La laicità francese rende ancora a Dio ciò che è di Dio?

By Philippe de Champaigne - mbam, Public Domain, Wikimedia
di Atilio Faoro
La decisione del primo ministro Sébastien Lecornu di affidare al deputato socialista Jérôme Guedj un incarico temporaneo sull’«applicazione, la difesa e la promozione del principio di laicità» potrebbe, a prima vista, sembrare solo una delle tante iniziative amministrative. Il decreto del 7 luglio assume tuttavia un significato particolare se lo si mette in relazione con le proposte sostenute da diversi anni dal deputato, che ha fatto della laicità repubblicana «alla francese» uno dei tratti distintivi del suo impegno politico.
Jérôme Guedj auspica infatti di «superare le prese di posizione, a favore di una vera e propria politica pubblica della laicità». Aveva già proposto la creazione di un «Difensore della laicità», concepito sul modello del Difensore dei diritti: un’autorità amministrativa indipendente chiamata, secondo le sue stesse parole, a svolgere un ruolo di «magistero morale, di regolamentazione, di formazione, di sensibilizzazione, di pedagogia e di ricorso». Tale istituzione avrebbe in particolare il compito di fornire supporto sia alle amministrazioni che ai cittadini che si trovano ad affrontare difficoltà nell’interpretazione del principio di laicità. La proposta costituzionale non era andata a buon fine, ma l’incarico che il Primo Ministro gli ha appena affidato riporta oggi questa riflessione in primo piano.
Non si tratta quindi più solo di capire come risolvere, caso per caso, questo o quel conflitto relativo all’applicazione della legge del 1905. Dietro l’idea di una «politica pubblica della laicità», dietro la volontà di organizzarne la promozione, la formazione e la pedagogia, si pone una questione molto più profonda: quale concezione della laicità lo Stato intende promuovere e trasmettere?
La questione è tanto meno teorica in quanto, da diversi anni, si moltiplicano le polemiche intorno ai presepi natalizi, alle croci, ai calvari e ad altre manifestazioni visibili dell’eredità cristiana della Francia. Pertanto, la laicità rimarrà principalmente una regola che disciplina i rapporti tra il potere pubblico e le religioni, o diventerà sempre più un principio destinato a rimodellare lo spazio comune e, con esso, il rapporto della Francia con il proprio retaggio cristiano?
La questione ci riporta, in un certo senso, a quella scena del Vangelo in cui il divino Maestro, interrogato sulla liceità di pagare le tasse a Cesare, tracciò in poche parole la giusta distinzione tra i due ordini: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio. » Ma cosa accade quando Cesare, in nome della laicità, pretende di estendere progressivamente il proprio dominio su ciò che appartiene a Dio?
La legge del 1905 viene oggi spesso presentata come una sorta di arbitro imparziale, intervenuto pacificamente per separare due ambiti che avrebbero semplicemente avuto bisogno di essere meglio delimitati: allo Stato gli affari pubblici, alla Chiesa quelli religiosi. Una simile presentazione ha il pregio della semplicità, ma rende solo in modo molto imperfetto conto del clima storico in cui la separazione fu preparata e portata a termine.
La legge del 9 dicembre 1905 interviene infatti al termine di diversi decenni di scontro tra la Repubblica e la Chiesa cattolica. La laicizzazione dell’istruzione, l’espulsione delle congregazioni religiose, la chiusura di numerose scuole gestite da congregazioni e, infine, la rottura delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede avevano preceduto la separazione. Non si trattava quindi affatto di una riforma nata in un clima di neutralità religiosa, ma del culmine di un lungo conflitto in cui una parte significativa dei repubblicani vedeva proprio nell’influenza della Chiesa un ostacolo alla nuova società che intendeva costruire.
La famosa formula attribuita a Jules Ferry riassume mirabilmente questo stato d’animo: «Il mio obiettivo è organizzare l’umanità senza Dio e senza re». Essa non può essere attribuita indistintamente a tutti gli artefici della laicità, le cui posizioni erano diverse, ma esprime bene l’orizzonte filosofico di una potente corrente della Terza Repubblica: costruire un ordine politico e sociale in cui Dio non fosse più il principio superiore e in cui la Chiesa perdesse progressivamente l’influenza che aveva esercitato per secoli.
Plinio Corrêa de Oliveira ricordava che le grandi trasformazioni rivoluzionarie non iniziano quasi mai con un attacco frontale alla fede. Esse procedono anche attraverso un cambiamento delle mentalità, delle tendenze e delle abitudini culturali. I simboli diventano allora bersagli privilegiati, proprio perché esprimono una realtà più profonda: quella di una civiltà plasmata dal Vangelo.
Basta osservare il panorama francese per capire che il cristianesimo non è un elemento estraneo alla sua identità. Cattedrali, chiese, calvari, villaggi costruiti attorno al proprio campanile, feste del calendario, patrimonio artistico, letteratura, istituzioni, diritto, opere di beneficenza: ovunque permane, in misura diversa, l’impronta della fede cristiana. Questa presenza non è solo la traccia di un passato ormai tramontato; essa appartiene alle fondamenta storiche e culturali su cui si è costruita la nazione.
Ora, una società privata della propria memoria diventa una società più facilmente malleabile. Quando un popolo smette di trasmettere i simboli, le tradizioni e i riferimenti che lo hanno plasmato, finisce per perdere persino la comprensione della propria storia. È proprio questo processo di progressiva distruzione della cristianità che denunciava Plinio Corrêa de Oliveira quando descriveva l’opera della Rivoluzione: non solo combattere la religione, ma dissolvere progressivamente la civiltà cristiana per sostituirla con un nuovo ordine, distaccato dall’eredità cristiana, dalle gerarchie tradizionali e da ogni riferimento trascendente.
Il compito affidato a Jérôme Guedj dovrà quindi essere seguito con grande attenzione. Al di là delle questioni giuridiche e amministrative, è in gioco una certa concezione della Francia e del suo rapporto con il proprio passato.
La storia insegna che nessuna civiltà può tramandarsi nel tempo quando arriva a considerare le proprie radici come un ostacolo. La Francia non ritroverà né la propria unità né il senso della propria vocazione dimenticando ciò che l’ha resa tale. Al contrario, è assumendo pienamente la propria eredità cristiana, senza ledere la libertà di coloro che non condividono la fede cristiana, che potrà trasmettere alle generazioni future un’identità viva, consapevole della propria storia e aperta alla propria vera missione.
Esiste infatti una differenza fondamentale tra garantire la libertà di coscienza di chi non crede e organizzare lo spazio comune come se Dio non avesse mai avuto alcun ruolo nella storia della Francia. La prima tutela una libertà; la seconda si appresta a rimodellare, poco a poco, una civiltà. È proprio questo confine che le controversie contemporanee sulle croci, sui calvari e sulle altre manifestazioni dell’eredità cristiana ci costringono oggi a guardare in faccia.
Fonti:
https://tribunechretienne.com/laicite-la-mission-confiee-a-jerome-guedj-relance-le-debat-sur-la-place-de-lheritage-chretien-en-france/
https://www.lefigaro.fr/actualite-france/le-premier-ministre-confie-une-mission-sur-la-laicite-au-depute-socialiste-jerome-guedj-et-a-la-senatrice-centriste-nathalie-delattre-20260708
https://lcp.fr/actualites/le-depute-socialiste-jerome-guedj-charge-d-une-mission-sur-la-laicite-par-sebastien
https://www.lemonde.fr/idees/article/2022/12/08/parti-socialiste-la-laicite-offre-les-meilleures-armes-juridiques-contre-la-diffusion-des-theses-islamistes_6153466_3232.html
https://ehne.fr/fr/eduscol/premiere-generale/la-terza-repubblica-prima-del-1914-un-regime-politico-un-impero-coloniale/l'attuazione-del-progetto-repubblicano/legge-sulla-separazione-tra-chiesa-e-stato-dibattiti-e-attuazione-1905-la
https://www.persee.fr/doc/rhef_0300-9505_1995_num_81_206_1172?
Fonte: Avenir de la Culture, 13 agosto 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.
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