Presentazione alla prima edizione francese, 1960
S.A.I.R. Principe Pedro Henrique d'Orleans e Bragança
La caduta della monarchia brasiliana nel 1889 obbligò il mio bisnonno, l’imperatore don Pedro II [di Orléans e Bragança (1825-1891)], a prendere la via dell’esilio con tutta la famiglia. Dopo un breve soggiorno in Portogallo, dove ebbe il dolore di perdere la moglie, l’imperatrice donna Thereza Christina [Maria Teresa Cristina di Borbone-Due Sicilie (1822-1889)], don Pedro si stabilì a Parigi insieme alla figlia, la principessa Isabel, erede della corona, al genero, il conte d’Eu, e ai loro tre figli. Gaston d’Orléans [1842-1922], conte d’Eu, figlio maggiore del duca di Nemours [Louis Charles Philippe Raphaël d’Orléans (1814-1896], principe francese di nascita e di cuore, sposo dell’erede al trono del Brasile [Isabel di Bragança (1846-1921], si era affezionato profondamente alla patria d’adozione, che servì con tutto il cuore e con coraggio. Il suo ruolo nalla guerra fra il Brasile e il Paraguay fu preponderante. La vittoria finale riportata dall’eroico esercito imperiale, del quale era il generale in capo, fu, in larga misura, frutto della sua chiaroveggenza, della sua bravura e delle sue qualità di perfetto militare.
Mio padre, il principe Luís [di Orléans e Bragança (1878-1920)], nato a Petropolis nel 1878, aveva dodici anni quando, con i genitori, lasciò il Brasile. Fece gli studi a Parigi, in via des Postes, e passò quasi tutta la sua esistenza in Francia, dal momento che la legge d’esilio non gli permetteva di risiedere nel paese natale, che tanto amava.
Trovò in Francia, terra di san Luigi, dal quale discendeva in linea maschile, la propria seconda patria, a cui si legò profondamente pur conservando la nazionalità brasiliana. Qui vi ritrovò tutte le tradizioni della sua famiglia. Durante la Prima Guerra Mondiale, quando il Brasile e la Francia lottarono fianco a fianco contro la Germania, non potendo servire né nell’eccellente esercito brasiliano né nel glorioso esercito francese, indossò l’uniforme inglese e, prendendo parte attiva alle operazioni, si distinse per il coraggio e gl’innumerevoli servigi resi come ufficiale di collegamento all’esercito francese e a quello inglese. Morì poco dopo il ristabilimento della pace, per le conseguenze di una malattia contratta nelle trincee dell’Yser, avendo così compiuto il proprio dovere verso la sua patria lontana e pagato il tributo del proprio amore ardente per il paese dei fleurs de lys (3).
Mio padre mi ha lasciato in eredità l’amore per la Francia, dove ho vissuto lunghi anni, avendola lasciata solo dopo la revoca della legge d’esilio che pesava sulla famiglia imperiale. Devo dire che, nel 1922, calpestavo per la prima volta, con un sentimento d’indicibile emozione, il suolo della mia patria meravigliosa, dove dovevo più tardi stabilirmi per meglio servirla, nel suo continuo progresso, sforzandomi di mantenervi l’influsso così necessario dei valori cristiani, di ordine morale e storico, che rappresento nella mia qualità di depositario delle tradizioni dell’Impero brasiliano.
E dalla mia patria oggi penso alla Francia, a tutto quanto le devo, a tutto quanto mi ha così generosamente dato. Da qui oggi soffro con lei quando soffre e gioisco quando un avvenimento gioioso la fa gioire. Penso al suo glorioso passato, alla sua gloriosa tradizione di figlia primogenita della Chiesa, a tutto quanto rappresenta per il mondo cristiano, a tutto quanto il mondo cristiano attende ancora da lei.
La traduzione del saggio sulla Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione, che oggi offro alla Francia, sia testimonianza del mio affetto e della mia riconoscenza verso di lei.
L’autore di questo saggio, il professor Plinio Corrêa de Oliveira, è uno dei più eminenti pensatori cattolici del tempo presente. Titolare della cattedra di Storia Moderna e Contemporanea nella Pontificia Università di San Paolo, già deputato federale eletto nella Lega Elettorale Cattolica, appartiene a una delle più illustri famiglie dell’aristocrazia rurale brasiliana, che, nel corso della nostra storia, si è sempre distinta per il valore e il patriottismo degli uomini che ha dato al paese. Fra questi si può citare il consigliere João Alfredo Corrêa de Oliveira [1835-1915], presidente del Consiglio dei Ministri, autore della legge di abolizione della schiavitù in Brasile, che mia nonna, la principessa Isabel, firmò quando, in assenza del padre, era reggente dell’Impero.
Plinio Corrêa de Oliveira, con una perfetta conoscenza dei documenti pontifici, nel 1943 pubblicò un libro intitolato Em Defesa da Ação Católica (4). Quest’opera ha valso all’autore i più grandi elogi di Papa Pio XII. Questi gli furono espressi in una lettera a lui indirizzata dall’attuale cardinale Montini, allora Sostituto alla Segreteria di Stato (5).
Sembra che la situazione estremamente grave nella quale si trova la civiltà cristiana, in Francia come indubbiamente in tutto l’Occidente, sia dovuta al fatto che quanti lottano contro la Rivoluzione non hanno sempre una visione profonda, organica e strutturata della sua natura. Ne deriva una dispersione di sforzi incontestabilmente molto meritori in campi d’azione secondari, senza collegamenti fra loro, il che genera malintesi e urti.
Profondo conoscitore di autori quali Joseph de Maistre, de Bonald, Louis Veuillot et Donoso Cortés, il professor Plinio Corrêa de Oliveira ci presenta la Rivoluzione nel suo aspetto essenzialmente anti-cristiano, nella sua unità attraverso la Pseudo-Riforma, la Rivoluzione Francese e, infine, il comunismo. Egli studia il carattere di fenomeno universale che rappresenta con la sua estensione geografica e con la sua influenza profonda in tutti i campi dell’attività umana, e insiste sul suo aspetto fondamentalmente anti-cristiano e amorale. Dopo questa esposizione, traccia uno schema estrememente chiaro ed efficace della Contro-Rivoluzione, con il quale distrugge completamente un’affermazione tanto cara ai «cripto-rivoluzionari» attuali, secondo i quali non si può lottare per la Contro-Rivoluzione senza provocare scosse e traumi violenti e dolorosi quanto quelli prodotti dalla Rivoluzione stessa.
Questo saggio ha il merito di arricchire con nuove prospettive dottrinali molto importanti l’argomento già trattato in passato da altri autori. Inoltre, attualizza lo studio della Rivoluzione e della Contro-Rivoluzione analizzando diversi problemi nati nel corso di quest’ultimo quarto di secolo, cioè fra il declino del primo dopo guerra e gli avvenimenti più recenti dei nostri giorni. Quindi a ragione mons. Antonio de Castro Mayer (6), vescovo di Campos, uno dei migliori teologi del Brasile, ha detto che il presente studio dev’essere considerato come un avvenimento nel campo della cultura cattolica contemporanea.
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione non è soltanto l’espressione di un pensiero individuale. Essa è, con la lettera pastorale Problemi dell’Apostolato Moderno di mons. Antonio de Castro Mayer (7), l’espressione del pensiero di Catolicismo, rivista culturale pubblicata a Campos, nello Stato di Rio de Janeiro, attorno alla quale si raccoglie un cenacolo di scrittori, di pensatori e di uomini d’azione, il cui ideale, da fedeli servitori quali sono della nostra santa Madre Chiesa, è la lotta contro la Rivoluzione sul terreno dei princìpi e dell’arte. L’influenza crescente di questo cenacolo è uno dei fatti più caratterizzanti dell’attualità brasiliana.
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, pubblicata per la prima volta nel numero 100 di Catolicismo, dell’aprile del 1959, è stata edita in Spagna in questo stesso anno (8). Per rispondere al desiderio legittimo di nuovi gruppi di lettori, Catolicismo pubblica ora una traduzione francese.
Sapendo e ammirando tutto quanto si fa in Francia nella lotta ideologica contro la Rivoluzione, sono convinto che il contributo dell’eminente pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira vi sarà accolto bene e vi prenderà un posto d’onore.
Note:
(1) Don Pedro Henrique de Orléans e Bragança et Bourbon, nato a Boulogne-Billancourt, in Francia, il 13 settembre 1909, e deceduto a Vassouras, in Brasile, il 5 giugno 1981, principe di Orléans e Bragança dal 1909 al 1921, principe del Grão-Pará dal 1909 al 1920, Principe Imperiale del Brasile dal 1920 al 1921, dopo la morte del padre capo della Casa Imperiale del Brasile dal 1921 in avanti, dopo la morte del nonno, all’età di 12 anni, con il sostegno dei monarchici e dello zio, don Pedro de Alcântara de Orléans e Bragança (1875-1940). Primogenito di don Luís di Orléans e Bragança (1878-1920), Principe Imperiale del Brasile, e di donna Maria Pia della Grazia Chiara Anna, principessa di Borbone delle Due Sicilie (1878-1973), principessa reale delle Due Sicilie, aveva sposato il 19 agosto del 1937 la principessa Maria Isabel di Baviera (ndc).
(2) Don Pedro Henrique di Orléans e Bragança, Préface a Plinio Corrêa de Oliveira, Révolution et Contre-Révolution, trad. francese, Éditions Catolicismo, Campos (Rio de Janeiro), 11 février 1960, pp. 11-15 (ndc).
(3) « Fiori di giglio ». Il giglio come figura araldica è divenuto, a partire dal Medioevo, l’emblema dei re di Francia (ndc).(4)
(4) [Cfr. P. Corrêa de Oliveira, Em Defesa da Ação Católica, con Lettera-prefazione di S. E. mons. Benedetto Aloisi Masella, nunzio apostolico in Brasile, Editora Ave Maria, San Paolo 1943.]
(5) Cfr. P. Corrêa de Oliveira, Em Defesa da Ação Católica, con Para evitar as prescrições da História, di Eloi de Magalhaes Taveiro [pseudonimo di ignoto, in Catolicismo, anno XIII, n. 150, Campos (Rio de Janeiro) giugno 1963, pp. 4-5], con Lettera-prefazione di S. E. mons. Benedetto Aloisi Masella, nunzio apostolico in Brasile, e con lettera di elogio inviata a nome di Papa Pio XII da mons. Giovanni Battista Montini, sostituto alla Segreteria di Stato, reprint Artpress, San Paolo 1983, pp. 3-4.]
(6) Cfr. alle pp. 34-35, nota 5 = Nato a Campinas, nello Stato di San Paolo, in Brasile, il 29 novembre 1904 e morto a Campos, nello Stato di Rio de Janeiro, il 25 aprile 1991. Uno dei dodici figli di João Mayer, un tagliapietre di origini bavaresi, e di Francisca de Castro, una contadina brasiliana, a dodici anni entra nel seminario minore di San Paolo e nel 1922 prosegue gli studi nel seminario maggiore della stessa città; inviato a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, nel 1928 vi consegue la laurea in Teologia. Il 30 ottobre 1927 è ordinato sacerdote dal cardinale Basilio Pompilj (1858-1931) e, tornato in Brasile, gli viene assegnata la cattedra di Filosofia, Storia della Filosofia e Teologia Dogmatica presso il seminario di San Paolo. Nel 1940 è assistente generale dell’Azione Cattolica paulista, nel 1941 canonico e tesoriere della cattedrale sempre di San Paolo e, nel 1945, vicario generale della stessa arcidiocesi. Il 6 marzo 1948 è nominato da Papa Pio XII (1939-1958) vescovo ausiliare di Campos e vescovo titolare di Priene. Il 3 gennaio 1949 succede a Octaviano Pereira de Albuquerque (1866-1949) come vescovo di Campos. Durante il Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) è fra gli esponenti maggiori del Coetus Internationalis Patrum, cioè il «Gruppo Internazionale di Padri» conciliari della corrente cosiddetta «tradizionalista». Nel 1981 si dimette da vescovo di Campos. Il 1° luglio 1988 il cardinale Bernardin Gantin (1922-2008), prefetto della Sacra Congregazione per i Vescovi, pubblica un decreto con cui conferma la scomunica di mons. de Castro Mayer per aver partecipato, il 23 giugno, alla cerimonia di consacrazione di quattro vescovi a Ecône, in Svizzera, effettuata dall’arcivescovo francese mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) senza il mandato pontificio. Muore d’insufficienza respiratoria a Campos nel 1991. I rapporti di mons. de Castro Mayer con Plinio Corrêa de Oliveira datavano dagli anni 1930, quando don de Castro Mayer era assistente ecclesiastico della Giunta Arcidiocesana dell’Azione Cattolica paulista e Corrêa de Oliveira ne era presidente. Per alcuni decenni hanno collaborato in diverse attività d’apostolato, sia quando entrambi facevano parte di tale Giunta, sia quando, a partire dal 1948, mons. de Castro Mayer va a risiedere a Campos. Corrêa de Oliveira rimane a San Paolo dove, dal 1960, esercita la funzione di presidente della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade. La TFP ha sempre considerato mons. de Castro Mayer un consulente autorevole per argomenti ecclesiastici, dal momento che il prelato era considerato da molti come uno dei migliori teologi dell’America Meridionale. Poi, all’inizio degli anni 1980, le loro relazioni iniziano a raffreddarsi, per ragioni mai rivelate dal prelato, ma da ricollegare al progressivo avvicinamento del prelato stesso alle posizioni di mons. Lefebvre. Pare significativo ricordare che, nel corso di una conversazione con Corrêa de Oliveira mons. de Castro Mayer, a un certo punto, disse che mons. Lefebvre avrebbe potuto consacrare vescovi anche senza autorizzazione della Santa Sede, lasciando intendere che lui, mons. de Castro Mayer, lo avrebbe seguito. Corrêa de Oliveira gli rispose che, se intendeva rompere con la Santa Sede, non contasse sul suo appoggio, dal momento che lui si sarebbe sempre mantenuto fedele alla cattedra di Pietro (cfr. Sociedad Española de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad, TFP-Covadonga refuta los infundios del Obisbo de Campos. Respuesta de TFP-Covadonga a una carta de Mons. João Corso, Obispo docesano de Campos [RJ, Brasil], Madrid 25-8-1995, documento di 58 pagine a mie mani, passim e, soprattutto, p. 48; il documento è riassunto in TFP Covadonga refuta los infundios del Obispo de Campos, in Covadonga informa, anno XVIII, n. 197, Madrid settembre 1995, pp. 2-16). Nel dicembre del 1982 mons. de Castro Mayer dichiara interrotti i rapporti con Corrêa de Oliveira e con la TFP. Così, la rottura dell’ex vescovo di Campos con Corrêa de Oliveira, con la TFP e con Catolicismo è avvenuta oltre cinque anni prima della sua scomunica (ndc)]
(7) [Cfr. mons. A. de Castro Mayer, Carta Pastoral sobre Problemas do Apostolado Moderno, contendo um Catecismo de verdades oportunas que se opõem a erros contemporâneos, Bôa Imprensa Ltda., 2a ed., Campos 1953 [trad. it., Problemi dell’Apostolato Moderno. Lettera pastorale con un catechismo delle verità opposte agli errori del nostro tempo, 2a ed. it., Edizioni dell’Albero, Torino 1964; la 1a ed. it. (Problemi dell’Apostolato moderno. Lettera Pastorale con un Catechismo delle verità opposte agli errori del nostro tempo, Istituto Editoriale Bartolo Longo, Pompei [Napoli] 1954) è stata curata da monsignor Giuseppe Petralia (1906-2000), poi vescovo di Agrigento].
(8) [Cfr. P. Corrêa de Oliveira, Revolución y Contra-Revolución, trad. spagnola, con Prólogo di Fernando Serrano Misas, Ediciones Cristiandad, Barcellona 1959.]
Introduzione alla prima edizione statunitense
(Plinio Corrêa de Oliveira, Introduction to the north american edition, in Idem, Revolution and Counter-Revolution, Educator Publications, Fullerton (California) 1972, pp. 5-6, trad. it. di Ignazio Cantoni)
Presentando questo libro al pubblico nordamericano, lo faccio con il convincimento che gli avvenimenti occorsi dal 1959 — l’anno in cui è stata pubblicata la prima edizione brasiliana — a oggi hanno singolarmente aumentato l’attualità dei concetti in esso contenuti.
Infatti, la crisi «progressista», che nel 1959 mostrava nella maggior parte dei paesi sintomi ancora minori, si è sviluppata rapidamente, e attualmente devasta gli ambienti cattolici del mondo intero, allo stesso modo facendosi sentire nelle altre religioni.
Diretto in modo particolare ai cattolici, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione aiuta questi ultimi a difendersi dal «progressismo», che è solo la proiezione nella sfera ecclesiastica della Rivoluzione gnostica e ugualitaria qui descritta. In questo senso, mi aspetto da questo libro un non piccolo beneficio per gli Stati Uniti, dove so che i cattolici profondamente preoccupati dalla crisi della Chiesa e animati dalla seria decisione di non permettere di venirne infettati, sono più numerosi di quanto possa apparire a prima vista.
In Brasile, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione è stato il punto di partenza di un’autentica crociata contro il «progressismo» e il comunismo, condotta dalla Società Brasiliana di Difesa di Tradizione, Famiglia e Proprietà, che ho fondato con alcuni amici nel 1960. Spero che anche negli Stati Uniti il libro aiuterà a destare sempre più l’ideale di una crociata anti-«progressista».
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Prefazione per un’edizione tedesca
(Plinio Corrêa de Oliveira, Vorwort der Verfasser zur deutschen Ausgabe)
Il presente lavoro tratta di argomenti che animano fortemente gli ambienti colti del Brasile e, soprattutto, la sua élite cattolica. Essi possono tuttavia trovare interesse anche negli ambienti spiritualmente aperti di lingua tedesca, trattandosi di problemi universali. Infatti, subito dopo l’uscita dell’edizione portoghese, furono indirizzate all’autore richieste di traduzione e di edizione in altre lingue — italiano, spagnolo, francese — e una casa editrice tedesca si mostrò interessata a una traduzione tedesca.
In tutti i parlamenti del mondo vi sono tre orientamenti: la destra, il centro e la sinistra. Anche nell’opinione pubblica dei vari popoli questa classificazione serve per l’identificazione delle differenti correnti. Si tratta, dunque, di un fenomeno diffuso in tutto il mondo.
A un primo sguardo questa ripartizione può apparire chiara e convincente; se però vi si rflette un po’ si deve riconoscere che si tratta solo di concetti relativi. Il partito laburista inglese, per esempio, rappresenta senza dubbio la sinistra del parlamento inglese; tuttavia i suoi elementi più moderati sono meno «progressisti» di certi democristiani italiani che, nel loro parlamento, occupano il centro. I concetti di «centro», di «destra» e di «sinistra» variano da paese a paese e oscillano di epoca in epoca. Una buona parte degli attuali programmi dei partiti di centro li si sarebbe definiti, prima della prima guerra mondiale, come orientati a sinistra. Certi partiti di destra odierni li si sarebbe, prima del 1914, collocati al centro.
Questo fatto mostra con chiarezza ed evidenza che oggi le parole «centro», «destra» e «sinistra» hanno più significati. Non andrebbero perciò sostituite con altre espressioni più adatte ai tempi? Molti sono di questo parere. Ma è una conclusione precipitosa e troppo semplicistica. Attraverso questa svalutazione e relativizzazione dei vocaboli, compiutasi nell’arco degli ultimi decenni, si rende evidente non soltanto una crisi della lingua, ma anche un’assai più profonda crisi delle idee. Perciò non ha alcun senso sostituire con altri i vocaboli «destra», «centro» e «sinistra». Dobbiamo farne bensì uso, ma con circospezione e attenzione.
Quest’uso ci è di aiuto — almeno da un certo punto di vista — e ci offre anche la necessaria chiarezza nell’espressione. La monarchia, per esempio, viene considerata in tutto il mondo come la forma di governo della destra. Sul piano religioso i presbiteriani si trovano assai più a sinistra degli anglicani e dei luterani. In campo sociale le leggi che indeboliscono il diritto di proprietà vengono considerate leggi orientate a sinistra, in contrapposizione alle leggi che proteggono questo diritto. Rispetto a queste cose nessuno ha dubbi.
Una disamina di questi fatti ci porta al riconoscimento che l’atteggiamento della «destra» concorda maggiormente con i princìpi di ordine, di gerarchia, di autorità e di disciplina, che contraddistinguono l’ordine medioevale. «Sinistra» significa poi l’allontanarsi da questi princìpi e perciò, ipso facto, l’esser legati ai princìpi opposti.
Così le parole «centro», «sinistra» e «destra» racchiudono un senso profondo, logico e anche sottile. Se prendiamo due poli spirituali, allora la destra si trova al posto dell’uno, la sinistra al posto dell’altro.
Se questa rappresentazione corrisponde alla verità, allora la storia, nelle sue grandi linee nel corso dell’ultimo secolo, si è spostata da un polo verso l’altro. Cioè, più precisamente, vi è stata una Rivoluzione. Anche gli uomini si lasciano classificare secondo tre tendenze: quelli che riconoscono la Rivoluzione — almeno confusamente — e vi si contrappongono: la destra; quelli che sono al corrente della Rivoluzione e la portano a termine rapidamente o lentamente: la sinistra; quelli che non sanno della Rivoluzione in quanto tale, ne percepiscono solo aspetti superficiali e si sforzano, mediante la conservazione dello status quo, di trovare una pacificazione con la Rivoluzione: il centro. Centro e destra si sforzano di lottare contro la Rivoluzione. Centro e sinistra si sforzano di far progredire la Rivoluzione senza però cadere nell’estremo.
Per quanto diversi possano essere i raggruppamenti parlamentari o partitici, in fondo i tre possibili atteggiamenti di fronte alla Rivoluzione sono questi.
In molti casi i movimenti che si dedicano al progresso della Rivoluzione operano nelle vesti del centro al fine di poter giocare un gioco più nascosto. Certe correnti orientate a sinistra parlano anche il linguaggio della destra per conquistare gl’imprudenti. Questi travestimenti non toccano la nostra classificazione: il lupo nella pelle dell’agnello resta sempre lupo.
Ma cos’è propriamente questa Rivoluzione? E in cosa consiste la Contro-Rivoluzione? Sono interrogativi profondi ed estremamente interessanti, che si nascondono dietro il gioco o la lotta fra centro, sinistra e destra. Una numerosa élite di cattolici, che si è riunita, proveniente da tutte le parti del Brasile, attorno alla rivista Catolicismo, che esce a Campos, nelle Stato di Rio de Janeiro, si occupa di questi problemi. Il presente lavoro è la mia risposta personale a questi interrogativi, ma rappresenta anche le convinzioni di questo gruppo di élite. Sebbene questo lavoro sia considerato molto didattico, esso riveste anche un interesse pratico, perché un’azione contro-rivoluzionaria efficace e operante in profondità non può essere condotta senza una precisa conoscenza dell’essenza, dei fini e dei metodi della Rivoluzione.
La Rivoluzione è intesa in questo lavoro come irreligione e perciò, ipso facto, come rovina dei costumi e della civiltà. Nell’enciclica del 29-6-1959 — quando l’edizione portoghese di questo lavoro era già pubblicata — Papa Giovanni XXIII dice: «Tutti perciò sono tenuti ad abbracciare la dottrina dell’evangelo. Se la si rigetta, vengono messi in pericolo i fondamenti stessi della verità, dell’onestà e della civiltà». Il nostro pensiero corrisponde a queste parole del Santo Padre.
La superbia e la sensualità del Medioevo al tramonto diedero vita a movimenti culturali (Rinascimento) e correnti religiose (protestantesimo) con sfumature liberali e ugualitarie. Lo spostamento di questo movimento sul piano politico diede luogo alla Rivoluzione Francese. Questa, a sua volta, condusse al comunismo, che rappresenta l’allargamento di questi errori al campo sociale ed economico.
La Contro-Rivoluzione deve dunque, soprattutto, essere un movimento che lotta per una seria restaurazione morale e religiosa, fondamento per la ricostruzione di una civiltà cristiana austera e gerarchica.
Partendo da questi punti essenziali sviluppiamo in questo lavoro la ricerca su Rivoluzione e Contro-Rivoluzione.
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Il lettore tedesco può forse essere sorpreso dal fatto che un brasiliano tratti questo tema e lo presenti in questo modo.
Ma una tale sorpresa non è fondata. Il Brasile è figlio del Portogallo, dal quale ha ereditato la sua grandezza e la sua mirabile energia, ma anche i problemi dolorosi che minacciano l’intera civiltà cristiana. Tutti i problemi, che preoccupano un cattolico tedesco, riguardano anche noi con la medesima intensità e per la medesima ragione.
Inoltre, legami ancora più profondi avvicinano il lettore tedesco a quello brasiliano, il che si spiega con l’influenza del mondo germanico sulla storia del nostro popolo.
Quando il Portogallo, sotto Filippo II nell’anno 1580, venne unito alla Corona spagnola, il Brasile apparteneva agli Stati di Casa d’Austria. La forma di governo e la concezione politica degli Asburgo ha portato al nostro paese ricche e indimenticabili benedizioni.
Più tardi l’arciduchessa Leopoldina d’Asburgo, figlia di Francesco II [1768-1835], imperatore del Sacro Romano Impero, si unì in matrimonio con l’erede al trono di Portogallo, don Pedro di Bragança [1798-1834]. Donna Leopoldina esercitò una notevole influenza sulla dichiarazione d’Indipendenza del Brasile [1822] e sull’edificazione del nostro Impero.
Per queste e per altre ragioni fra noi non è piccolo il numero di quanti guardano con ammirazione al Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca e che vedono in esso un’istituzione politica particolarmente saggia e autenticamente cristiana, la cui idea, ai nostri giorni e nei tempi venturi, potrebbe essere resa feconda.
L’amore a questi princìpi, radicati nei nobili popoli di lingua tedesca, anima le righe che seguiranno.
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Prefazione dell’Autore per la seconda edizione italiana
Una delle tesi fondamentali sviluppate in questo saggio è che la Pseudo-Riforma protestante, la Rivoluzione Francese e il comunismo sono le tre tappe di un unico processo di decadenza che va minando l’Occidente cristiano dalla fine del Medioevo a oggi.
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione si presenta dunque come un’esposizione delle cause remote e prossime del comunismo, considerate tanto sul piano dottrinale — religioso, filosofico, politico e sociale — quanto sui piani psicologico e storico. Da questa esposizione deriva la conoscenza dei metodi con i quali questo processo è riuscito a ridurre a rovine, successivamente, pilastri fra i più poderosi della Chiesa e della Cristianità. È la parte intitolata Rivoluzione.
La conoscenza della genesi e dei metodi della Rivoluzione suggerisce a sua volta lo studio dei metodi necessari per prevenire i suoi nuovi sviluppi. O per sbarrare il passo a quanto essa sta già facendo. È la parte intitolata Contro-Rivoluzione. In questa parte si definisce anche la meta ultima dell’azione contro-rivoluzionaria.
Rivoluzione e Contro-Rivoluzione è stato scritto nel 1959. Nel 1971 qual è l’attualità di questo intento? Mi sembra che sia più grande che mai.
Infatti il pericolo comunista si presenta oggi più minaccioso che mai. Tuttavia le file dei partiti comunisti non si sono ingrossate nella stessa proporzione. Come spiegare questo paradosso?
A mio modo di vedere con il fatto che l’erosione larvata operata dal comunismo in ambienti estranei ai quadri comunisti — ecclesiastici, borghesi, aristocratici, ecc. — va crescendo incessantemente.
Nello stesso continente sudamericano un terribile esempio di questa erosione ha da poco gettato nell’inquietudine il mondo. Mi riferisco al caso del Cile.
Nel 1964 una coalizione delle destre e dei democristiani portò alla presidenza della Repubblica Eduardo Frei. Il motivo di questa coalizione era quello di evitare la vittoria del candidato comunista Salvador Allende.
Eduardo Frei e la grande maggioranza dei circoli dirigenti della Democrazia Cristiana cilena erano borghesi con tendenze socialiste più o meno accentuate. Durante la presidenza di Frei queste tendenze, alimentate dalla ventata progressista che si abbattè sull’universo, si accentuarono a tal punto che ogni atto di governo di Frei si riassume in una preparazione attiva del comunismo. Un brillante scrittore brasiliano, Fabio Vidigal Xavier da Silveira, potè perfino intitolare Frei, il Kerensky cileno, un volume dedicato all’azione filocomunista o protocomunista di Frei. Questo volume fu pubblicato successivamente in quasi tutta l’America Latina. Il soprannome di Kerensky rimase attaccato al nome di Frei in tutto il nostro continente.
Al termine del mandato di Frei le cose si presentavano ormai sensibilmente mutate a favore del comunismo. Non perché il Partito Comunista avesse visto aumentare il numero dei suoi aderenti, ma poiché il numero di borghesi pronti a collaborare — per ingenuità o per simpatia — con il comunismo era singolarmente cresciuto nel paese, grazie all’atmosfera creata dalla Democrazia Cristiana cilena.
Questa erosione, in ambienti non comunisti, fu ancora più rapida e profonda negli ambienti specificamente cattolici, scossi con grandissima violenza dal tifone progressista.
Così, il cardinale Silva Henríquez giunse fino al punto di dichiarare, prima delle elezioni, che è moralmente lecito a un cattolico votare per un marxista. Questa dichiarazione clamorosa, diffusa da tutta la grande stampa in Cile e da innumerevoli organi d’informazione all’estero, non fu smentita dal porporato. Una lettera, inviatagli dalla Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad, che gli chiedeva espressamente tale smentita, restò senza risposta. Così numerosi voti di cattolici s’incanalarono verso il candidato marxista Salvador Allende.
Contemporaneamente la DC si scindeva e una parte dei suoi membri votava per Allende. E votò per lui anche il vecchio Partito Radicale, tipicamente borghese.
Allende vinse. L’Unidad Popular, coalizione comunista-marxista-democristiano-radicale, che lo appoggiò, ottenne il 36,3% dei voti. Il candidato democristiano Rodomiro Tomić ottenne il 29,8% dei voti. E il candidato preferito dagli anticomunisti, Jorge Alessandri raggiunse il 34,9% dei voti. La propaganda di sinistra potè tuttavia vantarsi in tutto il mondo per il fatto che, per la prima volta nella storia, un marxista aveva vinto mediante elezioni.
Ed è proprio vero. Però l’elettorato marxista non era aumentato. La causa della vittoria stava nell’erosione degli ambienti non comunisti o perfino anticomunisti. Sul quotidiano Folha de S. Paulo ho dimostrato ciò con la forza convincente dei numeri. Nell’aprile del 1971, ormai sotto la pressione del governo marxista, si sono svolte in Cile le elezioni amministrative. Il risultato ha costituito — almeno sotto certi aspetti — una ulteriore vittoria della coalizione di centrosinistra marxista e comunista, denominata Unidad Popular. Sempre per la Folha de S. Paulo ho commentato questo risultato elettorale, dimostrando quanto a sua volta anche questa vittoria sia dovuta all’erosione comunista degli ambienti anticomunisti.
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Questa erosione ha precipitato nell’abisso comunista una delle più importanti nazioni dell’America Latina, e ha aperto le porte al comunismo nel nostro continente.
Ora tale erosione va prendendo consistenza in tutto il nostro continente e, in modo generale, in tutto l’Occidente cristiano.
Di conseguenza, mi sembra che Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, scritto per denunciarla e per insegnare a combatterla, abbia guadagnato in rilevanza lungo questi dodici anni.
Tale, molto succintamente, il contenuto di questo volume. Come si vede, non fu scritto per dissuadere i comunisti dagli errori che professano, ma per aiutare coloro che non sono comunisti a capire la «procella tenebrarum» [Jud. 13] in cui si trovano; a individuare in mezzo a essa la meta a cui devono tendere; e anche a usare i metodi più opportuni per lottare contro il comunismo.
Considerata nella prospettiva di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, l’azione anticomunista comprende certamente, e come elemento della massima importanza, la polemica e la lotta contro il comunismo. Ma non si limita a questo. Essa mira anche a ridurre o a distruggere quello che potremmo chiamare il terreno di coltura nel quale i germi comunisti prosperano così facilmente. Ossia i molteplici fattori che, negli stessi ambienti non comunisti e perfino anticomunisti, ispirano tante volte simpatie più o meno velate, condiscendenze e perfino complicità verso il comunismo. Fattori la cui azione sfocia non raramente in un appoggio decisivo di personalità o correnti non comuniste alla vittoria del comunismo.
Spero così che l’opera susciti, in questa nuova edizione, l’interesse di una cerchia sempre più ampia di lettori, giacché conosco l’eccezionale lucidità politica e il vivo interesse con cui la nazione italiana segue lo svolgersi della crisi contemporanea in tutto il mondo.
San Paolo, 7 ottobre 1971
Festa della Madonna del Rosario
IV centenario della vittoria di Lepanto
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Prefazione alla seconda edizione spagnola
(Plinio Corrêa de Oliveira, Prólogo, in Idem, Revolución y Contra-Revolución, trad. spagnola, Editorial Fernando III, el Santo, Madrid 1978, pp. 13-20)
Scrivendo la prefazione di questa nuova edizione spagnola di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, mi si è presentata spontaneamente allo spirito la domanda relativa al rapporto fra la tematica dell’opera e il passato storico della Spagna, soprattutto con i problemi che preoccupano attualmente l’opinione pubblica della nazione.
Questi rapporti si sono presentati davanti a me così brucianti e così numerosi da debordare rispetto ai normali limiti di una prefazione.
Perciò mi limito ad alcuni aspetti della storia spagnola del nostro secolo e della sua vita attuale.
Già da molto tempo, ma soprattutto negli ultimi anni del regno di Alfonso XIII, l’opinione pubblica spagnola si presentava divisa in diverse correnti, costituendo un’enorme gamma ideologica, dall’autentico tradizionalismo fino al comunismo.
Allo stesso modo, com’è accaduto spesso in altri paesi quando si presentano situazioni analoghe, la maggioranza delle persone non si situava in nessuno di questi due poli ideologici. Occupava la vasta zona intermedia, disperdendosi in correnti o specificamente centriste o di colorazioni sfumate verso la destra, sempre più tradizionaliste, o verso la sinistra, sempre più prossime al comunismo. Fino a toccare tangenzialmente le correnti estreme.
In tali situazioni, la maggior parte delle volte, la definizione di pensieri e di orientamenti, il dinamismo, l’iniziativa, insomma, si trovano nei poli minoritari. Ma la forza propagandistica, il potere finanziario, l’influenza sociale e il potere politico — soprattutto la forza del numero — si trovano nella zona intermedia.
La grande difficoltà per la maggioranza intermedia consisteva, nella Spagna di allora, nel determinare se la sua posizione era stabile o rappresentava solo una tappa di un lungo percorso storico. Le voci provenienti dalle diverse correnti che componevano il polo della destra gli gridavano di retrocedere sulla via intrapresa a partire dall’invasione francese nel secolo XIX perché, se non l’avesse fatto, avrebbe finito per precipitare irrimediabilmente nel polo dell’estrema sinistra. In quest’ultimo, gli appelli diretti al centro erano discordanti: ora erano minacce di distruggerlo nel caso non proseguisse rapidamente il suo cammino verso il comunismo, ora erano richiami amabili a una semplice collaborazione con i rossi contro la destra. Collaborazione che la maggior parte delle correnti del centro sentiva, più o meno consapevolmente, che sarebbe stata vantaggiosa per il comunismo.
Forse sarebbe falso dire che la massa centrista della popolazione s’immergeva in riflessioni per scegliere fra questi richiami divergenti. Cercava piuttosto di condurre la propria vita quotidiana senza preoccupazioni, cedendo alla gradevole propensione a non prendere in considerazione i fattori della propria debolezza e a immaginarsi sempre posta tranquillamente in un comodo pacifismo a metà strada fra gli opposti richiami, che combattevano fra loro con la voglia di conquista.
Ma il problema che la posizione comoda — difficilmente separabile dalle posizioni centriste — cercava di ignorare, balzava agli occhi. A grandi linee la Spagna era come la descrivevano i tradizionalisti o almeno i settori anticomunisti dell’opinione pubblica. Fra burrasche e bonacce, il paese si venne gradatamente trasformando. E ogni trasformazione lo allontanava di più dal polo che abbandonava. In questo modo, qualcuno avrebbe trovato nella nazione un punto di equilibrio e di stabilità nel quale potesse riposarsi ampiamente durante il doloroso itinerario, prima di giungere al polo opposto? Che cosa è stata fino ad allora la storia di Spagna nel secolo XX? La difficile conquista di un equilibrio in espansione o la tragica caduta verso l’abisso?
Il corso degli avvenimenti è venuto a provare che il centro si veniva dividendo nella misura in cui i richiami divergenti dei due poli si facevano udire e che la Spagna autentica, tradizionale e cattolica, e l’Anti-Spagna atea, apatride e ugualitaria, avanzavano verso un terribile confronto.
Il centro non costituiva una posizione definita e stabile, fra altre due ugualmente definite. Era una posizione confusa, subcoscientemente inquieta e titubante fra due posizioni fisse e determinate. Gli avvenimenti storici di allora confermarono la tesi dell’instabilità di tante situazioni intermedie e indefinite, che per il fatto stesso della loro non definizione indicano essere solamente tappe nello sviluppo processivo di tendenze psicologiche, convinzioni ideologiche e strutture politico-economiche vacillanti verso posizioni più definite.
Si verificò lo scontro fra le sinistre dominate dal comunismo e la destra anticomunista nella gloriosa Cruzada del 1936-1939.
Per molto tempo le correnti di centro non vollero vedere che questo avvenimento si avvicinava e, perciò, non furono in grado di evitarlo.
Osservando l’attuale situazione politica spagnola, e senza la pretesa di pronunciarmi sui diversi aspetti così complessi, di cui si riveste, mi sembra di vedere che a poco a poco, ancora una volta, si va presentando essenzialmente lo stesso problema, con gl’inevitabili cambiamenti di sfumature imposti dal passare del tempo.
Nella misura in cui l’orizzonte politico spagnolo si definisce, si fondano anche nel settore di centro le posizioni ideologiche e politiche sempre più cariche di comunismo o di ostilità contro di esso. E, di conseguenza, la grande domanda che va emergendo dal panorama politico spagnolo mi sembra sia questa: fino a che punto queste posizioni intermedie sono solamente situazioni transitorie di un itinerario verso la sinistra o verso una posizione chiaramente contraria alla sinistra? O, fino a che punto rappresentano un rifiuto fermo, stabile e indiscutibile di questi due poli, e una stabilizzazione intesa a conservare a qualsiasi costo le situazioni intermedie, che si autoproclamano moderate, capaci di unire e di salvare?
Quanto allo stesso eurocomunismo — con i suoi atteggiamenti moderati e perfino più o meno «centristi» —, rappresentato in Spagna dalla corrente diretta da Carrillo, la domanda è valida e forse più valida per esso che per qualsiasi altra formazione politica spagnola contemporanea.
Indubbiamente l’eurocomunismo vuol essere, e di questo fa mostra, un comunismo addolcito. È possibile un comunismo addolcito? O l’eurocomunismo, in apparenza un’«apostasia» del comunismo sovietico «ortodosso», avrà come esito storico la capacità di attrarre, grazie alla propria «moderazione», masse che verranno a loro volta assorbite dal comunismo ortodosso? Che cosa è l’eurocomunismo in Spagna o fuori di essa? Uno scisma? Un punto d’arrivo? Una rete lanciata per catturare pesci incauti o una tappa senza significato, cioè una semplice ansa senza importanza del grande fiume comunista?
In questa prospettiva, che cos’è lo stesso comunismo ortodosso? Un punto d’arrivo? O una semplice tappa di quella che esso stesso immagina essere l’interminabile evoluzione umana, dalla quale si passerà all’anarchismo e da questo a un’altra situazione di transizione attualmente quasi impossibile da prevedere?
È ben noto che la dottrina marxista, coerente con il suo intrinseco evoluzionismo, odia i punti d’arrivo e intende essere precorritrice dell’anarchismo e di tutto quanto possa far seguito a esso.
Ma, se la dottrina è questa, la realtà può essere molto diversa. E non è impossibile che certi leader comunisti siano propensi a prolungare per un lungo e oscuro «millennio» la struttura sulla quale fondano il loro attuale dominio. Un tale «millennio» è forse l’unico senso che si può attribuire nella storia evoluzionista all’espressione «punto fisso e ultimo» del continuo processo ideologico.
Questi temi hanno aspetti universali, sui quali a tutti è lecito riflettere. Ma si rivestono in ogni paese di aspetti nazionali, sui quali lo straniero deve essere molto circospetto.
Non intendo esprimere opinioni su questi problemi negli aspetti specifici alla Spagna attuale e sui quali un non spagnolo — benché così vicino alla Spagna grazie ai legami del Brasile con il popolo vicino e fratello della Spagna, il Portogallo — deve esimersi dall’emettere una presa di posizione.
La lettura dell’opera Rivoluzione e Contro-Rivoluzione comporta solamente il ricordo che problemi analoghi hanno sfidato l’intelligenza di tutti quanti sono vissuti nell’ambito della civiltà occidentale e sono stati chiamati a essere partecipi di grandi crisi come il Rinascimento e l’Umanesimo, il protestantesimo nel secolo XVI, la Rivoluzione Francese nel secolo XVIII e la rivoluzione comunista nel secolo XX. E, se non a essere partecipi, almeno a farsi un giudizio su queste crisi.
L’Umanesimo cristiano intese offrire una posizione stabile, che non scivolasse verso il neopaganesimo. Il protestantesimo intese offrire una posizione religiosa stabile, che non scivolasse verso l’ateismo. La Rivoluzione Francese intese realizzare l’ugualitarismo politico e sociale stabile, che non giungesse all’ugualitarismo economico. Infine, il comunismo non attira l’attenzione delle masse attraverso lo Stato totalmente ugualitario, signore di tutta l’economia. Nella sua condotta, niente lascia supporre che abbia l’obiettivo, a medio o a ultimo termine, di distruggere lo Stato e d’impiantare e d’instaurare l’anarchia. Ma sul fianco sinistro del comunismo fanno già la loro comparsa forme di sinistrismo che, nate da esso e nutrite con il suo latte, lo attaccano con straordinaria violenza e avanzano verso l’anarchismo. Questo si è reso particolarmente chiaro nel quadro politico italiano.
Per certo, molti che hanno aderito a queste rivoluzioni non l’avrebbero fatto se avessero constatato che preparavano l’arrivo della tappa seguente. Per evitare che si ripetano attualmente equivoci analoghi la lettura di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione può essere utile. Mostrare che queste rivoluzioni sono in relazione fra esse come tappe di un grande processo, che forma nel suo insieme una grande Rivoluzione unica, è la verità presentata dal mio studio e che esso intende approfondire.
In che senso questa constatazione possa essere utilizzata dagli spagnoli attuali, in relazione ai complicati problemi della loro Patria, dell’Occidente e del Mondo, è ciò su cui mi astengo dal pronunciarmi.
La presentazione delle tre grandi Rivoluzioni, seguite dalla Quarta Rivoluzione — sul piano politico l’eresia anarchista nata dal fianco del comunismo e della quale ho appena parlato, ma anche, su altri piani, i movimenti nati dalla contestazione giovanile alla Sorbona nel 1968 e la cui punta di lancia è forse, oggi, il movimento punk anglo-americano — potrebbe indurre in un errore. Sarebbe quello della irreversibilità del movimento rivoluzionario. Per evitare questo errore, il mio studio contiene la definizione di quanto intendo con Contro-Rivoluzione, quali ne sono le mete e — sempre su di un piano teorico — quali ne sono i metodi.
Anche a questo proposito mi astengo da applicazioni concrete al panorama spagnolo, lasciando che i miei lettori le facciano secondo le ispirazioni della loro fede e del loro patriottismo.
Mi resta solo da esprimere la speranza che la lettura di quest’opera possa contribuire, anche molto indirettamente, a che i lettori operino in un senso benefico per la Spagna e, pertanto, per la civiltà cristiana, della quale il popolo spagnolo continua a essere, nel nostro secolo, un mirabile baluardo.
21-3-78
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Prefazione alla seconda edizione statunitense
(Plinio Corrêa de Oliveira, Preface, in Idem, Revolution and Counter-Revolution, 2a ed. inglese, The Foundation for a Christian Civilization, New Rochelle (New York) 1980, pp. 11-16; trad. it. di Ignazio Cantoni)
La maggior parte di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione è stata scritta vent’anni fa, nel 1959. Più tardi, nel 1976, la Parte Terza è stata scritta appositamente per la terza edizione italiana dell’opera. Allora mi chiesi se qualche cosa in questo studio dovesse essere cambiato. Dopo un esame accurato, sono giunto alla conclusione che non ve ne fosse. Sarebbe bastata un’applicazione del saggio al panorama del 1976; quest’applicazione è diventata la nuova parte che è stata aggiunta all’opera. Ora, facendo questa prefazione, devo dire che non è affatto necessario aggiungere o cambiare qualcosa.
Tuttavia, tante cose sono cambiate durante questi ultimi vent’anni! Soprattutto relativamente al pericolo comunista, che costituisce il problema più urgente analizzato in Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, quante legittime speranze degli attivisti anticomunisti sono state deluse, quante illusioni sono state portate via dal vento!
Fra queste speranze che il tempo ha provato essere infondate vi era quella secondo cui il mostro sovietico si sarebbe ritirato all’interno dei confini russi liberando le gloriose nazioni prigioniere e permettendo la così tanto desiderata riunificazione della Germania! Ma la Cortina di Ferro continua a dividere l’Europa in due.
Questo, in sé, è già terribile. Ancor più terribile è il fatto che il mondo occidentale sembra essersi abituato a questa ingiusta e crudele amputazione. Nel 1975 il Trattato di Helsinki ha consacrato la divisione dell’Europa in due blocchi, riconoscendo le conquiste sovietiche della Seconda Guerra Mondiale.
Tuttavia, la Provvidenza aveva il diritto di aspettarsi che l’Occidente mobilitasse la propria immensa superiorità culturale, tecnica ed economica per costringere il Comunismo a realizzare successive ritirate che avrebbero potuto addirittura portare alla liberazione del popolo russo. Ma nessun aiuto decisivo è mai venuto dalle nazioni occidentali per liberare il popolo russo dallo Stato-prigione che si estende dalla Cortina di Ferro alle vaste regioni dell’Asia.
Un giorno la storia giudicherà questa inerzia con severità e contesterà ai popoli occidentali di non aver fatto uso di ogni mezzo per liberare i propri fratelli oppressi.
Vorrei inoltre sottolineare che il termine «inerzia» non riassume tutta la realtà.
La condannabile capitolazione a Yalta e la disputa puramente verbale — e solo parzialmente efficace — della guerra fredda sono state indubbiamente seguite da un’inerzia non meno censurabile. E questa inerzia è soprattutto censurabile per il fatto di essere negligente e ironica. Essa ha influenzato l’Occidente nel corso del periodo denominato «coesistenza pacifica». Ma dopo è venuto qualche cosa di ancor più grave: il periodo della «distensione», nel quale gli Stati Uniti e le nazioni più ricche dell’Occidente hanno ostinatamente trasferito alla Russia capitale, fabbriche, conoscenze, tecnici, e così via.
Mentre il gigante russo si alimentava con le ricchezze dell’Occidente, faceva tutto il possibile per preparare la distruzione di quest’ultimo. La superiorità militare, che l’Occidente avrebbe dovuto capitalizzare nel periodo post-bellico per costringere la Russia a trattenersi dalla corsa agli armamenti e a rinunciare al suo imperialismo planetario ideologico e politico, ha arrestato — per così dire — il suo corso e ha cominciato ad appassire. Mentre si produceva questo deterioramento, la Russia estendeva le sue conquiste fino al punto avanzato in cui si trovano oggi. Mentre i capi del Cremlino sedevano al tavolo dei negoziati nell’atmosfera, in apparenza pacifica, della «distensione», la Russia conquistava una dopo l’altra l’Etiopia (1974), la Cambogia, il Vietnam, il Mozambico, l’Angola (tutti nel 1975), e più di recente l’Afghanistan (1978).
Ogni conquista coronata da successo incoraggia altre conquiste, e lo fa con enfasi raddoppiata. Questo è ciò che insegna la storia di ogni imperialismo.
Tutti sanno che oggi l’imperialismo sovietico è più intraprendente che mai.
Come è stato grande il suo sviluppo nel tempo trascorso dalla pubblicazione della prima edizione brasiliana di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione fino a oggi!
E come minaccia di crescere ancora di più!
Di fronte a questo, una domanda sorgerà certamente nel lettore. Perché leggere questo libro che è stato scritto con l’intento di approfondire il più possibile lo studio delle origini remote e recenti del comunismo fin dal secolo XV e al fine di favorire lo studio dei suoi metodi più caratteristici d’infiltrazione ideologica? Sono convinto che ciò sia utile, e moltissimo. Sono in grado di provarlo. Ma, poiché la certezza di questa utilità sboccia dalla lettura di ciascuna pagina di questo libro, sarebbe inutile farlo qui.
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È nella natura del pragmatismo essere maggiormente impressionato dal linguaggio dei fatti che da quello della dottrina.
Dopo il lancio di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione nel 1959, nel 1960, con un gruppo di amici — alcuni dei quali erano allora molto giovani — ho fondato la Società Brasiliana di Difesa di Tradizione, Famiglia e Proprietà.
Il suo obiettivo era diffondersi fra i giovani brasiliani per organizzarli per la Contro-Rivoluzione.
Il suo metodo consisteva nell’attrarre e nel formare giovani che potessero contribuire alla promozione contro-rivoluzionaria della Società attraverso giornali, libri, radio e televisione e contribuire alla vendita di materiali pubblicati dalla Società in campagne pubbliche per le strade.
Questo ideale si è diffuso immediatamente attraverso l’America Meridionale, attirando l’entusiasmo di giovani in Argentina, Cile, Uruguay, Colombia, Venezuela, Ecuador e Bolivia. Ispirati dai princìpi di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, hanno costituito società autonome similari, che sono molto attive e coronate da successo nei loro rispettivi paesi.
Naturalmente, la combattività delle TFP si è immediatamente diretta contro il comunismo organizzato e dichiarato. Tuttavia, le TFP hanno previsto che le guerriglie diffuse da Cuba nell’America Meridionale sarebbero scomparse miseramente per assenza di sostegno logistico da parte della popolazione rurale, come di fatto è accaduto. Esse hanno anche previsto che il comunismo era ben lungi dall’essere capace di giungere al potere in qualsiasi governo attraverso una maggioranza elettorale, una previsione che è stata completamente e puntualmente confermata dai fatti. Di conseguenza, le TFP hanno compreso che il pericolo rosso avrebbe cercato di avanzare per un’altra via e che bisognava bloccare quella via. Mi spiego.
In mezzo alla popolazione profondamente tradizionale e cattolica del nostro continente, il comunismo non poteva limitarsi a fare la propria propaganda apertamente. Se avesse fatto così, avrebbe incontrato una reazione che avrebbe chiuso molte porte ai comunisti. Perciò la loro propaganda doveva avanzare soprattutto in una modalità coperta attraverso lo sviluppo di un ramo cripto-comunista del socialismo in mezzo a diversi gruppi e classi sociali non comunisti. A partire da qui, hanno cercato di rendere familiari al pubblico idee di sinistra e di renderlo meno spaventato dai princìpi della sètta rossa. Soltanto grazie a questo risultato il comunismo aperto e dichiarato ha potuto avere la possibilità di esistere.
I mentori della Rivoluzione comunista si aspettavano che questo cripto-comunismo e le folle di «utili idioti» che lo sostenevano avrebbero gradualmente modificato di pari passo la struttura della società e dell’economia attraverso riforme socialisteggianti in una direzione tale da trasformare progressivamente la società attuale, che è basata sulla proprietà privata, in una società collettivistica.
Le TFP si apprestano a denunciare l’intero piano e in questo modo bloccare la strada a una tale forma insidiosa di avanzata comunista.
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È spesso difficile fare piani assennati e pratici; e ancor più difficile realizzarli.
E, in verità, una particolare difficoltà si è presentata relativamente al progetto d’azione anti-comunista adottato dalle TFP. Questa difficoltà consisteva nel fatto che il cripto-comunismo era riuscito a infiltrare pericolosamente un’istituzione di fondamentale importanza nella formazione spirituale e culturale del Brasile e di tutta l’America Meridionale: la Chiesa Cattolica. Inoltre, si è fatto strada nel seno di una nazione importante in questa parte del mondo: il Cile.
L’infiltrazione cripto-comunista nella Chiesa Cattolica in Brasile e nell’America Meridionale e la diffusione nel suo seno di dottrine chiaramente di sinistra sono diventate così grandi che le TFP hanno dovuto riconoscere fra i propri maggiori avversari certi membri della gerarchia cattolica, diversi di loro molto altolocati...
A questo punto è opportuno dire una parola sull’avanzata del comunismo in Cile. Come vedremo, vi è stata una grande relazione fra le attività della TFP in Brasile e delle TFP sorelle diffuse nel continente.
La Democrazia Cristiana in Cile è notevolmente più simile alla sua corrispondente italiana che alla Democrazia Cristiana in Germania. Il Partito Democratico Cristiano Cileno, quando Eduardo Frei era presidente della Repubblica (1964-1970), cominciò certe manovre costantemente sostenute da un clero impregnato di un attivo sinistrismo. All’epoca, il governo di Frei creò tutte le condizioni necessarie perché il minoritario Partito Socialista, alleato ai radicali e ai comunisti e sostenuto da dissidenti democristiani di estrema sinistra, portasse al potere il marxista Salvador Allende. Questa vittoria della tattica cripto-comunista era proprio quanto le TFP erano specializzate a combattere.
Insomma, si può dire che, se non fosse stato grazie all’esistenza delle TFP, forse la tattica cripto-comunista avrebbe già soggiogato l’intera America Meridionale a Mosca. E l’Atlantico Meridionale, dove i comunisti sono già molto avanzati in Africa, sarebbe ora un lago comunista. Una tale situazione produrrebbe conseguenze internazionali facili da valutare.
Tutto questo mostra molto bene la fecondità dell’azione nata da questo libro, un’azione costantemente ispirata da esso e mirante alla realizzazione degli obiettivi che indica.
Non si deve pensare che il successo della tattica anti-comunista delle TFP si possa spiegare con le sole peculiarità dell’ambiente sudamericano. Tale prospettiva non è plausibile, perché altre TFP, sorelle ma autonome, sono nate con notevole forza negli Stati Uniti, in Canada, in Spagna e in Francia. E a Roma, in Italia, vi è un importante ufficio d’informazione che favorisce la diffusione degli ideali delle TFP.
Il libro Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, che ha ispirato le TFP nell’America Meridionale, ha attratto anche l’American Society for the Defense of Tradition, Family and Property.
Mi fa felice vedere le opere che essa realizza e promette di portare a compimento nel suo grande paese, che ha un’autentica rilevante influenza fra le nazioni di questo continente e del mondo.
San Paolo, ottobre 1978
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Prologo all’edizione polacca
(Plinio Corrêa de Oliveira, Wstęp do wydania polskiego, «Prologo all’edizione polacca», in Idem, Rewolucja i Kontrrewolucja, trad. polacca, con una Przedmowa, «Introduzione», di Anastasio Gutiérrez Poza C.M.F., Arcana, Cracovia 1998)
Con piacere ho accolto la richiesta dell’editrice Ad Astra di dire qualche parola al pubblico polacco per questa prima edizione di Rivoluzione e Contro-Rivoluzione in Polonia. Infatti, nella mia lunga lotta in difesa della civiltà cristiana, ho sempre rivolto la mia attenzione alla sua culla, l’Europa, e all’interno di questa mi sono vivamente interessato alla cara nazione polacca, doppiamente premiata dalla divina Provvidenza.
In primo luogo ha ricevuto una grazia perché è interamente cattolica: Polonia semper fidelis. In secondo luogo perché il suo territorio ha una posizione strategica, posto alla confluenza dell’Occidente con l’Oriente, quindi con la possibilità di svolgere una parte decisiva per la conversione della Russia e delle altre nazioni vicine, dominate dalla cosiddetta Chiesa Ortodossa. Si tratta di una nazione la cui storia — aggiungo —, segnata da tragici e gloriosi avvenimenti, ha sempre prestato servizi rilevanti alla Cristianità come antemurale contro le invasioni dei suoi nemici. Avvenimenti tragici per le lotte incessanti contro le numerose aggressioni dell’avversario che, spesso, non ha voluto solamente conquistarne il territorio, ma soprattutto eliminare quanto ha di più prezioso: la fede cattolica. Fra gli avvenimenti più tragici vi è stata la tirannia comunista, dalle cui conseguenze il paese non si è ancora liberato completamente. Avvenimenti gloriosi, perché ha dato alla santa Chiesa santi ed eroici difensori della civiltà cristiana: basta ricordare san Casimiro [1458-1484] o san Stanislao Kostka [1550-1568].
Inoltre, quando nel 1655 l’ultimo ridotto di cattolici fedeli, rifugiati nel santuario di Częstochowa era propenso alla resa, toccò al monaco Augustin Kordecki di prendere la decisione eroica di dire «no» all’invasore protestante, dando inizio alla miracolosa e vittoriosa reazione cattolica.
E quando, nel 1683, la potenza musulmana minacciava la Cristianità alle porte di Vienna, al re Jan III Sobieski toccò la gloria di guidare alla vittoria gli eserciti cristiani.
Però, di fatto, i problemi, tanto interni quanto esterni, che la Polonia si è trovata di fronte nel corso di quasi tutta la sua storia e ha ancora di fronte oggi, sono frutto di una crisi più vasta che ha colpito la Cristianità tutta e che ha avuto inizio con la decadenza del Medioevo, la «gentil primavera della fede». Questa crisi non ha smesso di divenire più profonda nel corso dei secoli. La conditio sine qua non per comprenderla in tutta la sua ampiezza sta nell’osservare che ha raggiunto tutti i settori della società umana, si è impadronita delle menti ed è passata dalla sfera temporale alla sfera religiosa. Di realizzazione in realizzazione, è giunta ai nostri giorni, in cui gli artefici di tale crisi, disponendo di armi incomparabilmente più potenti, tentano di spegnere sulla faccia della terra le poche braci che ancora fumigano sotto le ceneri dell’incendio che ha colpito la civiltà cristiana. Quale esempio dell’audacia alla quale si è giunti, mi limito a citare la legalizzazione, in diversi paesi, delle peggiori aberrazioni in campo morale.
Così, osservando il panorama generale della Cristianità, profondamente infiltrata dai princìpi rivoluzionari, non sarebbe esagerato affermare che l’umanità è priva di risorse morali per reagire contro questo terribile male, che ha incancrenito quasi tutto l’insieme delle nazioni che costituiscono il mondo cristiano. Purtroppo non possiamo affermare che la Polonia faccia eccezione. La libertà conseguita dopo il 1989 con la cosiddetta «morte» del comunismo, se da un lato ha favorito un sensibile miglioramento economico, dall’altro ha contribuito a un accentuato decadimento dei costumi, tutto in nome della libertà d’imitare il mondo occidentale anche in quanto ha di reprensibile.
Ora, proprio nel paese considerato centro della modernità, del benessere e dell’opulenza, insomma, una specie di «paradiso» — cioè gli Stati Uniti — si comincia a notare una stanchezza, una delusione e il desiderio di tornare «alla casa paterna». Secondo indagini sull’opinione pubblica realizzate in occasione delle ultime elezioni del Congresso nordamericano [1994], il 74% degli americani «attribuisce grandissima importanza al ritorno ai valori tradizionali della morale». Questa stessa indagine rivela che l’America sta vivendo un periodo di ringiovanimento religioso. Si tratta di un segno dell’inizio di un intervento della Provvidenza? Sono misteri di Dio! Tuttavia, credo fermamente — come lo credono anche tutti gli uomini di fede — che in questo panorama scuro, che preannuncia grandi e imminenti tempeste, brilli la luce che le tenebre non possono spegnere e che costituisce la garanzia della vittoria della Cristianità. Questa luce è venuta dal cielo e si riassume in sei parole pronunciate dalla Madonna a Fatima nel 1917: «Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà». Questo trionfo consisterà nella restaurazione dell’ordine cristiano, profetizzata e desiderata con tanto ardore dal grande san Luigi Maria Grignion da Montfort.
Indubbiamente, il caos che sta avvolgendo gli avvenimenti umani — che preannunciano, a mio modo di vedere, il passaggio da un’epoca storica a un’altra — esige uno spirito di circospezione nella loro analisi. Nella prospettiva della corretta interpretazione di questi avvenimenti offro al pubblico polacco la presente opera come strumento di valido orientamento di chi, in questi giorni pieni d’incertezza, vuole solamente servire la causa cattolica. La Madonna di Czestochowa, patrona della Polonia, voglia benedire questo sforzo.
San Paolo, 6 giugno 1995
