Chiedono la nomina democratica dei vescovi in nome del “camminare insieme” sinodale

 

 

di José Antonio Ureta

La lettura del recente rapporto del Gruppo di Studio n. 7 del Sinodo sulla Sinodalità dedicato alla selezione dei vescovi, mi ha riportato alla mente un episodio piuttosto memorabile, diciamo, piuttosto tumultuoso, avvenuto nella parrocchia degli anni della mia adolescenza in Cile. Ne avevo allora 18 di anni.

Era il maggio del 1969, sei mesi dopo l’occupazione della cattedrale di Santiago del Cile da parte di un gruppo di attivisti cattolici-comunisti, sostenuti da otto sacerdoti. Sul loro striscione si leggeva: «Per una Chiesa dalla parte del popolo e della sua lotta». Il gruppo si era battezzato «Chiesa Giovane» (Iglesia Joven). In effetti, in quell’epoca c’era una certa predilezione per le autodefinizioni ambiziose. In quel momento, avevano deciso di compiere un altro gesto drammatico per portare avanti le proprie richieste.

L'occasione era la consacrazione di un nuovo vescovo ausiliare per la capitale cilena. La cerimonia si è svolta nella parrocchia molto alla moda del Sacro Cuore. Gli attivisti di «Chiesa giovane» hanno fatto irruzione nella navata centrale. Hanno interrotto la cerimonia, leggendo un manifesto che denunciava l'autoritarismo con cui la Curia romana imponeva la nomina dei vescovi e chiedeva la partecipazione popolare alla loro elezione.

I disturbatori non si aspettavano nulla di meno. Hanno persino chiesto la sospensione della consacrazione episcopale «come segno di protesta da parte della Chiesa degli emarginati della diocesi contro una struttura che li isola, e come segno di una nuova tappa nel cammino dei cristiani attraverso la storia».

L’incidente causò il caos. I fedeli protestarono e molti vescovi presenti furono sconcertati. L’ordinando, per inciso un ecclesiastico molto progressista, implorò i manifestanti di porre fine allo scandalo che avrebbe «distrutto il giorno più felice della sua vita». Sono scoppiati scontri e i membri di «Chiesa Giovane» sono stati alla fine cacciati dalla chiesa a spintonate. Si trattò di un’atmosfera liturgica particolarmente vivace, si potrebbe dire.

Il Cile cattolico rimase sbalordito, mentre il giornale ufficiale del Partito Comunista lodò l’evento come «una protesta spettacolare» condotta da gruppi che cercavano «di ottenere una maggiore partecipazione democratica nella conduzione del proprio destino», in opposizione alle «caste che traggono beneficio dallo status quo».

All’epoca, io stesso interpretavo questi eventi attraverso una lente socio-politica piuttosto in voga. Fu solo qualche anno dopo, leggendo Chiesa, carisma e potere (1981) del teologo della liberazione frate Leonardo Boff, che compresi il significato ecclesiologico dello scandalo. Lì si poteva leggere: «All’inizio, i cristiani partecipavano al potere della Chiesa, alle sue decisioni e all’elezione dei suoi ministri; in seguito, venivano semplicemente consultati e, infine, in termini di potere, totalmente emarginati e privati di una capacità che un tempo possedevano. Accanto alla divisione sociale del lavoro [borghesi contro proletari], si stabilì una divisione ecclesiastica del lavoro religioso. È stato creato un corpo di funzionari ed esperti, incaricato di salvaguardare gli interessi religiosi di tutti attraverso la produzione esclusiva di beni simbolici [i sacramenti] destinati ad essere consumati da un popolo ormai spossessato».

Secondo questa logica, “Chiesa Giovane” chiedeva solo, in nome della fondamentale uguaglianza di tutti i battezzati, che fosse restituito al Popolo di Dio un diritto ingiustamente confiscato.

A questa interpretazione egualitaria dei testi del Vaticano II, Giovanni Paolo II e il cardinale Joseph Ratzinger risposero al Sinodo dei Vescovi del 1985 con la formula di una “ecclesiologia di comunione”, cercando di conciliare i carismi e i nuovi ministeri che il concilio attribuiva ai laici con i poteri gerarchici legati agli Ordini Sacri istituiti da Cristo. Fu un tentativo di compromesso, un esercizio che raramente ha successo nella storia della Chiesa.

I movimenti rivoluzionari raramente si accontentano di soluzioni intermedie. A partire dal pontificato di Papa Francesco, le richieste relative alla nomina e alla supervisione dei vescovi da parte dei fedeli sono state così rilanciate in nome della «sinodalità».

Pertanto, il Documento finale della XVI Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi ha chiesto una revisione dei criteri di selezione dei candidati al vescovato e «di ampliare la consultazione con il Popolo di Dio fedele, e di coinvolgere un maggior numero di laici e di persone consacrate nel processo di consultazione».

Per quanto riguarda la selezione dei candidati, il Gruppo di studio n. 7 ricorda che, secondo il Concilio Vaticano II, i vescovi «sono chiamati ad ascoltare i fedeli laici, a valersi del loro consiglio, riconoscere i loro ministeri e carismi e ad affidare loro responsabilità per il bene della Chiesa». Da qui deriva la necessità di tenere conto delle «competenze sinodali» dei candidati.

Questo nuovo metodo di selezione dei candidati si discosta in modo piuttosto evidente dal modello tradizionale del pastore, principalmente interessato alla fede e alla morale del proprio gregge. La “sinodalità” sembra invece richiedere che i candidati possiedano le qualità di un amministratore delegato aziendale ben preparato: “Apertura alla complessità, propensione all’innovazione, capacità di adattarsi a nuove situazioni, profonda conoscenza delle culture locali e disponibilità a integrarsi in esse in modo costruttivo”. Il prossimo vescovo potrebbe anche aver bisogno di una formazione in gestione delle crisi e leadership collaborativa.

Per quanto riguarda i nunzi apostolici, intermediari tra Roma e la Chiesa locale, il nuovo rapporto raccomanda che anche questi possano essere scelti – con la prospettiva di accogliere, in futuro, nelle loro file uomini e donne laici – in base alla «loro disponibilità e capacità di svolgere le proprie responsabilità in uno stile sinodale» e a una «adeguata esperienza nel discernimento ecclesiale» attraverso l’ascolto.

Per quanto riguarda l’effettiva selezione dei candidati, il Gruppo di studio propone modifiche sostanziali. Il metodo precedente prevedeva che i vescovi di una provincia ecclesiastica redigessero un elenco di tre nomi da inviare a Roma, la cosiddetta «terna». Il Gruppo di studio n. 7 raccomanda che il vescovo convochi ora il consiglio presbiteriale e il consiglio pastorale diocesano e chieda a tutti i loro membri (compresi i laici, naturalmente) di presentare, in lettere sigillate, i nomi dei sacerdoti della diocesi che ritengono idonei all’episcopato. Una sorta di consultazione discreta, in stile ecclesiastico.

Il gruppo amplierebbe ulteriormente la cerchia, poiché, a quanto pare, non si consultano mai abbastanza persone. I testi recitano: «Laddove le circostanze lo consentano, dovrebbero essere convocati anche il capitolo della cattedrale, il consiglio diocesano per le finanze, il consiglio laicale, le associazioni di uomini e donne consacrati e i gruppi diocesani che rappresentano istituzionalmente i giovani e i poveri».

Quando la sede episcopale della Chiesa locale sta per diventare vacante, o lo è già, il rapporto suggerisce di istituire un Comitato per il governo della Chiesa locale. Esso dovrebbe comprendere due sacerdoti diocesani eletti dal Consiglio presbiterale, due persone consacrate (un uomo e una donna) e due laici (un uomo e una donna) eletti dal Consiglio pastorale diocesano. Ove applicabile, l’amministratore diocesano o l’amministratore apostolico si unisce all’organismo.

Da quel momento in poi, il nunzio dovrebbe affidarsi a questo comitato per chiarire la situazione della diocesi, definire il profilo del futuro pastore e, naturalmente, raccogliere opinioni sui potenziali candidati. Contemporaneamente, il nunzio apostolico consulta i vescovi della provincia ecclesiastica per attivare un processo circolare tra loro e la Chiesa locale nelle diverse fasi dell’indagine. A questo punto, si potrebbe quasi parlare di un modello di governo partecipativo a più livelli.

A questo meccanismo già altamente democratizzato, e piuttosto sofisticato, il nunzio deve aggiungere ulteriori consultazioni con altri informatori: «non solo il clero, ma anche un numero possibilmente equivalente di persone consacrate e laici, evitando rischi quali il clericalismo, la politicizzazione o la polarizzazione delle opinioni, nonché influenze familiari, tribali o etniche». Gli informatori dovrebbero includere «un numero adeguato di donne e giovani, rappresentanti delle università e delle facoltà ecclesiastiche, membri dei movimenti ecclesiali, persone riconosciute per carismi speciali, i poveri e gli emarginati, nonché membri delle comunità indigene o delle minoranze etniche/linguistiche».

Il rapporto invita alla cautela da parte dei responsabili del processo. La Chiesa non deve certamente chiudersi in se stessa. L’apertura al mondo — e in particolare alle periferie — rimane essenziale: «È anche possibile ascoltare le testimonianze di persone che rappresentano la società civile e il mondo della cultura, nonché di coloro che non professano alcuna fede o che hanno abbandonato la pratica ecclesiale». Come ha osservato un osservatore particolarmente lucido, forse sarebbe meglio scegliere il vescovo per sorteggio; almeno così rimarrebbe una piccola possibilità di lasciare spazio all’intervento dello Spirito Santo.

Come è noto, la Chiesa Patriottica Cinese — sotto la vigile supervisione del Partito Comunista Cinese — organizza elezioni in cui i sacerdoti votano per coprire le sedi vescovili vacanti. In questo, segue il modello stabilito dalla Costituzione Civile del Clero, che organizzò la Chiesa scismatica nata dall’ Rivoluzione. Tuttavia, i rivoluzionari francesi andarono ben oltre, ampliando l’elettorato per la selezione dei parroci fino a includere tutti i cittadini, anche i non cattolici. Quando si tratta di inclusività, sembra non esserci alcun limite.

Il sistema, per così dire labirintico, di consultazioni approfondite ideato dal Gruppo di studio n. 7 non si è certamente spinto così lontano. Tuttavia, bisogna ammettere che ha già compiuto un discreto lavoro di preparazione del terreno in tal senso.

 

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