Il Regno sociale di Cristo

di Julio Loredo

 

Nel centenario della pubblicazione dell’enciclica Quas Primas, sul Regno sociale di Cristo, e nel trentennale del pio transito di Plinio Corrêa de Oliveira, che di questo Regno fece l’obiettivo della sua vita, l’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà, insieme alla Fondazione Cajetanus, ha organizzato un convegno a Milano. Sono intervenuti il prof. Massimo de Leonardis, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Julio Loredo, presidente della TFP italiana, Diego Zoia, della Fondazione Cajetanus, e Andrea Valsecchi, della Fondazione Cajetanus. Offriamo di seguito il testo dell’intervento di Loredo.

 

Il Pontificato di S. Pio X (1903-1914) fu occasione di grandi grazie per la Chiesa che, nell’immediato dopo-Guerra, germogliarono con forza, favorite anche dal particolare contesto storico.

 

Il contesto storico

La rivoluzione bolscevica del 1917 produsse un’onda d’urto – psicologica oltre che politica – che si abbatté con forza su un mondo già scosso dagli orrori della Prima guerra mondiale. I macabri dettagli dell’eccidio della famiglia imperiale russa a Ekaterinburg furono commentati con sdegno sui giornali e nei salotti, sollevando inquietanti immagini della barbarie comunista.


Barbarie di cui l’Europa non era per niente immune, come lo dimostrò la rivoluzione spartachista in Germania e la proclamazione della Repubblica sovietica di Béla Kun in Ungheria. Non fosse per il “miracolo della Vistola”, l’Armata rossa sarebbe penetrata fino al cuore dell’Europa, congiungendosi alle locali forze rivoluzionarie e soggiogando così parte del Vecchio Continente sotto il dominio sovietico.


In Italia si visse il “biennio rosso”, caratterizzato da lotte operaie e contadine che culminarono con l’occupazione delle fabbriche da parte delle “guardie rosse”, primo passo per una rivoluzione generale. Le elezioni del 1919 diedero la maggioranza al Partito socialista italiano, che si era schierato con la rivoluzione russa. Il Paese era nel caos. La rivoluzione comunista sembrava imminente.


L’apprensione per una possibile rivoluzione comunista in Europa rafforzò, come reazione, la vigorosa rinascita spirituale già visibile in molti Paesi, e non solo nel Vecchio Continente.


In Brasile, per esempio, la Lettera pastorale del 1916 del futuro cardinale Sebastião Leme, arcivescovo di Rio de Janeiro, spronando i cattolici a non lasciarsi più umiliare dalla minoranza laicista, suscitò una rinascita del cattolicesimo tale come non si era vista in secoli. Ecco l’origine del robusto movimento cattolico nel quale si inserirà Plinio Corrêa de Oliveira.


Nel Messico, dopo decenni di laicismo imperante, le Congregazioni Mariane fiorirono come mai prima, mettendo così le basi per la reazione cattolica che nel 1926 sfocerà nel movimento Cristero, il cui centenario celebreremo tra poco.


Nel 1919 il Re Alfonso XIII consacrò la Spagna al Sacro Cuore di Gesù. L’atto si inseriva nella forte rinascita dell’influenza e dell’azione sociale della Chiesa, caratterizzata da un forte associazionismo, per contrastare la secolarizzazione con nuove congregazioni, missioni popolari e un rinnovato fervore che cercava di riaffermare il cattolicesimo come fondamento sociale e nazionale contro il liberalismo e il socialismo.


Potremmo fare così il giro del mondo. Ovunque soffiavano grazie di restaurazione. Purtroppo, dovuto a certi difetti nella pastorale della Chiesa – precorritori della crisi post-conciliare, della quale tratterà il prof. De Leonardis – i cattolici non riuscirono a intercettare appieno questa reazione, che andò in parte ad alimentare i movimenti nazionalistici che, all’ideale di restaurazione della Civiltà cristiana, sostituivano un patriottismo secolarizzato.


Pio XI seppe cogliere il momento storico. Scrive infatti il Pontefice: “Il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci fornisce non dubbia speranza di tempi migliori”.

 

Il piano di Pio XI


Per intercettare e indirizzare questo risorgimento spirituale, Papa Ratti compì, fondamentalmente, tre atti:


— la riorganizzazione del laicato cattolico, con la formazione di una nuova Azione Cattolica, la cui missione era: “La santa battaglia per la regalità sociale di Cristo”. In altre parole, una vera e propria “chiamata alle armi”, evidentemente spirituali.


— la convocazione dell’Anno Santo 1925, incentrato sulla pace: “Intendiamo la pace, non solo quella fissata dai trattati, ma quella che deve regnare nei cuori. (…) In questo tempo di grazia, oltre la visita dei luoghi sacri e le svariate pratiche di pietà pubbliche e private, importanza grandissima avranno gli aiuti speciali del cielo ad eccitare gli animi verso un più alto grado di santità e di perfezione, ed a promuovere la restaurazione della società. (…) L’intera umana società deve emendarsi e stringersi sempre più a Gesù Cristo” (Infinita Dei Misericordia).


— la pubblicazione, l’11 dicembre 1925, dell’enciclica Quas Primas, sul Regno sociale di Cristo, tema di questo nostro incontro.


L’enciclica, pertanto, si inseriva in una precisa teologia della storia, che auspicava la concreta possibilità di restaurare la Civiltà cristiana.


Purtroppo, Pio XI sembra non aver vagliato correttamente fino a che punto le forze del male erano ormai penetrate anche nel sacro recinto.


Sin dall’inizio, vasti settori dell’Azione Cattolica furono infiltrati da influenze neo-moderniste e cattolico-democratiche, suscitando le correnti che poi sfoceranno, in campo teologico, nella Nouvelle Théologie e, in campo sociale, nel cattocomunismo. Nel 1943, in un’udienza con l’allora presidente dell’Azione Cattolica italiana Luigi Gedda – che si opponeva a queste correnti – Pio XII si lamentò: “L’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra!”.


Nel 1943 Plinio Corrêa de Oliveira, allora presidente della Giunta Arcidiocesana dell’Azione Cattolica di San Paolo, scrisse il libro “In difesa dell’Azione Cattolica”, ritenuto il primo grido d’allarme sulla crisi nella Chiesa.


Purtroppo, personaggi come Plinio Corrêa de Oliveira e Luigi Gedda furono man mano estromisi, mentre le forze del progressismo avanzavano, cavalcando l’onda rivoluzionaria già largamente trionfante nella società civile. Ecco perché l’enciclica Quas Primas non ebbe l’effetto desiderato dal Papa. Si iniziò per non darle la dovuta importanza, poi si passò a silenziarla e perfino boicottarla, salvo poi elaborare dottrine e pratiche pastorali che la smentivano. Ma questo sarà il tema del prof. De Leonardis.


Scusatemi, ma non mi trattengo dal citare l’intelligenza artificiale di Google che, sembra, non abbia ancora imparato la malizia dei progressisti. Domandata perché si è boicottato questa enciclica, l’IA risponde: “La sua dottrina centrale, la Regalità sociale di Cristo, fu svuotata e depotenziata nel tempo, specialmente dopo il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica, perché ritenuta difficile da conciliare con il moderno Stato laico”.


Ma, come ho detto, questo sarà il tema del prof. De Leonardis, che sicuramente dirà cose molto più profonde, articolate e sapienziali.

 

L’enciclica Quas Primas


Entriamo, però, nell’analisi dell’enciclica.


Pio XI inizia stabilendo che la vera pace – alla quale era dedicata l’Anno Santo – non esiste senza il Regno di Cristo: “Non si può tendere al ripristino e al rafforzamento della pace che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore”.


Ora, come ho accennato all’inizio, Pio XI vedeva il momento propizio per una tale proposta. Egli scorge, per esempio, “un movimento tal quale s’intravede che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparano e quasi s’affrettano a riprendere le vie dell’obbedienza”.


Nel 1925 ricorrevano i 1.600 anni del Concilio di Nicea, che il Pontefice commemorò nella Basilica Vaticana. A proposito egli commenta come, “inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», [il Concilio di Nicea] proclamò la dignità regale di Cristo”.


In seguito, il Pontefice fa un’osservazione molto pertinente. Essendo, come Dio, della stessa sostanza del Padre, Nostro Signore Gesù Cristo condivide con Lui l’“assolutissimo impero su tutte le cose create”. Ma la Regalità sociale di Cristo coinvolge anche la sua natura umana: “Tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno”.


Stiamo parlando, dunque, di qualcosa che non è meramente spirituale o simbolico.


I Papi, lo sappiamo, sviluppano il loro Magistero sul solco della Tradizione.


Pio XI passa a tracciare le radici di questa verità, a cominciare dall’Antico Testamento. Menziono appena un brano del profeta Daniele: “Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto”.


Papa Ratti passa, di seguito, al Nuovo Testamento, dove constata che “Gesù Cristo si è proclamato Re”, citando in sostegno diversi brani evangelici. E così fino all’Apocalisse, dove Nostro Signore è chiamato “Re dei re e Signore dei dominanti”.
L’enciclica percorre poi l’epoca patristica, nella quale si esplicita la dottrina che “Gesù Cristo è Re per diritto di natura e di conquista”. Per diritto di natura perché Egli è Dio, per diritto di conquista perché Egli ci ha conquistati con la sua passione e morte.


E conclude: “Il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire”.


I seguenti capitoli analizzano la natura del Regno di Cristo.


Questo Regno, dice il Papa, è “principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali”. E cita la classica frase di Nostro Signore: “Il mio Regno non è di questo mondo”. Non si entra a far parte di questo Regno, “se non per la fede e per il Battesimo”.


Questo Regno è “in opposizione al regno di Satana e al potere delle tenebre”. Questo punto, sviluppato in un intero paragrafo, è interessante perché ci fa vedere il concetto cattolico di pace. Il Regno di Cristo è la pace di Cristo. Ma per stabilire questa pace, si deve intraprendere una guerra perpetua contro il male.


Il Regno di Cristo non è solo spirituale, ma anche universale e sociale: “Sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio”.


Approfondendo questa verità, Pio XI insegna: “Non v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica. (…) È lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati”.


Oltremodo interessante è la parte in cui Pio XI insegna che la santa battaglia per la regalità sociale di Cristo ha una valenza contro-rivoluzionaria, cioè come rimedio ai mali dell’epoca. Dice il Pontefice: “Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società. La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi”.


“Tale empietà – continua – non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società”. E passa quindi in rivista le tappe di questa apostasia, che coincidono poi con quelle del processo rivoluzionario descritte, per esempio, da Plinio Corrêa de Oliveira in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.


In chiusura del documento, il Romano Pontefice istituisce ufficialmente la Festa di Cristo Re: “Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi”.


Questa data ha un significato teologico. Tutti i Santi è la festa del Regno dei Cieli, cioè il Regno finale, escatologico, eterno. Ma, secondo la dottrina cattolica, questo Regno è già in costruzione qui sulla terra, sia nelle anime, il regno interiore, sia nella società, appunto il Regno sociale di Cristo. Proclamando la festa di Cristo Re prima di Ognissanti, il Papa afferma che è un ideale da attingere qui sulla terra, prima di dare il grande salto verso il Regno dei Cieli.


La liturgia moderna, invece, ha trasferito questa festa all’ultima domenica del Tempo Ordinario, cioè alla chiusura dell’anno liturgico. Come dire: il Regno di Cristo è meramente escatologico. Non si raggiunge su questa terra, ma solo nell’aldilà. Credo che qui ci sia una almeno implicita rinuncia all’ideale di Cristianità.

 

Plinio Corrêa de Oliveira


Termino rapportando tutto questo alla figura di Plinio Corrêa de Oliveira, nel suo compleanno – 13 dicembre 1908 – e nel trentesimo del suo pio transito – 3 ottobre 1995.
Riconoscendo alla Chiesa la sua centralità, come società spirituale, l’attenzione di Plinio Corrêa de Oliveira verteva principalmente sull’ordine temporale. Come pure sull’ordine temporale versava la sua azione. Egli riteneva la sua missione quella di abbozzare i lineamenti di una civiltà cristiana, salvo poi impegnarsi per la sua concreta realizzazione. Cito le parole finali di un suo saggio programmatico, pubblicato nel 1951: “La crociata del secolo XX”:


“È questa la nostra finalità, il nostro grande ideale. Avanziamo verso la civiltà cattolica che potrà nascere dalle rovine del mondo moderno, come dalle rovine del mondo romano è nata la civiltà medioevale. Avanziamo verso la conquista di questo ideale, con il coraggio, la perseveranza, la decisione di affrontare e di vincere tutti gli ostacoli, con cui i crociati marciavano verso Gerusalemme. Infatti, se i nostri antenati seppero morire per conquistare il sepolcro di Cristo, non vorremo noi - figli della Chiesa come loro - lottare e morire per restaurare qualcosa che vale infinitamente di più del preziosissimo sepolcro del Salvatore, cioè il suo regno sulle anime e sulle società, che Egli ha creato e salvato perché lo amino eternamente?”