Modello di nobile e di combattente
di Juan Miguel Montes
Il 15 luglio 2015 si spegneva a Colognole (FI) il marchese Luigi Coda Nunziante di San Ferdinando, figura esemplare di cattolico militante. Lo scorso 26 settembre, alla Domus Australia di Roma, si è svolta una solenne cerimonia di commemorazione, presieduta dal cardinale Raymond Burke. Riproduciamo le parole di Juan Miguel Montes, direttore dell’Ufficio Tradizione Famiglia Proprietà, di Roma.
Ringrazio l’onore che ho di poter commemorare in nome della realtà che rappresento a Roma – Tradizione, Famiglia e Proprietà – il nostro carissimo e rimpianto marchese Luigi Coda Nunziante di San Ferdinando, ampiamente noto in tutti i nostri ambienti delle TFP, anche a livello internazionale, semplicemente come “il marchese”, tanto egli incarnò la figura di un tipo umano ideale, che in seguito cercherò di descrivere.
La mia prima memoria di lui risale ad un ricevimento a Palazzo Pallavicini, oltre quattro decadi fa, quando mi fu presentato dal prof. Roberto de Mattei.
Devo dire che il suo aspetto: alto, snello, elegante, con un certo piglio militare, m’impressionò fortemente in mezzo alla bellezza di quei saloni e di quelle opere d’arte che tanto riflettevano la cultura europea. Posso dire che era una persona in armonia perfetta dentro quella splendida cornice.
Questa prima impressione non è mai stata smentita nei tanti anni che si sono susseguiti, quando ebbi l’occasione di vederlo impegnato in molteplici attività. Il marchese era sempre egli stesso, sia quando si dava da fare per organizzare un rutilante concerto di beneficenza che un convengo di elevata portata intellettuale, una marcia per la vita e, persino quando ricordo di averlo trovato impegnato umilmente nel compito di attaccare manifesti e inviti nelle bacheche e porte delle chiese, dopo chiedere il necessario permesso ai sacerdoti responsabili.
Umiltà, servizio, dedizione, impegno sempre in prima linea: erano queste le caratteristiche che credo tutti ammiravamo in lui proprio perché amalgamate perfettamente con il suo portamento signorile, da gentiluomo, d’autentico rappresentante della migliore tradizione che questa città offre al mondo intero.
Ho potuto stringere un’amicizia e una conoscenza ancora più approfondita con il nostro caro marchese in due o tre viaggi che mi capitarono di fare in Brasile, negli incontri che regolarmente il prof. de Mattei organizzava con il professor Plinio Corrêa de Oliveira a San Paolo. Posso testimoniare che, man mano che nel corso delle conversazioni su temi sempre trascendenti riguardanti la Chiesa e la civiltà cristiana, cresceva fra il marchese e il prof. Plinio una profonda e sincera amicizia basata sulla comune intesa nei principi basilari della battaglia culturale che entrambi, sebbene in diversi scenari, portavano avanti.
Ricordo certa volta avere sentito dire al prof. Plinio Corrêa de Oliveira in privato: “quanto gioverebbe alla causa avere un marchese Coda Nunziante in ogni grande Paese di Europa!”.
So che il prof. Plinio apprezzava in lui una forma di alta cultura, non tanto fatta da letture dotte come di una visione ampia, universale, in cui s’integrano il saper vivere bene e con distinzione, e il pensare altrettanto bene sulle grandi questioni, tutto sempre con impeccabile buon senso.
Per lui, il marchese rappresentava così una forma di civiltà europea classica che ammirava in tutta la sua radiosa luce.
Di questi viaggi in Brasile con il marchese ricordo molte cose ma mi limito a un aneddoto che rivelava lo spirito tanto autentico e profondamente italiano del nostro stimato commemorato: dopo tre giorni di dieta brasiliana, tutta fatta di carni, riso, fagioli neri, contorni tropicali, mi confidò molto discretamente “non reggo un altro giorno senza un bel piatto di spaghetti”. Lo abbiamo accontentato e ci siamo tutti diretti a un ristorante napoletano nei dintorni.
Un momento apicale dei miei rapporti con il marchese è stata la diffusione nell’anno 1993 di una opera del prof. Plinio in cui si commentavano i discorsi che il Papa Pio XII rivolgeva di anno in anno alla nobiltà romana.
Luigi Coda Nunziante, come forse nessun altro, ci ha visto tutta la sua portata e ha fatto di questo pensiero un’occasione per dedicarsi ferventemente a un apostolato zelante con il suo ceto sociale, al fine di adempire così alla “missione” che il grande pontefice aveva affidato ai nobili romani, cioè, quella d’incidere negli avvenimenti moderni con tutto il bagaglio della loro cultura, della loro tradizione, della loro formazione cristiana.
Io almeno non ho conosciuto nessuno che come il marchese Luigi Coda Nunziante abbia assimilato questi insegnamenti in modo così serio, così coerente e ne sia diventato quell’autentico “missionario, per impiegare l’espressione dello stesso Papa Pacelli.
Quel vero zelo cattolico per le anime lo portò a dare vita all’Associazione Noblesse et Tradition e a organizzare, con grande impegno, memorabili convegni a Roma, Torino e Lisbona.
Il marchese ben sapeva che quel magistero di Papa Pacelli affidava ai nobili un ruolo primordiale nella preservazione dell’istituto della famiglia, la cellula basilare della civiltà di cui loro costituivano il vertice sociale. L’istituzione della famiglia, a causa dell’influenza deleteria di mode contro-culturali indotte, incominciava a traballare in Italia come nel resto dell’Occidente. Pio XII si rivolse ai nobili con queste parole: “Con tutta la vostra condotta, mettetevi alla testa del movimento di riforma e di restaurazione del focolare domestico”.
Ancora una volta, Luigi Coda Nunziante rispose con coerenza all’appello di questo grande Pontefice dando vita all’associazione Famiglia Domani che combatterà per la famiglia naturale e organica e per il valore della vita umana, ad ogni occasione che le forze secolarizzanti e neopagane presenteranno progetti o compiranno passi nel senso della dissoluzione morale della società italiana.
Credo che non si possano nemmeno contare il numero di pubblicazioni, campagne e convegni in questo senso. Una cosa tuttavia è salda nella mia memoria: queste vere battaglie culturali sempre furono animate con tutto il suo consueto ardore e dedizione. Ricordo che molte furono le autorità ecclesiastiche e civili che con lui si complimentarono per questo notevole impegno in favore della Chiesa e della società.
Difatti, tutti ricordiamo quel suo entusiasmo, direi quasi giovanile, la sua convinzione, la sua dedizione disinteressata, persino dopo che certi acciacchi di salute gli avevano limitato le forze fisiche.
Il prof. Plinio Correa di Oliveira, nei suoi commenti ai discorsi di Pio XII alla nobiltà, risalta due caratteristiche eccellenti che distinguono il nobile: primo, il senso dell’olocausto per cui quello che si fa, si fa sempre con un sacrificio personale, piegando la tendenza naturale al rilassamento; secondo, la conservazione delle buone maniere anche nelle circostanze avverse, reprimendo costantemente ciò che la vita può comportare di volgare e di stravagante.
L’essenza del grande messaggio di Papa Pio XII fu che se le persone nobili avessero molto ben radicati questi valori, potrebbero ancora compiere una grande missione nel mondo contemporaneo immerso nella torrenziale decadenza dei costumi.
E Luigi Coda Nunziate è stato un porta-bandiera del senso dell’olocausto personale e delle buone maniere.
Un Papa anteriore, Benedetto XV, aveva parlato addirittura di un “sacerdozio della Nobiltà”. Certo, Papa Benedetto XV non voleva affatto confondere questa forma di sacerdozio con il sacerdozio sacramentalmente ordinato, ma vi trovava un’analogia nel senso del sacrificio permanente e della trasmissione di un deposito culturale cristiano in certa qual forma legato al deposito della fede, che il sacerdote ordinato custodisce e trasmette ai fedeli.
Plinio Correa de Oliveira, commentando queste parole di Papa Benedetto XV sul “sacerdozio della nobiltà”, diceva che: “la guerra, per il nobile, era un olocausto per il servizio della Chiesa, per la libera diffusione della fede, per il legittimo bene comune temporale. Era un olocausto al quale egli era ordinato, analogamente al modo in cui i chierici e religiosi erano ordinati agli olocausti morali inerenti ai rispettivi stati”.
Il nostro marchese, pur essendo un militare, non ha partecipato in guerre guerreggiate. Le sue battaglie furono culturali. Ma la dedizione e il sacrificio militare connotavano pienamente il suo tipo umano.
Qualcuno potrà obiettare: ma a che cosa serve oggi essere un nobile, un “uomo della tradizione”, in un mondo che gira a velocità siderale, dove spuntano crisi, mode, strumenti, tecnologie che ci fanno cambiare ogni giorno le nostre abitudini?
Faccio un breve devio, anche se è solo un devio apparente.
L’altro giorno guardavo un video sullo splendente cerimoniale riservato dal Re d’Inghilterra al presidente americano, nel banchetto che gli ha offerto al Castello di Windsor.
Qualunque sia nostro giudizio, è un fatto che l’America rappresenta un potere economico, finanziario, tecnologico e militare come mai prima visto nella storia. Un presidente americano, chiunque sia, pensi o faccia, è il depositario vivente di tutto quell’immane potere.
Eppure, ho notato nelle parole del presidente Trump un forte anelito di rafforzare, quasi direi di convalidare, quel formidabile e unico potere sottolineando non senza fierezza quanto lo lega e lo fa erede in qualche modo del prestigio della brillante tradizione britannica, vecchia di millenni.
Così, quelle parole sono state l’omaggio implicito che rende il mondo contemporaneo alla tradizione. D’altra parte, da politico intelligente, Trump sa che il mondo della tradizione è un fattore altamente accreditante agli occhi di settori crescenti dell’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani.
Insegna Pio XII che Tradizione e progresso s’integrano a vicenda con tanta armonia che, essendo la tradizione una strada che porta da un punto all’altro, non avrebbe senso concepirla senza un avvenire davanti così come non avrebbe senso il progresso senza tradizione, perché sarebbe un’impresa temeraria, un salto nel buio. Pio XII aggiungeva che “la tradizione è come la fiaccola che il corridore di ogni cambio pone in mano e affida all’altro corridore, senza che la corsa si arresti o rallenti.”
Luigi Coda Nunziante ha portato la fiaccola ardente, ha saputo fondere nella sua vita armoniosamente entrambi i fattori: ha proiettato la migliore tradizione nelle vicende di suo tempo, nelle sue battaglie culturali, nella riaffermazione sempre attuale di quella testimonianza di fede nella vita pubblica che Papa Leone XIV ha recentemente raccomandato.
Possa il suo magnanimo esempio essere imitato dai suoi discendenti e da tutti noi, per il bene dei nostri Paesi e della Santa Chiesa.
