Cuba può comprare dal mondo intero. Semplicemente non può pagare 

 

 

di Gary Isbell

Da oltre sessant’anni L’Avana offre al mondo un unico alibi per la miseria di Cuba: el bloqueo, l’embargo americano. È una scusa meravigliosa per il proprio fallimento, perché permette di continuare a incolpare un Paese distante appena novanta miglia. I fatti, però, dimostrano il contrario.

L’Avana insiste che l’embargo americano abbia affamato l’isola. Ma Cuba commercia con metà del pianeta, non riesce a far funzionare quattro dei suoi cinque mulini per la farina e non è in grado di pagare ciò che compra.

L’embargo vieta agli americani di commerciare con Cuba. È reale e fa male. Tuttavia non è questo il motivo per cui i cubani fanno la fila per il pane, per cui la luce manca dodici ore al giorno, o per cui più di un milione di persone è fuggito dal 2020 a oggi.

La causa della povertà di Cuba è il sistema comunista, che misura il progresso non in dollari ma in termini di lotta di classe e di uguaglianza. Le economie socialiste a pianificazione centralizzata non funzioneranno mai come il libero mercato: funzioneranno sempre come un meccanismo di lotta di classe volto a garantire l’uguaglianza.

 

UN PAESE CHE HA DISCESO LA SCALA ECONOMICA

I difensori occidentali del comunismo cubano raccontano la storia classica di Cuba come nazione oppressa che nel 1959 si sarebbe sollevata contro i suoi oppressori capitalisti.

A quell’epoca, però, Cuba non era una nazione affamata, bensì una delle società più prospere dell’America Latina, con un reddito pro capite stimato intorno all’80 per cento sopra la media regionale. Oggi quella cifra è di gran lunga inferiore alla media regionale: circa 1.082 dollari pro capite, ossia tre dollari al giorno. Si confronti questo dato con la media latinoamericana, superiore ai 10.000 dollari.

Cuba è riuscita davvero nella rara impresa di scendere la scala economica mentre tutti i suoi vicini la salivano. Un bel risultato per un sistema socialista che aveva promesso alle “masse” la liberazione dall’oppressione.

 

L’ESPERIMENTO CHE IL REGIME NON RIESCE A GIUSTIFICARE

L’alibi dell’embargo americano non può spiegare la miseria attuale. Gli economisti hanno elaborato dei test per aiutare a individuarne la causa. Utilizzando il metodo del controllo sintetico, hanno costruito quella che chiamano una “Cuba sintetica”, che traccia due traiettorie nettamente divergenti: quella seguita da economie simili della regione e quella effettivamente percorsa da Cuba dal 1959 in poi.

Quando questi studi isolano l’embargo come causa della differenza, riscontrano che esso ha prodotto soltanto un calo minimo. Uno studio che documenta il crollo del tenore di vita a Cuba, il lavoro di Bastos, Geloso e Bologna Pavlik, stima che la quota dell’embargo nella sottoperformance cubana sia all’incirca del 3-8 per cento e conclude che il principale motore della povertà è stata la rivoluzione comunista.[1]

 

NON È STATO L’EMBARGO USA A CHIUDERE L’80 PER CENTO DEI MULINI CUBANI

Se l’embargo fosse la causa della scarsità a Cuba, le penurie rispecchierebbero le importazioni mancanti.

Invece rispecchiano i fallimenti dei monopoli di Stato cubani.

Si prenda il pane, per esempio. Nel 2024 il conglomerato statale ha annunciato una penuria “dovuta alla mancanza di farina”. Il grano era disponibile, ma non poteva essere macinato perché funzionava soltanto uno dei cinque mulini.[2] Lo Stato, semplicemente, non era in grado di far funzionare i propri mulini.

Non è Washington a gestire i mulini cubani.

Lo schema si ripete ovunque. Rispetto al 2019, la produzione nazionale di carne suina è crollata del 90 per cento, quella di olio da cucina dell’89 per cento, quella di fertilizzanti del 96 per cento e quella di cemento del 61 per cento. Lo zucchero, un tempo cuore dell’economia cubana, è precipitato dagli 8 milioni di tonnellate del 1989 a circa 165.000 tonnellate nel raccolto 2024-25: una produzione così misera che la Cina, acquirente amico, ha cancellato il suo ordine permanente.[3] Cuba, infatti, ora importa zucchero: è come se l’Arabia Saudita importasse sabbia.

Si tratta di crolli della produzione interna, su terra cubana, con manodopera cubana e gestione comunista. Non è l’embargo a coltivare la canna da zucchero. È lo Stato comunista a farlo, e ha fallito.

 

CUBA PUÒ COMPRARE DAL MONDO INTERO

Un ulteriore fatto scomodo demolisce silenziosamente l’intera narrazione comunista. L’embargo è una misura americana: non può vietare, e di fatto non vieta, al resto del pianeta di commerciare con Cuba. Cuba può infatti commerciare liberamente con qualsiasi altro Paese: Spagna, Cina, Brasile, Canada, Germania e ben oltre un centinaio di altri partner.

Perfino gli Stati Uniti, che consentono la vendita di generi alimentari in contanti, hanno spedito a Cuba merci per circa 811 milioni di dollari nel 2025, risultando tra i suoi principali fornitori.[4] Se Cuba può comprare da metà del mondo, compreso il suo nemico, perché è perennemente a corto di tutto?

Perché non può pagare. Non ha denaro, perché il suo sistema comunista non produce beni da esportare: promuove soltanto la lotta di classe.

Il valore delle sue esportazioni è crollato a circa 1,47 miliardi di dollari, vicino ai minimi storici.[5] Un Paese che non produce nulla di vendibile non può importare, per quanto aperti siano gli scaffali del mondo. Come ha documentato Carmelo Mesa-Lago, professore emerito di economia e di studi latinoamericani, il crollo delle esportazioni cubane è dovuto a “fattori strutturali, principalmente l’inefficienza del sistema economico” — esplicitamente, non all’embargo.[6]

 

I TESTIMONI VIVONO ALL’AVANA

Gli economisti indipendenti cubani, che non nutrono alcuna simpatia per Washington, ammettono questo fatto scomodo. Nell’ottobre 2025 otto tra i più stimati economisti cubani hanno dichiarato che le sanzioni fanno male ma “non sono la causa fondamentale” della crisi attuale, indicando invece “il sistema politico ed economico dell’Isola stessa”.[7] Perfino l’Association for the Study of the Cuban Economy classifica i colpevoli in ordine: prima la pianificazione centralizzata socialista, poi il crollo sovietico e soltanto terzo l’embargo.[8]

 

L’ALIBI HA UN COMPITO DA SVOLGERE

Ecco perché il regime custodisce così gelosamente la scusa (menzogna) dell’embargo. Arriva perfino ad abbellire le proprie affermazioni, sostenendo che altrimenti il PIL sarebbe cresciuto del 9,2 per cento. Come ha osservato con asciutta ironia un briefing del Parlamento Europeo, il governo è giunto a dipendere “politicamente dall’embargo statunitense”, che gli ha fornito “l’immagine di un nemico” attorno a cui mobilitare la popolazione. Il blocco non è soltanto l’alibi di cui il regime si serve: è la risorsa che il regime non può permettersi di perdere, perché rafforza la sua narrazione di lotta di classe.

 

IL VERDETTO

Nulla di tutto ciò rende l’embargo indolore: la sinistra lo definisce crudele e controproducente. Ma le prove rivelano il vero colpevole della crisi. Cuba era prospera e si è resa povera da sola. Può commerciare con il mondo intero, eppure non riesce a produrre nulla che sostenga quel commercio. Sono i suoi stessi economisti ad accusare il regime comunista di aver causato proprio il problema che esso attribuisce agli Stati Uniti.

 

Note

1. https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5235912

2. https://cubacenter.org/cuba-brief-archives/2024/03/07/cubabrief-how-communist-central-planning-creates-shortages-of-flour-and-milk-in-cuba-today-2/

3. https://www.cato.org/blog/cubas-self-induced-crisis-may-be-its-worst-yet

4. https://ustr.gov/countries-regions/americas/caribbean

5. https://tradingeconomics.com/cuba/exports

6. https://ics.fiu.edu/_assets/docs/cuba-economic-crisis.pdf

7. https://translatingcuba.com/eight-independent-economists-comment-on-the-effects-of-the-us-sanctions-on-cuba/

8. https://ascecubadatabase.org/asce_proceedings/cubas-new-agricultural-cooperatives-and-markets-antecedents-organization-early-performance-and-prospects/

 

Fonte: Tfp.org, 29 luglio 2026

 

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