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Seconda Parte

3° Capitolo

 

La dottrina della Chiesa

 

Liturgia e mortificazione secondo l'insegnamento della Santa Sede

Il massimo rispetto che tutti noi dobbiamo all'eminente autorità della Santa Sede ci spinge a integrare il capitolo precedente con alcune confutazioni della dottrina che abbiamo descritto e che purtroppo circolano in certi ambienti dell'AC. Ci siamo astenuti da considerazioni dottrinali sul problema della grazia e del libero arbitrio, un problema difficilmente accessibile alle masse, e presentato oggi da alcuni teorici in termini così palesemente contrari alla dottrina tradizionale della Chiesa, che qualsiasi cattolico, per quanto poco esperto di questioni teologiche, se ne renderà immediatamente conto.

Per motivi di documentazione, citiamo solo alcuni importanti testi pontifici che sviluppano le idee contenute nella lettera Magna Equidem, che dimostrano che la liturgia non rinuncia alla cooperazione dell'uomo o ai mezzi tradizionali di ascesi come la mortificazione, l'evitare le occasioni di peccato, ecc.:

“San Cipriano non esita ad affermare ‘che il sacrificio del Signore non si compie con la dovuta santificazione se l’offerta e il sacrificio nostro non corrisponderanno alla passione’. Perciò l’Apostolo ci ammonisce perché ‘portando nel nostro corpo la mortificazione di Gesù’ e sepolti e innestati con Cristo in somiglianza con la sua morte, non solo crocifiggiamo la nostra carne, i vizi e le passioni ‘fuggendo la corruzione della concupiscenza che è nel mondo’, ma ‘la vita di Gesù si manifesti così nei corpi nostri’ ... Quando poi l’oblazione nostra e il nostro sacrificio avranno più perfettamente corrisposto al sacrificio del Signore, ossia noi avremo immolato l’amore proprio e le nostre passioni, e crocifisso la nostra carne con quella mistica crocifissione di cui parla l’Apostolo, tanto più copiosi frutti di propiziazione e di espiazione raccoglieremo per noi e per gli altri”[1].

Infatti, non possiamo evitare di “completare nella nostra carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo [mistico] che è la Chiesa" (Col 1,24).

E c'è di più. Senza lo spirito di penitenza non possiamo ottenere nulla da Dio. Infatti, papa Leone XIII raccomanda espressamente di chiedere a Dio, oltre allo spirito di preghiera, anche lo spirito di penitenza, senza il quale non si può placare la giustizia divina:

“Il dovere e l’amore paterno Ci spingono ad implorare Dio, dispensatore di ogni bene, affinché infonda in tutti i figli della Chiesa non solo il desiderio della preghiera, ma anche quello di una sincera penitenza. Al tempo stesso, dal profondo del cuore esortiamo tutti e ciascuno a praticare, con lo stesso impegno, questa virtù, strettamente connessa all’altra. È evidente, infatti, che se la preghiera dà conforto allo spirito, lo agguerrisce e lo avvicina a Dio, la penitenza ci rende padroni di noi stessi, specialmente del corpo che, per colpa del peccato originale, è l’acerrimo nemico della ragione e della legge evangelica”[2].

Ecco come lo stesso Pontefice ha descritto la vita penitenziale dei santi:

Essi [i santi] sapevano guidare la mente e l’animo; sapevano dominare, senza cedimenti, le passioni. (...) Nulla desideravano e nulla respingevano se prima non si erano resi conto della volontà di Dio, e non miravano ad altro, con le loro azioni, se non ad aumentare la Sua gloria, a reprimere energicamente e a vincere le voglie insane, a trattare duramente e senza riguardi il proprio corpo, ad astenersi, per amore della virtù, anche da cose piacevoli, di per se stesse lecite. Per tutto questo, potevano, a buon diritto, ripetere ciò che l’Apostolo Paolo diceva di sé: ‘Dopo tutto, la nostra cittadinanza è in cielo’ (Fil 3,20). È per questo motivo che le loro preghiere risultavano tanto efficaci nel propiziare la benevolenza e il favore di Dio”[3].

Infine, quando la preghiera, anche quella liturgica, è fatta in modo indegno, non può che provocare l'ira di Dio contro chi la compie:

“Infatti (...) è vano sperare che a tal fine su noi discenda copiosa la benedizione del Cielo, quando il nostro ossequio all’Altissimo, anziché ascendere in odore di soavità, rimette invece nella mano del Signore i flagelli, onde altra volta il Divin Redentore cacciò dal tempio gli indegni profanatori”[4].

Non dobbiamo mai dimenticare il comando dello Spirito Santo: "Non cercare di corromperlo con doni, non accetterà" (Sir 35,11). Il sacrificio di Caino è decisamente eloquente a questo proposito.

Lo scopo di questo lavoro non è quello di confutare gli errori dello pseudoliturgismo, ma solo di trarne le conseguenze per l'AC. Quando, quindi, facciamo riferimento a questi errori, lo facciamo solo perché altrimenti non sarebbe possibile individuare le vere radici dei disordini dottrinali che, per quanto riguarda l'AC, si possono osservare in alcuni dei nostri ambienti laici. Poiché, tuttavia, nessun errore dovrebbe mai essere menzionato o descritto senza la corrispondente confutazione, ci sembra utile aggiungere a questa parte del libro una sintesi di alcuni solidi argomenti che, speriamo, metteranno in guardia da certe innovazioni dottrinali le anime docili alla suprema e decisiva autorità della Santa Sede. È chiaro che una confutazione basata su argomenti diversi da quelli dell'autorità può essere fatta solo in un'opera che tratti specificamente l'argomento e sia scritta da uno specialista e non da un laico. Tuttavia, se l'argomento di autorità non esaurisce la questione, almeno è sufficiente a risolvere il problema. Siamo quindi certi che le citazioni e le riflessioni che trascriviamo di seguito siano adeguate al compito.

Prima di affrontare la questione, però, vorremmo chiarire che quando parliamo di "pseudoliturgismo", abbiamo scelto questa espressione deliberatamente, in modo da preservare dalla censura gli sforzi meritori intrapresi con il lodevole intento di aumentare la pietà verso la Sacra Liturgia.

Abbiamo anche accantonato il problema della "Messa dialogata" e dell'uso esclusivo del messale. Questo problema non ha nulla a che fare direttamente con questo libro e trascende la portata del giudizio di un laico. Non vogliamo però esimerci dal sottolineare che le evidenti esagerazioni di certi "pseudoliturgisti" a questo proposito stanno ingannando anche un certo numero di anime caute. In effetti, il male più grave di questa tendenza non si trova qui, ma piuttosto in certe dottrine professate in modo più o meno velato, riguardanti la pietà e il cosiddetto "sacerdozio passivo" dei laici. Quest'ultimo è molto esagerato, portando a una distorsione dell'insegnamento della Chiesa, che peraltro riconosce tale sacerdozio. Ci occupiamo solo degli errori relativi alla pietà, che sono più strettamente legati all'AC, sebbene anche tale questione esuli dalle nostre competenze.

 

Le devozioni approvate dalla Chiesa non possono essere attaccate

Quando la Santa Sede approva una pratica di pietà, dichiara implicitamente che gli obiettivi di questa pratica sono sacri e che i mezzi di cui è composta sono leciti e adeguati al suo fine. Di conseguenza, la Chiesa afferma che l'uso di questi mezzi è idoneo a contribuire all'incremento della pietà e alla santificazione dei fedeli. Non è ammissibile, quindi, che qualcuno sostenga il contrario, affermando che la pratica di tali atti implicherebbe l'accettazione di principi contrari a quelli della Chiesa e che sarebbero radicalmente inefficaci nel promuovere la santificazione delle anime.

Il Santo Rosario e la Via Crucis sono devozioni approvate innumerevoli volte dalla Santa Chiesa; sono state raccomandate dai pontefici, accompagnate da una profusione di indulgenze e incorporate nella pietà comune, al punto che sono state create diverse associazioni per la loro diffusione con tutte le benedizioni della Chiesa, che molti ordini e congregazioni religiose fanno della loro propagazione un punto d'onore e un dovere solenne, e che il Codice di Diritto Canonico istruisce i vescovi a incoraggiare la devozione al Santo Rosario tra il loro clero. Con un decreto del 20 agosto 1885, Sua Santità papa Leone XIII ha reso obbligatoria la recita del Rosario durante la Messa del mese di ottobre. È evidente che chi non accorda a queste devozioni l'alta stima e il rispetto che tali numerosi e lodevoli atti della Chiesa comportano, si ribella all'autorità della Santa Sede.

Sarebbe del tutto inutile affermare che queste pratiche sono superate nel nostro tempo. È vero che potrebbero emergere altre pratiche di pietà altrettanto ammirevoli; ma le loro motivazioni - da cui deriva il valore del Rosario e della Via Crucis - sono così profondamente fuse con la dottrina immutabile della Chiesa e con le caratteristiche immutabili della psicologia umana, che sarebbe sbagliato affermare che un giorno queste pratiche potrebbero diventare obsolete.

Essere freddi nei confronti delle devozioni caldamente raccomandate dalla Chiesa, voler seppellire nel silenzio le devozioni di cui la Chiesa parla continuamente, è la prova che non si pensa, non si agisce e non ci si sente in unione con la Chiesa.

Non possiamo accettare contraddizioni nella spiritualità dei vari Ordini religiosi.

Lo stesso si può dire della spiritualità di ogni ordine o congregazione religiosa. Ciascuna delle famiglie religiose esistenti nella Chiesa ha i suoi scopi specifici, le sue devozioni particolari e il suo stile di vita approvato dalla Santa Sede come irreprensibile e perfettamente in linea con la dottrina cattolica. Ecco perché chi si oppone a un ordine religioso attacca la Chiesa stessa e si ribella alla Santa Sede.

Perciò l'animosità professata da alcuni contro la Compagnia di Gesù è semplicemente insopportabile. Questa animosità si basa spesso su argomenti di critica precostituiti, da parte della Massoneria e dei protestanti. La spiritualità della Compagnia di Gesù è inattaccabile come quella di qualsiasi altro ordine religioso. Di conseguenza, i "tesori spirituali", gli Esercizi Spirituali e l'esame di coscienza più volte al giorno non possono essere attaccati da nessuno, perché sono le risorse spirituali di cui le anime possono liberamente avvalersi quando vedono che, così facendo, progrediscono nella virtù.

Ancora più insopportabile è l'odioso tentativo di contrapporre un altare all'altro creando incompatibilità tra le spiritualità dei diversi ordini. Ci sono differenze tra loro, e la Chiesa ne va fiera come "una regina con un vestito decorato con molti colori". Ma questa varietà non ha mai significato, né significa, altro che una profonda armonia come quella che risulta dalla varietà delle note di uno stesso accordo musicale.

Gli ordini e le congregazioni religiose

“Infatti (...) le Società religiose si danno al servizio di Dio seguendo ciascuna modalità proprie, dedicandosi ad opere di carità e di beneficenza, per la maggior gloria di Dio e per il bene del prossimo. Da questa così grande varietà di Ordini religiosi — come piante di qualità diverse coltivate nel campo del Signore — nascono frutti ugualmente assai vari e abbondanti per la salvezza del genere umano. E non vi è certamente spettacolo più bello e piacevole dell’unione e della collegialità di questi Istituti. Quantunque tali Società abbiano, ciascuna, un proprio settore d’impegno e di attività, distinto in qualche cosa dagli altri, tuttavia tendono ad un solo e identico scopo. Infatti è metodo abituale della divina Provvidenza rispondere ad ogni nuovo bisogno creando e sviluppando nuovi Istituti religiosi”[5].

Per questo motivo, riteniamo abominevole che un fedele, nella sua legittima preferenza per questo o quell'ordine religioso, voglia contrapporsi agli altri, non trovando via d'uscita alla sua ammirazione per uno se non sminuendo gli altri. Sminuire un ordine religioso significa sminuirli tutti: significa sminuire la Chiesa cattolica stessa.

Senza dubbio, è lecito e persino normale che i fedeli si sentano attratti, come per preferenza, dalla pratica della spiritualità di questo o quell'ordine. Non sarà mai lecito, però, che essi distolgano da altre vie, anch'esse molto sante, quelle anime che si orienterebbero verso la spiritualità di altri ordini. Nel giardino della Chiesa santa di Dio, nessuno può interferire, senza commettere un'ingiustizia criminale, con il nostro diritto di cogliere i fiori della santità in qualsiasi aiuola a cui lo Spirito Santo ci chiama.

A causa del nostro amore filiale per la Chiesa e per tutti gli ordini che esistono al suo interno, non potevamo esimerci, in questa affettuosa venerazione, dall'assegnare un posto particolarmente tenero all'Ordine di San Benedetto. Per l'ammirevole saggezza della sua regola e per gli straordinari frutti spirituali che ha prodotto, produce e produrrà sempre nella Chiesa; per il suo primato storico su tutti gli ordini religiosi dell'Occidente; per il ruolo che i figli di San Benedetto hanno avuto nella formazione della società e della cultura medievale, essi occupano un posto speciale nei nostri cuori, tanto più che nelle loro file troviamo alcuni dei migliori amici che abbiamo mai avuto. Siamo quindi pieni di indignazione quando sentiamo dire che tali errori possono essere identificati o collegati in qualche modo allo spirito di San Benedetto, con il pretesto della liturgia.

Disapprovare la liturgia, che è la voce della Chiesa nella preghiera, significa come minimo essere sospettati di eresia. È assurdo credere che le irregolarità possano derivare dagli sforzi dell'Ordine benedettino per promuovere una più profonda comprensione della liturgia e del suo esatto posto nella vita spirituale dei fedeli. Per tutte queste ragioni, consideriamo calunniosa qualsiasi identificazione che circostanze fortuite e forse inesistenti potrebbero suggerire tra lo spirito benedettino e l'autentico spirito liturgico, da un lato, e la strategia modernista e le esagerazioni "iperliturgiche" che stiamo combattendo, dall'altro. A questo proposito, il magnifico articolo scritto da Mons. Lourenço Zeller, vescovo titolare di Dorilea e arcivescovo della Congregazione benedettina del Brasile, pubblicato su Legionário il 13 dicembre 1942, è perfettamente illuminante. È una lettura molto importante per coloro che vogliono una guida su questo punto.

Per quanto riguarda la gloriosa e invincibile Compagnia di Gesù, in occasione del suo recente centenario, papa Pio XII ha pubblicato un'enciclica che elogia così tanto gli statuti e la spiritualità di questa nobile milizia che davvero non sappiamo cosa rimanga dell'adesione filiale alla Santa Sede in coloro che, dopo averla letta, si ostinano a criticarla.  

Riferendosi agli Esercizi Spirituali, Pio XI afferma che

“Egli (Sant'Ignazio) infatti, apprese dalla stessa Madre di Dio l’arte di combattere le battaglie del Signore, e ricevette come dalle mani di Lei quel perfetto codice di leggi (che così in verità possiamo chiamarlo) di cui deve far uso ogni buon soldato di Gesù Cristo. Alludiamo agli Esercizi Spirituali che, secondo la tradizione, furono ispirati dal cielo ad Ignazio. Non che si debbano apprezzare poco altri metodi di esercizi usati da altri, ma in quelli che si compiono secondo il metodo Ignaziano tutto il disegno è così sapientemente combinato, ogni parte è così strettamente connessa con l’altra, che ove non si sia contrari alla grazia divina, rinnovano l’uomo, per così dire, radicalmente e lo rendono del tutto sottomesso al volere divino.(...) non solo tornammo a raccomandarli ai fedeli con la Costituzione Apostolica ‘Summorum Pontificum’, ma inoltre nominammo Sant’Ignazio di Loyola celeste Patrono di tutti gli Esercizi Spirituali. E quantunque, come abbiamo detto, non manchino altri metodi di Esercizi, è però certo che il metodo Ignaziano eccelle tra essi, e, soprattutto per la più sicura speranza che porge di utilità solida e duratura, gode di più ampie approvazioni della Sede Apostolica”[6].

Di fronte a questa affermazione, l'alternativa è chiara: o Pio XI era affetto da individualismo antropocentrico, il che è assurdo, oppure gli oppositori degli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio sono in aperta opposizione allo spirito della Chiesa in questa questione vitale.

 

[1] Pio XI, Enciclica Miserentissimus Redemptor, 8 maggio 1928, https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19280508_miserentissimus-redemptor.html.

[2] Leone XIII, Enciclica Octobri Mense, 22 settembre 1891, https://www.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_22091891_octobri-mense.html.

[3] Leone XIII, Enciclica Octobri Mense, 22 settembre 1891.

[4] Pio X, Motu Proprio Tra le Sollecitudini, 22 novembre 1903, https://www.vatican.va/content/pius-x/it/motu_proprio/documents/hf_p-x_motu-proprio_19031122_sollecitudini.html.

[5] Pio XI, Lettera apostolica Unigenitus Dei Filius, 19 marzo 1924: Actes de S.S. Pie XI, Maison de la Bonne Presse, tomo II, pagine 46 e 47,  https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/apost_letters/documents/hf_p-xi_apl_19240319_unigenitus-dei.html.

[6] Pio XI, Lettera apostolica Meditantibus Nobis, 3 dicembre 1922: Actes de S.S. Pie XI, tomo I, pagine 120, 121, 124, https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/apost_letters/documents/hf_p-xi_apl_19221203_meditantibus-nobis.html.