Il primo pellegrinaggio italiano di Nostra Signora della Cristianità 

 

 

di Emanuele Pressacco

Nei giorni 25, 26 e 27 aprile 2026, si è svolto il primo pellegrinaggio italiano di Nostra Signora della Cristianità (NSC Italia), sul modello di quelli che già si tengono a Chartres, a Covadonga e in Portogallo.  Il cammino è partito dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, e ha avuto come meta finale il Monastero benedettino del Sacro Speco di Subiaco. Da qui il titolo: “Dalla culla di Betlemme alla culla dell’Europa”. 

Organizzato da giovani laici legati alla liturgia tradizionale, questo pellegrinaggio ha testimoniato il desiderio autentico di una generazione che non si accontenta di una fede superficiale, ma ricerca la radicalità del Vangelo: prendere la propria croce e seguire Cristo ogni giorno. In un tempo segnato dalla secolarizzazione e dallo smarrimento, camminare insieme sotto il segno della Croce, con il Rosario tra le mani e lo sguardo rivolto a Maria, ha il valore di un gesto profetico.

Ma cosa spinge un nutrito gruppo di giovani e adulti, accompagnati da numerosi sacerdoti, a intraprendere un pellegrinaggio di cento chilometri?  La risposta è semplice, Gesù Cristo fa sempre nuove tutte le cose, anche oggi, mentre la moderna società vorrebbe strapparlo dalla vita pubblica. Egli muove ragazzi, famiglie e adulti all’offerta di sé, quindi al sacrificio e all’apostolato.

I partecipanti, suddivisi in capitoli e provenienti da diverse regioni d’Italia e delegazioni organizzate da Francia, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Irlanda, Ungheria, Repubblica Ceca e persino dall’Argentina, dal Messico, dal Perù e dagli Stati Uniti, si sono messi in cammino come generazioni di cristiani prima di loro nella storia. Pur nella diversità delle lingue e delle provenienze, tutti erano accomunati dalla stessa Fede, quella cattolica, apostolica e romana. Camminare non è stato un semplice muoversi, ma preghiera, conversazione, riflessione. Il pellegrinaggio rende visibile questa verità: il credente si mette in cammino, accetta la fatica, rinuncia alle comodità e offre tutto questo in preghiera. Non è solo uno sforzo fisico, ma un atto spirituale che coinvolge l’intera persona. La dimensione fisica tuttavia non è secondaria. Il corpo partecipa alla preghiera: ogni passo può diventare invocazione, ogni sforzo un atto di offerta. La sfida del cammino, con le sue asperità, diventa occasione di crescita in fortezza, pazienza e fiducia. Si impara che i propri limiti non sono un ostacolo definitivo, ma un punto di partenza. La fatica del cammino e la gioia dell’arrivo diventano segno di una verità più profonda: che il dono di sé non impoverisce, ma compie; che la prova non distrugge, ma fortifica; e che ogni passo, se vissuto in Cristo, contribuisce a diffondere nel mondo la luce del Vangelo.

Partito dalla Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, tempio eretto per volontà della Vergine apparsa in sogno a papa Liberio, il pellegrinaggio si è posto sotto il manto protettore di Colei che è Madre della Cristianità. Da quel luogo solenne, dove si venera la sacra immagine della Salus Populi Romani e si custodisce la Santa Culla del Redentore, i fedeli hanno mosso i primi passi con il cuore colmo di speranza, lo zaino leggero e lo spirito pronto al sacrificio.

Il cammino ha seguito l’Appia Antica, attraversato Castelgandolfo, inoltrandosi nella valle dell’Aniene, passando per Genazzano, piccolo centro del Lazio che custodisce il santuario della Madonna del Buon Consiglio. Secondo la tradizione, l’immagine della Vergine giunse miracolosamente a Genazzano nel 1467, proveniente da Scutari in Albania, posandosi su una parete della chiesa allora in costruzione. Da quel momento, il santuario divenne meta di pellegrinaggi e luogo di intensa preghiera, legato in modo particolare alla ricerca della volontà di Dio e al discernimento nelle scelte della vita.

I tre giorni di marcia sono stati scanditi dalla preghiera del Santo Rosario, dalle litanie lauretane, con l’intento di trasformare la fatica fisica di ogni passo in atto di riparazione, ogni salita in occasione di abbandono alla Provvidenza. L’arrivo a Subiaco, presso il Sacro Speco di San Benedetto da Norcia, ha rappresentato la conclusione di questo cammino.

Oggi, in un contesto spesso segnato da frammentazione culturale e smarrimento identitario, il richiamo al monachesimo occidentale ci fa comprendere che una civiltà autentica nasce da uomini e donne capaci di dare ordine alla propria vita alla luce del trascendente.

Quando, tra il V e il VI secolo, l’Impero romano d’Occidente era ormai dissolto e il continente europeo attraversava una fase di grave decadenza, il monachesimo divenne un principio generativo di civiltà. Nei monasteri fondati dalla Regola di San Benedetto, si sviluppò una sintesi unica tra preghiera, lavoro e vita comunitaria, costituendo le fondamenta della Cristianità, che è una forma di vita integrale, nella quale il Vangelo permea ogni dimensione dell’esistenza: personale, sociale, politica e culturale. Il monachesimo occidentale ha incarnato questa visione in modo concreto, trasformando territori incolti in centri di produzione agricola, copiando e preservando manoscritti antichi, educando le popolazioni e offrendo modelli di convivenza ordinata e pacifica. In questo senso, l’Europa nasce anche dai monasteri, come spazio spirituale unificato da una medesima visione dell’uomo e di Dio. I monaci, pur vivendo ritirati dal mondo, hanno contribuito a plasmarlo in profondità, generando cultura, arte, diritto e istituzioni. Subiaco è un simbolo di questa visione del mondo.

Nel pellegrinaggio i partecipanti hanno riscoperto il valore del sacrificio offerto in unione alla Passione di Cristo, la bellezza della fraternità nella fede e la dolcezza della consolazione mariana. Attraversando incantevoli vallate e colline, luoghi carichi di memoria e di grazia, si è rinnovata in loro la consapevolezza che la Cristianità non appartiene soltanto al passato, ma è una realtà viva, per la quale lottare.

 

Fonte: Corrispondenza Romana, 6 maggio 2026.