Roma, 25 dicembre 1841
di mons. Jean-Joseph Gaume
Tra il 1841 e il 1842, mons. Jean-Joseph Gaume, celebre scrittore cattolico contro-rivoluzionario, visitò il nostro Paese e scrisse poi un libro di memorie: LesTrois Rome (Bruxelles, 1847). Ne riportiamo alcuni brani del giorno 25 dicembre, 1841.
Il bel giorno di Natale, il giorno che avevo tanto desiderato vedere a Roma, apparve come mi piace, in armonia con la celebrazione. In Francia e nei paesi del nord, vorrei che fosse molto freddo, molto ghiacciato; che le stelle scintillassero sull’azzurro del firmamento; che la neve scricchiolasse sotto i nostri piedi, per suscitare nei nostri cuori una compassione più tenera, più viva per il Bambino divino che trema e piange sulla paglia, nella sua mangiatoia aperta ai quattro venti. A Roma e nei paesi caldi, in assenza di ghiaccio e neve, vorrei una nebbia più o meno fitta, più o meno penetrante, e una pioggia più o meno fredda, più o meno abbondante: ci fu servito quanto desiderato.
Alle otto eravamo in Vaticano, tra i primi. Ora, quel giorno, è opinione comune che non si vada a San Pietro per pregare, ma per vegliare; a meno che vegliare non sia anche pregare, cosa che crederei volentieri, almeno per il rispettoso cattolico che assiste alle cerimonie papali. In ogni caso, abbiamo iniziato a vegliare.
Il primo oggetto che ha attirato la nostra attenzione sono stati gli alabardieri del Papa, una compagnia dei quali era entrata poco dopo di noi e si era posizionata davanti alla Confessione di San Pietro, a guardia del recinto riservato. Niente di più pittoresco e aggraziato della loro uniforme: calzoni neri, rossi e gialli; una corazza medievale rotonda con bracciali articolati; gorgiera al collo, elmo d’acciaio rotondo, sormontato da un pennacchio rosso; ampia bandoliera gialla e lunga alabarda antica: sembra la resurrezione dei tempi della cavalleria.
Questo spettacolo, così nuovo, servì da tema per le seguenti riflessioni: Guardate quanto è essenzialmente conservatrice Roma! Viaggiate attraverso tutti i Paesi d’Europa, e da nessuna parte troverete, se non forse nella polvere dei musei, questo costume di un tempo che non c’è più. Solo la Città Eterna lo conserva e lo espone alla luce del giorno come una pagina di storia che tutti possono leggere. Più di una volta, senza dubbio, i turisti del secolo scorso devono aver sorriso alla vista di questa uniforme immutabile e gotica; ma l’artista intelligente del nostro tempo la ammira e la studia, mentre il cristiano benedice il pensiero che presiede alla sua conservazione. Questo pensiero romano si manifesta ovunque, nelle piccole cose tanto quanto in quelle grandi.
Gli ordini religiosi, i cui figli vagano per le strade e le rovine della Città Pontificia, come, ad esempio, i Trinitari e i Cavalieri di Malta, cosa sono agli occhi dell’osservatore, se non l’espressione vivente dello stesso pensiero? Vi sembra che la legge debba sancire una soppressione già attuata di fatto? Il vostro zelo vi travia.
Come Dio, Roma crea e conserva, ma non distrugge; custodisce tutti questi ordini desueti come reliquie di un passato venerabile, come anelli della catena tradizionale. È vero, il Trinitario non andrà più a Tunisi a riscattare i prigionieri; ma redimerà altri prigionieri, e i prigionieri del peccato li lavorerà al ministero delle anime. Allo stesso modo, il Cavaliere di Malta non sguainerà più la sua gloriosa spada contro l’islamismo; ma svolgerà nobili funzioni a fianco del capo della Cristianità, in attesa che i pericoli della fede o gli interessi dell'umanità lo chiamino a nuove battaglie. (…)
Il tempo era volato; erano passate le nove; la basilica si era riempita di un’immensa folla quando un colpo di cannone annunciò la partenza del Santo Padre. Uscendo dai suoi appartamenti, l’augusto anziano [Gregorio XVI, ndr] scese la scala interna del palazzo in una cappella laterale della chiesa. Presto, torreggiante su tutte le teste, fu visto un baldacchino scintillante d’oro e seta, poi due grandi ventagli di grandissima bellezza, un glorioso ricordo della magnificenza imperiale; e sotto questo baldacchino, seduto sulla sedia gestatoria, abbagliante d’oro e porpora, il Vicario di Gesù Cristo, con indosso una tiara, glorioso emblema della sua triplice dignità di Padre, Re e Pontefice.
Avanzava maestosamente, portato sulle spalle dagli ufficiali della sua casa, in un grande abito rosso. Il Sacro Collegio apriva la strada, la Guardia nobile formava la guardia e seguiva il corteo, che si fermò davanti ai nostri occhi, dietro la Confessione di San Pietro. Dopo aver tolto la tiara e aver offerto una breve adorazione ai piedi dell’altare, il Sommo Pontefice salì su un trono posto a destra, prese la mitra e si sedette.
Perché la mitra succedette alla tiara? Questo misterioso cambiamento diede inizio a una lunga serie di enigmi per me, la cui soluzione mi tormentò profondamente. Compresi molto rapidamente che se il Santo Padre era Re sulla sedia gestatoria, sull’altare era solo Pontefice, e la sostituzione della mitra alla tiara si spiegava da sola. Ma due nuovi geroglifici mi incuriosirono in modo molto diverso, uno che vidi, e l’altro che non vidi. Il Santo Padre, il vescovo dei vescovi, non portava il pastorale; per quanto guardassi attentamente, questo attributo distintivo dell’ufficio pastorale non compariva affatto tra le insegne: perché? Primo enigma.
Due prelati domestici, che precedevano il Santo Padre, portavano, uno, una superba spada con l’elsa d’oro; l’altro, un cappello ducale, cimiero, di velluto cremisi, foderato di ermellino, ornato di perle e circondato da un cordone d’oro con una colomba al centro, simbolo dello Spirito Santo: la spada e il cappello venivano posti all’angolo dell’altare, dove rimanevano durante la messa: perché tutto questo? Secondo enigma.
Mi guardai intorno alla ricerca di qualcuno capace di spiegarmi questo doppio mistero: i miei sforzi furono infruttuosi. La messa cominciò, continuò, finì; e quel cappello, quella spada, quel pastorale, non mi abbandonarono la testa. Confesso la mia distrazione; per espiarla, mi condannai a lunghe indagini sulla causa che l’aveva prodotta, e per risparmiare la stessa fatica a coloro che sarebbero venuti dopo di me, darò la risposta al doppio enigma. (…)
Avvicinandosi il momento della consacrazione, il Santo Padre scese dal suo trono. Dopo il compimento del formidabile mistero, l’augusto vegliardo prese la Santa Vittima nelle sue venerabili mani e, sollevandola sopra il capo, la presentò ai quattro punti del cielo; poi, prima di riporla sull’altare, impartiva silenziosamente la sua benedizione all’universo. Questo profondo silenzio, i capelli bianchi del Vicario di Gesù Cristo, tutte quelle teste di principi e re chinate a terra, la vista dell’augusta vittima sollevata tra cielo e terra, tutto ciò produce nell’anima un’impressione che si è lieti di aver provato, ma che non si può esprimere.
Prima della Comunione, il Santo Padre tornò al suo trono; e il Cardinale Diacono fu visto lasciare l’altare e portargli, preceduto da torce, l’adorabile Corpo del Salvatore. In questo momento solenne, tutti caddero prostrati, persino un inglese alla mia destra. Il Santo Padre, seduto, con le mani giunte e il capo rispettosamente chinato, prese la Sacra Ostia e ricevette la Comunione lui stesso; poi, prendendone un’altra, la offrì al Cardinale Diacono, che ricevette la Comunione in piedi dalla mano del Vicario di Gesù Cristo.
Il Diacono tornò all’altare, da dove portò, con le stesse cerimonie, il Preziosissimo Sangue, che il Santo Padre bevve con una cannuccia d’oro secondo l’usanza della Chiesa primitiva, dopo di che il Diacono assorbì il resto nello stesso modo. Questa doppia Comunione resuscita le prime età della Chiesa e del mondo.
Nel Pontefice seduto sul suo trono, ho visto il Figlio di Dio seduto in mezzo ai suoi Apostoli e che distribuisce loro il pane della vita. In questo Diacono che riceve in piedi l’Agnello divino, ho visto l’israelita al momento di attraversare il Mar Rosso, mangiare in piedi e nell’atteggiamento del viandante, l’Agnello pasquale, viatico del suo pellegrinaggio e pegno della sua liberazione. A questa vista, l’intelligenza del cristiano, il suo cuore, tutto il suo essere, traboccano di una gioia dolce, intima e profonda: quattromila anni d’amore sono appena trascorsi davanti ai suoi occhi.
Dopo la Messa, il Santo Padre fu riportato nei suoi appartamenti sulla sedia gestatoria, dalla cima della quale, attraversando l’immensa basilica, benedisse le innumerevoli persone accorse per vederlo. Tutti i cardinali, con le mitre in testa, precedevano il Sommo Pontefice, seguito dai vescovi, dai prelati e dalla Guardia nobile che chiudeva la fila. Fu una lotta per noi staccarci dagli spalti da cui avevamo contemplato lo spettacolo più bello della nostra vita. Eppure dovemmo scendere; come tutte le gioie di questo mondo, l’augusta pompa era scomparsa. (…)
Fuori dalla basilica, liberati dalla folla, cademmo nelle mani dei vetturini. La pioggia continuava a cadere a dirotto: a Roma, come a Parigi, nei giorni festivi e con il maltempo, le carrozze la fanno da padrone. Dopo una lunga attesa, ricerche e suppliche, incontrammo finalmente una di queste maestà popolari, disposta a riportarci a casa.
La sera, dovemmo implorare di nuovo i potenti vetturini, perché le cateratte del cielo erano ancora aperte, e volevamo a tutti i costi visitare Santa Maria Maggiore. Solo in quel giorno la culla del Salvatore viene esposta alla venerazione dei fedeli.
Erano circa le quattro quando arrivammo alla Basilica Liberiana. Secondo un’antica consuetudine, il Sommo Pontefice vi cantò i Vespri; più di mille torce illuminavano la chiesa e ne facevano scintillare le dorature: mai l’oro del Nuovo Mondo aveva brillato con un fulgore più vivido. Terminata la funzione, la Guardia pontificia evacuò la chiesa, le cui porte furono chiuse. Rimase solo un piccolo numero di eletti: grazie a un nostro amico, eravamo tra loro. Ancora un po’ e ci sarebbe stata data l’opportunità di vedere con i nostri occhi il presepe di Betlemme, toccante testimonianza dell’amore di un Dio che si era fatto nostro fratello.
Se l’antica Roma faceva consistere parte della sua gloria nel preservare la casetta di Romolo, immaginate quanto più felice e orgogliosa sia la Roma cristiana nel possedere la culla del Dio Bambino? La culla è il suo tesoro, il suo gioiello, è la sua felicità, la sua gloria. La custodisce con amore geloso; la circonda di una venerazione che i secoli non possono indebolire; la conserva in una cassa di bronzo e la espone alla vista solo una volta all’anno. La notte prima di questo giorno tanto atteso dal pellegrino cattolico, la culla viene prima posta su un altare nella grande sacrestia; in suo onore arde l’incenso più squisito; poi i quattro canonici più giovani di Santa Maria prendono la preziosa reliquia sulle spalle e, preceduti da tutto il clero, la trasportano solennemente nella cappella di Sisto V. Dopo la Messa dell’Aurora vengono a recuperarla ed espongono sul tabernacolo dell’altare maggiore.
Tutto il clero si reca poi alla Cappella Borghese, situata di fronte a quella di Sisto V, per scoprire l’immagine miracolosa di Maria; è un modo per invitare la divina Madre a contemplare il trionfo di suo Figlio e a godere del proprio trionfo. Oh! se mai andrete a Roma, non mancate di venerare questa immagine di Maria, dipinta da San Luca, secondo la tradizione! (…)
La nostra giornata era completa. Tutto ciò che la religione ha da offrire di più maestoso, la Messa papale; tutto ciò che è più toccante, il presepe, erano stati davanti ai nostri occhi. Così i nostri cuori erano felici, ma felici come possono esserlo solo a Roma, il giorno di Natale, quando abbiamo assistito, con occhio cristiano, al doppio spettacolo che ho appena descritto.
