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Terza Parte

I problemi interni dell'Azione Cattolica

Capitolo 1°.

 

Organizzazione, regole e sanzioni

 

Nuovi concetti nei movimenti laicali cattolici

Se analizziamo in profondità le critiche formulate in alcuni ambienti dell'AC riguardo all'organizzazione e ai metodi di formazione e apostolato delle confraternite religiose esistenti fino ad oggi, noteremo che si possono dividere in due gruppi. Alcune sono rivolte a difetti estrinseci, che non esistono a causa degli scopi e degli statuti delle associazioni, ma piuttosto nonostante essi: una certa routine nelle attività, una certa superficialità nella formazione, e così via. Ovviamente, molte di queste critiche sono spesso vere e non sono riprovevoli quando fatte da una persona autorizzata e secondo i requisiti del decoro ecclesiastico. Altre critiche, invece, toccano la struttura e gli scopi stessi dell'associazione e, attaccando proprio ciò che l'Autorità ha approvato, attaccano implicitamente l'Autorità stessa. L'aspetto particolarmente pericoloso di questa seconda forma di critica è che implica l'affermazione che l'AC dovrebbe evitare accuratamente tali "errori". Tuttavia, questi "errori" spesso non sono altro che precauzioni molto salutari, di cui la saggezza della Chiesa aveva circondato le associazioni prima dell'AC, e che quest'ultima dovrebbe conservare se non vuole morire silurata dal modernismo.

a) Per quanto riguarda le varie devozioni

È un grave errore sostenere che le associazioni nate per venerare un santo particolare, come la Beata Vergine, corrano il rischio di trasmettere una visione frammentaria e ristretta della pietà, gettando un'ombra sul carattere "cristocentrico" che tutta la vita spirituale deve ovviamente avere. Eppure, c'è chi sostiene che l'AC dovrebbe essere meno insistente di altre associazioni quando si tratta del culto dei santi.

L'argomentazione che talvolta viene addotta, secondo cui in alcune associazioni la devozione al santo patrono getta un'ombra sull'adorabile figura di Nostro Signore, è priva di valore. Tutte le cose, anche le migliori, possono essere soggette a interpretazioni errate o ad abusi, non per un difetto intrinseco, ma per i difetti di chi le usa. Nessuno, ad esempio, si opporrebbe alla venerazione delle immagini solo perché qualche zoticone dell'entroterra le rompe quando le sue preghiere non vengono esaudite. È chiaro che la Santa Chiesa, approvando, benedicendo e raccomandando la creazione di tali associazioni nel Codice di Diritto Canonico, in molti atti ufficiali del suo magistero e del suo governo, e anche recentemente nel Concilio Plenario brasiliano, prevedeva gli abusi, eppure non ha fatto marcia indietro nella sua linea di condotta proprio per il motivo che abbiamo indicato. Non cadiamo nella posizione del tutto ridicola di pretendere di essere più "cristocentrici" della Chiesa, un nuovo e infelice modo di essere "più cattolici del Papa". In questa logica, potremmo trovarci a criticare Nostro Signore Gesù Cristo per aver istituito la Santa Eucaristia, che diventerebbe oggetto di tanti sacrilegi.

A differenza delle confraternite, l'Azione Cattolica non esiste né unicamente né principalmente per la venerazione di un santo patrono. Ma questo non le impedisce di avere dei santi patroni ai quali i suoi membri possono e devono tributare la più ardente devozione, pubblicamente e senza limiti, senza però confondere l'AC con una confraternita.

Altre critiche spesso rivolte alle associazioni riguardano specificamente i loro statuti, in particolare alcune consuetudini consolidate, come la pratica di atti di pietà in comune, periodicamente, ecc. La pratica di questi atti è sempre stata lodata dalla Chiesa, per ovvie ragioni.

b) Per quanto riguarda gli atti di pietà periodici in comune

Secondo la promessa divina, gli atti di pietà praticati in comune attirano più grazie. D'altra parte, la presenza simultanea di più persone per la pratica dimostrativa di questi atti agisce come uno stimolo reciproco ed edifica notevolmente il pubblico. Quale magnifica impressione si produce in una parrocchia, ad esempio, quando associazioni di giovani si recano in massa alla mensa della comunione.

Per quanto riguarda la periodicità di questi atti, purché non implichi alcuna violenza ai diritti della coscienza, essa porta i risultati più felici. Anzi, approfondisce le radici di sane abitudini, che sono una preziosa garanzia di perseveranza e regolarità nella vita spirituale. Per tutte queste ragioni, nessun principio può invalidare queste pratiche, che sono altamente lodevoli da ogni punto di vista. E non vediamo alcun motivo per cui l'AC non debba adottarle. La Gioventù Universitaria Cattolica di San Paolo le ha adottate fin dalla sua fondazione, ottenendo sempre ottimi risultati.

Queste riflessioni ci ricordano il caso reale di un curioso dialogo tra un membro di un ordine religioso e un membro "progressista" dell'AC. Quest'ultimo sosteneva che la sottomissione ad atti obbligatori in comune, a una regola di vita, ecc. portava a una riduzione dell'autonomia e, implicitamente, della dignità umana. Il religioso rispose che, per essere coerente, avrebbe dovuto considerare tutti i religiosi del mondo come schiavi indegni, perché soggetti, in virtù di regole approvate dalla Santa Chiesa, a una regola di vita e ad atti di pietà periodici. Questa sarebbe infatti la conseguenza ultima di tali principi.

c) Per quanto riguarda la promozione di un'intima socialità tra i suoi membri, la necessità di un centro ricreativo

Non è vero che sia sbagliato che un'associazione abbia un centro a scopo ricreativo, dove i suoi membri si incontrano nel tempo libero. Il principio che giustifica questa pratica si basa, in ultima analisi, sulla naturale socievolezza dell'uomo. La filosofia ci dice che la natura dell'uomo lo porta a vivere in compagnia dei suoi simili. La tendenza a frequentare un ambiente conforme ai propri gusti, alle proprie tendenze e alle proprie idee è insita nella socievolezza, almeno per la grande maggioranza degli uomini.

Tutta la sociologia elementare ha questa regola; per dimostrarla, basta osservare i motivi che ispirano la creazione della maggior parte delle associazioni laiche di ogni tipo. Al contrario, se una persona non frequenta un ambiente conforme alle sue convinzioni, la socievolezza la porta ad adattarsi all'ambiente in cui si trova, assimilando, per quanto possibile, il modo di pensare e di sentire, o almeno istituendo internamente alcuni "compromessi" la cui conseguenza finale sarà il completo adattamento.

Parafrasando Pascal, potremmo dire che la stragrande maggioranza ha un'inclinazione imperativa "a conformare le proprie idee all'atmosfera quando l'atmosfera non è d'accordo con le proprie idee". Costretti da molteplici necessità, domestiche, economiche, ecc. a frequentare gli ambienti più disparati, e a vivere la maggior parte della loro giornata in atmosfere sempre più profondamente infettate dal paganesimo, i cattolici oggi non dovrebbero limitarsi a un atteggiamento puramente difensivo, ma piuttosto esporre con orgoglio il vessillo di Cristo ovunque.

È questo che significa fare apostolato "nel proprio ambiente", come raccomandava con tanta insistenza e vigore Pio XI. Solo una persona assolutamente ingenua, che non ha mai frequentato certi ambienti professionali o domestici del nostro tempo, o che non ha mai sventolato il vessillo di Cristo con sincera e coraggiosa intrepidezza, potrebbe non rendersi conto dell'energia sovrumana necessaria per un simile comportamento. Conosciamo il caso di un giovane che ha dovuto ricorrere all'uso della forza fisica per mantenere la sua purezza in un'atmosfera che, di per sé, sarebbe innocua. È quindi umano, naturale ed essenziale che l'entusiasmo logorato dalla lotta e le energie esaurite nella battaglia si rinnovino frequentando un buon ambiente dove le anime possano aprirsi e ricomporsi all'ombra della Santa Madre Chiesa, e dove l'edificazione reciproca possa ridare forza a tutti.

Sarebbe sbagliato pensare che, così facendo, i cattolici si allontanino dal mondo e smettano di compiere il loro dovere apostolico. È proprio perché possano adempiere meglio a questo obbligo che sono stati creati questi centri per rilassarsi e recuperare le forze.

“Il sale ha bisogno di essere mescolato alla massa che deve preservare dalla corruzione, mentre si difende da essa, altrimenti perde ogni sapore e non serve a nulla se non a essere buttato via e calpestato”[1].

Questa verità è così importante che la Chiesa, sempre saggia, non si è accontentata di dare il suo miglior permesso a iniziative di questo tipo, ma in un certo senso ha risposto la sua fiducia nell'azione dei circoli buoni e la sua paura in quella dei cattivi fino al punto ultimo di ritirare completamente dalla socievolezza del mondo coloro che sono destinati alla milizia sacerdotale. Il diritto canonico raccomanda addirittura al vescovo di fare il possibile perché anche i sacerdoti secolari vivano insieme il più presto possibile. Qual è la ragione di questa misura, se non quella di proteggere i sacerdoti dai pericoli di ambienti cattivi o, a dir poco, tiepidi? E se questa precauzione esiste a favore di anime così ferventi e dotate di una particolare grazia di stato, che dire dei semplici laici?

Di conseguenza, crediamo che l'AC non solo possa, ma debba avvalersi di questa splendida modalità di formazione che nessuno potrebbe attaccare senza temerarietà.

d) Per quanto riguarda le regole di abbigliamento, moda, ecc.

Allo stesso modo, non c'è la minima base per affermare che l'AC non dovrebbe sottoporre i suoi membri a regole speciali riguardanti l'abbigliamento, la moda, ecc. L'argomento avanzato in nome di questa imprudente innovazione è che tali regole sono incompatibili con la dignità umana perché costituiscono un impedimento alla libertà. Alcuni ne deducono che, a differenza delle associazioni ausiliarie, l'AC deve puntare a una soppressione intransigente di queste norme. Se, invece, qualcuno dice che l'AC deve eccellere con il suo esempio, si risponde, a seconda dell'interlocutore, con due argomenti diversi.

 A volte sostengono che l'AC deve adattarsi ai costumi moderni per non perdere la sua influenza negli ambienti in cui opera e rendere impossibile il suo apostolato. Altre volte sostengono che le regole di condotta sono superflue e irritanti; che l'AC dovrebbe far indossare spontaneamente ai suoi membri un abito appropriato come conseguenza di convinzioni profonde e radicate in loro, ma mai attraverso l'applicazione di regole puramente esterne e di valore puramente coercitivo. Per questo motivo vedono la necessità di imporre regole di modestia come conseguenza di una formazione fallita. Tuttavia, se analizziamo il loro primo argomento, vediamo che, al contrario, queste regole costituiscono un valido mezzo di formazione.

San Tommaso chiarisce questa questione in modo illuminante quando parla, nella Summa Theologica, I-II, q.95, a.1 di "utilità della legge umana".

Esaminiamo la questione, lasciando a un altro capitolo il compito di confutare l'affermazione che l'Azione Cattolica deve capitolare ai costumi moderni per non essere sterile. Quanto all'utilità e alla necessità delle leggi, il Dottore Angelico scrive: “Sembra che non fosse opportuna l'istituzione di leggi umane”.

“Prima obiezione: ‘1. Intenzione di qualsiasi legge è di far buoni gli uomini, come abbiamo notato sopra. Ora, gli uomini sono indotti più facilmente al bene con i consigli, che con la costrizione dalle leggi. Perciò non era necessario istituire le leggi’.

“Rispondo: Per natura l'uomo ha una certa attitudine alla virtù, come abbiamo già visto; ma la perfezione di codesta virtù viene da lui raggiunta mediante una disciplina. Del resto vediamo che l'uomo fa fronte anche alle sue necessità di cibi e di vesti mediante l'industria personale, di cui la natura offre i primi elementi, cioè la ragione e le mani, non però il completo sviluppo, come negli altri animali, ai quali la natura offre già completo il rivestimento e il cibo. Ora, l'uomo non risulta facilmente preparato in se stesso a codesta disciplina. Poiché la perfezione della virtù consiste principalmente nel ritrarre l'uomo dai piaceri illeciti, che attirano di più, specialmente i giovani, sui quali la disciplina è chiamata ad agire maggiormente. Perciò è necessario che gli uomini siano applicati da altri a codesta disciplina, per poter raggiungere la virtù. Ora, per quei giovani che sono portati ad atti virtuosi dalla buona disposizione di natura, o dalla consuetudine, o più ancora da un dono di Dio, basta la disciplina paterna, che si limita ai consigli. Siccome però non mancano i ribelli e i soggetti inclinati al vizio, che non si lasciano muovere facilmente dalle parole, era necessario ritrarli dal male con la forza e col timore; affinché desistendo dal mal fare, rendessero quieta agli altri la vita, ed essi stessi abituandosi a questo, arrivassero a compiere volontariamente quello che prima eseguivano per paura, e così diventassero virtuosi. Ebbene, codesta disciplina che costringe con la paura della punizione, è la disciplina della legge. Perciò era necessario stabilire delle leggi per la pace e per la virtù degli uomini: poiché, a detta del Filosofo, ‘come l'uomo se è perfetto nella virtù è il migliore degli animali; così, se è alieno dalla legge e dalla giustizia, è il peggiore di tutti’; poiché l'uomo, a differenza degli animali, ha le armi della ragione per soddisfare la sua concupiscenza e la sua crudeltà”[2].

È chiaro che la legge o il regolamento interno dell'AC, come quello di qualsiasi altra associazione, si differenzia dal diritto civile - argomento trattato sopra dal Dottore Angelico - in quanto non si può sfuggire all'impero del diritto civile, mentre si può sfuggire all'azione del regolamento dimettendosi dall'associazione.

Tuttavia, l'amore per gli ideali dell'associazione e per i benefici spirituali che essa offre, il timore dei pericoli a cui l'anima è esposta quando lascia un ambiente sano ed edificante, la paura di dispiacere a persone rispettabili e degne di stima, tutto concorre a rendere difficile e a volte difficilissima tale rinuncia, e quindi l'argomentazione di San Tommaso, in questo caso specifico, conserva un valore decisivo. Inoltre, se la Chiesa pensasse diversamente, il Codice di Diritto Canonico e le regole di tutti gli ordini religiosi dovrebbero essere bruciati.

È un dato di fatto che la vera virtù nasce dalle disposizioni interiori, e quindi qualsiasi associazione, e in particolare l'Azione Cattolica, deve soprattutto formare le anime dall'interno, dando loro le conoscenze e i mezzi per rafforzare la volontà di raggiungere questo obiettivo. L'esistenza di regole che includano divieti sul comportamento e sul modo di vestire è un potente aiuto a questa formazione, non solo in conseguenza di quanto afferma San Tommaso sul valore educativo della legge, ma anche perché chiarisce le questioni concrete per le quali anche le anime più zelanti hanno talvolta difficoltà a trovare il giusto equilibrio tra scrupolo e lassismo.

San Tommaso d'Aquino affronta questa questione indirettamente, quando dice nella Summa Theologica, I-II, Q.95, a.1:

“Seconda obiezione: ‘Come nota Aristotele, ‘gli uomini ricorrono al giudice come al diritto vivente’. Ora, il diritto vivente è preferibile al diritto senza vita racchiuso nella legge. Dunque sarebbe stato meglio affidare l'esecuzione della giustizia all'arbitrio dei giudici, che ricorrere anche all'istituzione di leggi’.

 

 “Risposta: ‘Come nota il Filosofo, 'è meglio ordinare tutto con le leggi, che lasciar tutto all'arbitrio dei giudici’. E questo per tre motivi. Primo, perché è più facile trovare le poche persone sagge capaci di dettare buone leggi, che le molte necessarie per giudicare dei singoli casi. - Secondo, perché coloro che stabiliscono le leggi considerano a lungo le cose da determinare; mentre il giudizio sui fatti particolari è dettato dai casi che capitano all'improvviso. Ora, è più facile che un uomo veda giusto dopo aver considerato molti fatti, che esaminando un fatto unico. - Terzo, perché i legislatori giudicano in astratto, e di cose future; mentre chi presiede un tribunale giudica di cose presenti verso le quali uno sente facilmente amore, o odio, o qualche altra passione; depravando così il suo giudizio.

Perciò, siccome la giustizia animata del giudice non si trova in molti, e poiché è deformabile, era necessario, là dove è possibile, determinare per legge il da farsi, lasciando pochissime cose all'arbitrio degli uomini”.

Anzi, è in virtù di questo stesso principio che dovremmo impedire, con leggi e regolamenti, che l'AC e le altre associazioni religiose permettano ai singoli membri di decidere su questioni molto delicate, diventando così giudice e parte in causa.

Facciamo un esempio concreto. La Federazione Mariana Femminile di San Paolo ha ritenuto necessario prescrivere delle regole di abbigliamento per le Figlie di Maria. A spingerla fu soprattutto il desiderio di risolvere le complesse questioni che sorgevano nella pratica circa l'adozione di un abito appropriato. All'epoca, il direttore della Federazione era padre José Gaspar de Afonseca e Silva, in seguito "ad maiora vocatus"[3].  La stesura di queste regole, che è utile trascrivere, assorbì in gran parte l'attenzione dell'illustre autore, il che dimostra chiaramente che i problemi risolti non erano alla portata di chiunque. Il risultato fu un documento di raro equilibrio e di grande utilità. Le Figlie di Maria furono così dotate di un mezzo di santificazione che non era necessario per la mancanza di formazione interiore, ma che, al contrario, era imperativo come unico mezzo per realizzare concretamente gli impulsi generosi suscitati dalla formazione interiore.

Trascriviamo qui il dotto e prudente documento:

 

"A) La moda

 

a) La moda deve essere assolutamente conforme alla modestia cristiana, escludendo ogni esagerazione, anche per quanto riguarda il trucco;

 

b) per la ricezione dei sacramenti, e ogni volta che si espone il Santissimo Sacramento, sono richieste maniche lunghe fino ai polsi.

 

c) in tutte le altre circostanze, sono tollerate le maniche corte, purché non arrivino al gomito;

 

d) di conseguenza, una figlia di Maria non potrà mai indossare un abito senza maniche.

 

B) Attività di svago

 

Per quanto possibile, una Figlia di Maria deve partecipare alle funzioni sociali solo in compagnia della sua famiglia.

 

a) Balli e danze: alle condizioni di cui sopra, sono tollerati i balli di famiglia; il ballo è consentito solo nel rispetto delle regole intrinseche di modestia.

 

b) Le spiagge: in tutte le spiagge balneari la Figlia di Maria deve mantenere la massima distinzione possibile, come richiesto dal titolo di cui è onorata. Sceglierà i suoi abiti con buon senso e non abbandonerà in nessun caso l'accappatoio quando è fuori dall'acqua. In nessun'altra occasione le sarà permesso di trascurare l'uso delle calze o di usarle corte.

 

c) Piscine: è espressamente vietato a una figlia di Maria partecipare a bagni misti in piscina.

 

d) Yacht o club di nuoto: data l'inevitabile promiscuità degli yacht da diporto e dei club di nuoto, è vietato alla figlia di Marie entrare nei loro circoli sociali.

 

e) Carnevali: è espressamente vietato a una figlia di Maria partecipare a balli di carnevale e a gruppi di carnevale di strada, o indossare abiti maschili o qualsiasi travestimento che possa offendere, anche solo leggermente, le regole del pudore.

 

Paragrafo unico: è sempre vietato alla figlia di Maria, in ogni circostanza, indossare abiti da uomo. Il divieto di indossare il pigiama si estende anche alle spiagge pubbliche.

 

Nota: Se una Figlia di Maria si trova nell'impossibilità di adempiere alla lettera a una di queste regole, dopo aver consultato il proprio confessore, deve presentare il caso al Reverendissimo Direttore della sua Pia Unione, che le darà la soluzione che ritiene migliore, avendo però cura di comunicarla alla Federazione della sua diocesi. In caso contrario, la colpa commessa comporterà l'immediata esclusione della Figlia di Maria dalla Pia Unione.

 

Il Consiglio, informato dell'esclusione di una Figlia di Maria, deve attuare lo stesso provvedimento con grande elevazione di spirito, non permettendo in alcun modo che si facciano commenti poco caritatevoli su di lei. Gli amministratori devono sforzarsi di sviluppare un intenso apostolato nei confronti della colpevole, in modo da indurla a sentimenti migliori, ed eventualmente riportarla nel gregge mariano dopo un nuovo periodo di noviziato".

***

L'utilità di queste regole è evidente. Lo scopo della legge non è solo quello di illuminare, ma anche di mettere ordine e punire. È giusto, lodevole e ragionevole che i membri di una determinata associazione scelgano di non porsi al limite estremo suggerito o tollerato dalla morale, ma decidano di reagire all'influenza delle atmosfere pagane non solo utilizzando esclusivamente ciò che è lecito, ma addirittura arrivando a vestirsi solo secondo i costumi più severi e rigorosi in materia di purezza. È quindi naturale che un'organizzazione di questo tipo abbia il diritto di esigere dai suoi membri il rispetto delle regole che ne costituiscono lo scopo. Solo un temperamento chiaramente sensibile potrebbe sentirsi ferito da una cosa del genere.

Infine, solo accettando un'azione magica o meccanica della santa liturgia, possiamo immaginare che nessuno dei membri di queste associazioni trasgredisca mai il pudore del proprio abbigliamento o comportamento. Come può un'associazione difendersi se non punendo il membro colpevole? Come si può stabilire una punizione senza una legge preventiva? La Santa Sede ha quindi “esagerato” con noi. La Sacra Congregazione del Concilio, sotto il pontificato di Pio XI, in un documento del 12 gennaio 1930, decretò che:

“I. Ogni volta che se ne presenta l'occasione, i parroci e i predicatori devono insistere, rimproverare, minacciare ed esortare i fedeli, con le parole di San Paolo, affinché le donne vestano in modo che trasudi modestia e sia ornamento e salvaguardia della virtù;

(...)

III. I genitori devono proibire alle figlie di partecipare a esercizi pubblici e gare ginniche e, se le figlie sono costrette a partecipare a tali attività, devono assicurarsi che vestano in modo da rispettare la modestia e non tollerare mai un abbigliamento immorale.

(...)

VII. Si devono istituire e diffondere associazioni femminili con lo scopo di contenere, con i loro consigli, il loro esempio e le loro azioni, gli abusi contrari alla modestia cristiana nel modo di vestire, e che si propongano di promuovere la purezza dei costumi e la modestia del vestire.

(...)

VIII. Le donne che vestono senza pudore non devono essere ammesse alle pie associazioni femminili; se i membri di queste associazioni vengono trovati in difetto sotto questo aspetto, devono essere rimproverati e, se non si pentono, devono essere esclusi".

Come si vede, la stessa Santa Sede ritiene che gli statuti delle associazioni debbano stare al passo con la moda, ecc. tanto che, temendo che non lo facciano, ha pubblicato una vera e propria normativa complementare nel già citato articolo VII. Come si può pensare che queste decisioni siano efficaci senza regole concrete e rigorose, che forniscano agli amministratori delle associazioni una norma di comportamento uniforme e un mezzo d'azione ovviamente imparziale per ogni caso che si presenta? In effetti, potrebbe esistere un’altra soluzione per aiutare un amministratore in modo più efficace di una regola impersonale che egli possa applicare in modo imparziale a ogni problema che si presenta?

Una curiosa contraddizione

Non vogliamo concludere questo punto senza fare un'ulteriore osservazione. Per una curiosa coincidenza, quelli di noi che difendono con la massima esaltazione la dottrina dell'incorporazione dell'AC nella gerarchia sono spesso gli stessi che si battono strenuamente contro l'adozione da parte dell'AC delle regole sulla moda imposte in alcune unioni pie. Ma la realtà dovrebbe essere ben diversa. Più alto è l'ufficio, più gravi sono gli obblighi. Sarebbe una profanazione del mandato ricevuto sostenere che esso possa portare ad altro che a un ritiro ancora più grande e radicale dal male e a una pratica più perfetta del bene. Ma se c'è una contraddizione, essa è spiegabile: i due atteggiamenti hanno in comune il desiderio di diminuire ogni autorità e freno.

a) Sanzioni applicabili ai membri colpevoli

Dal momento che ci occupiamo di queste questioni spinose, non evitiamo il doloroso dovere di mostrare a quale estremo di coerenza nell'errore possono condurre alcune passioni. Abbiamo già visto l'affermazione della strana dottrina secondo cui non è opportuno che l'AC escluda o sospenda i suoi membri colpevoli, né che applichi loro alcuna sanzione. Nel documento sopra citato abbiamo visto come la Sacra Congregazione del Concilio abbia imposto alle associazioni religiose l'obbligo di applicare queste pene, e questa Congregazione lo fa in termini tali che in nessun caso l'Azione Cattolica potrebbe sottrarsi a questo obbligo; e quindi la Sacra Congregazione del Concilio ha condannato indirettamente l'affermazione che stiamo confutando. Tuttavia, a questo autorevole argomento, che di per sé dovrebbe bastare, non è superfluo aggiungerne altri. Il rifiuto della punizione deriva direttamente dalla negazione della legittimità o dell'opportunità dell'esistenza di norme e regolamenti per le associazioni religiose e l'AC. Dimostrata la legittimità di queste norme, le conseguenze derivanti dalla tesi contraria crollano da sole. Limitiamoci quindi ad aggiungere a quanto detto alcune nozioni di semplice buon senso, supportate da passi della Scrittura.

In questo senso, il ricorso ad argomenti immediatamente accessibili al solido buon senso è l'unico modo per contrastare questo errore e molti altri confutati in questo libro. In effetti, questi errori attaccano così tanti punti della dottrina cattolica e si scontrano in così tanti aspetti con San Tommaso d'Aquino che una confutazione approfondita richiederebbe la stesura di un trattato contro ciascuno di essi.

La gentilezza e la persuasione sopra ogni cosa

Ovviamente, poiché l'apostolato della Chiesa consiste essenzialmente in un'azione che mira sia a predicare una dottrina sia a educare le volontà degli uomini alla pratica di quella dottrina, ogni apostolo, sia esso vescovo, sacerdote o laico, deve prediligere soprattutto il processo che porta le persone a una completa illuminazione della loro intelligenza e a un'adesione spontanea e profonda della loro volontà. Questo è il fine a cui devono condurre tutti gli sforzi di una persona dedita all'apostolato. Per raggiungere la massima perfezione nell'uso di tutti i metodi atti a conseguire un obiettivo così desiderabile, lo zelo degli apostoli deve mostrare loro come moltiplicare i trucchi del mestiere; e la loro pazienza deve estendere ampiamente l'azione della loro carità e bontà verso tutti coloro con cui fanno apostolato.

Per questo motivo, riteniamo altamente riprovevole che alcuni apostoli laici facciano delle misure punitive o coercitive il loro unico mezzo di educazione. Non vediamo mai in loro uno sforzo serio e persistente per spiegare, chiarire o specificare alcune verità, al fine di consolidare convinzioni profonde e strutturare principi vigorosi. Non vediamo mai alcuno sforzo da parte loro per risolvere, attraverso un'azione personale piena di dolcezza e carità, i problemi morali che talvolta sorgono drammaticamente nelle anime che si ribellano all'azione dell'apostolo. "Una punizione e basta" è la pedagogia semplicistica a cui si sono ridotti molti apostoli ed educatori. Non c'è bisogno di argomenti per dimostrare alle anime di buon senso quanto queste pratiche siano lontane dal pensiero della Chiesa e dal regime morale stabilito con la legge della grazia nell'atmosfera molto dolce della Nuova Alleanza. Non potremo mai fare quadrato attorno a questi oscuri processi educativi, che si addicono più al giansenismo che al cattolicesimo.

Questo errore taciturno non ha nulla in comune con le dottrine che stiamo confutando, che peccano proprio dell'estremo opposto. Tuttavia, abbiamo voluto dichiarare esplicitamente la nostra condanna formale, categorica e ferma di una certa pedagogia e di certi metodi di apostolato fatti esclusivamente di truculenza, affinché non si possa mai pensare che, poiché condanniamo l'estremo opposto, non stiamo in alcun modo sostenendo, direttamente o indirettamente, esplicitamente o implicitamente, la causa di questa pedagogia oscura che ha lasciato seguaci tra noi, ma il cui tempo, senza dubbio, è già passato.

In realtà, però, proprio perché i tempi bui di questa pedagogia sono passati, il male che oggi è più di moda, più urgente e più distruttivo in tutti gli ambienti in cui si pratica l'apostolato dei laici si trova all'estremo opposto. Le nuove dottrine relative all'Azione Cattolica sono arrivate a rafforzare ancora di più le esagerazioni fortemente accentuate che già si potevano vedere in questa prospettiva.

Punire è una mancanza di carità?

Già prima della fondazione dell'AC, era opinione diffusa che i regolamenti e gli statuti delle associazioni religiose dovessero menzionare punizioni, come sospensioni, licenziamenti, ecc. più per intimidire che per mettere in pratica una vigorosa azione disciplinare. La grande ed essenziale ragione addotta è che le punizioni causano sofferenza, e non è proprio della religione cattolica, così profondamente penetrata dalla soavità e dalla dolcezza, causare sofferenza a nessuno; inoltre, le punizioni non hanno alcuna utilità pratica, perché irritano il trasgressore contro la Chiesa, e quando la punizione consiste nell’espulsione, lo gettano nell'oceano della perdizione, senza alcun vantaggio per lui. I nuovi errori relativi all'AC hanno aggiunto altre ragioni. L'AC non dovrebbe elencare sanzioni nelle sue regole per non offendere le persone che desiderano aderire e perché è umiliante e contrario alla dignità umana che l'uomo sia guidato dalla paura piuttosto che dall'amore. Se l'AC è dotata di metodi di apostolato irresistibili - e questo nel senso più stretto e letterale del termine - perché usare punizioni che saranno sempre inutili?

Le conseguenze di questi errori sono sempre più evidenti nei nostri ambienti ed è quindi indispensabile eliminarli al più presto. Un tempo, il semplice fatto di indossare il distintivo di alcune associazioni religiose era garanzia di una pietà ardente e vigorosa, di un'educazione molto solida e di una sicurezza assoluta. Chi oserebbe dire lo stesso oggi? Il numero dei membri è cresciuto notevolmente, ma la loro formazione non è aumentata in proporzione. Le élite sono state annegate e diluite nell'accozzaglia di anime volgari, senza che si sia intensificata la ricerca della perfezione e dell'eroismo. Il cattivo esempio, la creazione di un ambiente ostile a qualsiasi incitamento alla virtù totale, tutto questo è diventato sempre più frequente. E, purtroppo, in molte confraternite oggi convivono nella stessa pace "oves, boves... et serpentes" (pecore, buoi... e serpenti). E perché tutto questo? Semplicemente perché un falso sentimentalismo religioso ha spesso disarmato i leader laici che, agli ordini dell'autorità ecclesiastica, dovevano agire per evitare che "Gerusalemme fosse trasformata in un deposito di frutta".

Il panorama reale

Affinché si possa comprendere appieno la necessità di avere delle pene enumerate negli statuti particolari di ogni ramo dell'Azione Cattolica, così come la necessità che queste pene vengano applicate nella pratica, dobbiamo innanzitutto essere profondamente convinti che non esistono metodi irresistibili di apostolato. Nostro Signore Gesù Cristo, il modello divino di apostolo, incontrò la più crudele resistenza alla sua persona; e fu dopo un lungo periodo di ascolto delle sue adorabili istruzioni e di contemplazione dei suoi esempi infinitamente perfetti, che si fece avanti un malfattore, con un cuore di ghiaccio e un'anima nera; non un criminale comune, ma proprio il peggior malfattore di tutta la storia fino alla comparsa dell'Anticristo.

Svilupperemo questa tesi in modo più approfondito in un altro capitolo. Per il momento, è sufficiente sottolineare che tutti noi troveremo anime indurite dall'errore e dal peccato, che si mostrano contrarie a qualsiasi azione apostolica. Se non avessimo mai trovato tali anime, se potessimo essere certi che i nostri sforzi andassero sempre e invariabilmente a buon fine, è ovvio che chi liquidasse un membro indegno di una confraternita religiosa, e in particolare dell'AC, si comporterebbe molto male. Ma la realtà, purtroppo, è molto diversa. A meno che non siamo pieni di raffinato orgoglio, non possiamo aspettarci un successo che Nostro Signore stesso non ha raggiunto. Di conseguenza, la scena che abbiamo davanti è questa: in un'associazione o nell'AC, non è sorprendente che di tanto in tanto appaia un disertore, ma il trasgressore della regola, invece di lasciare l'associazione, vi rimane con la cattiva dottrina e la cattiva vita che ha abbracciato. Esauriti tutti i mezzi di persuasione per ricondurre l'anima ribelle sulla retta via, ci chiediamo: cosa possiamo fare?

L'impunità sistematica è una mancanza di carità

a) verso la società

La stessa situazione esiste, permanentemente, nella società temporale e, infatti, a nessuno viene in mente di suggerire che, in nome della carità cristiana, si aprano le prigioni e si stracci il Codice penale. Grazie a Dio, sono finiti i tempi del romanticismo, quando le antipatie del pubblico erano generalmente rivolte contro la polizia, il pubblico ministero e il giudice, mentre le loro simpatie erano completamente rivolte verso il criminale. Questo stato d'animo ha prodotto effetti deplorevoli e ad esso dobbiamo, in buona misura, l'anarchia diffusa che provoca tanta ansia nel nostro tempo.

Non sappiamo perché le vestigia di questa mentalità erronea, frivola, sentimentale e chiaramente anticattolica, bandita oggi dallo spirito di tutte le leggi civili, si siano annidate proprio in certi ambienti cattolici, producendo come conseguenza il mantenimento all'interno delle nostre organizzazioni di un'atmosfera indolente e di metodi tipicamente liberali, proibiti oggi in tutte le nazioni, anche le più democratiche, e in tutti gli organismi privati ben strutturati. Perché l'errore ha cercato rifugio proprio in certi ambienti dove si lotta per la verità? Le stesse ragioni che ci portano a considerare riprovevole, assurda e anarchica l'assenza, nelle società laiche, di pene efficaci in grado di incutere timore, dovrebbero portarci a riconoscere che esse sono altrettanto indispensabili per le confraternite religiose. Tuttavia, questo non è ciò che si crede o si pratica in alcuni settori della nostra società laica.

D'altra parte, dovremmo sentirci incoraggiati dall'esempio decisivo della Santa Chiesa che, nel suo Codice di Diritto Canonico, decreta, definisce e stabilisce le pene più severe, proprio come fa quando approva gli statuti, le regole o le costituzioni dei vari ordini o congregazioni religiose. Se questo è ritenuto necessario per il clero e i religiosi, che dire delle associazioni laicali!

San Tommaso d'Aquino fornisce una magnifica illustrazione della necessità della punizione. Nel testo che abbiamo citato sulla necessità delle leggi, il grande dottore esprime implicitamente la sua opinione sulla necessità della punizione dicendo che uno dei sostegni della legge è la prospettiva della punizione dovuta per la sua violazione. Francamente, ci sentiamo in imbarazzo a dover dimostrare una cosa così ovvia.

Naturalmente, se consideriamo solo l'interesse della persona a cui è destinata la punizione, a volte sarebbe preferibile rimandare la punizione a tempo indeterminato. Ci sono anime che si allontanano ancora di più dal bene sotto l'azione della punizione. È quindi certo che la punizione deve essere applicata con grande discernimento, evitando gli eccessi del non perdonare e del non punire mai.

A questo proposito, è necessario soprattutto tenere conto del fatto che ogni trasgressione disciplinare è, in primo luogo, un attacco alle finalità dell'associazione e, in secondo luogo, una violazione dei diritti della collettività. Quando sono in gioco due valori di così alta natura, anche alcuni legittimi interessi individuali devono essere sacrificati. Se l'amministrazione della pena indurisce alcuni animi, essi subiscono comunque una giusta punizione che non deve in alcun modo disarmare la difesa dei diritti della comunità. Lo Spirito Santo descrive mirabilmente la condotta delle anime perverse che disprezzano i giusti castighi che meritano, e lo fa in modo da far capire che l'indurimento è una conseguenza di fronte alla quale il giudice non deve arretrare sistematicamente. Così dice: “Povertà e ignominia a chi rifiuta la correzione” (Pr 13,18). E aggiunge: “Chi ascolta un rimprovero salutare potrà stare in mezzo ai saggi. Chi rifiuta la correzione disprezza se stesso, ma chi ascolta il rimprovero acquista senno. Il timore di Dio è scuola di sapienza, prima della gloria c'è l'umiltà” (Pr 15,31-33).

È naturale che “lo spavaldo non vuol essere corretto, egli non va in compagnia dei saggi” (Pr 15,12). Di conseguenza, “beato l'uomo che sempre teme, ma chi indurisce il cuore cadrà nel male” (Pr 28,14). Non può legittimamente lamentarsi della punizione che si merita, perché “la frusta per il cavallo, la cavezza per l'asino e il bastone per la schiena degli stolti” (Pr 26,3).

Inoltre, quale vantaggio potrebbe trarre un'associazione religiosa dal mantenere questi membri tra le sue fila? In che modo possono esserle utili? Lo Spirito Santo dice: "Il perverso, uomo iniquo, cammina pronunciando parole tortuose" (Pr 6,12). E aggiunge: "Nel suo cuore il malvagio trama cose perverse, in ogni tempo suscita liti" (Pr 6,14). Il suo apostolato è infruttuoso: "sul guadagno dell'empio incombe il dissesto" (Pr 15,6).

D’altra parte, è bene ricordare, come abbiamo già fatto, che ci sono anime che si oppongono all'apostolato a causa della profonda malvagità in cui si trovano, come dice la Sapienza:

“La sapienza non entra in un'anima che compie il male né abita in un corpo oppresso dal peccato. Il santo spirito, che ammaestra, fugge ogni inganno, si tiene lontano dai discorsi insensati e viene scacciato al sopraggiungere dell'ingiustizia” (Sap 1,4-5).

Riguardo a queste anime maligne, la Sapienza prosegue dicendo:

“Gli empi invocano su di sé la morte con le opere e con le parole; ritenendola amica, si struggono per lei e con essa stringono un patto, perché sono degni di appartenerle” (Sap 1,16).

Di queste anime la Scrittura dice: “L'intimo dello stolto è come un vaso frantumato,

non può contenere alcuna scienza” (Sir 21,14). E ancora: “Per lo stolto la sapienza è come casa in rovina, e la scienza dell'insensato è un insieme di parole astruse" (Sir 21,18). A che scopo trattenere a tutti i costi anime di questo tipo, con un rischio per il bene, uno scandalo generale e un pericolo per la disciplina? “Chi ammaestra uno stolto è come uno che incolla cocci, che sveglia un dormiglione da un sonno profondo. Parlare a uno stolto è parlare a chi ha sonno; alla fine dirà: ‘Cosa c'è?’” (Sir 22, 9-10). “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi" (Mt 7,6).  

Questa invulnerabilità all'azione apostolica è talvolta un castigo di Dio, e mantenendo un tale membro al suo interno, l'AC ha in sé una radice di peccato che solo un grande e raro miracolo di grazia può riportare alla benevolenza.

A volte questa cecità è opera del diavolo. La Scrittura ne fa riferimento diverse volte:

“E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio” (2 Cor 4, 3-4).

b) Per coloro che meritano una punizione

L'eventuale danno che la punizione può arrecare ad alcune anime, a volte non è altro che un castigo giusto e meritato, la cui imminenza non deve pregiudicare la difesa di diritti superiori come quelli della Chiesa e degli altri membri dell'associazione. D'altra parte, la punizione è anche un rimedio salutare per il colpevole stesso. Pertanto, risparmiargli la punizione significherebbe privare il colpevole dell'accesso all'unico mezzo che potrebbe ancora condurlo all'emenda. È quindi una vera mancanza di carità ridurre gli articoli penali degli statuti a una quasi totale inefficacia.

Il figliol prodigo non tornò alla casa paterna prima di essere stato severamente punito dalle conseguenze della sua azione. In generale, la Provvidenza divina riporta i più grandi peccatori sulla retta via attraverso la penitenza e la punizione. Questo è vero a tal punto che possiamo giustamente vedere le più grandi disgrazie come le grazie più preziose che Dio concede ai peccatori. Anche le anime giuste progrediscono solo a prezzo di una purificazione spirituale - a volte spaventosa - dei loro difetti. L'anima pia che chiamava la sofferenza l'ottavo sacramento aveva assolutamente ragione a questo proposito.

Perciò, quando facciamo diventare una regola generale che la punizione non dovrebbe mai essere eseguita, dovremmo chiederci se non stiamo derubando le anime colpevoli di un prezioso mezzo di emendazione. La risposta non può che essere affermativa. “Chi risparmia il bastone odia suo figlio”, dice la Scrittura (Pr 13,24).

Il presidente di una confraternita che rifiuta sistematicamente e indiscriminatamente di applicare le sanzioni meritate dai suoi seguaci li odia. Ricordiamo un certo presidente che deplorava la decadenza generale della sua associazione. Le regole non venivano più rispettate, la frequenza diminuiva e l'atteggiamento generale mostrava ogni giorno nuovi segni di torpore. "Riconosco", ci disse, "che certe espulsioni sarebbero il rimedio al male, ma - e volse gli occhi obliqui verso il cielo, sorridendo con visibile soddisfazione - sono troppo buono per questo". Troppo buono? È troppo buono chi, per pigrizia, assiste passivamente al fallimento di un'iniziativa da cui dipende la salvezza di tante anime? Senza alcuna esitazione, dico che questa persona ha fatto più danni alla Chiesa di tutte le sette spiritualiste, le chiese protestanti e così via, che operano in questo stesso luogo.

Infatti, l'effetto della punizione sul colpevole è così prezioso che “chi risparmia il bastone odia suo figlio”, come dice la Scrittura (Pr 13,24). Se l'AC risparmia ai suoi membri le punizioni di cui hanno veramente bisogno, li odia. Al contrario, "chi lo ama lo corregge per tempo " (Pr 14,24). Perché? “La stoltezza è legata al cuore del fanciullo, ma il bastone della correzione l'allontanerà da lui” (Pr 22,15). Di un bambino... e di tanti adulti! Ci sono anime che hanno bisogno di essere punite perché non si dannino in eterno: “Non risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuoti con il bastone non morirà; anzi, se lo percuoti con il bastone, lo salverai dal regno dei morti.” (Pr 23,13-14). Quindi è come dire: "Se non lo batti con la verga, esporrai la sua anima al diavolo". Quanto ha ragione lo Spirito Santo, dunque, quando dice: “Meglio un rimprovero aperto

che un amore nascosto. Leali sono le ferite di un amico, ingannevoli i baci di un nemico” (Pr 27,5-6). Non dobbiamo quindi temere di venir meno alla carità quando facciamo un uso deciso ed efficace del dolore. Anzi, abbiamo come modello Dio stesso, che pieno di compassione, “rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge” (Sir 18,13).

Sarebbe ridicolo pretendere di sostenere il contrario, usando le belle parole dell'Ecclesiaste (7,18): "È bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose ". Infatti, "staccare la mano" significa "non aiutare", e se, come abbiamo appena visto, la punizione è un vero aiuto, chi non punisce quando è necessario "stacca la mano" dal peccatore e lo trascura.

Altri obietteranno che i rigori dell'Antico Testamento sono stati abrogati dalla legge della grazia? Sciocchezze! Ascoltiamo San Paolo:

“Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato e avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati” (Eb 12,4-11).

Si è parlato molto dell'egoismo degli insegnanti che, non volendo contenere il loro malumore, puniscono eccessivamente i loro alunni. Nel Giorno del Giudizio, vedremo che il numero di anime che sono andate perdute perché gli insegnanti egoisti non volevano l'inconveniente di punire un alunno è molto più grande di quanto si pensi.

È importante aggiungere che la punizione è spesso l'unico modo per riparare ai principi offesi e all'autorità contestata. Rinunciarvi significa introdurre nella fraternità un'atmosfera di indifferentismo o lassismo dottrinale, con conseguenze molto dannose.

c) Verso chi è in pericolo

Va notato anche che la punizione ha il grande vantaggio di spaventare i membri esitanti e di allontanarli dalla seduzione del male che li sollecita.

Lo Spirito Santo dice: “Quelli poi che risultino colpevoli riprendili alla presenza di tutti, perché anche gli altri ne abbiano timore” (1Tim 5,20). E questo perché “quando lo spavaldo viene punito, l'inesperto diventa saggio; egli acquista scienza quando il saggio viene istruito” (Pr 21,11). In effetti, il presagio di un castigo è sempre molto utile: “con il timore del Signore si evita il male” (Pr 16,6). I castighi dell'Azione Cattolica o delle associazioni ausiliarie sono ottimi modi per far capire ai loro membri indisciplinati che si sbagliano quando pensano di essere ancora graditi al Signore. Infatti, “il timore del Signore è fonte di vita, per sfuggire ai lacci della morte” (Pr 14,27). Così, quando risparmiamo il castigo ai malvagi che lo meritano, esponiamo ingiustamente al rischio la perseveranza dei tiepidi, di coloro che esitano e dubitano, cioè della canna accartocciata e dello stoppino che ancora fuma, che il Signore non vuole si spezzino o si spengano del tutto, ma che trovino nuovo vigore e perseverino. “Poiché non si pronuncia una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male” (Qo 8,11).

d) Verso i buoni

Infine, falliamo nella carità in un altro modo se manteniamo nel cuore dell'AC o delle associazioni ausiliarie un'atmosfera di perpetua impunità. Mantenere i membri cattivi all'interno di un'associazione significa trasformarla da mezzo di santificazione in mezzo di perdizione, esponendo ai pericoli spirituali coloro che si sono rifugiati all'ombra dell'associazione proprio per sfuggirvi. Lo Spirito Santo lancia un severo monito a questo proposito:

“Chi maneggia la pece si sporca, chi frequenta il superbo diviene simile a lui” (Sir 13,1). Il pericolo delle cattive amicizie è sempre grande: “L'uomo violento seduce il prossimo

e lo spinge per una via non buona” (Pr 16,29).

E per questo la Scrittura ci avverte: “Così capita a chi frequenta un peccatore

e s'immischia nei suoi delitti” (Sir 12,14). È proprio questa pericolosa società di stolti che, con il pretesto della carità, si vorrebbe imporre a tutti i membri dell'AC! Si dimentica così l'osservazione di San Paolo secondo cui “un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta” (Gal 5,9). Facciamo in modo che nei giardini più fertili della Chiesa "non spunti né cresca alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati " (Eb 12, 15). Fare diversamente significherebbe peccare contro la carità.

Inoltre, la più elementare prudenza dovrebbe portarci a un'identica conseguenza. Quante crisi interne, quanti disordini, quante divisioni di anime si potrebbero evitare a volte, se con un'abile mossa si liberassero gli ambienti di certe persone che avrebbero già dovuto lasciarli spontaneamente, persone di cui la Scrittura dice: “Il perverso, uomo iniquo,

cammina pronunciando parole tortuose” (Pr 6,12). “Nel suo cuore il malvagio trama cose perverse, in ogni tempo suscita liti” (Pr 6,14).

In aggiunta, queste dissonanze sono spesso causate dal contatto tra mentalità diverse, una ortodossa, retta, amica della Verità e del Bene, e l'altra eterodossa e subdolamente in combutta con tutti gli errori, e disposta a priori ad accettare qualsiasi compiacenza, ripiegamento e compromesso con il male. Come evitare un confronto in questo caso? Anzi, la presenza di queste persone dovrebbe disturbare i sani, che minacciano di corrompere: “Temere il Signore è odiare il male: io detesto la superbia, l'arroganza, la cattiva condotta e la bocca perversa” (Pr 8,13). “Che cosa vi può essere in comune tra il lupo e l'agnello? Lo stesso accade tra il peccatore e il giusto” (Sir 13,17). In questi casi, ogni sforzo di concordia sarà vano: finirà, inevitabilmente, con la sconfitta dei rappresentanti della mentalità giusta, se la fratellanza non viene liberata dall'influenza dei malvagi.

La condanna non priva l'Azione Cattolica di utili ausiliari

Inoltre, quale vantaggio potrebbe aspettarsi l'AC dalla collaborazione di tali membri al suo lavoro? Essi le renderanno sempre i servizi di un'istruzione dottrinale incoerente o di un apostolato incompleto: “Come pendono le gambe da uno zoppo, così una massima sulla bocca dello stolto” (Pr 26,7).

Sarà inutile obiettare che, se elementi estranei all'AC vedranno che è organizzata con grande disciplina, si spaventeranno e non aderiranno. Se il rigore della legge non spaventa nemmeno chi ha un semplice "initium sapientiae", cosa si può dire di chi ha saggezza? Per questo motivo, San Benedetto, legislatore profondo e forse ispirato, pensò di rendere attraente la regola monastica da lui composta iscrivendo nella sua prima pagina questo invito: "Venite, figli miei, ascoltatemi e vi insegnerò il timore del Signore".

È quindi più opportuno temere una mancanza di energia: “Assolvere il reo e condannare il giusto: ecco due cose che il Signore ha in orrore” (Pr 17,15). E certamente: “Non è bene usare riguardi al malvagio per far torto al giusto in un giudizio” (Pr 18,5).

Quanto aveva ragione sant'Ignazio quando diceva che il giorno dell'ingresso... così come quello dell'espulsione di un membro della Compagnia di Gesù erano, per lui, entrambi giorni di gioia.

E non danneggia nemmeno il movimento di Azione Cattolica.

Si potrebbe obiettare che il timore di una punizione potrebbe riempire di ombre qualsiasi ambiente, che le nostre dichiarazioni rischiano di creare un'atmosfera di paura e timore, di malinconia e ansia preoccupata, singolarmente non in linea con la giovialità, l'entusiasmo, la fiducia e lo spirito di iniziativa che dovrebbero prevalere nell'AC. Non condividiamo questa opinione. Il santo timore è la porta attraverso la quale si deve passare per arrivare alla saggezza (cfr. Pr 1,17). Ecco la magnifica ricompensa promessa a chi varca questa seria soglia:

“Allora comprenderai l'equità e la giustizia, la rettitudine e tutte le vie del bene, perché la sapienza entrerà nel tuo cuore e la scienza delizierà il tuo animo. La riflessione ti custodirà e la prudenza veglierà su di te, per salvarti dalla via del male, dall'uomo che parla di propositi perversi, da coloro che abbandonano i retti sentieri per camminare nelle vie delle tenebre, che godono nel fare il male e gioiscono dei loro propositi perversi, i cui sentieri sono tortuosi e le cui strade sono distorte” (Pr 2,9-15).

L'Ecclesiastico ha perfettamente ragione quando dice che

“Il timore del Signore è gloria e vanto, gioia e corona d'esultanza. Il timore del Signore allieta il cuore, dà gioia, diletto e lunga vita.” (Sir 1,11-12).hi teme il Signore avrà un esito felice, nel giorno della sua morte sarà benedetto. Principio di sapienza è temere il Signore; essa fu creata con i fedeli nel seno materno” (Sir 1,13-14).

 

“Corona di sapienza è il timore del Signore; essa fa fiorire pace e buona salute” (Sir 1,18).

“Quanto è grande chi ha trovato la sapienza, ma nessuno supera chi teme il Signore! Il timore del Signore vale più di ogni cosa; chi lo possiede a chi potrà essere paragonato? Il timore del Signore è inizio di amore per lui, la fede è inizio di adesione a lui” (Sir 25,10-12).

“Il timore del Signore è come un giardino di benedizioni e protegge più di qualsiasi gloria” (Sir 40,27).

È quindi facile capire perché San Paolo scrive: “Quindi, miei cari, voi che siete stati sempre obbedienti, non solo quando ero presente ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e timore” (Fil 2,12). E perché, nella Lettera agli Ebrei (10,31), dice: “È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!”, sottolineando così il santo timore che deve animarci costantemente. L'Apostolo ha insistito più volte su questo pensiero: “Perciò noi, che possediamo un regno incrollabile, conserviamo questa grazia, mediante la quale rendiamo culto in maniera gradita a Dio con riverenza e timore; perché il nostro Dio è un fuoco divorante” (Eb 12,28-29). Nella lettera ai Romani sviluppa lo stesso pensiero, riferendosi allo stesso tempo all'amore di Dio e alla sua severità:

“Se infatti Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te! Considera dunque la bontà e la severità di Dio: severità verso quelli che sono caduti; bontà di Dio invece verso di te, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai reciso” (Rm 11,21-22).

Anche nell'Apocalisse troviamo una ripetizione di ciò che lo Spirito Santo ha detto nell'Antico Testamento: “O Signore, chi non temerà e non darà gloria al tuo nome?” (Ap 15,4).

È visibile il compiacimento con cui san Paolo elogia i Corinzi per il loro zelo nel punire le offese alla Chiesa (2Cor 7,11), perché riconosce gli evidenti vantaggi per la Chiesa corinzia di questo modo di agire.

Sempre nella Seconda Lettera ai Corinzi, San Paolo mostra come ritenesse necessario agire con severità:

“Questa è la terza volta che vengo da voi. Ogni questione si deciderà sulla dichiarazione di due o tre testimoni. L'ho detto prima e lo ripeto ora - allora presente per la seconda volta e ora assente - a tutti quelli che hanno peccato e a tutti gli altri: quando verrò di nuovo non perdonerò, dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me, lui che verso di voi non è debole, ma è potente nei vostri confronti” (2Cor 13,1-3).

San Paolo dice dei principi:

“I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver paura dell'autorità? Fa' il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi fa il male” (Rm 13,3-4).

Ora, in questo caso, ciò che viene detto in modo così abile sul potere temporale può essere compreso anche per quanto riguarda il potere spirituale e persino i suoi agenti meno rappresentativi, come i presidenti delle confraternite religiose.

E quanto ardentemente San Paolo svolge questa funzione vendicatrice del potere spirituale! Ascoltiamolo mentre si rivolge ai Corinzi:

“Come se io non dovessi venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d'orgoglio. Ma da voi verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto non già delle parole di quelli che sono gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare. Il regno di Dio infatti non consiste in parole, ma in potenza. Che cosa volete? Debbo venire da voi con il bastone, o con amore e con dolcezza d'animo?” (1Cor 4, 18-21).

E ancora:

“Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre. E voi vi gonfiate di orgoglio, piuttosto che esserne afflitti in modo che venga escluso di mezzo a voi colui che ha compiuto un'azione simile! Ebbene, io, assente con il corpo ma presente con lo spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto tale azione. Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito insieme alla potenza del Signore nostro Gesù, questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore” (1Cor 5, 1-5).

“Vi ho scritto nella lettera di non mescolarvi con chi vive nell'immoralità. Non mi riferivo però agli immorali di questo mondo o agli avari, ai ladri o agli idolatri: altrimenti dovreste uscire dal mondo! Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro: con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!” (1Cor 5, 9-13).

Potremmo citare ancora più passi di San Paolo. Ma consideriamone solo alcuni: “Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti” (2Ts 3, 1-2). E nella stessa epistola, l'Apostolo aggiunge:

“Ma voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene. Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo in questa lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello” (2Ts 3, 13-15).

Evitiamo qualsiasi forma di pregiudizio

Pur sostenendo questi principi austeri, non vogliamo essere unilaterali. Dio non voglia che dimentichiamo la dolcezza del Vangelo! Lo stesso Spirito Santo pone dei limiti all'azione della giustizia, quando ci avverte nell'Antico Testamento: “Correggi tuo figlio, perché c'è speranza, ma non lasciarti andare fino a farlo morire” (Pr 19,18).

Ma se non vogliamo dimenticare i limiti oltre i quali la giustizia sarebbe odiosa, allo stesso modo, Dio non voglia, non dobbiamo dimenticare i limiti oltre i quali la tolleranza non sarebbe meno odiosa. La perfezione non risiede forse nel rispetto di questi due limiti?

È difficile trovare un equilibrio tra la dolcezza e la fedeltà alla legge: “Molti proclamano la propria bontà, ma una persona fidata chi la trova?” (Pr 20,6).

La Santa Madre Chiesa, sempre fedele alla dottrina rivelata, ha sancito gli stessi principi nella sua legislazione. Da questo punto di vista, la situazione in cui si trovano gli “scomunicati vitandi” è tipica. Oltre a essere privati dei beni spirituali, come tutti gli scomunicati, devono essere evitati dai fedeli, anche negli affari mondani, nelle conversazioni, nei saluti, ecc. con la sola eccezione, indispensabile, dei dipendenti, dei genitori e dei parenti stretti (canone 2257). Per rendersi pienamente conto dell'orribile situazione in cui la Chiesa pone lo “scomunicato vitando”, va notato che, se una persona soggetta a questa pena entra in una chiesa dove si sta celebrando il Santo Sacrificio della Messa, il celebrante deve fermarsi fino a quando lo scomunicato non viene espulso dal luogo. Ma se ha già consacrato, deve continuare la Messa fino alla seconda abluzione e completare le preghiere finali in un altro luogo decoroso[4].

Non è forse a causa dell'infedeltà al suddetto obbligo di giustizia, oggi così comune, che possiamo applicare questa descrizione a molte associazioni e settori dell'AC: “Sono passato vicino al campo di un pigro, alla vigna di un uomo insensato: ecco, ovunque erano cresciute le erbacce, il terreno era coperto di cardi e il recinto di pietre era in rovina” (Pr 24, 30-31)?

Oh, il muro caduto che non difende più la terra dalle piantine dell'“inimicus homo”! Oh, le ortiche e i rovi che dovrebbero essere sradicati, ma che fioriscono, soffocando il grano e i fiori! Se solo potessimo dire, come fa la Scrittura subito dopo: “Ho osservato e ho riflettuto, ho visto e ho tratto questa lezione: un po' dormi, un po' sonnecchi, un po' incroci le braccia per riposare, e intanto arriva a te la povertà, come un vagabondo,

e l'indigenza, come se tu fossi un accattone” (Pr 24,32-34). Se solo così potessimo capire che “la verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre” (Pr 29,15).

Di fronte all'arroganza e alla ribellione di un peccatore che si vanta del suo peccato, l'atteggiamento naturale e spontaneo di ogni anima nobile e giusta è una reazione vigorosa. La Scrittura dice dell'uomo giusto che la sua bocca proclama la verità, in altre parole, che non rimarrà in silenzio o blando, ma dirà: “L'empietà è orrore per le mie labbra” (Pr 8,7).

Infatti, l'uomo giusto sa che “temere il Signore è odiare il male: io detesto la superbia e l'arroganza, la cattiva condotta e la bocca perversa” (Pr 8,13).

Pertanto, nel trattare con i nemici della Chiesa, specialmente quelli al suo interno, senza mai violare la carità, “un uomo saggio vale più di uno forte, un uomo sapiente più di uno pieno di vigore” (Pr 24,5).

Al contrario, che impressione dolorosa fanno certi "arretramenti strategici" dei buoni, arretramenti che quasi sempre sono meno strategici di quanto immaginiamo: “Fontana torbida e sorgente inquinata, tale è il giusto che vacilla di fronte all'empio” (Pr 25,26).

I loro ruoli si invertono in modo scandaloso, perché, secondo il piano di Dio, “il malvagio fugge anche se nessuno lo insegue, mentre il giusto è sicuro come un giovane leone” (Pr 28,1).

Che apostolato eccellente sarebbe se si seguissero i piani di Dio! “Se prevalgono i malvagi, tutti si nascondono; se essi periscono, dominano i giusti” (Pr 28, 28). E al contrario, “quando dominano i malvagi, dominano anche i delitti” (Pr 29,16).

Non è quindi inutile che, quando tutte le altre risorse sono state amorevolmente esaurite, il saggio governante “disperde i malvagi e con la ruota li stritola come paglia” (Pr 20,26). Chiunque si ostini, con atti o parole, a trasgredire la legge di Dio o le regole dell'Azione Cattolica si fa sostanzialmente beffe dell'autorità. E la Scrittura dice: “Scaccia lo spavaldo e la discordia se ne andrà: cesseranno i litigi e gli insulti” (Pr 22,10).

Concludiamo, dunque, affermando con l'angelico e mite papa San Pio X, che chi viene meno al suo dovere di avvertire o punire il prossimo, lungi dal mostrare la vera carità, dimostra di possederne solo una caricatura, cioè il sentimentalismo; perché la trasgressione di questo obbligo costituisce un'offesa a Dio e al prossimo: “Quando sento qualche cosa di voi che non piace a Dio e a voi non è conveniente, se tralascio di ammonirvi, non temo Iddio e non amo voi come debbo[5].

L'illustre vescovo Antonio Joaquim de Melo, uno dei più grandi pastori che il Brasile abbia mai conosciuto, ha fatto questa straordinaria dichiarazione con la piena autorità della sua grande reputazione: “La misericordia di Dio ha mandato all'inferno più anime della sua giustizia”. In altre parole, il grande prelato ha dichiarato che l'incauta speranza di salvezza danneggia più anime dell'eccessivo timore della giustizia di Dio. È anche indiscutibile che l'eccessiva benignità nell'applicazione delle pene che si riscontra oggi in molte associazioni religiose, e la totale assenza di essa in alcuni settori dell'AC, ha impoverito le file dei figli della luce molto più di quanto avrebbero potuto fare misure sconsiderate e forse troppo agguerrite.

Lo spirito delle confraternite “massonificate”

In una conversazione, una persona di influenza preponderante e persino decisiva in certi ambienti dell'Azione Cattolica ci ha detto che in cinque anni non ha mai escluso nessuno, per quanto lontano, dal settore affidato alla sua direzione. Se qualcuno avesse smesso del tutto di partecipare, la sua tessera sarebbe stata trasferita in un cassetto speciale, dal quale era poi facile reinserirla nell'archivio dei soci attivi una volta ricomparsa, dopo cinque, dieci o vent'anni. E tutto questo senza il minimo noviziato, esame o atto di penitenza.

Questo ci ricorda il caso molto autentico di un'antica confraternita in cui una volta una pia signora iscrisse il figlio di 9 anni per adempiere a una promessa. Dopo l'iscrizione, il giovane membro non ricomparve più. Divenuto uomo, perse la fede e ora è anziano. Questa persona racconta con evidente ilarità come, in tutto questo tempo, non abbia mai smesso di ricevere inviti a tutti gli eventi della confraternita. Probabilmente continuerà a riceverli anche dopo la sua morte. I lettori che non sono stati costretti dal romanticismo ad abbandonare completamente il buon senso capiranno come questo modo di fare nella fratellanza trascini la Chiesa nel più basso grado di discredito possibile.

Si tratta di un curioso punto di convergenza, a cui se ne aggiungeranno molti altri, che mostra come, sotto la copertura di innovazioni nell'AC, la vera intenzione sia quella di ristabilire, in tutto il loro spirito, gli errori delle confraternite "massonificate" del tempo di Mons. Vital. Non neghiamo che questo invito insistente avrebbe potuto fare del bene all'anima così chiamata. Ma vale la pena danneggiare il prestigio della Chiesa, interessata alla salvezza di migliaia di anime, in cambio di una piccola possibilità di ricondurre un'anima ribelle alla vita della grazia? Chi non vede che un simile pensiero può essere concepito solo da una persona il cui buon senso è stato offuscato?

“Time Jesum transeuntem et non revertentem”, ci ricorda Dom Chautard. Quanto è salutare il timore che Gesù possa non tornare dopo aver bussato una volta alla porta del cuore! E come queste pratiche rancide diffamano la chiamata di Gesù!

La punizione è una dura necessità

Se questo ragionamento non dovesse prevalere, si potrebbe sostenere che la santa madre Chiesa deve eliminare tutti i capitoli del suo Codice di Diritto Canonico e che la Santa Sede, vera "Mater Misericordiae", ha mancato di carità quando ha fulminato diversi leader modernisti con le severe pene della scomunica "vitando". Certamente, come madre, la Chiesa si sforzerà sempre di governare i suoi figli preferendo la legge dell'amore, nella quale trova la massima fecondità del suo apostolato.

San Francesco di Sales aveva ragione a dire che “si prendono più mosche con un cucchiaino di miele che con un barile di aceto”. Sarebbe una bestemmia credere che questo santo Dottore stesse raccomandando una sorta di liberalismo. Infatti, lo Spirito Santo avverte che “una mosca morta guasta l'unguento del profumiere: un po' di follia ha più peso della sapienza e dell'onore” (Qo 10,1). Sì, vogliamo misericordia, sempre molta misericordia, ma non dobbiamo dimenticare che misericordia e giustizia non devono mai essere l'una senza l'altra.

 

[1] Leone XIII, Enciclica Depuis le jour, 8 settembre 1899, https://www.vatican.va/content/leo-xiii/fr/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_08091899_depuis-le-jour.html [nostra traduzione].

[2]http://www.carimo.it/somma-teologica/somma.htm

[3] Il reverendo padre José Gaspar de Afonseca e Silva fu poi nominato arcivescovo di San Paolo, carica che ricoprì nel 1943, quando fu pubblicato il libro In difesa dell’Azione Cattolica.

[4] Questo è l'insegnamento di Vermeersch-Creusen, nella loro Epitome Juris Canonici, vol. III, n. 469-1): “La persona scomunicata ‘vitanda’, se sceglie di assistere all'ufficio divino passivamente o attivamente, deve essere espulsa, ad eccezione della predicazione della parola divina. - Se non può essere espulsa, l'ufficio deve cessare per quanto possibile senza creare gravi difficoltà’ (can. 2259). Se il ‘vitando’ non vuole andarsene o non può essere allontanato, il sacerdote deve interrompere la Messa fino a quando non ha iniziato il canone; se ha già iniziato il canone, e prima della consacrazione, può, ma non deve continuare; dopo la consacrazione, deve continuare fino alla seconda abluzione, e poi terminare il resto della funzione in un luogo decoroso adiacente alla chiesa. Gli altri assistenti, ad eccezione del ministro, devono ritirarsi non appena si nota l'insistenza del 'vitando' a rimanere presente”.

[5] Pio X, enciclica Communium Rerum, 21 aprile 1909, https://www.vatican.va/content/pius-x/it/encyclicals/documents/hf_p-x_enc_21041909_communium-rerum.html.