Cammino sinodale italiano cieco ai segni dei tempi?
A fine ottobre, due eventi hanno rivelato le divergenze all’interno della Chiesa. Uno è stato il documento approvato dall’Assemblea sinodale delle chiese in Italia, che promuove l’inclusione e l’accompagnamento delle persone LGBT, incentivando quindi i fedeli ad appoggiare le manifestazioni in favore dell’omosessualità.
L’altro è stato l’imponente pellegrinaggio Summorum Pontificum a Roma, nel corso del quale, per la prima volta in anni, si è celebrata la Santa Messa tradizionale a San Pietro.
Un documento controverso
Dopo quattro anni di lavoro, l’Assemblea sinodale delle chiese in Italia ha pubblicato il documento “Lievito di pace e di speranza”.
“La Chiesa italiana apre al mondo gay”, titolava Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera. “La Chiesa italiana finisce sul carro del gay pride”, scriveva Giorgio Gandola su La Verità.
Ecco un brano del Documento: “Le Chiese locali, superando l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società, si impegnino a promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender”.
Non contento di promuovere il riconoscimento di pratiche contrarie al Diritto naturale e divino, il cammino sinodale italiano promosso dalla Cei invita i fedeli a “sostenere le manifestazioni della società civile contro la discriminazione di genere, l’omofobia e la transfobia”. Parole interpretate come un sostegno ai cosiddetti “Pride” omosessuali, anche se mons. Erio Castellucci l’ha voluto negare.
Il Documento di sintesi del cammino sinodale italiano propone anche altri punti assai controversi, come la questione del diaconato delle donne.
Il Documento ha suscitato non poco stupore. Prima di tutto perché non si fonda sulla dottrina morale della Chiesa, bensì sulle pericolose innovazioni proposte dai settori ultra progressisti negli ultimi anni del Pontificato di Papa Francesco, e fortemente contestate da cardinali, vescovi e teologi.
Infatti, la parola “morale” non risulta nemmeno una volta nell’intero Documento.
I cammino sinodale italiano si pone così, al meno in questo punto, alla stregua dei più radicali documenti dei vescovi tedeschi.
Stupisce poi la quasi unanimità della votazione. Il Documento è stato approvato con 781 sì su 809 votanti, cioè il 96,5 per cento.
Vescovi senza “antenne”
Senza entrare nell’analisi del Documento, mi preme sollevare un punto di interesse strategico, direi pastorale.
Qualche mese fa, commentavo che ci sono “vescovi senza antenne”, cioè vescovi che, ciechi ai segni dei tempi, portano avanti un’agenda sessantottina, indifferenti al fatto che ciò ha svuotato le chiese, allontanato i fedeli e gettato la Chiesa nella più grave crisi della sua storia. Ecco che, lungi dal ravvedersi, adesso raddoppiano la posta in gioco.
Non hanno “antenne”, o fingono di non averle. Non si rendono conto che il vento della storia ormai soffia da tutt’altra parte?
Ne è prova l’imponente pellegrinaggio Summorum Pontificum realizzato a Roma l’ultimo week-end di ottobre. Si tratta dei fedeli che abbracciano la liturgia tradizionale, e prende il nome dal celebre Motu proprio di Papa Benedetto XVI.
Dopo affollatissime cerimonie in varie chiese romane, il pellegrinaggio è culminato con la solenne Messa pontificale celebrata dal cardinale Raymond Burke a San Pietro, sull’altare della Cattedra. Non meno di tremila fedeli riempivano la Basilica.
L’evento è stato ripreso da organi di tutto il mondo, compreso il New York Times, l’Associated Press e la Reuters.
Segni dei tempi
Un primo punto che richiamava subito l’attenzione era la giovane età dei partecipanti.
Secondo un servizio dell’Associated Press firmato da Nicole Winfield, “diverse migliaia di pellegrini, molti dei quali erano giovani famiglie con bambini e donne che si coprivano il capo con veli di pizzo, riempivano fino all’inverosimile l’area della basilica”.
Infatti, bastava dare uno sguardo alla folla per rendersi conto che predominavano i giovani. Ormai è un dato acquisito: il tradizionalismo è in grande misura un fenomeno della gioventù.
Commentava Nico Spuntoni sulla Nuova Bussola Quotidiana: “La fotografia migliore della Messa pontificale celebrata dal cardinale Raymond Leo Burke a San Pietro l’ha fatta in una battuta Damian Thompson, brillante firma del britannico The Spectator: «Sai che è un rito antico quando i sacerdoti non sono antichi». E in effetti ciò che colpiva di più della cerimonia di sabato pomeriggio era la giovanissima età non solo dei sacerdoti ma anche di tutti i fedeli presenti.”
Secondo Nicole Winfield, nell’articolo sopra citato: “Per molti tradizionalisti, quel momento è stato un segno tangibile che Papa Leone forse è più comprensivo nei confronti della loro situazione, dopo essersi sentiti respinti da Francesco e dalle sue restrizioni del 2021 sulla liturgia antica”. La giornalista si riferisce, ovviamente, al Motu proprio Traditionis Custodes, che vietava questo tipo di Messa.
L’autorizzazione di Papa Leone è avvenuta dopo che, nell’udienza privata che ha avuto con il cardinale Burke lo scorso 22 agosto, questi le ha consegnato una lettera firmata da decine di realtà cattoliche che chiedevano di poter celebrare la Messa antica a San Pietro.
Nella sua omelia, il cardinale Burke ha evocato “la Madonna di Fatima che desidera proteggerci dal male del comunismo ateo, che allontana i cuori dal Cuore di Gesù e li conduce alla ribellione contro Dio e contro l’ordine che Egli ha posto nella creazione e scritto nel cuore di ogni uomo”.
Più di un vaticanista ha mostrato la simbolica coincidenza temporale di questi due eventi contrastanti: il pellegrinaggio tradizionalista a San Pietro e il Documento pro-LGBT della Cei.
Secondo Andrea Zambrano sulla Nuova Bussola Quotidiana, “questo non svela due Chiese, ma semmai due frutti nella Chiesa da due alberi diversi”. Con una differenza fondamentale: “Il documento, per quanto presentato pomposamente come frutto della riflessione, del cammino, delle istanze della Chiesa italiana non è rappresentativo di nulla, salvo di una piccola e rumorosa ridotta di “addetti” ai lavori che non possono pretendere di parlare a nome dei cattolici”.
Da una parte minoranze chiuse nelle stanze del potere ecclesiastico, cieche e sorde ai segni dei tempi, dall’altra parte, il dinamismo di un tradizionalismo portato avanti da schiere di giovani pieni di speranza e di progetti per il futuro. È il “quiet revival”, la rinascita silenziosa di cui parlano gli analisti, e che ha dato mostre di grande potenziale proprio nel cuore della Cristianità.
Si chiuderanno questi vescovi in un bieco progressismo, ormai superato? O si apriranno a queste forze di vero rinnovamento della Chiesa? È la grande domanda che si pongono gli analisti.
