Perché la Cina ha bisogno di perseguitare chi, all’estero, si oppone al comunismo?

di Gary Isbell
La maggior parte dei regimi dispotici punisce il dissenso entro i propri confini. Ciò che rende diverso il regime del Partito Comunista Cinese (PCC) è che esso reprime i propri cittadini anche in altri Paesi.
Freedom House, l’osservatorio sulla democrazia con sede a Washington, è giunta alla conclusione che la Cina conduce «la campagna di repressione transnazionale più sofisticata, globale e capillare del mondo». Il PCC, in effetti, è determinato a mettere a tacere anche coloro che hanno già votato con i piedi, andandosene.[1]
Un regime che insegue i dissidenti all’estero
Il braccio del PCC si allunga fin dove esso non ha alcuna giurisdizione. S’intromette nella vita quotidiana di persone che vivono fuori dalla Cina e che non hanno commesso altro «reato» se non l’esercizio di quei diritti che ogni società funzionante dà per scontati: il dibattito aperto e la protesta legale.
Nel 2024 Amnesty International ha documentato che gli studenti cinesi e di Hong Kong che studiano in Europa e in Nord America «vivono nel timore di intimidazioni, molestie e sorveglianza», mentre Pechino puniva i loro familiari rimasti in Cina come ritorsione per l’attivismo svolto all’estero.
Un rapporto riportava le parole di uno studente: «Nel mio campus ho paura». ProPublica, organizzazione non profit di giornalismo investigativo, ha accertato che agenti dell’intelligence cinese sorvegliano attivamente i campus universitari statunitensi, trasformando quegli atenei in zone di silenzio imposto per gli studenti cinesi che osano dirsi anticomunisti.[2]
Violenza nelle strade delle nazioni libere
La repressione va oltre la pressione psicologica su ciò che si pensa. Può diventare violenta, ricorrendo a interposte persone o facendo pressione sulle forze dell’ordine locali.
Quando, per esempio, Xi Jinping si recò a San Francisco per il vertice APEC del 2023, il Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del PCC mobilitò sistematicamente gruppi diplomatici contro attivisti cinesi, tibetani, di Hong Kong e uiguri. Radio Free Asia ha riferito che l’ambasciata e i consolati cinesi fecero arrivare in autobus centinaia di contromanifestanti filo-pechinesi (veri e propri picchiatori) per «reprimere con la violenza» le manifestazioni. I manifestanti hanno raccontato di essere stati picchiati mentre la polizia di San Francisco guardava altrove.[3]
Questo schema segue Xi ovunque si rechi. Il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) ha condotto un’inchiesta transfrontaliera intitolata China Targets.[4] Ne è emerso che in almeno sette dei 31 viaggi internazionali compiuti da Xi tra il 2019 e il 2024 le forze dell’ordine locali hanno violato i diritti dei manifestanti, spesso fermando gli attivisti con pretesti inventati pur di risparmiare al debole leader cinese la vista dell’opposizione.[5]
Al vertice APEC di Lima del 2024 le aggressioni da parte di sostenitori del PCC furono frequenti: alcune vittime finirono in ospedale e dovettero sottoporsi a mesi di cure. In Ungheria e ad Auckland, in Nuova Zelanda, manifestanti filo-pechinesi hanno strappato gli striscioni ai manifestanti tibetani e li hanno aggrediti, talvolta senza alcun intervento della polizia.
Un governo sicuro della propria legittimità non ha bisogno di far arrivare in autobus dei picchiatori per soffocare la voce di un pugno di manifestanti. La violenza rivela esattamente ciò che il PCC teme: che i suoi critici abbiano ragione e che il comunismo sia una setta terroristica da estirpare.
Stazioni di polizia segrete in America e coercizione a lungo raggio
Pechino ha inoltre costruito un apparato per raggiungere direttamente le singole persone. L’organizzazione per i diritti umani Safeguard Defenders ha portato alla luce una rete di 110 stazioni di servizio di polizia clandestine attive all’estero in totale impunità. La rivelazione ha spinto almeno 14 governi ad aprire un’inchiesta.
Il ministero degli Esteri cinese ha di fatto ammesso di condurre all’estero delle «missioni di persuasione». Sotto l’insegna dell’«Operazione Caccia alla Volpe», lanciata nel 2014, il PCC ha dato la caccia ai propri oppositori all’estero con il pretesto di inseguire dei «latitanti».[6]
I procuratori hanno chiamato questa tattica con il suo vero nome: un’attività di polizia transnazionale fuori controllo. Nel 2020 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato otto persone per aver agito come agenti della Repubblica Popolare Cinese in una campagna di coercizione. La campagna aveva preso di mira un residente del New Jersey, Xu Jin, ex funzionario dell’amministrazione comunale di Wuhan, e sua moglie, Liu Fang, entrambi ricercati da Pechino. I procuratori federali hanno definito il caso «una campagna di molestie durata anni».[7]
Più di recente le autorità di Hong Kong hanno emesso mandati d’arresto e offerto ricompense in denaro per attivisti pro-democrazia residenti all’estero: una mossa condannata congiuntamente dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Mettere una taglia sulla testa di una persona a migliaia di chilometri da Pechino è un atto di aggressione verso qualunque Paese la ospiti, e la prova che il PCC non ha altra risposta al dissenso che l’intimidazione e la violenza.[8]
Una posta in gioco universale, non circoscritta
Pechino liquida queste denunce come «prive di fondamento» e «inventate». Eppure i rapporti continuano a documentare la crisi. Un rapporto di Freedom House ha nuovamente indicato la Cina, nel 2024, tra i principali responsabili della repressione transnazionale. Il World Report 2026 di Human Rights Watch ha rilevato che la stretta del PCC ha continuato ad approfondirsi e a estendersi oltre i confini nazionali. La Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina avverte che queste operazioni «intimidiscono e censurano residenti legali sul suolo americano e altre persone in tutto il mondo».[9]
Chiunque, compresi i cittadini cinesi residenti in altri Paesi, ha il diritto di criticare l’innaturale sistema di governo comunista e l’abuso sistematico che esso compie sui propri cittadini. Quando Pechino spia gli studenti a Boston, invia i suoi uomini a picchiare i manifestanti a San Francisco, impianta avamposti di polizia clandestini in città straniere e mette taglie sulla testa degli esuli, soffoca la libertà di questi residenti e insieme la causa della libertà nel mondo intero.
Come ha osservato Michael Caster, del Chinese Urgent Action Working Group, per i dissidenti cinesi all’estero, per gli uiguri, i tibetani e gli abitanti di Hong Kong la «repressione del PCC non conosce confini».[10] Questa repressione è un problema di tutti.
Tentando di criminalizzare il dissenso fuori dalla Cina, Pechino sta mettendo alla prova la comunità internazionale. L’Occidente deve rispondere a questa minaccia, mentre la Cina cerca di riscrivere le regole del discorso globale. Gli Stati Uniti non possono permettersi di lasciare che tutto ciò continui.
Note
1. https://freedomhouse.org/sites/default/files/2021-02/FH_TransnationalRepressionReport2021_rev020221_CaseStudy_China.pdf
2. https://www.amnesty.org/en/latest/news/2024/05/china-overseas-students-face-harassment-and-surveillance-in-campaign-of-transnational-repression/
3. https://www.voanews.com/a/anti-xi-jinping-protesters-say-sf-police-ignored-beatings-during-apec-/7367899.html
4. https://www.icij.org/investigations/china-targets/
5. https://www.icij.org/inside-icij/2025/06/new-report-details-beijings-targeting-of-protestors-abroad/
6. https://safeguarddefenders.com/en/blog/14-governments-launch-investigations-chinese-110-overseas-police-service-stations
7. https://www.justice.gov/opa/pr/private-investigator-sentenced-prison-interstate-stalking-and-harassment-chinese-nationals
8. https://www.gov.uk/government/news/statement-on-hong-kong-national-security-law-arrest-warrants
9. https://www.cecc.gov/publications/commission-analysis/report-prcs-transnational-repression-and-malign-influence-2025
10. https://www.icij.org/inside-icij/2025/06/new-report-details-beijings-targeting-of-protestors-abroad/
Fonte: Tfp.org, 22 luglio 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.
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