Meditazioni sulla Settimana Santa

 

Offriamo ai nostri lettori una collettanea di brevi commenti di Plinio Corrêa de Oliveira sulla Settimana Santa, per aiutarci a vivere la Quaresima meditando su questo passaggio della vita di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Domenica delle Palme: Gesù prova che è il Messia

Quel primo giorno della settimana, andando verso Gerusalemme seguito dai suoi discepoli, Gesù si avvicinò a Betfage, un villaggio situato sulle pendici del Monte degli Ulivi. Lì Gesù preparò il suo trionfo, la sua consacrazione a Messia del suo popolo.


In altre circostanze, quando vedendo i suoi miracoli e i suoi insegnamenti il popolo voleva farlo Re, Egli si nascose, fuggendo dalle dimostrazioni popolari. Oggi è Lui che predispone quanto necessario per la sua esaltazione.
Nemmeno una settimana dopo sarà crocifisso.


Nei disegni del Salvatore, l’accostamento di questi due eventi era premeditato. Così numerose e così grandi sarebbero state le umiliazioni e le ignominie che avrebbe sofferto nella sua Passione, che ritenne necessario fornire un argomento positivo e inconfutabile della sua missione divina, affinché l’enormità delle sue sofferenze non la mettesse in dubbio.


Questo argomento fu il suo ingresso trionfale a Gerusalemme, dove fu consacrato dal popolo come il Messia promesso. In effetti, le acclamazioni gioiose con cui lo salutarono non significano altro.


Deponendo le sue vesti ai piedi di Gesù, il popolo riconobbe la Sua regalità e sovranità. L’“osanna” era un saluto appropriato per il grande Salvatore atteso con ansia. E il “benedetto colui che viene nel nome del Signore”, del Salmo 117, si applicava solo al Messia, poiché gli ebrei consideravano questo salmo messianico. Pertanto, non c’è dubbio: l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme fu la Sua consacrazione alla missione messianica e salvifica affidatagli dal Padre Celeste.


Questa argomentazione è tanto più conclusiva se si considera l’enorme sforzo fatto dai farisei per distruggere il Messia, tramando contro la Sua vita. L’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme li scoraggiò. Riporta S. Giovanni: “I farisei allora dissero tra di loro: ‘Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!’” (Gv 12,19). Se si considera che questi stessi farisei, impotenti di fronte all’esplosione popolare di giubilo, cinque giorni dopo scagliarono la stessa folla contro il Messia, si comprende che il trionfo di Gesù fu dovuto esclusivamente alla sua singolare potenza divina. Fu acclamato e trionfò perché così lo volle.


In questo modo, Gesù dimostrò che quando, poco dopo, fu consegnato allo scherno della popolazione, fu anche perché Lui, per il bene delle nostre anime, lo permise. Come aveva previsto Isaia: “Fu immolato perché gli piacque”.


(“Domingo de Ramos: Jesus prova que Ele é o Messias”, O Legionário, 10 aprile 1938, n. 291)

 

Palme: un doveroso esame di coscienza

Un difetto che spesso diminuisce l’efficacia delle nostre meditazioni consiste nel meditare sugli eventi della vita di Nostro Signore senza alcuna applicazione a ciò che accade dentro di noi o intorno a noi. Per esempio, siamo stupiti dalla versatilità e dall’ingratitudine degli ebrei, poiché dopo aver proclamato, con la più solenne accoglienza, la gratitudine che dovevano al Salvatore, poco dopo Lo crocifissero con un odio che a molti sembra inspiegabile.


Tuttavia, questa ingratitudine e questa versatilità non si riscontrano solo tra gli ebrei durante la vita terrena di Nostro Signore. Ancora oggi, nel cuore di quanti fedeli Nostro Signore deve sopportare queste alternanze di adorazione e vilipendio? Questo non avviene solo nei recessi generalmente impenetrabili delle coscienze. In quanti paesi Nostro Signore è stato successivamente glorificato e oltraggiato in brevi intervalli di tempo?


Ma non dobbiamo trascorrere tutto il nostro tempo inorriditi dalla perfidia del popolo deicida. Per la nostra salvezza, sarà molto utile riflettere anche sulla nostra perfidia. Tenendo fisso lo sguardo sulla bontà di Dio, possiamo così ottenere la trasformazione della nostra vita.


Nessuno ignora che il peccato è un oltraggio a Dio. Chiunque commetta un peccato mortale espelle Dio dal proprio cuore, rompe il rapporto filiale che gli deve in quanto creatura e rifiuta la grazia.


Quindi, c’è una sorprendente analogia tra l’atteggiamento degli ebrei che uccidono il Redentore e la nostra situazione quando cadiamo in peccato mortale.
Quante volte, dopo aver glorificato ardentemente Nostro Signore con le nostre azioni, o almeno dopo averlo glorificato con le nostre labbra, cadiamo nel peccato e Lo crocifiggiamo nei nostri cuori!

Lo stesso vale per molte nazioni contemporanee. Organizzano imponenti manifestazioni cattoliche in cui glorificano pubblicamente Nostro Signore. Ma, allo stesso tempo, i loro governanti tramano, a volte silenziosamente a volte in modo mascherato, la rovina delle istituzioni cattoliche e il crollo della civiltà contemporanea nei suoi contorni ancora cristiani.


E poi ci sono i cattolici tiepidi. Mentre proclamano il loro amore per la Chiesa di Cristo, attraverso la loro negligenza, la loro tiepidezza, la loro indifferenza, permettono che la Chiesa venga lentamente incatenata, che la sua influenza venga abilmente minata, che la sua attività venga sottilmente ostacolata, così che, nel giorno in cui suonerà l’ora del violento attacco, la reazione sarà divenuta del tutto impossibile.


Popoli come questi, dopo aver acclamato Nostro Signore come Re o mentre lo fanno, preparano persecuzioni e dolori che ben poco si differenziano dalla grande e divina tragedia della Settimana Santa.


Grazie a Dio, tuttavia, non sono solo la versatilità e la perfidia degli ebrei a sopravvivere ai nostri giorni. Ci sono anche – e quanto sono commoventi – gesti che richiamano irresistibilmente la tenera pietà verso Cristo e la sfida di Veronica ai suoi persecutori.


Se è vero che la nostra epoca è segnata da grandi e inaspettate defezioni, non è meno vero che lo storico vi vedrà, in futuro, un’epoca di grandi santi, ammirevoli per le virtù della fortezza, della prudenza, della temperanza e della giustizia, virtù che il mondo sembra così radicalmente dimenticate.


Nostro Signore, senza dubbio, è profondamente oltraggiato ai nostri giorni. Dobbiamo essere anime riparatrici che, se non con lo splendore della nostra virtù, almeno con la sincerità della nostra umiltà – umiltà intelligente, ragionevole, solida, e non semplicemente umiltà di parole fiacche e colli storti – riparano in questi giorni santi, presso il trono di Dio, i tanti oltraggi che vengono incessantemente commessi contro di Lui.


(“Ramos”, O Legionário, nº 447, 6 aprile 1941)

 

Gesù passa davanti a noi

Chi era questo Simone, che cosa si sa di lui, se non che era di Cirene? E cosa sanno in genere gli uomini a proposito di Cirene, se non che era la terra di Simone? Tanto l’uomo come la città sono emersi dall’oscurità verso la gloria, e la più alta delle glorie, la gloria sacra, in un momento in cui i pensieri del Cireneo erano ben altri.


Avanzava spensierato lungo la strada. Pensava proprio soltanto ai piccoli problemi e ai piccoli interessi di cui è fatta la vita spicciola della maggior parte degli uomini. Ma tu, Signore, hai attraversato il suo cammino con le tue piaghe, con la tua croce, con il tuo immenso dolore. E a questo Simone è toccato prendere posizione rispetto a te. Lo hanno costretto a portare con te la croce. Avrebbe potuto portarla di malavoglia, con indifferenza nei tuoi confronti, cercando di rendersi simpatico al popolo con qualche modo nuovo di aumentare i tuoi tormenti spirituali e corporali; oppure avrebbe potuto portarla con amore, con compassione, indifferente alla plebaglia, cercando di sollevarti, cercando di soffrire in sé stesso un poco del tuo dolore, affinché tu soffrissi un po’ meno. Il Cireneo ha preferito soffrire con te. E perciò il suo nome è ripetuto con amore, con gratitudine, con santa invidia, da duemila anni, da tutti gli uomini di fede, su tutta la faccia della terra, e così continuerà a essere fino alla consumazione dei secoli.


Mio Gesù, sei passato anche sulle mie vie. Sei passato quando mi hai chiamato dalle tenebre del paganesimo al seno della tua Chiesa con il santo battesimo. Sei passato quando i miei genitori mi hanno insegnato a pregare. Sei passato quando, durante il corso di catechismo, ho cominciato ad aprire la mia anima alla vera dottrina cattolica e ortodossa. Sei passato nella mia prima confessione, nella mia prima comunione, tutte le volte in cui ho vacillato e mi hai protetto, tutte le volte in cui sono caduto e mi hai rialzato, tutte le volte in cui ho chiesto e mi hai ascoltato.


E io, Signore? Anche adesso passi per me in questa Via Crucis. Che, che cosa faccio quando passi per me?


(Commento alla V Stazione della Via Crucis, Gesù aiutato dal Cireneo a portare la Croce, Catolicismo, marzo 1951)

 

Cirinei della Chiesa

Secondo alcuni mistici che hanno avuto visioni al riguardo, Simone di Cirene non voleva portare la Croce. I soldati dovettero costringerlo a portarla. Era solo un ragazzo normale, originario della città di Cirene. Si era recato a Gerusalemme per i suoi affari personali, magari per fare qualche soldo. E improvvisamente incontrò una folla che stava portando a morte un condannato. Andò a guardare per semplice curiosità...


Non sapeva che stava per entrare nella storia!


Un soldato urlò: “Vieni qui! Porta anche tu questa croce!”. Lui non voleva. Una croce pesante… E poi quell’Uomo tutto insanguinato e sofferente… Simone ebbe paura. Voleva scappare via. “No signore, niente discussioni! Zitto e prendi questa Croce!”


Egli la prese. In quel momento Nostro Signore lo guardò con affetto e lo coprì con la Sua grazia. Simone iniziò a sentire qualcosa nel più intimo. Mentre aiutava Gesù a salire sul Calvario, pure lui sempre più stanco, udiva i gemiti di Nostro Signore, gemiti dolci come canti, che facevano scricchiolare le pietre per compassione. Egli vedeva il Preziosissimo Sangue sgorgare da tutte le parti. Qualche goccia cadeva pure su di lui, ed egli se ne sentiva onorato. Era stato conquistato da Nostro Signore!


Anche noi dobbiamo essere Cirenei. Ai nostri giorni, la Santa Chiesa cattolica è in difficoltà, perseguitata, rinnegata, vilipesa. Dobbiamo aiutare la Chiesa a portare la Croce. È difficile, ma dobbiamo farlo, come ha fatto Simone di Cirene.


Ma come ha ottenuto quelle grazie Simone di Cirene? È ovvio che qualcuno ha pregato per lui. Chi? Una persona di cui probabilmente non sapeva nemmeno l’esistenza: la Madonna.


Immaginate la scena. La Madonna sa che il Suo divin Figlio sta portando la Croce, prova pietà e chiede al Padre Eterno di mandare qualcuno che lo aiuti. Lei sa che colui che sarebbe stato chiamato a portare la Croce con Suo Figlio avrebbe ricevuto una grazia immensa. E ha pregato e pregato per quell’uomo. Lei lo voleva, e tutto ciò che la Madonna chiede, lo ottiene.


È stata quindi la Madonna ad aiutare Simone di Cirene. Sotto quale invocazione? Madonna Addolorata. La Madonna, mentre seguiva la Sua Passione, è chiamata Madonna Addolorata. Chiediamo alla Madonna Addolorata che faccia di noi i Cirenei della Chiesa oggi!


(Da una conversazione con membri della TFP, San Paolo del Brasile, 18 ottobre 1987).

 

La Chiesa non muore!

In un recente articolo, abbiamo mostrato che le meditazioni sull’ingratitudine, la codardia e la cecità degli Apostoli durante la Passione non dovrebbero essere per noi di mero interesse speculativo. Anche noi abbiamo, verso Nostro Signore, ingratitudini, codardia e cecità molto simili a quelle degli Apostoli, e sarebbe ridicolo pensare solo ai loro difetti senza considerare anche la trave nel nostro occhio.


Nessuno si santifica meditando sulle virtù o sui difetti altrui, a meno che non lo faccia in un modo che accresca le proprie virtù o combatta i propri difetti. Pertanto, con lo sguardo fisso sulla Passione di Nostro Signore, non dobbiamo dimenticare noi stessi. Nostro Signore non ci chiede solo di piangere con la Madonna per le sofferenze dell’Agnello di Dio, ma anche di fare attenzione a non trasformare le nostre anime in una seconda edizione di coloro che lo hanno sacrificato.


Questa riflessione, assolutamente vera per quanto riguarda i dolci dolori della Settimana Santa, si applica anche, punto per punto, alle austere gioie della Risurrezione. Tante persone sono stupite e indignate per il turbamento pieno di sconforto e l’indecisione di spirito manifestato dagli Apostoli nei confronti della Risurrezione. Il Redentore aveva predetto con certezza che sarebbe risorto dai morti. Tuttavia, dopo la sua morte in croce, gli Apostoli si lasciarono sopraffare da uno sconforto che rivelava chiaramente tutta l’indecisione delle loro anime. San Tommaso volle perfino toccare il Salvatore con le sue mani per credere alla realtà della Risurrezione.


Anche noi siamo soggetti alla stessa debolezza, e non di rado essa ci abbatte, contando sul nostro consenso. Certamente, tutti crediamo, grazie a Dio, con fermezza e senza la minima esitazione, alla realtà della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Ma c’è un’altra verità, che ammettiamo senza dubbio, ma che a volte ammettiamo con tale timore da darle un significato quasi puramente speculativo e così ristretto da meritarci perfettamente la censura dello Spirito Santo: “le verità sono diminuite tra i figli degli uomini”. Questa non è una verità che mettiamo in dubbio, ma una verità di cui abbiamo, nella nostra mente, una comprensione diminuita. Tuttavia, quanti errori ne derivano!
Questa verità, che Nostro Signore ha affermato in modo irrefutabile, e riguardo alla quale la Sua parola non è meno infallibile di quando predisse la Sua Risurrezione, è la fecondità soprannaturale della Santa Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana, che rimarrà in piedi, torreggiante al di sopra degli attacchi di tutti i suoi nemici, fino alla consumazione dei secoli, sempre capace di attrarre uomini di buona volontà attraverso la grazia.


Tutti i cattolici, evidentemente, sono obbligati a credere in questa verità. La Chiesa non perderà mai questo dono di attrarre le anime. Negarlo implica negare che Gesù Cristo sia Dio, o che i Vangeli siano libri ispirati. Negarlo significa, quindi, negare la Religione stessa. Ma questa verità, che tutti accettano, la possiedono tutti nella stessa misura? La vedono tutti con uguale chiarezza? Ne traggono tutti le stesse conclusioni?


In questi tempi bui che stiamo vivendo, quando vediamo l’eresia diffondersi in Europa e minacciare il mondo intero, quanti considerano la Chiesa così intimidita da sentirsi incline a fare concessioni dottrinali agli attuali governanti del mondo? Oggigiorno, la paganizzazione generale dei costumi è penetrata in tutte le sfere della società e ha scavato un abisso sempre più profondo tra lo spirito della Chiesa e lo spirito del tempo. In considerazione di ciò, quanti le consigliano di fare concessioni morali capaci di riconciliarla con questa società, senza il cui sostegno si teme subisca un crollo che, se non la morte, sarebbe almeno un sonno prolungato?


Alla luce di correnti pseudoscientifiche sempre più diffuse che contraddicono gli insegnamenti infallibili della Chiesa, quanti vorrebbero che la Chiesa, se non alterasse verità già definite, almeno non affermasse esplicitamente la propria dottrina su punti ancora controversi, dove qualsiasi definizione da parte del cattolicesimo potrebbe accrescere ulteriormente le divergenze con il nostro tempo?


Evidentemente, tutti questi errori derivano da un timore più o meno inconscio riguardo alla fecondità della Chiesa.


Infatti, cos’è la dottrina cattolica? È un insieme di verità. Se anche una sola verità all’interno di quell’insieme fosse adulterata, la dottrina cattolica non sarebbe più se stessa. Quindi, cercare di accoglierla, adattarla, modificarla, significa fare in modo che perda la sua identità con se stessa: in altre parole, significa cercare di ucciderla. E pensare che l’apostolato non sia possibile senza questo adattamento significa pensare che la Chiesa possa vincere solo morendo!


Chiaramente, questa esitazione, in un vero cattolico, non può riferirsi a certe verità già definite in modo inconfutabile dalla Chiesa. Ma sono innumerevoli le applicazioni pratiche dei principi, o le deduzioni dottrinali riguardanti principi già definiti, in cui questa debolezza si manifesta. Invece di ricercare, nell’uso dottrinale o pratico dei principi, la verità, tutta la verità e solo la verità, le riflessioni fatte al riguardo sono più o meno permeate dalla preoccupazione di condonare gli errori del secolo. E così, invece di cercare di trarre dal tesoro delle verità cattoliche tutti i frutti intellettuali e morali che contengono, ci si concentra maggiormente su ciò che può essere etichettato come discutibile e quindi come materia libera, piuttosto che su quanto può essere etichettato come vero e quindi come materia certa.


In altre parole, l'immutabile mania di condonare porta molte persone a cercare di ampliare gli spazi intellettuali riservati al dubbio. Di fronte a un’affermazione dedotta dalla dottrina cattolica, la domanda dovrebbe essere: posso incorporare questa ulteriore ricchezza nel patrimonio delle mie convinzioni? Ma, in generale, la questione è un’altra: quali ragioni posso trovare per dubitare anche di questo?


Pio XI, ricevendo in udienza il Reverendissimo Arcivescovo di Cuiabá, gli diede come motto per i giornalisti cattolici in Brasile: “Dilatare spatia veritatis” (ampliare lo spazio della verità). Molti amano fare il contrario: invece di impegnarsi a scoprire nuove verità dottrinali dedotte da quelle già note, o ad ampliare il più possibile l’applicazione pratica di queste verità, tutto il loro impegno è rivolto a negare il più possibile qualsiasi cosa positiva si faccia in questo modo. In breve, questo è esattamente l’opposto del vero spirito costruttivo; si tratta di ampliare gli spazi, non di verità, ma di dubbio.


Se la Rivelazione è un tesoro e la diffusione del Vangelo un bene, più questo tesoro si diffonde e questo bene viene distribuito, più dovremmo essere contenti. Molti, tuttavia, la pensano diversamente. Quanto più si nasconde lo svolgimento logico della Rivelazione e si abbreviano le conseguenze di ciò che è nel Vangelo, tanto più si considera caritatevole! Quanto caritatevole sarebbe stato Dio se avesse imposto una morale meno severa! Perché non ha previsto che nel XX secolo questa morale sarebbe stata un peso indistinguibile! Correggiamo l’opera di Dio: abbreviamo ciò che è troppo lungo nella Sua opera, affievoliamo la luce di ciò che brilla troppo, e così avremo portato grande beneficio all’umanità. Quante persone, nella pratica, ragionano in questo modo!


Ora, procedere in questo modo non riflette forse il timore che la Chiesa non abbia più il sostegno di Dio e, se non diventa più frugale, non sarà più in grado di influenzare le masse? E questo dubbio sull’aiuto soprannaturale che Dio dà alla Chiesa non sembra molto simile al dubbio che si nutriva su questo fatto prima della Risurrezione?
Riflettiamo su questo. E chiediamo al Signore che, risuscitando in noi i tesori di grazia che abbiamo rifiutato, possiamo ritornare ancora una volta a quella verginale ortodossia della fede e a quella perfezione di vita che forse il peccato, per nostra grandissima colpa, ci ha rubato.


(“Nós também”, O Legionário, n° 448, 13 aprile 1941)

 

La Chiesa risorge sempre

La gioia e il dolore dell’anima derivano necessariamente dall’amore. L'uomo gioisce quando ha ciò che ama e si addolora quando ciò che ama gli manca.
L’uomo contemporaneo ripone tutto il suo amore in cose superficiali, e quindi solo gli eventi superficiali – quelli più vicini al suo piccolo io – lo commuovono. Così, è colpito soprattutto dalle sue disgrazie personali e superficiali: salute cagionevole, una situazione finanziaria precaria, amici ingrati, promozioni ritardate, ecc. In realtà, però, tutto questo è secondario per il vero cattolico che ha a cuore soprattutto la maggior gloria di Dio, e quindi la salvezza della propria anima e l'esaltazione della Chiesa.


La più grande sofferenza del cattolico deve consistere nell’attuale condizione della Santa Chiesa.


Indubbiamente, questa situazione ha molto di consolante. Tuttavia, sarebbe un errore negare che l’apostasia generale delle nazioni continui in un crescendo spaventoso. La tendenza al paganesimo si sta sviluppando rapidamente nelle nazioni eretiche o scismatiche che conservano ancora alcune vestigia di sostanza cristiana. All’interno delle stesse file cattoliche, accanto a una promettente rinascita, si può osservare la progressiva marcia del neopaganesimo: i costumi sono depravati, le famiglie sono limitate, le sette protestanti e spiritualiste proliferano.


Nonostante tanti motivi di tristezza, motivi che forse prefigurano una catastrofe non troppo lontana per il mondo intero, la speranza cristiana continua. E la ragione di ciò ci viene insegnata proprio dalla festa di Pasqua.


Quando Nostro Signore Gesù Cristo morì, gli ebrei sigillarono la sua tomba, la custodirono con soldati e pensarono che tutto fosse finito.


Nella loro empietà, negarono che Nostro Signore fosse il Figlio di Dio, che fosse capace di distruggere la prigione sepolcrale in cui giaceva, che, soprattutto, fosse capace di passare dalla morte alla vita. Ora, tutto questo accadde. Nostro Signore è risorto senza alcun aiuto umano, e sotto il Suo dominio la pesante pietra della tomba si è mossa leggera e veloce, come una nuvola. Ed Egli è risorto!


Così anche la Chiesa immortale può essere apparentemente abbandonata, contaminata, perseguitata. Può giacere, apparentemente sconfitta, sotto il peso sepolcrale delle prove più dure. Ha dentro di sé una forza interiore e soprannaturale, che viene da Dio, e che le assicura una vittoria tanto più splendida quanto più inaspettata e completa.
Questa è la grande lezione di oggi, la grande consolazione per gli uomini giusti che amano sopra ogni cosa la Chiesa di Dio: Cristo è morto ed è risorto.


La Chiesa immortale risorge dalle sue prove, gloriosa come Cristo, nell’alba radiosa della sua Risurrezione.


(O Legionário. nº 660, 1 aprile 1945)