarcato” di Mosca, il Gruppo d’Azione tenne uno pseudo-sinodo a Lviv. Vi parteciparono solo 216 dei più di tremila sacerdoti, e nessun vescovo. Questo conciliabolo ratificò l’“abolizione” dell’Unione di Brest. Inutile risaltare la sua fondamentale illegittimità.[13]

    Poco dopo, un’identica procedura fu messa in atto nella zona dei Carpazi, dove l’Unione di Užhorod venne “abolita” da un altro conciliabolo. Per l’inciso, la stessa tattica fu utilizzata anche in Romania, dove un pugno di sacerdoti apostati fece nel 1948 lo pseudo-sinodo di Alba Julia, che “abolì” l’Unione del 1698.

    Per valutare correttamente lo spirito che animava questi sacerdoti apostati, basta considerare un passaggio della lettera che Padre Kostelnyk, capo del Gruppo d’Azione, scrisse il 29 maggio 1945 alle autorità sovietiche, comunicando loro l’abolizione dell’Unione di Brest: “Sotto la guida del Primo Maresciallo, l’incomparabile Stalin, il coraggioso e magnifico esercito sovietico si è coperto di gloria immortale. Ha distrutto l’armata hitleriana e ha così salvato l’Europa dalla terribile dominazione nazista e tutti i popoli slavi da una sicura perdizione. I vecchi sogni degli ucraini si sono realizzati. Tutte le terre ucraine sono state riunite alla Madre Patria. L’Ucraina risorge in una paterna unione con Mosca e con tutti i popoli sovietici. Adesso la nostra Patria ha piena sicurezza. Per essa si apre un’era di splendido sviluppo. Il Maresciallo Stalin entrerà nella storia dell’eternità come l’uomo che unì le terre ucraine. Tutti gli ucraini occidentali lo ringraziano con la massima cordialità. Non saremmo mai in grado di ripagare sufficientemente il debito morale che abbiamo contratto con l’Unione Sovietica. Anche Nikita Krusciov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo ucraino, merita la nostra gratitudine per il suo ruolo nell’unificazione dell’Ucraina. (…) Abbiamo totale fiducia nel Governo sovietico. Vogliamo lavorare per il bene di questa terra ortodossa”.[14]

    È un titolo di gloria per il clero ucraino che, nonostante le pressioni, le minacce e le torture, appena quarantadue sacerdoti aderirono ufficialmente al Gruppo di Padre Kostelnyk, mentre centinaia morirono nei campi di concentramento.[15] Poco dopo, tutti i vescovi cattolici furono condannati da un Tribunale segreto.[16] Nella situazione di sede vacante, i canonici del Duomo di Lviv elessero un vicario capitolare, che fu immediatamente messo in prigione. Identica sorte toccò al suo successore.

    Mons. Slipyj fu l’unico vescovo a sopravvivere alle torture comuniste, anche perché molti si sacrificarono affinché egli restasse vivo, come simbolo della resistenza cattolica. Dopo diciotto anni di crudeli lavori forzati, egli fu liberato nel 1963. Solo dopo si venne a sapere che la sua liberazione era stata concordata direttamente con la Segreteria di Stato del Vaticano, che accettò tutte le condizioni del Cremlino, tra cui che mons. Slipyj (inconsapevole dell’accordo) non tornasse più in Ucraina e non parlasse contro il comunismo.[17]

    Nel frattempo, la persecuzione anticattolica in Ucraina si intensificò. Tutti i monasteri e conventi cattolici furono chiusi, e tutte le chiese trasferite sotto l’autorità del “Patriarcato” di Mosca. Il 1° gennaio 1948 l’agenzia di stampa sovietica Tass pubblicò un comunicato dichiarando che la Chiesa cattolica ucraina “aveva cessato d’esistere”.[18] Per ironia del destino, anche molti sacerdoti che avevano aderito al “Gruppo d’Azione” furono uccisi dai comunisti.[19]

     

    La Chiesa del silenzio

    Pochissimi sacerdoti apostatarono, passando alla Chiesa ortodossa. La maggior parte entrò in clandestinità, formando ciò che poi sarà chiamata “Chiesa del silenzio”. La maggior parte dei cinque milioni di cattolici rimase fedele a questa Chiesa delle catacombe.[20] Nonostante il rischio incombente, la Chiesa delle catacombe continuò a distribuire i sacramenti e a celebrare la Messa. Si calcola che nella clandestinità furono ordinati più di trecento sacerdoti e consacrati alcuni vescovi. La Chiesa delle catacombe attirava il rispetto perfino di alcuni sacerdoti ortodossi. Alcuni furono puniti per aver nascosto preti clandestini.[21] Questo preoccupava molto i padroni del Cremlino. C’erano anche comunità religiose clandestine, senza parlare degli incontri di preghiera in case private, o dei raduni segreti nei boschi e nelle montagne per pregare il Rosario o i Vespri.[22] Se fossero stati scoperti, sarebbero stati ipso facto deportati in Siberia. Ancor oggi [1977, ndr] centinaia di migliaia di ucraini stanno marcendo nelle carceri sovietiche.[23]

     

    Ostacoli e silenzi. Il ruolo del Vaticano

    Nel saggio La libertà della Chiesa dello Stato comunista,[24] Plinio Corrêa de Oliveira, dimostra come, anche se uno Stato comunista consentisse alla Chiesa la libertà di amministrare i sacramenti, sarebbe immorale stabilire un rapporto con esso. La dottrina cattolica sulla famiglia e sulla proprietà privata fa parte del depositum fidei,e non è lecito alla Chiesa tacere su questi temi di fronte agli errori del comunismo.

    Fino all’inizio degli anni Sessanta, il Vaticano allertava spesso i fedeli contro gli errori del comunismo, arrivando a condannare esplicitamente la tattica della “coesistenza pacifica”. Nel 1945 papa Pio XII scrisse l’enciclica Orientales omnes Ecclesias sulla triste situazione della Chiesa in Ucraina. In occasione dei mille anni del battesimo di sant’Olga di Kyiv, egli rivolse una memorabile Lettera apostolica a mons. Slipyj, ancora in prigione, protestando contro la persecuzione sovietica. Da parte loro, il Cremlino, il Partito Comunista sovietico e il “Patriarcato” di Mosca, rispondevano per le rime, attaccando il Vaticano e la Chiesa cattolica. Questo cambiò radicalmente con l’avvento di Giovanni XXIII e l’avvio dell’Ostpolitik.

    Per valutare correttamente l’Ostpolitik, è importante tenere presente le parole del “Patriarca” di Mosca Aleksej: “La Chiesa ortodossa russa sostiene pienamente la politica estera del nostro governo”. Abbondano le citazioni in questo senso da parte dei vertici della COR.[25] Parlando al Consiglio ecumenico delle Chiese a Ginevra, Pimen, successore di Aleksej, attaccò duramente quelli che criticavano l’URSS, tacciandoli di “ciechi ai meriti del sistema socialista”. Aggiunse che i mali che affliggevano l’uomo moderno erano cospicuamente assenti dal sistema sovietico.[26]

    Nel 1961 il clima iniziò a cambiare. Il leader russo Nikita Krusciov inviò un messaggio a papa Giovanni XXIII in occasione del suo ottantesimo compleanno. Il 7 marzo 1963, il Pontefice ricevette in udienza in Vaticano Alexis Adjubei, genero di Krusciov. L’allora mons., poi cardinale, Johanes Willebrands iniziò a preparare la partecipazione di vescovi moscoviti al Concilio Vaticano II. Vari autori osservano che questa partecipazione fu accettata a condizione che il Concilio non condannasse il comunismo.[27]

    Su suggerimento di Plinio Corrêa de Oliveira, nel 1965 mons. Geraldo di Proença Sigaud e mons. Antonio de Castro Mayer presentarono al Concilio una petizione, firmata da 454 Padri conciliari, chiedendo l’esplicita condanna del comunismo. La richiesta fu semplicemente messa a tacere in un cassetto e mai sottoposta al voto.[28] D’altronde, durante la Conferenza pan-ortodossa di Rodi, gli stessi ortodossi confessarono che Mosca aveva messo come conditio sine qua non il silenzio del Concilio sul comunismo.[29]

    Questo fu l’inizio di una lunga lista di concessioni unilaterali da parte del Vaticano, in ciò che si andò configurando come una delle vittorie più impressionanti del comunismo sovietico. In tutto questo tempo, Roma non disse una sola parola in favore dei cattolici uniati ucraini, che continuavano a essere brutalmente perseguitati per la loro fedeltà… a Roma.

    Nikodim, metropolita ortodosso di Leningrado, ebbe la sfrontatezza di dichiarare, contro ogni evidenza: “Nell’URSS i credenti hanno gli stessi diritti di ogni cittadino”. In un incontro ecumenico a Leningrado su “Pensiero sociale cattolico”, egli affermò: “Oggi la Chiesa cattolica accetta la forma di proprietà collettiva proposta dal socialismo sovietico”.[30] Pare chiaro che l’URSS avesse un interesse nel favorire l’Ostpolitik, vedendovi uno strumento per la diffusione del pensiero socialista fra i cattolici.

    Dopo il Concilio, i contatti tra il Vaticano e la COR si intensificarono. Con l’auspicio di papa Paolo VI, nel 1975 si tenne a Trento un incontro ecumenico, a cui partecipò Nikodim, in conclusione del quale fu firmata una Dichiarazione congiunta che equivaleva a un appello ai cattolici ad abbracciare il socialismo.[31] Poco dopo, Paolo VI autorizzò la celebrazione di una liturgia ecumenica sulla tomba di S. Pietro, presieduta dallo stesso Nikodim.[32]

    Nel 1971 Pimen fu eletto “Patriarca” di Mosca. Nella cerimonia di insediamento, alla presenza del cardinale Willebrands, egli parlò in tono vittorioso, ribadendo che Mosca esigeva la definitiva abolizione dell’Unione di Brest, e “il trionfale ritorno degli uniati alla Chiesa ortodossa”. Willebrands, rappresentante ufficiale di papa Paulo VI, non sollevò nessuna obiezione, né fu elevata nessuna protesta da parte della Segreteria di Stato. Era un chiaro esempio di silenzio-assenso.

    Un altro fatto clamoroso fu il trattamento riservato a Roma nel 1972 a mons. Vasyl Velychkovsky, vescovo ucraino consacrato nella clandestinità, e nominato da Giovanni XXIII vescovo ausiliare di Leopoli degli Ucraini. Dopo anni passati nelle carceri sovietiche, dove venne torturato in modo selvaggio, fu liberato per motivi di salute. Recandosi in Vaticano, fu trattato come semplice sacerdote. Perfino l’Osservatore Romanosi riferiva a lui come Padre Velychkovsky. Oggi si sa che mons. Velychkovsky fu scoperto, arrestato e incarcerato per diretto intervento di Filarete, esarca ortodosso dell’Ucraina, senza che il Vaticano elevasse alcuna protesta. Evidentemente, non si voleva scalfire l’Ostpolitik con Mosca.[33]

    Nel 1971, Filarete presiedette a Kyiv le celebrazioni per commemorare l’“abolizione” delle Unioni di Brest e di Užhorod. Qualche settimana dopo, a Zagorsk (una sorta di Vaticano della COR, vicino a Mosca), si tennero simili celebrazioni. Si prospettava la veloce sparizione della Chiesa cattolica in Ucraina. Per sardonica ironia, proprio a Zagorsk si realizzò nel 1973 un incontro ecumenico tra la chiesa russa e il Vaticano sul tema “La Chiesa in un mondo in trasformazione”. Sui cattolici ucraini, nemmeno una parola…

    Si sviluppò una vera e propria sudditanza psicologica dell’Ostpolitik vaticana nei confronti del Cremlino, a scapito della Chiesa cattolica in Ucraina. Esempio caratteristico fu il memorando scritto nel 1971 da P. Paul Mailleux, della Congregazione per i Riti orientali e Rettore del Pontificio Collegio Russicum a Roma, in cui si dichiarava contrario all’erezione di un Patriarcato cattolico a Kyiv perché “ciò potrebbe essere considerato un’ingerenza ostile negli affari interni dell’URSS”.[34] Nel frattempo, la polizia italiana scoprì una rete di spionaggio sovietico proprio all’interno del Pontificio Collegio Russicum. Il Vaticano intervenne velocemente, e il caso fu insabbiato.[35]

    Questo zelo del Vaticano per non adirare Mosca non era, però, corrisposto dalla controparte. Per esempio, nel 1969 fu consacrata la Basilica di Santa Sofia degli Ucraini, in via Boccea a Roma, alla presenza del cardinale Josyf Slipyj. Il metropolita di Leningrado, Nicodemo, si recò a Roma affermando già all’arrivo che tale atto era “contrario al dialogo ecumenico” e “non dovrebbe essere ripetuto”. Nella stessa occasione egli ribadì la posizione del “Patriarcato” di Mosca: la Chiesa greco-cattolica ucraina doveva essere eliminata.[36]

    Agendo in questa logica, la COR istituì un Vicariato metropolita di Kyiv per “governare” le parrocchie ucraine in Canada e negli Stati Uniti, una chiara ingerenza da parte dei russi negli affari interni delle Chiese in Occidente.[37] Significativo anche a questo riguardo la richiesta del “Patriarca” Pimen al governo federale tedesco di riconoscere come proprietà dello Stato sovietico le chiese ortodosse esistenti nel territorio della Germania occidentale.[38]

    La sudditanza del Vaticano a Mosca, disposta a sacrificare la Chiesa cattolica ucraina sull’altare dell’Ostpolitik, scandalizzava perfino la stampa laica. La stessa rivista Newsweek scrisse: “Il Vaticano pare deciso a sacrificare cinque milioni di cattolici di rito ucraino nell’Unione Sovietica”.[39]

    I contatti amichevoli tra il Vaticano e la COR si sono moltiplicati. Il 13 luglio 1975, per esempio, poco dopo aver ricevuto il ministro sovietico Andrej Gromyko, Paolo VI ricevette calorosamente Nikodim, al quale estese congratulazioni a “Sua Santità il Patriarca di Mosca”, Pimen.[40]

    D’altronde, il Vaticano ha cercato di creare costantemente ostacoli alla vita interna della Chiesa cattolica ucraina in Occidente, adducendo presunti vantaggi che i russi concederebbero in cambio. A farne la spesa è stato anche il cardinale Slipyj, ostacolato da continui intoppi al suo lavoro pastorale. Più di una volta, il Vaticano è giunto a proibirgli di lasciare Roma per andare incontro alle sue pecorelle in altri Paesi, quasi fosse un prigioniero.

    Questa tragica situazione è percepita anche dai fedeli delle catacombe. Scrive The Ukranian Herald, che raccoglie informazioni clandestine: “Speso riportiamo esempi di iniquità perpetrate dal regime contro i fedeli cattolici di Lviv. Lo steso succede in tutta l’Ucraina occidentale. L’unica cosa che non capiamo è perché il Vaticano abbia dimenticato la parte ucraina del suo gregge sbranato da lupi feroci”.[41] Curiosamente, molti ortodossi ucraini hanno mostrato simpatia verso gli uniati, e appoggerebbero la costituzione di un Patriarcato.

    Con l’Ostpolitik, la persecuzione ai cattolici ucraini crebbe ancora. Informava nel 1969 il giornale clandestino The Chronicle of Current Events: “Il numero di sacerdoti imprigionati e maltrattati dalla Polizia è molto aumentato. Sono previste severe pene detentive per chiunque partecipi a una Messa cattolica uniata”. In una riunione della COR, il metropolita Filarete chiese al governo sovietico “misure più efficaci” per eliminare i resti della Chiesa cattolica in Ucraina.[42] In una riunione del Politburo del Partito comunista d’Ucraina, il leader Valentin Malanchuk (poi Segretario generale) si lamentava che la Chiesa cattolica uniata non fosse stata ancora del tutto estinta.[43]

     

    Un leone grida nel deserto

    La Santa Chiesa Cattolica e l’Ucraina hanno un degno paladino nella persona del cardinale Josyf Slipyj. Dopo il lungo silenzio impostogli dal Vaticano, il prelato decise di parlare. Nel Sinodo dei vescovi a Roma, nel 1971, egli dichiarò: “I cattolici ucraini, che hanno già sacrificato montagne di corpi e versato fiumi di sangue per la Fede Cattolica e per la loro fedeltà alla Santa Sede, anche adesso stanno subendo una persecuzione terribile. Ma quel che è peggio è che non sono difesi da nessuno. Migliaia e migliaia sono stati uccisi. Altri sono stati deportati nelle regioni polari di Siberia. Ora, però, a causa delle trattative e della diplomazia, i cattolici ucraini, martiri e confessori, sono messi da parte come scomodi testimoni. Nelle lettere e comunicazioni che ricevo, i fedeli si lamentano: ‘Perché abbiamo sofferto tanto? Dove si trova la giustizia? La diplomazia ecclesiastica ci ha etichettati come impedimenti. Il cardinale Slipyj non fa nulla per la sua Chiesa!’

    E io rispondo: cosa posso fare? Quando Pimen, il patriarca di Mosca, ha dichiarato apertamente in un sinodo che l’Unione di Brest è stata annullata, nessuno dei delegati vaticani presenti protestò”.[44]

     

    Un appello all’Occidente

    Finora, l’Occidente è stato come un vasto deserto in cui le grida dei martiri ucraini hanno risuonato a vuoto. Questa indifferenza deve cessare. I popoli occidentali hanno la grave responsabilità di opporsi al comunismo. Un’analisi attenta mostra che le nazioni prigioniere, come l’Ucraina, costituiscono un elemento chiave in quella che è veramente una lotta globale. Queste nazioni sono il tallone d’Achille del comunismo. Tuttavia, per i cattolici la questione di coscienza è molto più grave dei problemi politici. I cattolici hanno l’obbligo di aiutare i fratelli martiri dietro la Cortina di ferro.

    In vista del clamoroso silenzio di Roma, facciamo un appello all’opinione pubblica occidentale, e in particolare a quella cattolica, per protestare contro ciò che sta succedendo in Ucraina. Dall’atteggiamento dell’opinione pubblica occidentale dipenderà il futuro dell’Ucraina e del mondo.

    “Attraverso te, mia Rutenia, io spero di convertire l’Oriente”. Così parlò la Roma Cattolica, la Roma dei Santi e dei Martiri, la Roma eterna, per bocca di papa Urbano VIII nell’atto di beatificare San Giosafat.[45] Preghiamo per i nostri fratelli ucraini con le parole di S. Luigi Maria Grignion di Montfort nella Preghiera infuocata:

    “Hanno violato la tua legge, è stato abbandonato il tuo Vangelo, torrenti di iniquità dilagano sulla terra e travolgono perfino i tuoi servi. Tutta la terra si trova in uno stato deplorevole, l’empietà siede sul trono, il tuo santuario è profanato e l’abominio è giunto nel luogo santo. Signore, Dio giusto, lascerai nel tuo zelo, che tutto vada in rovina? Tutto diverrà alla fine come Sodoma e Gomorra? Continuerai sempre a tacere e sempre pazienterai? La tua volontà non deve compiersi in terra come in cielo, e non deve stabilirsi il tuo regno? Non hai rivelato, già da tempo, a qualcuno dei tuoi amici un futuro rinnovamento della Chiesa? Tutti i santi del cielo gridano: non farai giustizia? Tutti i giusti della terra implorano: Amen. Vieni, Signore! E invocano la tua venuta che restauri ogni cosa”.

     

    *Traduzione, leggermente abbreviata, del saggio “Gold, Mourning and Blood. Ukraine: a Tragedy Without Frontiers”, Crusade for a Christian Civilization, 1977.

    Attribuzione fotodi Mykola Swarnyk - Opera propria, CC BY-SA 3.0, Wikimedia.

     

    Note

    [1] Miroslav Labunka e Leonid Rudnytzky, The Ukrainian Catholic Church: 1945-1 975, St. Sophia

    Assoc., Philadelphia, 1976, pp . 120-122 .

    [2] Ludwig Pastor, Historia de los Papas desde fines de la Edad Media, Gidi S.A., Buenos Aires 1958, vol. XVI, pp. 351-355.

    [3] Analecta OSBM, First Victims of Communism, Rome 1950, pp. 2-5.

    [4] ABN Magazine, Monaco, vol. XXIV, n. 2, aprile 1973.

    [5] Ethnocide of Ukrainians in the USSR, Smoloskyp, Baltimore, 1976. Studio basato su The Ukrainian Herald, n. 7-8, pp. 45-63.

    [6] Ibid., pp. 14-16.

    [7] Ibid., p. 47.

    [8] Ulisse Floridi, S.J., The Role of Ukraine in Recent Soviet-Vatican Diplomacy, Thomas Bird Co., New York 1972, pp. 63-69. Mettiamo “Patriarcato” fra virgolette perché non creato dall’autorità legittima.

    [9] Vasyl Markus, The Soviet Government and the Ukrainian Catholic Church, La Salle College, Philadelphia 1976, pp. 20-34.

    [10] P. John Mowat, The Vatican and the Silent Church, La Salle College, Philadelphia 1976, pp. 70-87.

    [11] Ulisse Floridi, S.J., Mosca e il Vaticano,  Casa di Matriona, Milano 1976, p. 275.

    [12] Vasyl Markus, Religion and Nationality - the Uniates and Ukraine, University of Toronto Press, Toronto 1975, p. 105.

    [13] Bohdan Bociurkiw, “The Uniate Church in the Soviet Ukraine”, Canadian Slavonic Papers, Toronto 1965, pp. 89-113.

    [14] Eastern Catholics Under Soviet Rule, Sword of the Spirit, Londra 1946, pp. 54-59.

    [15] Ibid., p. 35.

    [16] Analecta OSBM, White Book on the Religious Persecutions in Ukraine, Rome 1953.

    [17] Norman Cousins , The Improbable Triumvirate, Norton Co., New York 1972, p. 29. Cfr. anche Ulisse Floridi, S.J., op. cit., p. 278.

    [18] Kurt Hutten, Iron Curtain Christians, Augsburg Co., Minneapolis 1967, p. 31.

    [19] Ibid., p. 6

    [20] A. Monterati, “II Cristo Distrutto”, Famiglia Cristiana, aprile 1972.

    [21] Bohdan Bociurkiw,  Religion and Atheism in the USSR and Eastern Europe, University of Toronto Press, Toronto 1975.

    [22] Russia Cristiana, Milano, vol. XVI, n. 143, 1975, p. 56.

    [23] Yaroslav Bihun (a cura di), Boomerang - The Works of Valentyn Moroz, Baltimore 1974, pp. 48-61.

    [24] Plinio Corrêa de Oliveira, La libertà della Chiesa nello Stato comunista, Il Tempo, Roma, 1963.

    [25] H. Hoffman, “Comment les Chefs d’Églises préfèrent Cesar à Dieu”, Catacombes, n. 28, gennaio 1974.

    [26] The New York Times, 18 settembre 1973.

    [27] Questo, che all’epoca del presente articolo (1977) era solo un’ipotesi, oggi è pienamente dimostrato. Si tratta dell’Accordo di Metz tra la Santa Sede e la Chiesa ortodossa russa, sottoscritto il 13 agosto 1962, che impegnava la Chiesa a non condannare il comunismo in cambio della partecipazione di vescovi “ortodossi” al Concilio.

    [28] Gianfranco Svidercoschi, Storia del Concilio, Milano 1967, pp. 601-607.

    [29] Georges Dejaifve, Civilità Cattolica, vol. IV, 1964, pp. 461-462.

    [30] Catacombes, maggio 1972.

    [31] Ulisse Floridi, S.J., Mosca e il Vaticano, pp. 291-292.

    [32] The Brooklyn Tablet, 17 luglio 1975.

    [33] Vasyl Markus, Religion and Nationality - the Uniates of Ukraine, p. 110.

    [34] Ulisse Floridi, S.J., op. cit., p. 293.

    [35] Daria Kuzyk, Religious Genocide, Society for the Patriarchate, Londra 1976, p. 70.

    [36] Eva Piddubechesen, And Bless thy Inheritance, Eric Hugo Co., Schenectady, N.Y. 1970, pp. 48-49 .

    [37] Bohdan Bosiurkiw, “The Orthodox and the Soviet Regime in Ukraine,” Canadian Slavonic Papers,

    vol. XIV, n. 2, Toronto 1972, pp. 191, 211.

    [38] “Manifesto of the Orthodox Action  Movement in Western Europe,” Catecombes, n . 32, 15 maggio 1974.

    [39] Newsweek, 6 dicembre 1971.

    [40] L’Osservatore Romano, 4 luglio 1975.

    [41] The Ukrainian Herald, n. 7-8, p . 159.

    [42] “Die Ukrainische Kirche lebt”, Der Fels, Regensburg, n. 5, 1972, pp. 146- 149.

    [43] Svoboda, Jersey City, 14 giugno 197 5.

    [44] Vistiy Rymu, Rik 9, n. 16-17, Roma dicembre 1971.

    [45] Miroslav Zabunka e Leonid Rudnytzky, The Ukrainian Catholic Church: 1945-1975, p. 9.

     

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    Una Chiesa risorta dalle ceneri in Ucraina

     

     

    di Don Benedict Kiely*

    Qualche settimana fa, mentre attraversavo a piedi il confine dall'Ucraina alla Polonia, ha iniziato a piovere a dirotto. Pur non essendo rifugiati, io e il mio compagno di viaggio, un giornalista di un quotidiano nazionale britannico, eravamo piuttosto malridotti e bisognosi di un riparo. Subito dopo il loro ingresso in Polonia, molte ONG e altri enti caritatevoli avevano inviato tende con cibo, bevande calde e assistenza medica per aiutare le migliaia di donne e bambini ucraini che stavano arrivando.

    Sentendo parlare inglese in una delle tende, siamo stati accolti gentilmente e ci è stato offerto caffè e pizza. Dopo qualche minuto di conversazione, uno dei giovani volontari mi ha chiesto se fossi un sacerdote cattolico. Dopo aver risposto di sì, mi ha chiesto se avevo sentito parlare della sua scuola cattolica in Inghilterra, che in effetti è una delle più famose. Chiedendogli l'età, gli ho chiesto se conosceva la mia figlioccia, che era stata anche lei allieva. Come disse san Giovanni Paolo II, nella provvidenza di Dio "non esistono coincidenze": lui la conosceva bene.

    Il nostro viaggio era iniziato quattro giorni prima. Sempre sotto la pioggerellina, il Giovedì Santo ortodosso e cattolico orientale, abbiamo attraversato la frontiera assieme ad un piccolo numero di donne e bambini ucraini che tornavano per la Pasqua. Nella fila al controllo di frontiera, una madre ci ha detto che stava tornando per vedere il marito, che stava combattendo, e per celebrare con lui i giorni di festa, ma che poi sarebbe tornata in Polonia perché era troppo pericoloso rimanere in Ucraina.

    Eravamo diretti a Leopoli, nell'Ucraina occidentale, relativamente sicura, anche se colpita più volte da missili russi, persino pochi giorni prima del nostro arrivo, con sette morti. Il mio collega stava scrivendo un articolo per il suo giornale sulla "Pasqua in Ucraina", tuttavia il mio interesse era rivolto non solo alle celebrazioni liturgiche, ma anche a mostrare solidarietà e sostegno alla Chiesa greco-cattolica ucraina.

    Ero già stato a Leopoli nel 2017, in un periodo di relativa pace, ed ero rimasto affascinato dalla città. Nel centro storico predominano gli incantevoli edifici di epoca asburgica, fortunatamente sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale. Governata di volta in volta da polacchi, lituani, russi e, naturalmente, dall'impero austro-ungarico, Leopoli aveva subito non solo l'occupazione nazista ma, come tutta l'Ucraina, decenni di repressione sotto il comunismo ateo dei sovietici.

    La brutale repressione da parte dei comunisti della Chiesa cattolica ucraina, una Chiesa di rito orientale in comunione con Roma dal XVI secolo, non è abbastanza conosciuta dalla maggior parte dei cattolici occidentali, e certamente non lo è dai media. Purtroppo, il mio amico mi ha detto che non poteva scrivere molto su di essa perché i suoi redattori sapevano poco della sua storia e pensavano che il pubblico dei lettori non sarebbe stato particolarmente interessato a saperne di più.

    Essendo la più grande delle Chiese Cattoliche di rito orientale, la storia di questa chiesa è una componente molto importante per comprendere l'attuale guerra di aggressione da parte della Russia e ciò che potrebbe accadere ai nostri fratelli cattolici orientali.

    Costretta da Stalin nel 1946 all'unione con la Chiesa ortodossa russa, la Chiesa greco-cattolica ucraina può davvero essere definita una Chiesa di martiri, sia nel senso che molti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici sono stati effettivamente uccisi per la loro fedeltà, ma anche solo nel senso della loro incredibile testimonianza nel corso di oltre quattro decenni di intense persecuzioni.

    Uno dei sacerdoti dell'Università Cattolica Ucraina di Leopoli mi ha descritto la Chiesa sotto il comunismo come una "Chiesa catacombale". I seminari erano sotterranei, le Messe venivano celebrate nei boschi e nelle foreste e non era permesso aprire una sola chiesa. Nel 1989, con la caduta dell'"impero del male", come Ronald Reagan accuratamente descrisse il regime sovietico, la Chiesa emerse dalle ceneri, come Cristo risorto che esce dalla tomba.

    Fu una resurrezione straordinaria, aiutata in modo considerevole dalla diaspora cattolica ucraina, in particolare dal Canada e dagli Stati Uniti. L'università stessa è una testimonianza di questo straordinario rinnovamento, essendo stata costruita ex novo dal 1989.

    Le bellissime liturgie erano piene di gente. Il Venerdì Santo, la fila per venerare la Santa Icona del Cristo morto, simile alla venerazione occidentale della Croce, usciva dalla chiesa e arrivava in strada. Sacerdoti e laici mi hanno detto che si discuteva su cosa fare se la Chiesa fosse dovuta tornare nelle catacombe. Già nell'est dell'Ucraina, nella regione del Donbas e in altre aree conquistate dai russi nel 2014, la Chiesa cattolica ucraina stava sperimentando una nuova forma di repressione e soppressione, un fatto a malapena riportato dai media occidentali.

    Molti temono che, con un ingenuo ottimismo o con una deliberata ignoranza, le autorità di Roma si siano concentrate troppo a lungo sull'ecumenismo con gli ortodossi russi a scapito di un sostegno forte e visibile alla Chiesa greco-cattolica dell’Ucraina. C’è fra loro un vero e proprio shock per il fatto che il Papa non abbia ancora nominato la Russia come aggressore e anche la speranza che presto nomini cardinale il leader della loro Chiesa, l'arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, cosa che è avvenuta con i quattro predecessori.

    Come qualcuno che ha dedicato il suo intero ministero sacerdotale all'aiuto e alla difesa dei cristiani perseguitati, è stato particolarmente scioccante vedere le somiglianze tra ciò che sta accadendo in Ucraina e ciò che ho visto in Iraq e in Siria durante le mie molteplici visite dal 2015. Ancora una volta, una grande maggioranza della popolazione è diventata "IDP" (Internally Displaced Persons, cioè sfollati, ndt). Non si può essere rifugiati nel proprio Paese! La tragedia e lo scandalo di questa guerra è che a causarla non sono gli estremisti islamici, ma i fratelli cristiani.

    Tuttavia, mentre la Chiesa cattolica ucraina è emersa dalle ceneri del comunismo, la Messa della domenica di Pasqua a Lviv, nonostante le sirene dei raid aerei che hanno punteggiato la nostra visita, mi ha dimostrato con il suo canto gioioso e la navata piena, che il male non avrà l'ultima parola. Visitando la scuola di iconografia dell'Università di Leopoli, ho comprato una bellissima icona della Resurrezione. Mi ha colpito, in qualche modo, in quanto vero simbolo della vita della Chiesa cattolica ucraina. Cristo tende le mani ad Adamo ed Eva, pronto a tirarli fuori dalle tenebre dell'inferno verso la luce della sua gloria. Dobbiamo pregare che questo sia vero per tutto il popolo ucraino.

    *Padre Benedict Kiely è un sacerdote dell'Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham. Nel 2014 ha fondato Nasarean.org, un'associazione benefica con sede a Stowe, nel Vermont, che cerca di servire i cristiani perseguitati in tutto il mondo.

     

    Attribuzione foto: By Jerzy Strzelecki - Own work, CC BY-SA 3.0, Wikimedia.

     

    Fonte: National Catholic Register, 9 maggio 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

    © La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.

  • Videomessaggio di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo e padre della chiesa greco-cattolica ucraina, dalla città di Kyiv nella quinta giornata della guerra in Ucraina

    (Chiesa greco-cattolica ucraina, Segretariato dell’Arcivescovo Maggiore, Roma)

     

     

    Comunicato stampa, 28 febbraio 2022

    Cristo sia lodato!

    Cari fratelli e sorelle in Cristo!

    Oggi è lunedì, 28 febbraio, e vi mando le parole di benedizione dalla capitale dell’Ucraina, la nostra amata Kyiv! Siamo al quinto giorno della guerra sanguinosa, disumana e crudele.

    In questi giorni abbiamo visto l’eroismo dei nostri soldati, abbiamo visto il coraggio del nostro popolo, abbiamo visto come perfino persone anziane si mettono sotto i carri armati affinché non entrino nei loro villaggi e nelle città, abbiamo visto come interi paesi escono insieme per bloccare a mani vuote la strada ai carri che invadono l’Ucraina.

    Ma abbiamo anche visto le atrocità e il volto disumano di coloro che ci uccidono. Quelli che mettono bambini e donne sui carri armati per farne lo scudo umano, per portare morte e distruzione nel cuore, all’interno dell’Ucraina [ndr. riferimento alle azioni dell'esercito russo].

    Ma noi resistiamo. Resistiamo in preghiera. Per il nostro esercito. Per la nostra Patria. Per il nostro paziente, ma sofferente popolo ucraino di cui, secondo l'ONU, oggi abbiamo quasi quattrocentomila profughi. In meno di cinque giorni.

    Ma noi resistiamo. Resistiamo in preghiera.

    Oggi è il primo giorno di Quaresima in molte delle nostre comunità che seguono il calendario gregoriano. Vi prometto che questa Quaresima sarà per voi molto speciale, perché insieme siamo in cammino verso la Pasqua. E la Pasqua ci sarà, perché la nostra Pasqua è il nostro Signore Risorto Gesù Cristo.

    Sono grato al Santo Padre, che ieri, dal Palazzo Apostolico, ha nuovamente e con fermezza condannato la guerra in Ucraina. Ha condannato fermamente coloro che, iniziando una guerra contro altre nazioni, stanno combattendo contro il proprio popolo. Sono grato al Santo Padre per il suo sostegno, la sua preghiera per noi e per il suo desiderio di fare il possibile per fermare questa guerra.

    Inoltre, vorrei ringraziare tutti coloro che hanno espresso il desiderio di aiutare l’Ucraina e che organizzano aiuti di ogni genere. Oggi, in particolare, mi appello a voi: facciamo di tutto per fermare questa aggressione, per fermare la guerra.

    Anche quando questo sembra impossibile, anche quando i diplomatici, i giuristi e i capi di Stato dicono che questo è molto difficile, preghiamo affinché Dio della pace ci dia la saggezza per fermare l'aggressione con il dialogo. Perché sappiamo che la diplomazia e il dialogo sono l'alternativa alla guerra. E che sempre, alla fine della guerra, bisogna sedersi al tavolo delle trattative. Che il dialogo e la diplomazia vincano sulla guerra!

    Desidero sostenere l'iniziativa che i nostri volontari hanno lanciato con il nome "Torna vivo dall'Ucraina". Questa è una linea verde ucraina per i parenti dei militari russi entrati nella nostra terra come nostri nemici. Se qualcuno in Russia ha perso i contatti con i propri figli o mariti, mandati a uccidere in Ucraina, chiami questo numero. Vogliamo aiutarvi a trovare i corpi dei vostri figli caduti, o quelli che potrebbero essere ancora in vita. E riportarli in Russia.

    Possa il Signore Dio mandare la pace nel cuore delle nazioni! Possa fermare la guerra! Dio ci aiuti a vedere la pace in Ucraina.

     

    Attribuzione foto: The Chancellery of the Senate of the Republic of PolandCC BY-SA 3.0 PL, via Wikimedia Commons.

     

    Fonte: Il Sismografo, 28 Febbraio 2022.