Castro scopre una rete mondiale di alleati compiacenti (Parte 2)

Il 20 luglio 2026 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha pubblicato il rapporto «Cuba — La capitale del comunismo del XXI secolo». Questo documento di un centinaio di pagine ripercorre a lungo la storia del conflitto tra gli Stati Uniti e Cuba a partire dalla Rivoluzione di Fidel Castro del 1959. Il presente articolo è il secondo di una analisi in quattro parti di tale rapporto.

 

 

di Edwin Benson

Forse l’aspetto più notevole della reputazione di Fidel Castro in America fu la sua duplice natura. Per il governo e per la maggior parte dei cittadini egli divenne rapidamente un paria. Le frange di sinistra, invece, cominciarono a vedere in lui una curiosa combinazione tra Don Chisciotte e Robin Hood. Questo articolo intende ricostruire le prime fasi di quella metamorfosi.

Un giovane trascinatore di uomini — aprile 1959

Nell’aprile del 1959 Fidel Castro visitò gli Stati Uniti. L’accoglienza popolare a New York fu travolgente. Secondo un articolo retrospettivo della BBC del 2019, «ci vollero venti minuti al Dipartimento di Polizia di New York soltanto per accompagnare il trentaduenne eroe — immediatamente riconoscibile nella sua inconfondibile uniforme kaki, con il berretto da campagna e il sigaro — lungo i novanta metri dell’Ottava Strada che lo separavano dal suo albergo, anche perché continuava a scavalcare le transenne per gettarsi tra la folla a stringere mani, dicendo: “Devo salutare il mio pubblico!”».

Pochi giorni dopo Castro incontrò il vicepresidente Nixon. Al termine del colloquio, il vicepresidente dettò un memorandum di quattro pagine con le proprie riflessioni sul leader cubano. «La mia personale valutazione di lui come uomo è piuttosto ambivalente. L’unico dato di cui possiamo essere certi è che possiede quelle qualità indefinibili che fanno di un uomo un trascinatore di uomini». Nixon cerca poi di rispondere alla domanda che stava a cuore al Dipartimento di Stato: «Sembra sincero. O è incredibilmente ingenuo riguardo al comunismo, oppure è sottoposto alla disciplina comunista: la mia impressione è che si tratti della prima ipotesi…». Gli avvenimenti successivi conferiscono a quest’ultima frase un sapore ironico. «Ma poiché possiede quella capacità di guida cui ho accennato, non abbiamo altra scelta che tentare almeno di orientarlo nella direzione giusta».

È chiaro che, a quel punto, il vicepresidente — e presumibilmente buona parte della Washington ufficiale — assunse un atteggiamento fiducioso, per quanto incerto. Per il momento, ciò faceva il gioco di Castro. Egli sapeva che la sua rivoluzione era fragile e che gli Stati Uniti avrebbero potuto demolirla senza difficoltà. Lasciare che gli yanquis sperassero che potesse essere dalla loro parte gli fece guadagnare tempo prezioso, mentre consolidava il proprio potere in patria.

La collera alle Nazioni Unite — settembre 1960

Diciotto mesi più tardi un Fidel Castro assai diverso tornò a New York, questa volta per parlare davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’inglese esitante dei primi mesi del 1959 era diventato uno spagnolo stridente alla fine del 1960. L’incertezza manifestata a «Face the Nation» aveva lasciato il posto a una collera sicura di sé. Il discorso, lungo 269 minuti, resta tuttora il più lungo nella storia dell’ONU. Al termine dell’intervento, il «Fair Play For Cuba Committee» lo tradusse e lo pubblicò in trenta pagine di caratteri minuti.

Il discorso si apre con una litania di lamentele contro gli Stati Uniti. Castro cominciò sfogando la propria indignazione per il fatto che i suoi sostenitori fossero stati accusati di aver ucciso una bambina venezuelana di nove anni nel ristorante El Prado, sull’Ottava Strada. Si infuriò a lungo per i maltrattamenti subiti dalla delegazione cubana all’ONU, che finì per trovare alloggio in «un umile albergo di Harlem».

Il punto successivo era più sostanzioso: Cuba era stata di fatto una colonia statunitense, mentre «un crudele inganno» la faceva apparire indipendente. L’America si era accaparrata le terre migliori e le risorse naturali e ne aveva dominato il commercio. Castro elencò le umiliazioni economiche e diplomatiche inflitte alla sua isola. Poi inveì sostenendo che la rivoluzione era giunta e aveva restaurato la giustizia. Ma perfino allora, insistette, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il proprio potere economico per assoggettare il popolo cubano. E così egli aveva firmato un «trattato commerciale» con l’Unione Sovietica.

«Ecco a voi la nostra linea»

Il penultimo paragrafo ricalcava quello di generazioni di rivoluzionari.

«Pertanto l’Assemblea Generale Nazionale del Popolo di Cuba proclama dinanzi all’America: il diritto dei contadini alla terra; il diritto dei lavoratori al frutto del proprio lavoro; il diritto dei bambini all’istruzione; […] il diritto delle nazioni di trasformare le fortezze in scuole e di armare i propri lavoratori […] affinché possano difendere essi stessi i propri diritti e i propri destini».

Castro concluse poi con due frasi atipicamente brevi e per nulla esaltanti.

«Alcuni volevano conoscere la linea seguita dal Governo Rivoluzionario di Cuba. Ecco a voi la nostra linea».

Un ritornello della sinistra

Quel discorso fornì il ritornello che la sinistra avrebbe ripetuto nei decenni successivi. Cuba era la vittima. Castro, amante della pace, era stato spinto verso i comunisti dalla stupidità, dall’arroganza e dall’avidità degli Stati Uniti.

Il ritornello della sinistra trovò risonanza nei turbolenti anni Sessanta, mentre la nazione attraversava il «pantano» del Sud-est asiatico, gli assassinii, i disordini e la rivoluzione sessuale. Professori universitari e studenti privi di saggezza abbracciarono l’idea che fossero stati gli Stati Uniti a minacciare la Cuba di Castro. Johnson, Nixon e Kissinger erano gli aggressori dalle mani sporche di sangue; Castro, Ho e Mao divennero gli uomini del destino.

Castro conosceva bene il potere di cui disponeva il mondo accademico di sinistra. Era cresciuto nella piantagione di canna da zucchero del padre, aveva assorbito il nazionalismo cubano nel collegio gesuita El Colegio de Belén e l’antiamericanismo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università dell’Avana. Aveva sperimentato di persona come le parole di un professore potessero influenzare i giovani frustrati.

Preparare il caos

La discordia della fine degli anni Sessanta non cadde misteriosamente dal cielo. Il terreno era stato preparato. Molti storici americani si concentrano su due segnali premonitori: i disordini razziali di Watts (Los Angeles) del 1965 e il baccanale noto come la «Summer of Love» del 1967 a San Francisco.

Spesso si trascura, però, la «Conferenza Tricontinentale» voluta da Castro nel gennaio del 1966. Organizzata solo formalmente dall’«Organizzazione di solidarietà con i popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina» (OSPAAAL), essa riunì 512 delegati provenienti da 82 Paesi. Anche l’URSS e la Cina rossa inviarono nutrite delegazioni, ma restarono ai margini.

Russi e cinesi assistettero alla presentazione, da parte di Fidel Castro, di una nuova forma di retorica comunista. La conferenza innalzò Fidel al rango di principale portavoce del radicalismo internazionale. In secondo luogo, essa fissò per quel movimento obiettivi che ancora oggi continuano a farsi sentire. Il rapporto del Dipartimento di Stato, Cuba — La capitale del comunismo del XXI secolo, riassume tale programma.

Una nuova versione del comunismo

«Da quel contesto emerse una nuova teoria della politica rivoluzionaria. La lotta si era ampliata: da guerra di classe era divenuta un conflitto di civiltà assai più vasto, che esigeva non soltanto l’uguaglianza economica, ma una trasformazione sociale, culturale e persino spirituale. I suoi sostenitori parlavano il linguaggio di un’unica lotta planetaria — dal campo di battaglia all’aula scolastica — tra l’Occidente e il Terzo Mondo. Nel loro racconto, il soggetto rivoluzionario non era più il proletariato industriale, ma le nazioni e i popoli colonizzati del Sud globale. Il principale antagonista della storia mondiale non era più il “capitale”, ma la civiltà occidentale stessa».

Questo nuovo movimento si liberò dello stantio marxismo-leninismo sovietico. Non doveva più essere appannaggio di anonimi burocrati russi in abito nero. I giovani del mondo si levavano per creare il mondo nuovo dei loro sogni. Nel 2026 i radicali della rivista Jacobin hanno definito retrospettivamente quel forum «una decolonizzazione del pensiero marxista».

Che se ne rendesse conto o meno in quel momento, Fidel Castro aveva raggiunto un’altra pietra miliare per il marxismo. Aveva creato per Cuba e per sé stesso un ruolo destinato a durare anche quando l’ombra sovietica non lo avrebbe più protetto.

 

Fonte: Tfp.org, 25 agosto 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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