Il grande inganno di Fidel Castro ha permesso a Cuba di sopravvivere alla caduta dell'Unione Sovietica (Parte I) 

Il 20 luglio 2026 il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il rapporto «Cuba – La capitale del comunismo del XXI secolo». Questo documento di un centinaio di pagine ripercorre in modo approfondito la storia del conflitto tra Stati Uniti e Cuba a partire dalla Rivoluzione di Fidel Castro del 1959. Data la sua importanza, la TFP ne ha preparato un'analisi in quattro parti.

 

 

di Edwin Benson

Durante l'Avvento del 1991 alcuni quartieri di Miami erano percorsi da un fermento che nulla aveva a che fare con le imminenti festività natalizie. L'Unione Sovietica si stava disgregando. Molti profughi cubani erano certi che la caduta di Fidel Castro sarebbe giunta poco dopo quella del suo protettore sovietico. Molte famiglie cubane pregustavano il ritorno alla patria, con atti di proprietà e altri documenti alla mano, per riprendersi tutto ciò che avevano perduto negli anni del regime comunista.

 

Mantenere in vita il comunismo

Poi, sorprendentemente, Cuba non cadde. Anzi, non sembrò nemmeno vacillare. Il regime castrista appariva del tutto indifferente a eventi che secondo molti ne avrebbero segnato la fine. Semmai, quell'impresa di sopravvivenza aggiunse una nuova dimensione alla leggenda di indistruttibilità che i sostenitori di Castro avevano sempre alimentato. Ancora una volta l'isola impoverita si era dimostrata impermeabile a sconvolgimenti mondiali di enorme portata.

Circa sei mesi dopo il fondatore del movimento Tradizione, Famiglia, Proprietà, il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, espresse la sua opinione. Era un osservatore navigato di tutto ciò che era rivoluzionario, e del comunismo in particolare. La sua risposta fu emblematica del suo stile: non lasciava alcun dubbio sulla sua intenzione, pur ricorrendo a una ricca analogia dalle venature poetiche.

«Immaginiamo un sottomarino», esordì, «nel quale il periscopio, oltre alla funzione ottica, serva anche da boccaglio che immette aria per coloro che si trovano all'interno del natante. Cuba, attualmente, svolge il ruolo dell'ipotetico periscopio. L'equipaggio comunista, sommerso nelle acque della miseria, si sente sminuito, avvilito e asfissiato davanti alla visione dell'affondamento del comunismo russo. Tuttavia, l'esistenza della Cuba di Castro porta ossigeno a quei polmoni. Di modo che, se i comunisti oggi respirano, è perché respira Castro. E questo è di grande importanza per la sopravvivenza del comunismo».

 

Un nuovo modello rivoluzionario

Nella primavera e all'inizio dell'estate del 2026 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti – senza saperlo – ha dato ragione a quanto il professor Corrêa de Oliveira aveva affermato nel luglio del 1992. Tale conclusione emerge dal rapporto del Dipartimento di Stato intitolato Cuba – La capitale del comunismo del XXI secolo. Si tratta di un documento che merita l'attenzione di chiunque si domandi come abbia fatto la sinistra ad acquistare tanta forza dopo essere stata praticamente moribonda tra la prima elezione di Ronald Reagan, nel 1980, e l'ascesa dei Democratic Socialists, iniziata attorno al 2016.

Il rapporto non perde tempo ed entra subito nel vivo. Il tono è dato dai primi due paragrafi.

«Per quasi sette decenni il regime cubano ha condotto una campagna ininterrotta di sovversione contro gli Stati Uniti. È una campagna che si è infiltrata ai più alti livelli del governo statunitense, ha reclutato e coltivato generazioni di attivisti americani, ha sostenuto un'ondata senza precedenti di terrorismo di sinistra sul suolo americano e ha realizzato una delle penetrazioni di intelligence straniera più durature e dannose della storia americana.

«La campagna cubana contro l'America è unica nel suo genere. È irregolare e occulta: perfino all'apice della propria potenza militare L'Avana non ha mai avuto la capacità di sconfiggere gli Stati Uniti in un conflitto armato convenzionale. I cubani hanno invece perfezionato un nuovo modello di lunga guerra di logoramento, imperniato su spionaggio, infiltrazione, sabotaggio, reti per procura e un'infrastruttura rivoluzionaria concepita per mettere l'America contro sé stessa».

 

Sottovalutare Castro

È quasi come se Cuba fosse un bozzolo, un rifugio per la larva del comunismo fino al momento in cui ne sarebbe potuto uscire un esemplare pienamente sviluppato. Per esaminare la costruzione di quel bozzolo occorre – come per ogni aspetto della Cuba moderna – tornare al 1° gennaio 1959 e a Fidel Castro.

È sempre stato facile sottovalutare Castro. Domenica 11 gennaio 1959, meno di due settimane dopo la sua marcia trionfale nella capitale cubana, la televisione CBS portò le sue telecamere a L'Avana, dove il «dottor Castro» fu ospite della storica trasmissione della rete, «Face the Nation».

Vestito con la trasandata uniforme che era ormai il suo tratto distintivo e con la barba rada, si presenta come il servitore sincero e pacato del popolo. Nel suo inglese incerto e sgrammaticato saluta l'importanza dell'opinione pubblica e della libertà di stampa: «L'opinione pubblica a Cuba è adesso molto forte e con una forza tremenda. Nessuno è abbastanza potente contro l'opinione pubblica del libero Paese di Cuba». A un certo punto sorride imbarazzato, come per scusarsi del suo inglese stentato.

L'immagine del giovane leader democratico, patriottico e quasi pacifista, sarebbe rimasta a lungo nell'immaginario americano. Quanto più lo spettatore era a sinistra, tanto più vividamente quell'immagine gli si imprimeva nella mente. Vederlo così rende molto più comprensibile il punto di vista errato di tanti accademici americani degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, convinti che Castro avesse esordito come un «democratico con la d minuscola, amante della libertà», costretto poi a volgersi verso i sovietici a causa dell'intransigenza americana.

 

Un inganno voluto

Uno dei primi meriti importanti del rapporto è mostrare che quell'impressione è sempre stata sbagliata. Fidel Castro non ha mai voluto essere un alleato degli Stati Uniti. Lo dimostra un estratto di una lettera del 1958 che scrisse alla sua compagna di lunga data, Celia Sánchez: «Ho giurato a me stesso che gli americani avrebbero pagato caro quello che stavano facendo. Quando questa guerra sarà finita, per me ne comincerà una molto più ampia e più grande: la guerra che scatenerò contro di loro. Mi dico che questo è il mio vero destino».

Se il mondo sottovalutava Castro, lui non commise mai quell'errore. Comprendeva il proprio ruolo nella gerarchia del potere sovietico: gestore di un avamposto spesso ignorato, al servizio di un protettore che gli garantiva una protezione preziosa e rifornimenti occasionali. Al tempo stesso poteva godersi il sostegno dei «progressisti» statunitensi ed europei. Quanto ai conservatori, sapeva che la crisi dei missili aveva spaventato gli Stati Uniti e che Washington non avrebbe mai più corso un rischio simile. Quella combinazione gli offriva una posizione dalla quale poteva agire impunemente nel proprio cortile di casa.

Il leader cubano costruì così, gradualmente, reti che collegavano i comunisti di quasi tutte le nazioni dell'America Latina. Per i marxisti sudamericani Castro era un eroe: qualcuno che aveva già realizzato ciò che loro avevano soltanto sognato di fare. Il nemico comune era una visione grossolanamente deformata di un'America repressiva, il temuto «regime imperialista yankee».

 

Un canale verso l'università americana

Fedele allo stile rivoluzionario, la natura esatta dell'imperialismo yankee non fu mai definita con chiarezza. Leggende simili sono più potenti quando restano nebulose, anziché essere appesantite da «fatti» che possono essere dimostrati o smentiti. Come afferma sinteticamente il rapporto: «Fin dalla sua fondazione, nel 1959, la raison d'être del regime dell'Avana è stata l'esportazione violenta del comunismo all'estero. Ma il suo vero bersaglio – al di sopra di qualunque altro nemico momentaneo – sono sempre stati gli Stati Uniti».

Castro aveva molti sostenitori negli Stati Uniti. Anzi, la rete più utile che egli costruì fu proprio quella statunitense: un canale ininterrotto fin nel cuore dell'università americana. Conosceva bene i giornali e le riviste liberal scritti da simpatizzanti di sinistra, che mettevano nero su bianco la loro ammirazione per un uomo che credevano di aver capito.

Il processo attraverso il quale Castro sviluppò quella rete sarà oggetto del prossimo articolo di questa serie.

 

Fonte: Tfp.org, 17 agosto 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

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