Stiamo bruciando la nostra sanità mentale? 

 

 

di Gary Isbell

L'American Journal of Psychiatry (AJP) ha pubblicato uno studio a lungo termine che fa chiarezza sul dibattito relativo all'uso della marijuana. I ricercatori hanno scoperto un chiaro legame tra un uso massiccio e prolungato di cannabis, in particolare se iniziato nell'adolescenza, e un declino permanente delle capacità intellettuali e decisionali.

Una conclusione del genere stride con la narrativa dominante. Un tempo oggetto di intense persecuzioni da parte del governo, il consumo di marijuana viene ora riproposto come un’attività innocua, se non addirittura terapeutica. La percezione pubblica della marijuana si perde in una nebbia di retorica sul benessere. Nel frattempo, la comunità scientifica lancia l’allarme: i consumatori potrebbero benissimo andare incontro a un deterioramento irreversibile delle loro facoltà mentali.

 

L'esperimento di Dunedin: danni cerebrali, letargia e criminalità

Lo studio dell'AJP ha seguito meticolosamente 1.037 persone in Nuova Zelanda, di età compresa tra i 3 e i 45 anni, che in qualche momento della loro vita avevano fatto uso di marijuana. Ciò che hanno scoperto era ben lontano dallo stereotipo del "fumatore di erba" innocuo, perpetuato dalla cultura hippie/punk e diligentemente ripetuto dai media.

Le persone che hanno fatto un uso massiccio e prolungato di cannabis mostrano deficit cognitivi in diversi ambiti. In media, questi consumatori di lunga data hanno registrato un calo del QI di 5,5 punti dall’infanzia alla mezza età. Per coloro che hanno iniziato a fumare frequentemente prima dei 18 anni e hanno mantenuto l’abitudine, il deterioramento cognitivo è stato ancora più marcato: una perdita media di 8 punti. Ancora più preoccupante è il fatto che queste perdite non vengono mai completamente recuperate, anche se la persona smette di fumare marijuana in età adulta.

Lo studio dell'AJP trova conferma in altre ricerche. Secondo uno studio pubblicato dal National Institutes of Health (NIH), esiste una correlazione positiva e forte tra il consumo di marijuana e i comportamenti antisociali nei giovani adulti. Nel corso del tempo, i consumatori cronici hanno mostrato un aumento del 700% del rischio di commettere reati violenti. La marijuana altera le funzioni cerebrali, portando talvolta alla psicosi. Può inoltre indurre i consumatori a intraprendere la via dell'immoralità  peccaminosa.

La struttura fisica del cervello paga un prezzo elevato per il piacere effimero della marijuana. Chi ne fa uso a lungo termine sviluppa un ippocampo più piccolo, la regione del cervello responsabile dell’apprendimento, della memoria, della navigazione spaziale, dell’orientamento e del collegamento dei ricordi alle emozioni. Questi risultati corrispondono alla classica immagine del “fumatore di erba” smemorato e assente. Amici e familiari delle persone oggetto dello studio hanno confermato i dati, osservando spesso deficit di attenzione e di memoria di recente insorgenza.

 

Non è l'erba di Woodstock del nonno

Ad aggravare questa vulnerabilità neurologica è l'elevata potenza della marijuana moderna. I prodotti a base di cannabis odierni sono guidati da un'industria multimiliardaria, sia legale che illegale, che prospera grazie all'aumento progressivo della concentrazione di sostanze chimiche.

Negli anni Settanta, il contenuto medio di THC, la sostanza psicoattiva e che crea dipendenza presente nella cannabis, variava da un modesto 1 a 4 per cento. I dispensari moderni offrono prodotti da fumare con livelli di THC dal 15 al 30 per cento, mentre i concentrati, i vaporizzatori e i prodotti commestibili forniscono concentrazioni ancora più elevate. I cervelli in fase di sviluppo sono vittime di un esperimento biologico senza precedenti nella storia dell’umanità.

 

Business as usual

Nonostante questi evidenti rischi per la salute mentale, sia l'apparato politico statale che quello federale continuano a spianare la strada all'espansione commerciale. L'amministrazione Trump ha recentemente riclassificato la marijuana come sostanza di Classe III ai sensi della Legge sulle sostanze controllate. Pur essendo una sostanza di Classe III, il consumo ricreativo di marijuana rimane comunque un reato federale.

Ma questo non è un passo avanti. Si limita ad ampliare la produzione consentendo ai coltivatori e ai rivenditori di marijuana di dedurre le spese aziendali ai fini fiscali, danneggiando al contempo le menti dei giovani (e degli anziani). Tali agevolazioni fiscali trasmettono un messaggio velato di avallo da parte del governo nei confronti di una sostanza che, com’è dimostrato, favorisce il declino morale e danneggia lo sviluppo cerebrale.

 

Il paradosso della legalizzazione

La lobby della marijuana promette da tempo che la legalizzazione a livello statale non comporterà un aumento del consumo da parte dei minorenni. Purtroppo, i dati raccontano una storia diversa. Un recente studio pubblicato sul Journal of the American Medical Association (JAMA) ha rivelato che il consumo di cannabis tra gli adolescenti in California è aumentato del 38% in seguito al voto dello Stato del 2016 per legalizzare l'uso ricreativo. C’è voluto l'isolamento causato da una pandemia globale per far scendere temporaneamente quel tasso.

Man mano che sempre più Stati aprono le porte alla legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo e terapeutico prosegue la normalizzazione del THC ad alta potenza.

Troppe persone si aggrappano ancora all'illusione romantica che la marijuana sia del tutto innocua. Tuttavia, la scienza sta facendo chiarezza e dimostrando l'entità del danno permanente che viene arrecato ai singoli consumatori, alle loro famiglie e alla nazione.

 

Fonte: Return to Order, 6 maggio 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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