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Quinta Parte

Conferma del Nuovo Testamento

Capitolo singolo

L'importanza di questo capitolo

Nel corso della nostra presentazione, abbiamo citato le Scritture in diverse occasioni, ma il lettore avrà notato che le citazioni dell'Antico Testamento sono state più frequenti di quelle del Nuovo Testamento.

Questo perché abbiamo deliberatamente riservato un capitolo speciale e più ampio per analizzare i testi del Nuovo Testamento, e in particolare la posizione della dottrina che difendiamo in relazione a questi testi.

Il vantaggio di uno studio speciale a questo proposito è evidente. Esaltiamo le dottrine del combattimento e della forza: combattimento per il bene e forza al servizio della verità. Ma il romanticismo religioso del secolo scorso ha sfigurato a tal punto la vera nozione di cattolicesimo in molti ambienti da farlo apparire, anche ai nostri giorni, come una dottrina molto più degna del "gentile rabbino di Galilea", di cui parlava Ernest Renan, che del Dio-Uomo che i santi Vangeli ci presentano. Il ritratto di Renan, pur esaltandolo apparentemente, è positivista e blasfemo nei confronti di Nostro Signore, che presenta come quasi-Rotariano nello spirito e nelle opere.

A questo proposito, si è soliti affermare che il Nuovo Testamento ha instaurato un regime così soave nei rapporti tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e il suo prossimo da far supporre che ogni senso di lotta e di severità sia scomparso dalla religione. Così gli avvertimenti e le minacce dell'Antico Testamento sono diventati obsoleti e l'uomo è stato liberato da qualsiasi obbligo di temere Dio o di combattere i nemici della Chiesa.

Senza negare il fatto che nella legge della grazia c'è stata un'effusione molto più abbondante della misericordia divina, vogliamo mostrare che a questo evento fortunatissimo viene talvolta attribuito un significato maggiore di quello che ha in realtà. Grazie a Dio, non c'è cattolico (per quanto poco conosca il Nuovo Testamento) che non conosca l'episodio riportato da San Luca, che esprime mirabilmente il regno della misericordia; un regno che nel Nuovo Testamento è più ampio, più costante e più brillante rispetto all'Antico. Il Salvatore era stato oggetto di insulti nella città di Samaria:

“Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: ‘Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?’ Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio” (Lc 9,54-56).

Che ammirevole lezione di bontà! E quante volte Nostro Signore ha ripetuto lezioni come questa! Incidiamole profondamente nel nostro cuore: ma facciamolo in modo da lasciare spazio ad altri insegnamenti del Maestro divino, non meno importanti. Egli ha certamente predicato la misericordia, ma non ha predicato l'impunità sistematica del male. Se nel Vangelo sembra spesso perdonare, più di una volta sembra anche punire o minacciare. Impariamo da Lui che ci sono circostanze che richiedono il perdono e in cui sarebbe meno perfetto punire; ma che ci sono anche circostanze che richiedono la punizione e in cui sarebbe meno perfetto perdonare. Non cadiamo in un'unilateralità di cui l'adorabile esempio del Salvatore è un'esplicita condanna, perché Egli sapeva usare a volte il perdono e a volte il castigo.

Non dimentichiamo l'evento memorabile che San Luca riporta sopra. Né dobbiamo dimenticare un altro episodio, simmetrico al primo, che è una lezione di rigore che si fonde armoniosamente per formare un insieme perfetto con quello della bontà divina. Ascoltiamo ciò che il Signore dice di Corazìn e Betsàida, e impariamo da Lui non solo l'arte divina di perdonare, ma anche quella non meno divina di minacciare e punire:

“Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!" (Mt 11,21-24).

Si noti che lo stesso Maestro che non volle mandare il fuoco dal cielo sulla città di cui abbiamo parlato prima, profetizzò per Corazìn e Betsàida disgrazie peggiori di quelle di Sodoma! Non strappiamo le pagine del santo Vangelo, ma troviamo elementi di edificazione e di imitazione sia nelle sue pagine oscure sia in quelle chiare, perché entrambe sono doni salutari di Dio.

Se nel Nuovo Testamento la misericordia ha aumentato l'effusione della grazia, la giustizia trova, nel rifiuto di queste maggiori grazie, più crimini da punire. Queste due virtù, intimamente legate, si rafforzano a vicenda nel governo di Dio sul mondo. Non è vero, quindi, affermare che nel Nuovo Testamento c'è spazio solo per il perdono e non per la punizione.

Peccatori prima e dopo Cristo

Anche dopo la Redenzione, il peccato originale continuò ad esistere con le sue tristi conseguenze per l’intelletto e la volontà dell'uomo. D'altra parte, gli uomini sono rimasti suscettibili alla tentazione del diavolo. Di conseguenza, il peccato non è scomparso dalla terra e la Chiesa continua a farsi strada in un mare agitato, dove l'ostinazione e la malizia dei peccatori sollevano ostacoli che essa deve superare in ogni momento. Basta un rapido sguardo alla storia della Chiesa per renderlo dolorosamente evidente. Ma c'è di più: la grazia santifica chi la accoglie, ma il suo rifiuto da parte dell'uomo lo mette in una situazione peggiore di quella in cui si trovava prima di riceverla. È in questo senso che l'Apostolo scrive che i pagani convertiti al cristianesimo e poi sedotti dalle eresie sono diventati peggiori di quanto non fossero prima di diventare cristiani. Il peggior criminale della storia non è certo il pagano che ha condannato a morte Gesù Cristo, né il sacerdote che ha diretto il corso degli eventi che hanno portato alla crocifissione, ma l'apostolo infedele che ha venduto il suo Maestro per trenta denari. "Più grande è l'altezza, più profonda è la caduta", dice un proverbio della nostra saggezza popolare. Quale profonda e dolorosa consonanza ha questa affermazione con gli insegnamenti della teologia!

Così, nel suo cammino, la Madre Chiesa deve affrontare uomini altrettanto cattivi, se non peggiori, di quelli che si ribellarono alla legge di Dio nell'Antico Testamento. Nella sua Enciclica Divini Redemptoris, il Santo Padre Pio XI ha dichiarato che, nel nostro tempo, non solo gli uomini, ma anche “popoli interi si trovano nel pericolo di ricadere in una barbarie peggiore di quella in cui ancora giaceva la maggior parte del mondo all’apparire del Redentore”.

Di conseguenza, la difesa dei diritti della verità e del bene richiede che i molti nemici della Chiesa siano umiliati più vigorosamente che mai. Quindi, quando le preghiere e la gentilezza non sono sufficienti a vincere l'avversario, un cattolico deve essere pronto a brandire efficacemente tutte le armi legittime a sua disposizione.

Si noti, nei passi che seguono, quanti esempi mirabili di profonda astuzia, instancabile combattività ed eroica franchezza si trovano nel Nuovo Testamento. Essi mostrano chiaramente che Nostro Signore non era un predicatore sentimentale, ma un Maestro infallibile che sapeva predicare l'amore con parole ed esempi di insuperabile e ammirevole dolcezza, sapendo anche predicare, con parole e fatti di insuperabile e non meno adorabile severità, il dovere della vigilanza, della perspicacia e della lotta aperta e implacabile contro i nemici della Chiesa che la bontà non riesce a disarmare.

* * *

“L’astuzia del serpente”

Iniziamo quindi con la virtù dell'astuzia o, in altre parole, con la virtù evangelica dell'astuzia serpentina.

Nostro Signore raccomanda con enfasi la prudenza in molti casi, facendo capire ai fedeli che non devono avere un candore cieco e pericoloso, ma che la loro bontà deve al contrario coesistere con un amore vivo e diligente per i doni di Dio; così vivo e diligente da poter riconoscere, nonostante le mille false apparenze, i nemici che vogliono derubarli. Vediamo un passaggio:

“Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete” (Mt 7,15-20).

Questo brano è un piccolo trattato sulla furbizia. Inizia affermando che dobbiamo lottare non solo con i nemici apparenti, ma anche con i falsi amici, e che i nostri occhi devono quindi essere vigili, non solo contro i lupi che si avvicinano apertamente, ma anche attenti alle pecore per vedere se sotto la lana bianca possiamo trovare il manto rosso e mal dissimulato di qualche lupo astuto. Questo significa che un cattolico deve avere una mente penetrante e agile, diffidare sempre delle apparenze e fidarsi solo di chi dimostra, dopo un attento e sapiente esame, di essere una vera pecora.

Ma come possiamo discernere una falsa pecora da una vera? "Dai loro frutti si riconosceranno i falsi profeti". Nostro Signore sta dicendo che dobbiamo prendere l'abitudine di analizzare attentamente le dottrine e le azioni del nostro prossimo, per valutare i suoi frutti secondo il loro valore reale e prendere le necessarie precauzioni quando sono cattivi.

Questo obbligo è importante per tutti i fedeli, che hanno il dovere di rifiutare le false dottrine e le seduzioni di amici che vorrebbero attirarli nel male o tenerli nella mediocrità. Questo dovere è molto più grave per i dirigenti dell'AC, che devono essere ancora più vigili su se stessi e sugli altri e assicurarsi, con la loro astuzia e la loro vigilanza, di non permettere agli uomini che potrebbero essere affiliati a dottrine o a sette ostili alla Chiesa di rimanere tra i fedeli o di ascendere a posizioni di grande responsabilità.

Guai a quei leader il cui errato senso di apertura neutralizza l'esercizio costante della vigilanza intorno a loro! Perderanno un numero maggiore di anime a causa della loro negligenza rispetto a molti nemici dichiarati del cattolicesimo. Essendo incaricati, sotto la direzione della gerarchia, di moltiplicare i talenti, cioè le anime nelle file dell'AC, non devono né sotterrare il tesoro né, con la loro "buona fede", lasciarlo cadere nelle mani dei ladri. Se Nostro Signore è stato così severo con il servo che non ha fatto fruttare il talento, cosa farebbe con un uomo che dorme quando entra il ladro?

Vediamo un altro passaggio.

“Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani” (Mt 10,16-18).

In generale, questo passo è visto come un avvertimento che si applica solo in tempi di aperta persecuzione religiosa, poiché si riferisce solo alla convocazione davanti a tribunali, governatori e re, e alla flagellazione nelle sinagoghe. Ma tenendo conto di ciò che sta accadendo nel mondo, sarebbe opportuno chiedersi se oggi esiste un Paese in cui possiamo essere sicuri che questa situazione non si svilupperà da un momento all'altro.

In ogni caso, sarebbe altrettanto errato credere che Nostro Signore raccomandi una grande prudenza solo di fronte a un pericolo manifesto e grave, e che un leader dell'Azione Cattolica possa quindi rinunciare abitualmente alla pratica dell'astuzia del serpente e coltivare solo la semplicità della colomba. Infatti, ogni volta che è in gioco la salvezza di un'anima, è in gioco un valore infinito, perché il sangue di Gesù Cristo è stato versato per la salvezza di ogni anima. Un'anima è un tesoro più grande del sole e la sua perdita è un male ben più grande di qualsiasi sofferenza fisica o morale che potremmo sopportare legati a una colonna di flagelli o seduti al banco degli imputati.

Pertanto, un leader dell’Azione Cattolica ha l'obbligo assoluto di rimanere attento con occhi penetranti come quelli di un serpente, per discernere tutti i possibili tentativi di infiltrazione nei ranghi dell'AC, così come tutti gli altri rischi a cui può essere esposta la salvezza delle anime nel settore a lui affidato.

In questo senso, è molto appropriato citare un altro passo: “Gesù rispose loro: ‘Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: ‘Io sono il Cristo’, e trarranno molti in inganno’” (Mt 24,4-5). È un errore credere che l'unico rischio a cui possono essere esposti gli ambienti cattolici sia l'infiltrazione di idee palesemente errate. Proprio come l'Anticristo cercherà di spacciarsi per il vero Cristo, le dottrine erronee rivestiranno i loro principi con un'apparenza di verità e presenteranno maliziosamente un presunto sigillo della Chiesa, promuovendo così la compiacenza, la tolleranza e il compromesso - un pendio scivoloso sul quale, gradualmente e quasi impercettibilmente, cadiamo nel peccato.

Alcune anime tiepide hanno l'abitudine di collocarsi ai margini dell'ortodossia, come a cavallo del muro che li separa dall'eresia, e da lì sorridono del male senza abbandonare il bene - o, meglio, sorridono del bene senza abbandonare il male. Purtroppo, tutto questo crea un'atmosfera in cui il "sensus Christi" scompare del tutto e l'aspetto cattolico si conserva solo sulle etichette.

Un dirigente di Azione Cattolica deve opporsi a tutto questo essendo vigile, perspicace, accorto, chiaro e instancabilmente scrupoloso nelle sue osservazioni, tenendo sempre presente che ciò che alcuni libri o consiglieri predicano come cattolico non lo è veramente. E, rispondendo, “Gesù si mise a dire loro: ‘Badate che nessuno v'inganni! Molti verranno in mio nome, dicendo: ‘Sono io’, e trarranno molti in inganno’” (Mc 13, 5-6).

Ecco un altro passaggio degno di nota:

“Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo” (Gv 2,23-25).

Qui ci mostra chiaramente che dobbiamo usare tutte le nostre risorse per distinguere ciò che potrebbe essere incompatibile o difettoso nelle manifestazioni talvolta entusiastiche che la Santa Madre Chiesa può suscitare. Questo è l'esempio del Maestro. Quando è necessario, Egli non negherà a un apostolo veramente umile e distaccato una luce ancora più carismatica e soprannaturale per discernere i veri amici della Chiesa da quelli falsi. Anzi, Colui che ci ha raccomandato espressamente di essere vigili non ci negherà le grazie necessarie per farlo.

“Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge” (At 20, 28-29).

È vero che l'obbligo di vigilanza contenuto in questo passo si riferisce direttamente solo ai vescovi. Ma nella misura in cui l'AC è uno strumento della gerarchia, uno strumento vivo e intelligente, anch'essa deve stare in guardia dai lupi rapaci.

Per non prolungare eccessivamente la presentazione, citeremo solo alcuni passaggi.

San Pietro ha aggiunto questo consiglio:

“Voi dunque, carissimi, siete stati avvertiti: state bene attenti a non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall'errore dei malvagi. Crescete invece nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno dell'eternità. Amen” (2Pt 3, 17-18).

Non si pensi che solo un'anima naturalmente incline alla diffidenza possa essere sempre vigile. Leggiamo in San Marco: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate” (13,37). San Giovanni consiglia con tenera sollecitudine: “Figlioli, nessuno v'inganni” (1Gv 3,7).

Pertanto, una vigilanza astuta ed efficace è un dovere per tutti noi, membri dell'AC.

L'idolatria della popolarità

Come abbiamo detto in un altro capitolo, dopo gli atteggiamenti virili e coraggiosi che ci ha dato come esempio, la ricompensa del Maestro è stata l'impopolarità. Questa impopolarità è per molti la vergogna suprema, lo spauracchio che ispira tutte le concessioni e tutte le ritirate strategiche, e il marchio sinistro di ogni apostolato fallito. Agli occhi del mondo, l'impopolarità di Nostro Signore divenne tale da essere considerato addirittura malvagio:

“mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio” (Mt 8,33-34).

In seguito, Nostro Signore ha predetto ai suoi fedeli di tutti i tempi l'inevitabile esistenza di nemici:

“l fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mt 10,21-22).

Come possiamo vedere, l'odio arrivò al punto di scatenare una feroce battaglia contro i discepoli di Gesù. E le accuse contro i fedeli saranno terribili! Tuttavia, essi non devono rinunciare a un'azione apostolica coraggiosa:

“Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze” (Mt 10,24-27).

Come abbiamo detto, i fedeli devono essere molto grati per la stima dei loro simili, ma devono disprezzare il loro odio quando è basato sull'avversione alla verità o alla virtù. Un apostolo deve desiderare la conversione del prossimo, ma non deve confondere la conversione sincera e profonda di un uomo o di un popolo con i segni di una popolarità superficiale.

Nostro Signore compie i suoi miracoli per convertire, non per diventare popolare: “Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta” (Mt 12,39), dice, indicando che non avrebbe compiuto miracoli inutili per la loro conversione. E infatti, anche se i miracoli del Salvatore gli avessero dato una certa popolarità, sarebbe stata una popolarità inutile, perché non sarebbe scaturita dal desiderio di conoscere la Verità.

Ma quanti apostoli fanno il possibile e l'impossibile per diventare popolari, anche a costo di sacrificare i loro principi! Forse non sanno che così facendo perdono la beatitudine che il Signore ha promesso a coloro che sono odiati dai nemici della Chiesa a causa del loro amore per l'ortodossia e la virtù: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi” (Mt 5,11-12).

Non sacrifichiamo, non sminuiamo e non alteriamo mai la verità, per quanto grande sia l'odio che può pesare su di noi. Nostro Signore ce ne ha dato un esempio quando ha predicato la verità e il bene, anche a costo di rischiare il carcere:

“Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?". Rispose la folla: "Sei indemoniato! Chi cerca di ucciderti?". Disse loro Gesù: "Un'opera sola ho compiuto, e tutti ne siete meravigliati. Per questo Mosè vi ha dato la circoncisione - non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi - e voi circoncidete un uomo anche di sabato. Ora, se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!".

Intanto alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: "Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov'è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia". Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: "Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato".

Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora” (Gv 7,19-30).

La procedura evangelica nei confronti degli uomini di cattiva dottrina

Questo è il consiglio di San Giacomo: “Non ingannatevi, fratelli miei carissimi” (Gc 1, 16). Siamo molto attenti, astuti, abili e prudenti nel discernere la buona dottrina da quella cattiva.

Ma questo non basta. Le dottrine prendono corpo negli uomini. Dobbiamo essere perspicaci, saggi e prudenti anche quando si tratta di uomini.

Sappiamo discernere un nemico e combatterlo con le armi della carità e della fortezza:

“Lo Spirito dice apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti ingannatori e a dottrine diaboliche, a causa dell'ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza” (1Tm 4, 1-2).

Per quanto riguarda le dottrine e gli indottrinatori, questo consiglio è appropriato non solo in campo teologico, filosofico, politico, sociale o economico, ma anche in qualsiasi altro campo di interesse per la Chiesa:

“E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo” (Fil 1, 9-10).

In effetti, in questa tristissima epoca di rovina e di corruzione, sarebbe inconcepibile che non esistessero, come ai tempi apostolici, “falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere” (2Cor 11, 13-15).

Quale altro tipo di arma contro questi ministri se non l'astuzia necessaria a distinguere, con le loro azioni e dottrine, i figli della luce da quelli delle tenebre?

La vigilanza contro i predicatori di false dottrine, più dolci, più facili e quindi più ingannevoli, deve essere non solo penetrante ma anche costante:

“Vi raccomando poi, fratelli, di guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro l'insegnamento che avete appreso: tenetevi lontani da loro. Costoro, infatti, non servono Cristo nostro Signore, ma il proprio ventre e, con belle parole e discorsi affascinanti, ingannano il cuore dei semplici.

La fama della vostra obbedienza è giunta a tutti: mentre dunque mi rallegro di voi, voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male. Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signore nostro Gesù sia con voi” (Rm 16,17-20).

Saggi nel bene e immuni dal male! Quanti sono coloro che non predicano altro che ingenuità e candore al servizio del bene, ma possiedono una terribile saggezza nel diffondere il male!

Questa sapienza serpentina, astuta a fin di bene, è una virtù altrettanto evangelica dell'innocenza della colomba: “Dico questo perché nessuno vi inganni con argomenti seducenti” (Col 2,4).

“Fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo” (Col 2,8).

“Nessuno che si compiace vanamente del culto degli angeli e corre dietro alle proprie immaginazioni, gonfio di orgoglio nella sua mente carnale, vi impedisca di conseguire il premio” (Col 2,18).

La Chiesa è militante e noi siamo i suoi soldati. È necessario citare altri passaggi per dimostrare che non solo dobbiamo essere soldati, ma anche soldati più vigili? L'esperienza dimostra che le migliori virtù militari sono inutili senza la vigilanza. Che questo basti a convincere i membri dell'AC che ognuno di loro, come "miles Christi", deve sviluppare in alto grado non solo l'innocenza della colomba, ma anche l'astuzia del serpente se vuole seguire il santo Vangelo nella sua integrità.

La tattica del “terreno comune”

Nel capitolo precedente abbiamo parlato della famosa "tattica del terreno comune". Questa consiste nell'evitare costantemente qualsiasi argomento che possa essere fonte di discordia tra cattolici e non cattolici, e nel sottolineare solo ciò che può essere comune a entrambi.

Non riconoscere mai la separazione dei campi, non chiarire mai le ambiguità o definire gli atteggiamenti. Finché l'individuo è o si definisce cattolico, anche se i suoi atteggiamenti e le sue parole contraddicono le sue idee, anche se la sua vita differisce dalle sue convinzioni o la sua sincerità può essere messa in dubbio, non dobbiamo mai assumere un atteggiamento fermo nei suoi confronti, con il pretesto che non dobbiamo “spezzare la canna rotta e non spegnere il lucignolo fumante” (Is 42,1-9) Il brano che segue mostra in modo eloquente come dobbiamo procedere in questa delicata materia, dimostrando che la giusta pazienza non deve mai arrivare ai limiti dell'imprudenza e dell'imbecillità:

“Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile" (Mt 3,10-12).

Quanto a nascondere le ragioni dei disaccordi che ci separano da quanti sono solo imperfettamente nostri, non è quel che fa il Maestro divino nelle numerose circostanze esaminate di seguito.

I farisei conducevano una vita di pietà, almeno in apparenza, e Nostro Signore, lungi dal nascondere l'inadeguatezza di questa apparenza per paura di irritarli e allontanarli ulteriormente da Lui, li attaccò frontalmente, dicendo:

“Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: ‘Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?’. Ma allora io dichiarerò loro: ‘Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!’” (Mt 7, 21-23).

Questo linguaggio potrebbe provocare irritazione? Potrebbe suscitare l'odio dei farisei contro il Salvatore, invece di convertirli? Poco importa. Il Maestro non poteva fare accomodamenti facili ma ingannevoli. Per sé e per i suoi discepoli di tutte le epoche, preferì una lotta aperta e dichiarata:

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l'uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa.

Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10, 34-39).

Come molte persone di oggi, con le quali le anime pacifiste e accomodanti preferiscono sempre temporeggiare, anche i farisei avevano "qualcosa di buono". Tuttavia, non furono trattati con le pratiche tranquillizzanti delle tattiche del terreno comune. Con una logica impeccabile, Nostro Signore li ha castigati verbalmente:

" Prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l'albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L'uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive” (Mt 12,33-35).

Quando l'esperienza dimostrò che i farisei avevano rifiutato l'immensa e adorabile grazia contenuta nelle parole fulminanti del Salvatore e si erano ribellati ancora di più a Lui, il Maestro non cambiò la sua tattica:

“Allora i discepoli si avvicinarono per dirgli: ‘Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?’. Ed egli rispose: ‘Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. ‘Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!’ Pietro allora gli disse: ‘Spiegaci questa parabola’. Ed egli rispose: ‘Neanche voi siete ancora capaci di comprendere?’” (Mt 15,12-16).

Con ciò, Egli mostrò che la paura di dispiacere e di provocare i colpevoli a rivoltarsi contro la Chiesa non può essere l'unica motivazione dei nostri metodi di apostolato. Eppure, quanti oggi, come San Pietro e gli apostoli, "senza capire", non riescono a cogliere la mirabile lezione di forza e combattività che il Divino Maestro ci ha dato! Chi tra i nostri romantici liberali sarebbe in grado di dire ai moderni persecutori della Chiesa:

“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma all'interno sono pieni di avidità e d'intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi pulito!

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all'esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all'esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: "Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti". Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri. Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geènna?

Perciò ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: di questi, alcuni li ucciderete e crocifiggerete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l'altare. In verità io vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione” (Mt 23, 23-36).

Tuttavia, spesso non sono meno malvagi dei farisei; non sono buoni nella loro dottrina, sono generalmente depravati e causano scandali pubblici, aggiungendo alla corruzione dei farisei l'enorme peccato del cattivo esempio e dell'orgoglio di fare il male. Ripetiamo ancora una volta che è un errore pensare che oggi non ci siano più persone malvagie di quante ce ne fossero ai tempi di Nostro Signore: Pio XI ci ha detto che siamo sull'orlo di un abisso più profondo di quello che era il mondo prima della Redenzione. Tuttavia, quanti avrebbero una paura folle di peccare contro la carità se dovessero fare un severo rimprovero agli avversari della Chiesa!

Nostro Signore disse dei farisei: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me’” (Mc 7,6).

Quanto imiteremmo il Maestro divino se dicessimo ai materialisti corrotti di oggi: "Voi bestemmiate Dio con le labbra e il vostro cuore è lontano da Lui".

Nostro Signore aveva chiaramente previsto che questo processo avrebbe sempre irritato alcuni nemici della Chiesa:

“Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Mc 13,12-13).

Ma la forma più alta di carità consiste proprio nel fare del bene attraverso un consiglio chiaro e, se necessario, eroicamente forte, proprio a coloro che potrebbero pagarci per questo bene mettendoci a morte.

Ecco perché Nostro Signore disse a coloro che in seguito lo avrebbero ucciso, ma che in quel momento lo applaudivano: “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26).

È un errore nascondere sistematicamente il vero stato del peccatore. Per esempio, San Giovanni non ha esitato a dire (1Gv 3,8): “Chi commette il peccato viene dal diavolo". Per questo motivo, l'apostolo dell'amore scrive in modo molto categorico:

“Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie” (2Gv 1, 9-11).

E in un'altra occasione ha detto:

“Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere. Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando di noi con discorsi maligni. Non contento di questo, non riceve i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa” (3Gv 9-10).

In una virile presa di posizione contro i nemici della Chiesa e in piena sintonia con il Nuovo Testamento, scrive: “Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi” (Ap 2, 2).

E per questo motivo leggiamo anche nell'Apocalisse: “Tuttavia hai questo di buono: tu detesti le opere dei nicolaìti, che anch'io detesto” (2,6).

In breve, quando viene usata non come eccezione, ma frequentemente e abitualmente, la cosiddetta "tattica del terreno comune" è la canonizzazione del rispetto umano; e, incoraggiando i fedeli a nascondere la loro fede, è un'aperta violazione delle parole dell'adorabile Maestro:

“Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,13-16).

Per quanto riguarda il consiglio dato in certi ambienti dell'AC di nascondere ai neofiti le difficoltà della vita spirituale e le lotte interiori che ne conseguono, si noti l'atteggiamento totalmente diverso di Nostro Signore quando disse alle anime che voleva attirare questa terribile verità: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12).

E dichiarò anche:

“Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna” (Mc 9,43-47).

Ma, potrebbe obiettare qualcuno, questo linguaggio non respinge le anime? Certo, le anime fredde e dure. Ma se Nostro Signore non vuole tali anime tra i suoi, e se ha usato il linguaggio per allontanare da sé questi elementi inutili, vogliamo essere più saggi, gentili e compassionevoli dell'Uomo Dio nel chiamare a noi coloro che Egli non vuole?

Gli apostoli lo capirono e seguirono l'esempio del Maestro.

Alcune anime del nostro tempo sono così facili da accontentare che considerano qualsiasi politico che parli di Dio in un discorso come un cattolico molto genuino e affidabile. Questa è la tattica di vedere ciò che ci unisce, ma non ciò che ci separa. Chi oserebbe rivolgere a uno di questi vaghi "deisti", in certi ambienti liberali, le terribili parole di san Giacomo: “Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!” (Gc 2,19). E che direbbe ai tanti sibariti del nostro tempo:

“E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza” (Gc 5,1-6).

Eppure, questo è il comportamento di un cristiano il cui spirito audace e santo non tollera sotterfugi o sinuosità in materia di fede. Come dobbiamo svolgere il nostro apostolato? Con le armi della franchezza: “Il vostro ‘sì’ sia sì, e il vostro ‘no’ no, per non incorrere nella condanna” (Gc 5,12).

Se non dichiariamo la nostra fede con le parole e con le azioni, non facciamo apostolato: nascondiamo la luce di Cristo che brilla in noi e che dovrebbe traboccare dal nostro interno e illuminare il mondo: “... per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo” (Fil 2,15).

Non rifuggiamo da nulla e non vergogniamoci di nulla: “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo” (2Tm 1,7-8).

Ci sono cause di attrito in questo atteggiamento? Non importa. San Paolo ci dice: “Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo (...) [perché io sappia] che combattete unanimi per la fede del Vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio” (Fil 1,27-28).

Qualsiasi carità che una persona cerchi di esercitare a scapito di questa regola è falsa: 

“La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene” (Rm 12, 9).

Ancora una volta, insistiamo: se qualcuno si sottrae alle austerità della Chiesa, lasciatelo stare, perché non è tra gli eletti.

“Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti. Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1, 17-24).

È difficile agire sempre in questo modo, ma un'anima virile, sostenuta dalla grazia, può fare qualsiasi cosa: “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti” (1Cor 16,13).

D'altra parte, chi si rifiuta di lottare deve rinunciare alla vita dei cattolici, che è una lotta incessante, come dice l'Apostolo, avvertendo in modo enfatico e dettagliato:

“Per il resto, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare” (Ef 6,10-20).

Non troviamo altra dottrina nella vita del Divino Salvatore:

“Gli risposero i Giudei: ‘Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?’. Rispose Gesù: ‘Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno’. Gli dissero allora i Giudei: ‘Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: ‘Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno’. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?’. Rispose Gesù: ‘Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ‘È nostro Dio!’, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia’. Allora i Giudei gli dissero: ‘Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?’. Rispose loro Gesù: ‘In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono’. Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8,48-59).

Nostro Signore fu accusato non solo di essere posseduto, ma anche di bestemmia:

“I Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro: ‘Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?’. Gli risposero i Giudei: ‘Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio’” (Gv 10,31-33).

Sulle orme di Nostro Signore, non ritiriamoci quando la nostra pratica di apertura apostolica sembra essere fallita.

Non cerchiamo il successo immediato e l'applauso fugace della folla o anche dei nostri avversari; questi sono i frutti della tattica del terreno comune.

Nostro Signore ci mostra spesso che dobbiamo disprezzare la popolarità tra i malvagi: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi” (Mt 13, 57-58).

Alcuni sostengono che il trionfo supremo di un'opera cattolica non è la benedizione e la lode della gerarchia, ma l'applauso dell'avversario. Questo criterio è fallace, perché, tra mille altri motivi, potrebbe essere un semplice agguato in cui cadiamo, e quindi sacrifichiamo i nostri principi a questo prezzo: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,26). “ ‘Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona’. Li lasciò e se ne andò” (Mt 16,4). Nostro Signore se n'è andato, ma noi, invece, vorremmo rimanere sul campo sterile, sfigurando e sminuendo le verità finché non arriva l'applauso. Quando l'applauso arriva, spesso è segno che siamo diventati falsi profeti.

È vero che Nostro Signore ha pietà di coloro che non sono così induriti nel male da non poter essere salvati da un miracolo:

“E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all'uomo: ‘Tendi la mano!’. Egli la tese e la sua mano fu guarita” (Mc 3,5).

Ma molti periranno nella loro cecità:

E diceva loro: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato” (Mc 4,11-12).

Alla luce di tanto rigore, non sorprende che il "mite rabbino di Galilea" sia stato talvolta capace di incutere vero e proprio terrore, anche in coloro che gli erano più vicini: “Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo” (Mc 9,32).

Essere apostolo significa condurre una vita di combattimento piuttosto che ricevere lodi, come annuncia la profezia seguente, che senza dubbio può incutere un certo terrore:

“Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per dare testimonianza a loro” (Mc 13,9).

Perché tanto odio per i predicatori del bene?

“So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi” (Gv 8,37).

Da sempre ci saranno cuori in cui la parola della Chiesa non trova posto. Questi cuori saranno allora pieni di odio e cercheranno di ridicolizzare, sminuire, calunniare, portare all'apostasia e persino uccidere i discepoli di Nostro Signore.

Anche per questo motivo il Signore disse ai Giudei:

“‘Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l'ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro’. Gli risposero allora: ‘Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!’. Disse loro Gesù: ‘Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola’” (Gv 8,40-43).

Non sorprende quindi che i suoi miracoli suscitassero odio. Ecco cosa accadde dopo il miracolo della resurrezione di Lazzaro:

“Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: ‘Liberatelo e lasciatelo andare’. Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto” (Gv 11,44-46).

Alla luce di tutto ciò, come possono gli apostoli sperare di essere sempre stimati da tutti? Non vedono che questa stima generale contiene spesso il segno inequivocabile che non sono più con Nostro Signore?

In effetti, ogni vero cattolico avrà dei nemici:

“Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: ‘Un servo non è più grande del suo padrone’. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio” (Gv 15,18-23).

Il brano seguente è sulla stessa linea:

“Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16,1-2).

E anche:

“Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno” (Gv 17,14-15).

Quanto alle sterili e inutili lodi del diavolo e dei suoi scagnozzi, vediamo come vanno trattate:

“Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una schiava che aveva uno spirito di divinazione: costei, facendo l'indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni. Ella si mise a seguire Paolo e noi, gridando: ‘Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunciano la via della salvezza’. Così fece per molti giorni, finché Paolo, mal sopportando la cosa, si rivolse allo spirito e disse: ‘In nome di Gesù Cristo ti ordino di uscire da lei’. E all'istante lo spirito uscì” (At 16,16-18).

Dovremmo infatti rallegrarci quando, da parte del campo nemico, riceviamo una parola di lode da qualche anima che, toccata dalla grazia, comincia ad avvicinarsi a noi. Ma quanto è diverso questo applauso dalla gioia falsa e turbolenta che gli empi manifestano quando alcuni apostoli ingenui presentano loro verità inferme e mutilate simili agli errori dell'empietà! L'applauso in questo caso non significa un movimento verso il bene delle anime, ma la gioia che provano nell'immaginare che la Chiesa non voglia tirarle fuori dal male. È l'applauso di un uomo felice di poter continuare nel peccato, il che significa un indurimento ancora maggiore nel male. Dobbiamo evitare questo applauso. Così, chi non si rassegna ad essere impopolare si scontra con il Nuovo Testamento:

“Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia” (1Gv 3, 13).

Irritare i malvagi è spesso il frutto di azioni molto nobili:

“Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti [malvagi] erano il tormento degli abitanti della terra” (Ap 11,10).

Chi pensa che la dottrina cattolica susciterà un applauso unanime quando sarà predicata in modo esemplare con parole e azioni, si sbaglia di grosso. San Paolo dice:

“E tutti quelli che vogliono rettamente vivere in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2Tm 3,12). Come mostra questo passo, una vita pia esaspera l'odio dei senza Dio. La Chiesa non è odiata per le imperfezioni riscontrate in questo o quel suo rappresentante nel corso dei secoli. Queste imperfezioni sono quasi sempre semplici pretesti per i malvagi, nel loro odio, per ferire ciò che di divino c'è nella Chiesa.

Il buon odore di Cristo è un profumo d'amore per coloro che si salvano, ma suscita odio in coloro che si perdono:

“Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita” (2Cor 2, 15-16).

Come Nostro Signore, la Chiesa ha in sommo grado la capacità di farsi amare da individui, famiglie, popoli e intere razze. Ma allo stesso modo ha, come Nostro Signore, l'attributo di vedere l'odio ingiusto di individui, famiglie, popoli e razze intere sollevarsi contro di lei. Un vero apostolo non si preoccupa di essere amato con un amore che non è l'espressione dell'amore che le anime hanno (o almeno cominciano ad avere) per Dio, e che non porta al Regno di Dio. Qualsiasi altro tipo di popolarità è inutile per lui e per la Chiesa. Così dice San Paolo:

“Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!” (Gal 1,10).

Come si vede, l'approvazione degli uomini è sufficiente a preoccupare un apostolo dalla coscienza delicata, invece di renderlo felice: avrebbe potuto trascurare la purezza dottrinale per ottenere una così ampia stima? È certo che abbia castigato l'empietà come gli imponeva il suo dovere? Si sarebbe davvero trovato in una situazione simile a quella di Nostro Signore la Domenica delle Palme? Se è così, ecco un avvertimento: ricordate il valore dell'applauso umano e non siate attaccati ad esso. Domani, forse, appariranno falsi profeti che attireranno la gente predicando una dottrina meno austera. E l'uomo, ancora applaudito alla vigilia, dovrà dire a coloro che lo hanno lodato:

“Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? Costoro sono premurosi verso di voi, ma non onestamente; vogliono invece tagliarvi fuori, perché vi interessiate di loro. È bello invece essere circondati di premure nel bene sempre, e non solo quando io mi trovo presso di voi, figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi! Vorrei essere vicino a voi in questo momento e cambiare il tono della mia voce, perché sono perplesso a vostro riguardo” (Gal 4,16-20).

Ma questo linguaggio non può essere cambiato: l'interesse delle anime lo impedisce. E se questo avvertimento dovesse rimanere lettera morta, la popolarità dell'apostolo soccomberebbe definitivamente.

Così, se al nostro apostolo manca uno spirito soprannaturale distaccato e virile, eccolo lì a rincorrere coloro che lo abbandonano. Lì diluirà i principi, corromperà e distorcerà le verità, sminuirà e svenderà i precetti per salvare gli ultimi frammenti di popolarità che aveva inconsapevolmente trasformato in un idolo.

Come si può paragonare un simile comportamento con quello di Nostro Signore che, pur profondamente addolorato, condusse la sua lotta diretta e coraggiosa contro l'empietà fino alla morte, e alla morte di croce?

Sebbene le verità chiaramente enunciate portino talvolta i perversi a diventare ancora più induriti nella loro malvagità, grande è la gioia di un apostolo che riesce a superare il suo spirito pacifista e a salvare le anime con colpi decisi.

“Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se mi è dispiaciuto - vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo, vi ha rattristati -, ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi, quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda” (2 Cor 7, 8-11) (San Paolo si riferisce al caso di un incestuoso, menzionato nella prima epistola).

Questa è la grande, ammirevole ricompensa degli apostoli che hanno uno spirito soprannaturale e sono abbastanza lungimiranti da non fare della popolarità l'unica regola e il fine supremo del loro apostolato.

Non sottraiamoci ai fallimenti momentanei, e Nostro Signore non negherà al nostro apostolato queste stesse consolazioni, le uniche a cui dobbiamo aspirare.

La predicazione di verità austere

Alcune anime profondamente penetrate dal liberalismo hanno sostenuto che i fedeli, nell'imitare il dolcissimo Salvatore, non dovrebbero mai includere nelle loro esortazioni a fare il bene la minaccia di sanzioni future, perché un linguaggio pieno di tali avvertimenti sarebbe inappropriato per gli araldi della religione dell'amore.

È chiaro che il timore di una punizione futura non dovrebbe essere l'unica motivazione per praticare la virtù. Fatta questa riserva, è difficile capire da dove i liberali abbiano tratto l'idea che parlare di inferno sia un'offesa alla carità. Vediamo come gli apostoli parlavano delle punizioni che meritiamo dopo la morte, all'inferno o nel purgatorio:

“È proprio della giustizia di Dio ricambiare con afflizioni coloro che vi affliggono e a voi, che siete afflitti, dare sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo, insieme agli angeli della sua potenza, con fuoco ardente, per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Essi saranno castigati con una rovina eterna, lontano dal volto del Signore e dalla sua gloriosa potenza. In quel giorno, egli verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile da tutti quelli che avranno creduto, perché è stata accolta la nostra testimonianza in mezzo a voi” (2Ts 1, 6-10).

E Nostro Signore ha detto del purgatorio: “In verità ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!” (Mt 5,26).

Per quanto riguarda l'inferno, ascoltiamo le parole del dolcissimo Maestro:

“Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7, 13-14).

“Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: ‘In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti’” (Mt 8,10-12).

“Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sodoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città” (Mt 10,14-15).

“Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12,36-37).

“Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!” (Mt 12,42).

“Non meravigliatevi di questo: viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5,28-29).

Vediamo alcuni altri passi del Nuovo Testamento:

“Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta. Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3, 9-13).

“Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa di Dio, l'Onnipotente” (Ap 19,15).

“Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte” (Ap 21, 7-8).

Predichiamo la mortificazione e la Croce

Chi pensa che il Nuovo Testamento ci abbia aperto una nuova era di vita spirituale senza lotte, si sbaglia! Al contrario, San Paolo ci mette davanti agli occhi la prospettiva di una lotta incessante dell'uomo contro le sue inclinazioni più basse, una lotta così dolorosa che l'Apostolo la paragona addirittura al peggiore dei martiri, cioè la crocifissione:

“Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c'è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5,16-25).

Con quanta attenzione il cristiano deve vigilare sulla costruzione sempre fragile della sua santificazione, messa alla prova da ogni tipo di tribolazione interna ed esterna! Leggiamo questo passo:

“Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale. Cosicché in noi agisce la morte, in voi la vita” (2 Cor 4, 7-12)[1].

Sarebbe arrogante o ingenuo immaginare che non incontriamo terribili riserve interiori:

“Sappiamo infatti che la Legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto” (Rm 7, 14-15).

“Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (ibid. 7,18-19).

“Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?” (Rm 7, 21-24).

Questa battaglia è dura, ma non possiamo raggiungere la gloria senza di lui:

“E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17).

Le opere apostoliche da sole, senza la mortificazione, sono insufficienti a questo scopo:

“Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l'aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato” (1Cor 9, 26-27).

Che la nostra vita interiore sia una vita di vigilanza:

“Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10, 12).

La conclusione non può che essere la seguente:

“Per il resto, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare” (Ef 6, 10-20).

Fortezza e saggezza nel Nuovo Testamento

I passi del Nuovo Testamento in cui la misericordia divina del nostro Salvatore risplende più chiaramente sono tutti ben noti ai fedeli. Per questo ringraziamo mille volte Dio. Purtroppo, però, gli estratti che danno esempi di severità, astuzia e santa intransigenza lo sono molto meno. Abbiamo citato alcuni di questi passaggi nelle pagine precedenti. Tuttavia, per chiarire che questi ultimi brani non sono gli unici e che in realtà il Nuovo Testamento ci offre esempi straordinariamente frequenti di coraggio, saggezza e forza, esamineremo ora un gran numero di brani che insegnano queste virtù e che non abbiamo ancora avuto modo di citare. Ciò metterà in evidenza il ruolo molto importante che queste tre virtù svolgono nella Buona Novella del Figlio di Dio e mostrerà che, di conseguenza, esse dovrebbero avere un ruolo nel carattere di ogni cattolico ben formato.

In questo capitolo vogliamo sottolineare in particolare i numerosi passi del Nuovo Testamento in cui vengono rimproverati i peccatori o i vizi dell'antichità pagana e del mondo ebraico, con un linguaggio che, per gli uomini del nostro tempo, potrebbe sembrare del tutto privo di carità.

Si noti, a questo proposito, che il Santo Padre Pio XI, come abbiamo insistentemente sottolineato, ha dato una descrizione così seria della nostra era da dire che siamo in un periodo simile a quello degli ultimi tempi, cioè in un'epoca di iniquità senza precedenti. Non si pensi quindi che oggi non si trovino peccati e peccatori degni dello stesso linguaggio. Che cos'è, dunque, questa carità erronea che smorza la parola di Dio sulle nostre labbra, e che rende la frusta che rigenera le persone un'arma innocua il cui bordo mal affilato esprime più la nostra timidezza che l'indignazione del nostro zelo?

Anche qui - e insistiamo su questo punto - dobbiamo imitare il Salvatore che ha saputo alternare la serietà del suo linguaggio con prove di amore infinito di tale dolcezza e delicatezza da toccare ogni cuore retto. Non dimentichiamo mai il ruolo supremo dell'amore nell'economia dell'apostolato. Ma non cadiamo in una stretta parzialità. Non tutti i cuori sono aperti all'azione della grazia. San Pietro ha scritto:

“Si legge infatti nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra d'angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso. Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d'angolo e sasso d'inciampo, pietra di scandalo. Essi v'inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati” (1Pt 2, 6-8).

E per coloro che non sono disposti ad accettare il dolce linguaggio dell'amore, c'è solo un metodo, che è questo linguaggio:

“Gente infedele! Non sapete che l'amore per il mondo è nemico di Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. 5O forse pensate che invano la Scrittura dichiari: ‘Fino alla gelosia ci ama lo Spirito, che egli ha fatto abitare in noi?’” (Gc 4, 4-5).

Incoraggiamo francamente le anime a fare penitenza:

“Riconoscete la vostra miseria, fate lutto e piangete; le vostre risa si cambino in lutto e la vostra allegria in tristezza” (Gc 4, 9).

E cerchiamo di non fare apostolato in modo da omettere il lato terribile delle verità più dolci che predichiamo:

“Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti. Dov'è il sapiente? Dov'è il dotto? Dov'è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1, 17-24).

“Anch'io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l'eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Cor 2, 1-5).

Non cerchiamo un linguaggio che non crei scontenti, perché un apostolato retto ne genera molti.

“Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. Ma l'uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito. L'uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (1Cor 2, 12-15).

A volte saremo considerati pazzi, ma non importa:

“Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia” (1Cor 3, 18-19).

A volte il sacrificio di un apostolo che sacrifica la sua reputazione rende il suo apostolato meravigliosamente fruttuoso:

Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell'incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza” (1Cor 15, 42-43).

A volte, le invenzioni fatte per compiacere "ognuno e suo padre" raggiungono un livello di raffinatezza riprovevole:

“E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo così noi lo annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone” (1Ts 2, 3-5).

Vediamo come parlavano gli apostoli e in che misura attaccavano i malvagi:

“Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare! (Fil 3,2).

Se dicessimo le seguenti parole a uno dei sibariti di oggi, saremmo accusati di esagerazione:

“Perché molti - ve l'ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto - si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose” (Fil 3,18-21).

E se dicessimo le seguenti parole sugli eretici, quanti critici si rivolterebbero contro di noi:

“Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina conforme alla vera religiosità, è accecato dall'orgoglio, non comprende nulla ed è un maniaco di questioni oziose e discussioni inutili. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la religione come fonte di guadagno” (1Tm 6,3-5).

Alcuni considerano sempre riprovevoli i riferimenti individuali. Eppure San Paolo era ben lontano dal generalizzare:

“Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l'amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato. Tu sai che tutti quelli dell'Asia, tra i quali Fìgelo ed Ermògene, mi hanno abbandonato” (2Tm 1, 13-15).

“Evita le chiacchiere vuote e perverse, perché spingono sempre più all'empietà quelli che le fanno; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi vi sono Imeneo e Filèto, i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che la risurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni” (2Tim 2,16-18).

“Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: il Signore gli renderà secondo le sue opere. Anche tu guardati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione” (2Tim 4,14-15).

E l'Apostolo si vantava persino della sua santa maleducazione:

“Non sembri che io voglia spaventarvi con le lettere! Perché ‘le lettere - si dice - sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa’. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole, per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza” (2Cor 10, 9-11).

Questa volta, il riferimento è a tutta la popolazione grande, colta e numerosa, di un'isola:

“Vi sono infatti, soprattutto fra quelli che provengono dalla circoncisione, molti insubordinati, chiacchieroni e ingannatori. A questi tali bisogna chiudere la bocca, perché sconvolgono intere famiglie, insegnando, a scopo di guadagno disonesto, quello che non si deve insegnare. Uno di loro, proprio un loro profeta, ha detto: ‘I Cretesi sono sempre bugiardi, brutte bestie e fannulloni’. Questa testimonianza è vera. Perciò correggili con fermezza, perché vivano sani nella fede e non diano retta a favole giudaiche e a precetti di uomini che rifiutano la verità” (Tt 1,10-14).

Ascoltiamo questa critica apostolicamente severa:

“Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti, essendo abominevoli e ribelli e incapaci di fare il bene” (Tt 1,16).

Vi sembra eccessivo? Tuttavia, rimproverare è un dovere apostolico:

“Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno ti disprezzi!” (Tit 2, 15).

Allora perché dovremmo avere paura di esortare con lo stesso vigore dell'Apostolo?

Abbiamo visto cosa dice San Paolo di Creta. Ecco le parole che egli riteneva utili per convertire Greci ed Ebrei:

“Che dunque? Siamo forse noi superiori? No! Infatti abbiamo già formulato l'accusa che, Giudei e Greci, tutti sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto: Non c'è nessun giusto, nemmeno uno, non c'è chi comprenda, non c'è nessuno che cerchi Dio ! Tutti hanno smarrito la via, insieme si sono corrotti; non c'è chi compia il bene, non ce n'è neppure uno. La loro gola è un sepolcro spalancato, tramavano inganni con la loro lingua, veleno di serpenti è sotto le loro labbra, la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza. I loro piedi corrono a versare sangue; rovina e sciagura è sul loro cammino e la via della pace non l'hanno conosciuta. Non c'è timore di Dio davanti ai loro occhi. Ora, noi sappiamo che quanto la Legge dice, lo dice per quelli che sono sotto la Legge, di modo che ogni bocca sia chiusa e il mondo intero sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio” (Rm 3,9-19).

San Paolo dice contro l'impurità:

“‘I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!’. Dio però distruggerà questo e quelli. Il corpo non è per l'impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai!” (1Cor 6, 13-15).

Nostro Signore iniziò la sua vita pubblica non con parole di celebrazione, ma predicando la penitenza:

“Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: ‘Fate penitenza, perché il regno dei cieli è vicino’” (Mt 4,17).

E a volte le sue parole contro gli impenitenti erano terribili:

"Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: ‘Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sodoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sodoma sarà trattata meno duramente di te!(Mt 11,20-24).

Così disse il Signore:

“Quando lo spirito impuro esce dall'uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo, ma non ne trova. Allora dice: ‘Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito’. E, venuto, la trova vuota, spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora; e l'ultima condizione di quell'uomo diventa peggiore della prima. Così avverrà anche a questa generazione malvagia” (Mt 12, 43-45).

San Pietro, con una preoccupazione fin troppo umana, gli consigliò di non andare a Gerusalemme dove volevano ucciderlo. La risposta fu maestosamente seria:

“Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: ‘Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!’” (Mt 16,23).

Pieno di misericordia, Nostro Signore era pronto a compiere un miracolo. Ecco, però, cosa disse prima di farlo:

“E Gesù rispose: ‘O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me’. Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito” (Mt 17,17-18).

E i venditori che ha flagellato, Nostro Signore li fulmina così:

“E disse loro: ‘Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri’” (Mt 21,13).

Potrebbe esserci una censura più marcata di quella di Nostro Signore ai superbi farisei?

“In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli” (Mt 21,31-32).

E quest'altra:

“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare. Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi. Guai a voi, guide cieche, che dite: ‘Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l'oro del tempio, resta obbligato’. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l'oro o il tempio che rende sacro l'oro? E dite ancora: ‘Se uno giura per l'altare, non conta nulla; se invece uno giura per l'offerta che vi sta sopra, resta obbligato’. Ciechi! Che cosa è più grande: l'offerta o l'altare che rende sacra l'offerta?” (Mt 23, 13-19).

Quale grande misericordia, eppure quale gravità in queste parole della madre di ogni misericordia:

“Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,50-53).

Imitiamo Nostro Signore quando, con divina dolcezza, accoglieva i peccatori. Tuttavia, non siamo unilaterali, ma imitiamolo anche in atteggiamenti come questo:

“Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: ‘Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!’” (Gv 2,13-16).

Nessun apostolo ci dà un'idea migliore dell'amore di Gesù più di San Giovanni. Tuttavia, vediamo che non nasconde la severità del Maestro:

“In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?” (Gv 3,11-12).

“Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita. Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l'amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall'unico Dio? Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?” (Gv 5,36-47).

Oh, guardate come il Maestro ci ha mostrato che dobbiamo affrontare la mancanza di comprensione dei nostri vicini senza stravolgere la dottrina:

“Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: ‘Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono’. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: ‘Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre’. Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: ‘Volete andarvene anche voi?’. Gli rispose Simon Pietro: ‘Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio’. Gesù riprese: ‘Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!’. Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici” (Gv 6,61-71).

L'intransigenza del suo linguaggio non era meno divina della sua dolcezza:

"Di nuovo disse loro: ‘Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire’. Dicevano allora i Giudei: ‘Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: ‘Dove vado io, voi non potete venire’?’. E diceva loro: ‘Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati’. Gli dissero allora: ‘Tu, chi sei?’. Gesù disse loro: ‘Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo’” (Gv 8,21-26).

“Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44).

E San Pietro, il primo papa, imitò questo esempio:

“Ma Pietro gli rispose: ‘Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convertiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l'intenzione del tuo cuore. Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell'iniquità’” (At 8,20-23).

Vediamo un altro magnifico esempio di spirito combattivo: 

“Attraversata tutta l'isola fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus,al seguito del proconsole Sergio Paolo, uomo saggio, che aveva fatto chiamare a sé Bàrnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio. Ma Elimas, il mago - ciò infatti significa il suo nome -, faceva loro opposizione, cercando di distogliere il proconsole dalla fede. Allora Saulo, detto anche Paolo, colmato di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui e disse: ‘Uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore? Ed ecco, dunque, la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole’. Di colpo piombarono su di lui oscurità e tenebra, e brancolando cercava chi lo guidasse per mano. Quando vide l'accaduto, il proconsole credette, colpito dall'insegnamento del Signore” (At 13, 6-12).

E ancora:

“Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. Quando Sila e Timòteo giunsero dalla Macedonia, Paolo cominciò a dedicarsi tutto alla Parola, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo. Ma, poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: ‘Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. D'ora in poi me ne andrò dai pagani’” (At 18,4-6).

San Pietro non ha esitato a dire ai malvagi: “Gli occhi del Signore sono sopra i giusti
e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male”
(1Pt 3,12).

“Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio. È questo il momento in cui ha inizio il giudizio a partire dalla casa di Dio; e se incomincia da noi, quale sarà la fine di quelli che non obbediscono al vangelo di Dio? E se il giusto a stento si salverà, che ne sarà dell'empio e del peccatore? Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, consegnino la loro vita al Creatore fedele, compiendo il bene” (1Pt 4, 16-19).

San Giuda scrisse questo terribile passo:

“A voi, che conoscete tutte queste cose, voglio ricordare che il Signore, dopo aver liberato il popolo dalla terra d'Egitto, fece poi morire quelli che non vollero credere e tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del grande giorno, gli angeli che non conservarono il loro grado ma abbandonarono la propria dimora. Così Sodoma e Gomorra e le città vicine, che alla stessa maniera si abbandonarono all'immoralità e seguirono vizi contro natura, stanno subendo esemplarmente le pene di un fuoco eterno.

Ugualmente anche costoro, indotti dai loro sogni, contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli angeli. Quando l'arcangelo Michele, in contrasto con il diavolo, discuteva per avere il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! Costoro invece, mentre insultano tutto ciò che ignorano, si corrompono poi in quelle cose che, come animali irragionevoli, conoscono per mezzo dei sensi. Guai a loro! Perché si sono messi sulla strada di Caino e, per guadagno, si sono lasciati andare alle seduzioni di Balaam e si sono perduti nella ribellione di Core. Essi sono la vergogna dei vostri banchetti, perché mangiano con voi senza ritegno, pensando solo a nutrire se stessi. Sono nuvole senza pioggia, portate via dai venti, o alberi di fine stagione senza frutto, morti due volte, sradicati; sono onde selvagge del mare, che schiumano la loro sporcizia; sono astri erranti, ai quali è riservata l'oscurità delle tenebre eterne. Profetò anche per loro Enoc, settimo dopo Adamo, dicendo: "Ecco, il Signore è venuto con migliaia e migliaia dei suoi angeli per sottoporre tutti a giudizio, e per dimostrare la colpa di tutti riguardo a tutte le opere malvagie che hanno commesso e a tutti gli insulti che, da empi peccatori, hanno lanciato contro di lui". Sono sobillatori pieni di acredine, che agiscono secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce parole orgogliose e, per interesse, circondano le persone di adulazione” (Gd 1, 5-16).

E lo Spirito Santo loda un vescovo perché calunniato “da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma sono sinagoga di Satana (Ap 2,9).

Lo stesso terribile paragone con il diavolo lo ritroviamo in questo estratto:

“Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le sue opere. A quegli altri poi di Tiàtira che non seguono questa dottrina e che non hanno conosciuto le profondità di Satana - come le chiamano -, a voi io dico: non vi imporrò un altro peso” (Ap 2, 23-24).

Seguiamo la lezione del Vangelo senza restrizioni.

Questi sono esempi seri, numerosi e magnifici che ci vengono dati dal Nuovo Testamento. Imitiamoli come imitiamo gli adorabili esempi di dolcezza, pazienza, bontà e mitezza che ci ha dato il nostro misericordioso Redentore.

Per evitare qualsiasi malinteso, sottolineiamo ancora una volta che questo linguaggio severo non deve diventare l'unico linguaggio dell'apostolo. Al contrario, comprendiamo che nessun apostolato è completo senza che l'apostolo possa mostrare la divina bontà del Salvatore. Ma non dobbiamo essere unilaterali ignorando, per romanticismo, convenienza o tiepidezza, le lezioni di forza ammirevole e invincibile impartiteci da Nostro Signore. Come lui, sforziamoci di essere umili e coraggiosi, pacifici e forti, dolci ed energici, pazienti e severi. Non scegliamo tra queste virtù: la perfezione consiste nell'imitare Nostro Signore nella pienezza dei suoi adorabili aspetti morali.

A tal fine, vorremmo ora completare il pensiero espresso in un capitolo precedente sulla mentalità della gioventù contemporanea, secondo l'opinione del Cardinale Baudrillart, di felice memoria: la sete di eroismo e di sacrificio dei giovani d'oggi li porta a ricercare esclusivamente idee forti e programmi esigenti, e a disprezzare tutto ciò che potrebbe essere una concessione sentimentale o una capitolazione a favore di desideri più bassi che ci chiamano senza sosta a una vita in cui i nostri sensi sarebbero alla deriva. Dio sia lodato per questa disposizione, che può contribuire molto alla salvezza delle anime. Ma così come abbiamo messo in guardia da concezioni unilaterali ed erronee della misericordia del Signore, dobbiamo stare attenti a qualsiasi esagerazione che possa, direttamente o indirettamente, lontanamente o immediatamente, sminuire nelle anime l'idea del ruolo centrale e fondamentale della legge del bene e dell'amore nella religione di Gesù Cristo Nostro Signore.

Come popolo, i brasiliani hanno una tale tendenza a praticare le virtù derivate dalla benevolenza che il loro grande pericolo non risiede nelle tendenze sbilanciate verso la crudeltà e la durezza, ma nella debolezza, nel sentimentalismo e nell'ingenuità.

Queste esagerazioni della virtù - perché sono esagerazioni - sono difetti che l'Azione Cattolica deve combattere e superare. In quest'epoca di cupa crudeltà e di implacabile egoismo, è per noi un titolo di gloria dover combattere un tale difetto! Combattiamolo, però, perché il sentimentalismo e l'ingenuità portano alla rovina morale e spirituale, che la teologia descrive a tinte fosche. Non cadiamo nella tenera contemplazione della nostra bontà, ma al contrario cerchiamo di svilupparla in modo soprannaturale, nella direzione indicataci dalla Chiesa, cioè senza esagerare, deviare o deragliare. Il seguente confronto ci aiuterà a chiarire il nostro pensiero.

La Madre Chiesa dice che Santa Teresa d'Ávila "era ammirevole anche nei suoi errori". Tuttavia, se fosse rimasta a contemplare le scintille d'oro che sprizzavano dai suoi errori, invece di combatterli con coraggio, non sarebbe mai diventata la grande santa che tutta la cristianità venera e ammira, la santa che Leibnitz chiamava "un grande uomo". Il Brasile non sarà mai il Paese che desideriamo ardentemente che sia, cioè uno dei più grandi Paesi di tutti i tempi, finché non smetterà di contemplare i riflessi dorati esistenti nei tratti dominanti della sua mentalità, e non deciderà invece di ripulire i residui che impediscono a quest'oro di brillare con maggiore forza e purezza.

Nonostante tutto questo, non dimentichiamo mai che nella religione cattolica non si fa assolutamente nulla senza amore; e che, di conseguenza, la severità imposta dalle esigenze della carità deve essere esercitata con gli occhi fissi sui limiti intorno ai quali quest'ultima ci circonda.

Chiudiamo questo argomento con le parole di Pio XI. Esse ci mostrano che questo fulgore d'amore salverà il mondo:

Il Nostro predecessore Leone XIII di felice memoria nella sua Enciclica ‘Annum sacrum’, ammirando la grandissima opportunità del culto del Cuore Sacratissimo di Gesù, non esitò ad affermare:Allorché la Chiesa, alle origini, era oppressa dal giogo dei Cesari, ad un giovane imperatore apparve, in alto, una croce, auspice ad un tempo e realizzatrice della splendida vittoria che subito dopo seguì. Ora vi è offerto davanti agli occhi un segno faustissimo e divinissimo, cioè il Sacratissimo Cuore di Gesù, che porta su di sé la croce e che splende tra fiamme di lucentissimo candore. In lui dobbiamo collocare ogni speranza: a lui va richiesta e da lui va attesa la salvezza’”[2].

Attualmente si parla molto di "Nuova Era", di "nuovi tempi" e di "nuovo ordine". Che piaccia o meno ai nostri avversari, questa "nuova era" sarà il regno del Sacro Cuore di Gesù: è nella sua influenza più soave che il mondo troverà l'unico mezzo di salvezza.

Adoriamo questo Sacro Cuore, in cui l'iconografia cattolica ci mostra la Croce del sacrificio, della lotta, del combattimento e dell'austerità fondare le sue radici nel più perfetto dei Cuori, e illuminata dalle fiamme purificatrici e abbaglianti dell'amore.

 

[1] Quest'ultimo versetto significa che San Paolo è morto per se stesso per dare vita spirituale agli altri. La virtù di cui sopra è la virtù della predicazione, cioè la virtù dell'apostolato.

[2] Enciclica Miserentissimus Redemptor, 8 maggio 1928, https://www.vatican.va/content/pius-xi/it/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19280508_miserentissimus-redemptor.html.